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Il concetto di divisibilità è invece un concetto a priori che non è desunto dall’esperienza.

Arriviamo al concetto puro a prescindere dall’esperienza ma di quel concetto ce ne serviamo per

unificare e sintetizzare.

La rappresentazione è l’esito di un’intuizione in atto.

Il concetto indica una possibilità, non una datità.

Il giudizio raccoglie ed unifica molte conoscenza possibili.

La possibilità è ciò che mi permette di sganciarmi dalla particolarità ed attraccare l’universalità.

03/04/17

Analitica trascendentali e concetti.

L’intelletto è una funzione è la sua peculiarità è quella di produrre meccanismi chiamati concetti.

Se i concetti hanno la loro genesi nell’intelletto essi sono privi di contenuto -> l’intelletto è una

facoltà discorsiva che non intuisce alcunché, perciò questi concetti saranno pure funzioni della

conoscenza.

La rappresentazioni è la sintesi soggettiva del molteplice intuito perché l’intuizione sensibile è

sempre del soggetto particolare che ha subito le affezioni.

Attraverso l’intuizione sensibile la sensibilità rende possibile una sintesi (chiama in causa

l’intelletto) soggettiva del molteplice.

L’intelletto unifica, opera quindi una sintesi, delle rappresentazioni mediante la costruzione di un

concetto.

All’intelletto le rappresentazioni sono date dall’estetica trascendentale.

L’estetica trascendentale fornisce all’analitica (intelletto) delle rappresentazioni la quale le unifica in

rappresentazioni comuni o concetti.

L’intelletto costruisce dei giudizi i quali sono le possibilità dei concetti puri ovvero costruisce dei

giudizi possibili che sono le condizioni di possibilità dei concetti puri, che garantiscono una

conoscenza sintetica ma allo stesso tempo a priori ovvero non necessitando il carattere soggettivo

dell’esperienza.

L’intelletto è una facoltà conoscitiva non sensibile (è discorsiva e funzionale, l’intelletto svolge una

funzione, un’operazione, un movimento che unifica rappresentazioni in una rappresentazioni

comune ovvero nel concetto).

“per funzione intendo l’unità dell’operazione che ordina diverse rappresentazioni sotto una

rappresentazione comune” (B93).

“tutte le intuizioni in quanto sensibili poggiano su affezioni; i concetti su funzioni” (B93).

I concetti si formano nell’intelletto ma vengono usati attraverso un giudizio -> “di questi concetti

l’intelletto non può fare un uso diverso da quello consistente nel giudicare per mezzo di essi”

(B93).

Quindi, come spazio e tempo entrano in gioco solo nel momento in cui abbiamo un’affezione,

anche i concetti entrano in uso attraverso un giudizio ovvero l0intelletto ne fa uso attraverso un

giudizio perché elabora un giudizio per mezzo di essi.

Il concetto è l’elemento mediatore di un giudizio.

Concetto(dal nostro intelletto)<- rappresentazione (grazie a spazio e tempo la nostra sensibilità

rappresenta)<-oggetto(affetta la nostra sensibilità).

Ci verrebbe da pensare che questi elementi starebbero in una successione temporale ma così il

concetto verrebbe a posteriori solo dopo un contenuto intuitivo.

Il concetto presuppone una rappresentazione ma per arrivare al concetto c’è qualcosa di unitario

che prosegue nell’altro senso (dal concetto alla rappresentazione e all’oggetto).

Se i concetti fossero a posteriori non avrebbero nulla di oggettivo.

In ciò che noi chiamiamo oggetto tuttavia c’è già qualcosa di intellettivo, che fa parte di noi, che

non ci da un molteplice di sensazioni ma già un’unità.

Questa molteplicità che si da a me , si da a me come capacità sintetica quindi mentre questa

molteplicità si da a me, in me deve esserci qualcosa che va ad unificare simultaneamente questa

molteplicità -> è un’interferenza tra me e il molteplice nella sua datità -> mentre la molteplicità si

da a me io mi do alla molteplicità.

Io come soggetto empirico conoscerò sempre episodicamente, conoscerò sempre nel mio senso

interno qualcosa che si da a me nel senso esterno.

