L'America a doppia corsia
Anno 1969. Nei cinema esce "Easy Rider", uno dei road movie più famosi del cinema americano, diretto da Dennis Hopper. Nel film il paesaggio statunitense è continuamente indicato, osservato, riconosciuto e contemplato dai due protagonisti in viaggio sulle loro motociclette.
Strada a doppia corsia
L'unico elemento che accomuna questo film a "Strada a doppia corsia", diretto da Monte Hellman nel 1971, è il percorso del viaggio dei protagonisti. In entrambi i film, la direzione del movimento attraverso l'America è la stessa: da Ovest a Est. Ma mentre in Easy Rider questa scelta riflette la critica da parte di Hopper del mito della frontiera, nel film di Hellman qualsiasi riferimento al mito è ridotto ad una fugace apparizione di una mappa degli Stati Uniti “rovinata” da un pennarello nero che uno dei protagonisti usa per mostrare il percorso che si accingono a fare per arrivare dall’altra parte della nazione. Mappa che dopo qualche minuto quasi vola via per colpa del vento e che viene subito dopo gettata dietro i sedili posteriori di una GTO Judge del 1970.
Così come questo road movie non aveva una sua "road map", gli stessi attori non avevano la minima idea di quello che avrebbero dovuto interpretare in quanto è stata negata loro la sceneggiatura. "Strada a doppia corsia" è considerato da molti l'anti-Easy Rider.
Il paesaggio americano nei film
Nel film di Hopper, il paesaggio americano è sentimentale e fotograficamente turistico, mentre nel film di Hellman le inquadrature paesaggistiche si possono contare sulle dita di una mano e quando sono presenti sono "mute", non rimandano ad altro oltre che a loro stesse. Ad esempio, l’inquadratura della diga che dovrebbe essere considerata uno spettacolare esempio di ingegneria idraulica, simbolo di un’America pronta a nuovi inizi, supportata dal progresso tecnologico. La diga è una semplice diga... non c'è nessun tipo di riferimento simbolico.
Non è solo la diga, ma è tutto il paesaggio americano che fatica ad essere riconosciuto come tale. Hellman rifiuta il minimo investimento di immaginario. Nessun viaggio simbolico, nessuna riscoperta del Paese. Ecco perché tra l’altro egli effettua le riprese nelle vere località indicate nella sceneggiatura: Hellman vuole rendere il viaggio realistico, ma il mito, che ha poco di realistico appunto, non si attiva, aumentando il valore documentario del film stesso.
Infatti, ciò che differenzia Strada a doppia corsia da Easy Rider è l'anti-spettacolarità del film di Hellman: la marca di stile di questo regista (e soprattutto in questo film) è la lentezza, una lentezza vuota, ridondante, abitata da personaggi vuoti appunto, che guardano con freddezza glaciale la strada che hanno loro davanti, personaggi estremamente silenziosi, come la ragazza che si unisce ai due a metà film, il quale quindi possiamo definire ermetico, esistenziale in cui i personaggi sono erranti, vagano, appunto, in un deserto di inquietudini, disperazione silenziosa, paranoia e incomunicabilità.
Elementi narrativi e stilistici
Tutto ciò va contro le aspettative dello spettatore americano medio a cui viene anche negata la presenza di quell’elemento rassicurante e portatore di ordine in questo quasi caos primordiale-giovanile rivoluzionario: la polizia. A parte il ridicolo inseguimento iniziale e una fugace apparizione di una volante che ferma il pilota della GTO, la polizia non ha alcun tipo di rilevanza a livello narrativo e simbolico, ma è solo un’apparizione fine a se stessa.
Inoltre si potrebbe pensare che nel film abbondino le scene di sesso tra i giovani personaggi in linea con il fenomeno degli Hippies degli anni '70, ma in realtà il sesso è sostituito con una esasperata competitività maschile: l’eros è represso o sublimato ad esempio in questo caso nella cloche del cambio di una vettura da corsa truccata. In generale si gareggia molto nei film di Hellman e spesso si compete o rivaleggia in quanto la clandestinità è la condizione naturale dei personaggi hellmaniani.
I personaggi spesso si rivelano ingannevoli, come ad esempio GTO che durante il film prende a bordo degli autostoppisti e ad ognuno di loro racconta una diversa versione del suo passato che per lui meglio si addice all’interlocutore. Non ci si può fidare delle sue parole, dei suoi ricordi e nemmeno dei suoi progetti futuri. Ogni volta le apparenze si rivelano ingannevoli: il cowboy è un omosessuale, l’hippy si spaventa quando ascolta il discorso “figo” di GTO, la nonna è pura e fredda violenza.
Anche la Chevrolet del 1955, guidata dai due protagonisti, il pilota e il meccanico, sembra essere un catorcio, ma in realtà nasconde un motore di tutto rispetto, ed è proprio l'apparenza decadente della macchina che permette loro di vincere le gare di corsa. Spesso quando viene chiesto loro di aprire il cofano del motore o non lo fanno oppure lo fanno dopo la gara o dopo aver chiesto una certa somma di denaro in cambio: non si apre il proprio "cuore" a chiunque capiti per strada.
Il finale emblematico
Il finale del film è abbastanza emblematico. Durante l’ultima gara, poco prima della partenza, il pilota della Chevrolet guarda il paesaggio, e nel controcampo è possibile notare in lui un cambiamento, una piccola epifania, una presa di coscienza: avrebbe potuto guardare il paesaggio in maniera diversa o appunto guardarlo e basta. Ecco quindi che, durante la gara, la strada davanti a lui ora assume un altro significato e l’assenza del sonoro e il progressivo rallenti coadiuvano l’intento di rendere la sequenza diversa dalle altre gare del film, ma all’improvviso succede qualcosa di straniante: il progressivo rallenti termina con un fotogramma fisso e dopo appena qualche secondo la pellicola comincia a bruciare. È un finale che dà una netta sensazione di artificiale e di ambiguità.
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