Come si può passare ad una conoscenza universalmente valida dalla mia conoscenza soggettiva?

Occorre che la mia rappresentazione di adesso coincida con la mia rappresentazione della stessa

molteplicità in ogni istante (domani , ieri ecc…) e che coincida con quella degli altri.

I concetti sono quindi delle rappresentazioni comuni sotto le quale unifico rappresentazioni

soggettive.

Ma non è una semplice “sommatoria” di acquisizioni perché il concetto sarebbe a posteriori.

Ma nel mio sintetizzare rappresentazioni è presente un elemento sintetico che mi ha permesso di

unificare le affezioni in rappresentazioni -> quindi questo principio unificatore è lo stesso sia nella

sintesi rappresentativa che nella sintesi concettuale.

Le rappresentazioni si danno all’intelletto per poter essere unificate ma l’intelletto da alle

rappresentazioni la sua unità qualitativa -> ciò garantisce la possibilità di fare un concetto prima di

qualsiasi esperienza.

Es del concetto corpo-> sto parlando di una corporeità che viene prima del mio esperire un corpo

-> quindi non posso elaborare a posteriori il concetto di corpo in seguito ad esperienza -> nel

momento in cui intuisco un corpo non sto solo portando all’interno di me una molteplicità che mi

affligge, ma sto anche portando all’esterno un’unità che è peculiare del mio intelletto.

Nel dire corpo io so già qualcosa destinata ad unificare le mie molteplici intuizioni di corpo,

altrimenti non riuscirei a dirlo.

C’è qualcosa in me che accomuna tali esperienze a prescindere dall’esperienza che faccio -> tale

accomunare proviene dall’attività peculiare dell’intelletto che è costruire delle sintesi.

Il concetto affinché sia una rappresentazione di più rappresentazioni ci deve essere una sintesi

ovvero una congiunzione, un’unità del molteplice che sta a priori.

Questo quid viene chiamata “unità qualitativa del molteplice”.

L’intelletto può arrivare ad una rappresentazione comune, cioè ad un concetto e per suo mezzo ad

un giudizio, solo se esiste il principio qualitativo e non quantitativo dell’unità del molteplice.

Non l’unità intesa come una cosa o Uno (come Cusano) ma intesa come possibilità a priori di

ridurre ad uno una molteplicità.

Questa unità qualitativa del molteplice proviene dall’intelletto e dalla sua spontaneità.

L’intelletto è un’operazione di sintesi spontanea-> spontanea in quanto non necessitata, libera

ovvero non necessitata dall’esperienza e quindi a priori.

L’attività unificante dell’intelletto è un’attività unificante a priori.

“il giudizio è la conoscenza mediata di un oggetto, quindi la rappresentazione di una

rappresentazione” (B93).

Kant ha paura che i concetti vengano scambiati per gli universali della logica e della metafisica.

Il concetto c’è nel momento in cui c’è un giudizio, ovvero una proposizione a scopo conoscitivo.

Il concetto non ha una sostanza, serve a conoscere non le essenze ma il fenomeno ovvero nel

momento in cui quell’oggetto si da alla mia conoscenza.

Il giudizio è una conoscenza sempre mediata di un oggetto -> noi non conosciamo mai

immediatamente.

Acquisiamo un oggetto che si dispone a lasciare in noi delle affezioni , nel suo darsi a noi.

Il giudizio non conosce gli oggetti perché il giudizio così intuirebbe delle realtà esterne ad esso -> il

giudizio va su un oggetto attraverso un mediatore ovvero attraverso il concetto quindi la nostra

conoscenza non è una conoscenza di oggetti ma una conoscenza di concetti di oggetti.

Il concetto viene prima dell’esperienza, non da essa e tantomeno da una somma di esperienze.

Es giudizio: “tutti i corpi sono divisibili”

Al concetto di copro andiamo ad attribuire una proprietà (la proprietà non è attribuita al corpo,

all’oggetto, ma al concetto, alla rappresentazione corpo ovvero a quella unità resa disponibile

dall’attività spontanea del mio intelletto).

Il corpo di cui parlo non è empirico, non è contingente.

Il concetto di corpo lo ricavo si da molteplici rappresentazioni ma non solo, ciò non mi basta; ho

bisogno dell’attività spontanea unificante dell’intelletto, quella unità qualitativa del molteplice che

accomuna tali rappresentazioni o meglio trova ciò che in loro è comune.

Il concetto corpo, quel corpo a priori non tocca mai la sensibilità, i miei organi di senso.

In questo concetto di corpo c’è un ingrediente rappresentativo ed un ingrediente intellettuale.

Nel giudizio l’oggetto non farà mai né la parte del soggetto né la parte del predicato, non c’è.

Io non sono in grado di dire niente di un oggetto che esiste indipendentemente dal suo rendersi

conoscibile a me.

Le rappresentazioni sono formate da una molteplicità che affetta i miei sensi ma sono inglobate da

un’unità mia che si da al molteplice -> quindi c’è un’interferenza, una relazione tra il molteplice e

l’attività sintetica del mio intelletto.

Il giudizio è una sintesi di rappresentazioni, che raccoglie e unifica molte conoscenze possibili.

Tali regole sono universali quindi il “possibile” è riferito anche al fatto che esse valgono anche nel

caso in cui non sto conoscendo.

Per Kant è importante la potenzialità del conoscere ovvero l’a priorità della conoscenza .

Quando Kant parla di esperienza possibile perché contiene tutte le possibili attualizzazioni, si

riferisce all’universalità dell’atto conoscitivo.

La rappresentazione copro implica un corpo che non è ancora determinato che non si è ancora

“incarnato” in un corpo particolare, essa sta ad indicare un corpo possibile ovvero un ente del

quale potremmo predicare al corporeità.

Un oggetto (res) del quale possiamo predicare la corporeità.

Non sto parlando di un corpo in generale.

Le proprietà son qualità inerenti non agli oggetti ma al modo in cui le cose si danno a noi.

Un concetto come sintesi pura (fatta dall’intelletto a priori) delle rappresentazioni non ci darà mai

indicazioni su corpi in quanto tali ma su corpi possibili (inteso ciò che può darsi a noi a partire dalle

condizioni di predicabilità).

La sintesi può essere pura o empirica.

Date plurime rappresentazioni, attraverso la capacità sintetica e del comprendere e del sussumere

l’intelletto riesce a ridurre ad uno una molteplicità: effetto di tale riduzione è una conoscenza,

perciò la conoscenza è un prodotto che non è puramente formale e quindi vuota ma deve poter

essere riempita.

L’intelletto andrà a recuperare i contenuti mediatamente dalla sensibilità attraverso le

rappresentazioni.

Noi sintetizziamo in diversi modi ma quella che ci interessa è la sintesi pura ovvero la capacità

sintetica dell’intelletto.

Il concetto di cane è un concetto empirico (non è una categoria).

05/04/17 D ifferenza tra concetti empirici e concetti puri

Un giudizio per Kant equivale ad un pensiero, significa connettere un soggetto ad un predicato

(pensare = giudicare).

Le rappresentazioni più generali si connetteranno tra loro all’interno di un giudizio.

Tali unità di rappresentazioni, ovvero i concetti, non significano somma di rappresentazioni avute

perché anche i concetti empirici sono sempre a priori ovvero hanno un elemento unificante che

viene prima della molteplicità delle sensazioni.

Al concetti di cane non arriviamo attraverso una somma o una media delle varie rappresentazioni

ma è come se avessimo già a priori una “caninità” (NON è un’idea innata) o meglio abbiamo a

priori (prima dell’atto preciso di unificare le rappresentazioni) in noi un principio unificante (che

funziona come le forme spazio e tempo, ovvero c’è solo quando ne faccio uso), una capacità di

unificare le rappresentazioni che ci vengono offerte dall’estetica trascendentale come dato a

partire da un’intuizione sensibile.

L’intelletto attraverso una propria spontaneità (a priori, liberamente), una capacità unificante a

priori unifica la molteplicità delle rappresentazioni in un concetto.

Per costruire un giudizio sintetico dobbiamo avere un predicato più grande del soggetto perché

altrimenti se fosse il contrario non allargheremo le nostre conoscenze.

In qualunque giudizio c’è una gerarchia di rappresentazioni.

La nostra conoscenza intellettuale è una conoscenza mediata ovvero che in nessuno nei nostri

giudizi sono compresi degli oggetti ma sono compresi dei concetti ovvero delle sintesi di

rappresentazioni.

Il concetto corpo non identifica nulla in particolare ma un corpo ancora indeterminato, che ancora

non si è dato a noi attraverso le sue determinazioni, ho possibilità indeterminata di riferire questo

concetto di corpo (indeterminato) a corpi particolare che si danno a me nell’intuizione sensibile.

Non dobbiamo però pensare che il concetto indeterminato di corpo o il concetto di divisibilità sono

concetti che si formano a posteriori ovvero successivamente ad un’esperienza di svariati corpi

particolari e divisibili

-> tali concetti sono a priori grazie ad un connettivo dell’intelletto grazie ad una capacità spontanea

unificante dell’intelletto stesso.

Senza tale collante, tale connettivo (che però è vuoto di qualunque contenuto), noi non avremmo

non solo il concetto di divisibilità, ma neanche quello di corpo e nemmeno la rappresentazione del

corpo particolare (perché è già unificazione di molteplici affezioni).

Non c’è solo un’unificazione progressiva dalla molteplice datità ai concetti, altrimenti i concetti

sarebbero a posteriori e non a priori, ma c’è uno slancio anche nell’altra direzione ovvero c’è una

capacità unificante a priori dell’intelletto che si dirige già verso la molteplicità e ci permette di avere

a priori un concetto puro empirico nel quale vanno inserite le molteplici esperienze di corpi

particolare.

Quindi schematizzando un giudizio possiamo pensarlo impropriamente come un contenitore vuoto

nel quale sono presenti livelli di unità via via più bassi fino al molteplice.

Es: “tutti i corpi sono divisibili”

A fare da elemento sintetizzatore di questo giudizio c’è la copula (sono) e “tutti” attribuito ai corpi.

Come passiamo dai concetti corpo e divisibile ad un concetto “tutti” ? come vengono differenziati

tali concetti? Da dove saltano fuori i concetti “tutti”, di “qualcuno”, di “nessuno” ecc…?

Essi non provengono da una rappresentazione sensibile ma da una rappresentazione pura (B105).

Essi sono concetti puri dell’intelletto.

Quella stessa capacità unificante che mi permette di pensare a priori un cane avendo avuto solo

una molteplicità di dati sensibili, è la stessa potenza unificante che mi permette di definire l’unità

della sintesi del mio pensierio.

Attraverso questa stessa capacità unificante possiamo dar conto anche della semplice (pura)

sintesi del rappresentare -> ovvero questa capacità, questo connettivo, questa attività spontanea a

priori dell’intelletto mi permette non solo di sintetizzare le rappresentazioni in una comune ma mi

permette di avere anche in me il concetto stesso di sintesi di rappresentazioni , ovvero mi

“rende cosciente” che posso passare da un molteplice ad un’unità.

Anche nel formulare un giudizio vuoto ho bisogno di un elemento unificante che è lo stesso che mi

tiene insieme la formula “tutti i corpi sono divisibili”.

Dà unità alla vuota sintesi delle rappresentazioni in una unità di pensiero -> tale unità è il concetto

puro.

L’intelletto opera delle sintesi all’interno del pensiero indipendentemente se c’è o no un contenuto

empirico.

L’attività di unificare dell’intelletto, questa capacità di sintesi, dal punto di vista

trascendentale, è la stessa sia quando sintetizzo qualcosa sia quando compio il vuoto atto

del sintetizzare(tiene insieme il semplice atto del sintetizzare).

Pensiamo tale attività come un rubinetto da cui esce qualcosa: il rubinetto dal quale esce es:

acqua o vino o ecc… è un concetto empirico; il rubinetto indipendentemente da ciò che sgorga è

un concetto empirico.

Possiamo dire che il rubinetto (attività di sintesi) è in noi a priori, l’azione di far uscire fuori

qualcosa perché è come se il costruttore del rubinetto lo costruisse indipendentemente da ciò che

da esso esce fuori.

L’azione del rubinetto che apre e chiude è sempre la stessa.

Ciò che il rubinetto mi dice è non ciò che sta unificando ma l’attività unificante che sta svolgendo.

Tale unità di pensiero è chiamata da Kant intuizione .

La funzione esplicata dall’intelletto è sintetizzare qualche cosa che è stato intuito ovvero

sintetizzare delle intuizioni.

L’intelletto non crea e non intuisce nulla ma la sua funzione è quella dell’unificare che l’intelletto

sviluppa attraverso dei giudizi ed è una funzione che prescinde dal contenuto che va ad unificare e

da per scontato che tale contenuto è una rappresentazione che ha alle proprie spalle un’intuizione.

Ci sono 3 tipi di intuizioni: intuizione sensibile interna (tempo),intuizione sensibile esterna (spazio),

intuizione necessaria (intuizione della forma spazio-tempo che mi costruisco per allocare al suo

interno qualcosa che voglio tenere o dentro o fuori di me).

Quindi lì intelletto svolge la sua funzione unificante sull’intuizione sensibile esterna ovvero sul

molteplice dato da tale intuizione-> tale operazione del sintetizzare che l’intelletto sviluppa sui

contenuti di un’intuizione sensibile esterna è l’intuizione pura dello spazio.

L’ operazione del sintetizzare che l’intelletto sviluppa sui contenuti di un’intuizione sensibile interna

è l’intuizione pura del tempo.

L’intelletto svolge la stessa sintesi quando opera sulla mia intuizione sensibile, quando va a

realizzare tale sintesi sulle molteplici rappresentazioni.

Perché possa operare una sintesi su rappresentazioni o su un materiale empirico è che ci sia e

che io sia cosciente di un’attività del sintetizzare ed è un’attività spontanea dell’intelletto.

Tale attività opera ad un livello più alto dando le condizioni dell’unificare creando dei

connettivi, “dei contenitori vuoti” che mi permetto di unificare ad un livello più alto.

Partendo dall’intelletto e dalla sua potenza spontanea di unificare prima acquisisco l’attività del

sintetizzare, poi sintetizzo delle rappresentazioni e poi una molteplicità empirica, ma l’attività del

sintetizzare è sempre la stessa, l’operatore, a prescindere delle cose che va ad unificare, è sempre

lo stesso e si cala via via nelle cose.

La condizione puramente formale e quindi universale e necessaria è quella che Kant

riferisce ai concetti puri ovvero le categorie ->ha la sua peculiarità non nel che cosa tiene

insieme ma nella potenzialità che ha l’intelletto nel tenere insieme attraverso degli operatori di

sintesi indipendentemente da ciò che tiene insieme -> l’’operazione, il movimento che compie

l’intelletto (che non è ne produttivo ne intuitivo, quindi non gli interessa ciò che tiene insieme) del

tenere insieme è lo stesso sia che tiene insieme un soggetto ed un predicato, delle

rappresentazioni od una molteplicità.

La peculiarità dell’intelletto è unificare, che è un’attività, un movimento, indipendente da ciò che

unifica perché esso non intuisce e non crea ed essendo immateriale, ovvero una forza che va

applicata su qualcosa, non ha in sé ciò che è da unificare.

Il concetto puro è un concetto che consiste nel dare la nozione di sintesi, non solo nel

sintetizzare qualcosa in particolare -> il concetto puro ci rappresenta delle rappresentazioni che

valgono per tutti i contenuti ovvero sono universali e necessarie ovvero esprime il concetto stesso

dell’unificare a partire dall’intelletto.

La differenza tra un concetto puro ed il concetto empirico è che quello puro è una sorta di

contenitore, è l’attività del sintetizzare in sé, mentre il concetto empirico è un contenitore

riempito ovvero un aver sintetizzato qualcosa .

Ma anche l’attività del sintetizzare ha delle condizioni particolari ovvero anche i concetti puri

rispondono a condizioni particolari.

Se non avessero delle condizioni sarebbero un dato, dunque l’attività sintetica dell’intelletto è un

contenere attraverso però l’applicazione di regole -> queste regole sono le categorie.

Le categorie sono tutti i modi possibili attraverso connettiamo un soggetto ad un predicato, sono

funzioni logiche possibile dell’intuizioni in generale, dei giudizi, modi della sintesi tra un soggetto

ed un predicato, sono le condizioni, le regole che rendono possibile che rendono possibile la

connessione di predicato e soggetto nel giudizio.

Le categorie sono in un certo senso la forma dell’intelletto attraverso cui l’intelletto articola la

propria attività di sintesi.

Le categorie sono divise in 12 (?) tipi e le ricaviamo da una tavola dei giudizi.

I giudizi sono vuoti movimenti dell’intelletto attraverso i quali l’intelletto muove un predicato su un

soggetto e tali giudizi sono 12, ovvero un predicato può essere mosso su un soggetto attraverso

12 movimenti, giudizi.

12 Giudizi 12 Categorie

Ci sono tuttavia 12 categorie desunte dai 12 giudizi.

Alle spalle delle categorie c’è un a priori puro ovvero privato di ogni possibile contenuto.

In queste 12 categorie non c’è alcun contenuto, c’è solo il tenere insieme, la tavola delle categorie

è una sorta di fotogramma del movimento che fa intelletto nell’unificare, nel sintetizzare.

È l’essere vuoti di qualunque contenuto che fa di questi concetti universali e necessari, che a

prescindere dal soggetto che sintetizza e da ciò che è sintetizzato li fa garanti dell’oggettività dei

concetti.

Non è importante portare un prius empirico prima delle categorie perché altrimenti tali categorie

non sarebbero a priori e sarebbero valide solo in particolari condizioni dell’esperienza, non è

importante dell’inerenza alcunché di solido che inerisca ma è importante che l’inerenza possa

sussumere sotto di se qualcosa che si da a me perché in questo modo sono a priori.

Anche i concetti empirici sono a priori nell’attività spontanea dell’intelletto.

I nostri concetti sia empirici e puri, pur essendo a priori, se sono compatibili con contenuti

sensibili allora sono fondamenti di una conoscenza scientifica.

06/04/17

La rappresentazione comune “corpo” (concetto) la rendo soggetto di un giudizio e la sintetizzo ad

un livello più alto mettendola in relazione con un altro concetto, quello di “divisibilità”, che funge da

suo predicato.

Le forme pure a priori dello spazio e del tempo mi permettono di unificare in una rappresentazione

una molteplicità empirica.

Successivamente molteplici rappresentazioni vengono unificate dall’intelletto, ad un livello

superiore, in una rappresentazione comune o concetto.

Da questa rappresentazione comune scompaiono le peculiarità delle rappresentazioni particolare e

rimangono solo i loro tratti comuni  in questo caso il “collante” è il tempo perché immagino un

concetto ovvero un oggetto conoscitivo privato di qualunque cosa tranne ciò che è comune a tutti

-> attivo quindi quella peculiarità del tempo che mi permette di bypassare il principio di non

contraddizione e quindi di riferire allo stesso concetto tratti diversi.

Questo perché il tempo è ciò che ci permette di considerare non contraddittorie proprietà positive e

negative ovvero è ciò che mi rende ammissibile che nella stessa unità rappresentativa ci sia o non

ci sia la stessa cosa.

Nel momento in cui mi rappresento una rappresentazioni di rappresentazioni si perdono quelle

peculiarità particolari delle prime rappresentazioni -> il tempo mi permette quindi di dare

simultaneità e compresenza a qualcosa che nell’esperienza presente o c’è o non c’è e quindi

risulterebbe contraddittorio.

La rappresentazione necessaria e pura del tempo è vuota di ogni contenuto perché deve

racchiudere al suo interno le particolarità empiriche: e come se equivalesse, per quanto riguarda il

concetto di corpo, ad un corpo indeterminato nelle sue caratteristiche (numero di occhi, di gambe,

colore ecc…) -> mi permette di mettere in uno stesso concetto ciò che non è simultaneo nella

stessa intuizione.

Per tutti i concetti empirici facciamo solo uso del tempo(perché il concetto non è mai fuori di me,

quindi non devo allocarlo in un mondo che presumo esterno ma devo allocarlo dentro di me, nella

mia capacità rappresentativa, nel mio senso interno , ed il tempo è la forma pura del sento interno)

Il giudizio, che è l’attività dell’intelletto con la quale ad un soggetto è attribuito un predicato, è

l’attività di pensiero che tiene insieme, che sintetizza due rappresentazioni comuni, due concetti

empirici.

Cos’è che permette di tenere insieme la rappresentazione di rappresentazioni “corpo” e la

rappresentazione di rappresentazioni “divisibili”?

È il giudizio stesso, ovvero la forma logica di quel pensiero , quell’attività dell’intelletto che rende

simultanee, che porta dentro un’unità di tempo delle rappresentazioni eterogenee.

Sia le rappresentazioni, sia i concetti, sia i giudizi sono frutto dell’attività spontanea dell’intelletto.

L’attività trascendentale dell’intelletto è un’attività che si compie indipendentemente (non in

assenza ma non importa che tipi di contenuti ci sono ed è definibili a prescindere dai contenuti

stessi) dai contenuti sempre allo stesso modo, e si compie per connettere dei contenuti conoscitivi.

Noi abbiamo due sorgenti conoscitive, la sensibilità, che è l’attività di prendere dentro un

molteplice empirico, e l’intelletto che è un movimento, un meccanismo, un’attività spontanea di

sintesi ed unificazione di tale molteplicità.

Concetti puri e concetti empirici hanno in comune la forma, la capacità di sintesi, un’attività

sintetica, la cornice rossa perché è spontanea e la compie l’intelletto.

Tale cornice rossa indica la spontanea attività sintetica dell’intelletto che è la stessa quando

l’intelletto unifica il molteplice sensibile, delle rappresentazioni, delle rappresentazioni comuni in un

giudizio ma è anche la stessa che caratterizza l’intelletto nella sua peculiarità indipendentemente

dai contenuti.

Tale medesima funzione di unificare, sintetizzare spontaneamente è la stessa che da unità al

semplice e puro sintetizzare (è la stessa attività del mero sintetizzare, è una costante, e perciò la

possiamo utilizzare a diversi livelli di sintesi, ed è a priori rispetto ad un contenuto dell’esperienza

perché deriva dall’intelletto).

L’intelletto va a unificare la propria funzione unificante, esito della quale è un giudizio.

Concetto puro e concetto empirico sono uguali rispetto all’attività trascendentale dell’intelletto.

E tale attività spontanea e sintetizzante viene prima della molteplicità e solo in questo modo

capisco che è obbligatoria ad ogni conoscenza l’ apriorità della capacità unificante (non è una

mera astrazione fatta dalla filosofia medievale)

L’ente generale (es: corpo) che costruisco da intuizioni particolare attraverso l’attività spontanea

del mio intelletto, si fonda non su questa attività ma sulle mie intuizioni ed esperienze soggettive

altrimenti sarebbe una mera generalizzazione.

I concetti puri sono quindi modi della nostra conoscenza  quindi la modalità del conoscere è

indipendente da oggetti che ci sono o non ci sono.

L’attività spontanea dell’intelletto di unificare deve venire quindi prima di quei concetti empirici che

unificano un molteplice.

Tale attività è vuota, priva di contenuto, estranea all’esperienza ed interna all’intelletto.

Chiamiamo concetto puro o categoria il modo di muoversi dell’intelletto ovvero l’attività di

muovere un predicato su un soggetto.

Prima di fare un passo nel campo di una conoscenza universale e necessaria dobbiamo capire se

quei concetti puri, categorie, sono capaci di conce tenere al loro interno delle rappresentazioni e

delle sintesi di rappresentazioni e quindi dei giudizi.

L’attività conoscitiva di cui parla Kant è la simultaneità dell’attività del sintetizzare, pura e

spontanea, e dell’importare materia dell’esperienza.

L’attività conoscitiva è possibile se questi concetti puri, questi giudizi che sono vuoti e sono formati

a priori dal nostro intelletto, possono rendersi contenitori di una molteplicità e quindi possono

adagiarsi progressivamente in maniera sempre più particolare su rappresentazioni e molteplicità

empirica.

10/04/17

Concetti empirici e concetti puri hanno origini differenti.

Perché un concetto possa acquisire un ruolo all’interno di un ruolo scientifico per dare universalità

a tale giudizio, in una scienza intersoggettiva, ci deve essere una potenzialità unificante

dell’intelletto.

Il molteplice che perviene a me tramite intuizione deve trovare a me una capacità unificante e di

sintesi a priori che è peculiare dell’intelletto, non della sensibilità, la quale è la capacità di portare

all’interno di noi ”dati” dall’esterno.

I concetti empirici raccolgono un molteplice che è indirettamente imputabile ad un oggetto esterno

attraverso le rappresentazioni soggettive che io ho sintetizzato.

Non abbiamo spazio e tempo in questo caso ma un concetto che unifica la molteplicità di

rappresentazioni soggettive già costituite in una sintesi di livello superiore.

Questi concetti empirici vengono associati ad altri concetti empirici all’interno di una costruzione

generale della quale è responsabile l’intelletto che è il giudizio -> il giudizio è un modo di unificare

un predicato con un soggetto, è il movimento di un predicato su un soggetto.

Il giudizio può dar luogo ad una proposizione scientifica.

Condizioni della conoscenza: ci deve essere un molteplice che ci dà a noi e una funzione

spontanea di sintesi dell’intelletto.

Tale funzione di sintesi può essere applicata sia su un molteplice empirico che su un molteplice di

rappresentazioni ad un livello più altro.

Questioni aperte:

-> come fa l’attività spontanea del mio intelletto possa essere la stessa anche negli altri soggetti ?

-> passaggio dalla soggettività all’oggettività di una conoscenza?

Ci viene in aiuto per risolvere questi problemi il concetto puro, che fa parte delle 12 categorie,

categorie che debbono soddisfare le 2 condizioni della conoscenza secondo Kant (molteplice dato

e attività di sintesi).

Le categorie sono la trasposizione dei 12 giudizi categorici dell’intelletto -> nel concetto puro

abbiamo tutto ciò che riguarda la possibile attività spontanea di sintesi dell’intelletto medesimo.

Es: il concetto di causa non è dedotto da nulla e la categoria non è altro che l’ipostasi di uno dei 12

diversi movimenti attraverso i quali l’intelletto attribuisce un predicato ad un soggetto.

Questi 12 movimenti possono diventare contenitori di rappresentazioni di livello inferiore ed infine

contenitore della molteplicità sensibile e come possono farlo.

Es: se arrivo al concetto di cane vuol dire che attraverso un processo di sintesi successive sono

passato da un molteplice fuori di me ad una concrezione del mio intelletto.

Dentro un concetto puro, es: causa o sostanza, non troviamo nulla perché è vuoto e tale concetto

è una sorta di istantanea che mi mostra come l’intelletto muove un predicato sul soggetto ovvero

un movimento spontaneo puro a priori dell’intelletto che per Kant è il pensiero (è un movimento

libero dal quale non nasce un giudizio scientifico perchè posso anche pensare che gli asini volano)

-> un giudizio diventa scientifico, conoscenza, solo nel momento in cui tale concetto può

sussumere in se delle rappresentazioni comuni e quindi attraverso esse un molteplice dato

nell’intuizione sensibile, ovvero solo nel momento in cui è provato tramite l’esperienza e i concetti

empirici.

Se non avessimo questo legame con l’esperienza e la molteplicità avremmo dei pensieri liberi che

non possiamo condividere con nessuno.

Perché questi pensieri si trasformino in conoscenza è necessario che l’attività del pensieri si

coniughi con l’attività dei contenuti ovvero con l’intuizione sensibile.

Abbiamo 12 concetti puri (categorie) che derivano da 12 giudizi categorici che sono giudizi

assolutamente vuoti che indicano 12 modi diversi dell’intelletto di attribuire un predicato al

soggetto.

I 12 giudizi sono una rassegna di modalità sulle quali il sapere ha immaginato un collegamento da

tra soggetto e predicato -> da questi 12 giudizi Kant deriva 12 concetti puri.

La congiunzione tra predicato e soggetto che l’intelletto fa è a priori e ci da una garanzia ma anche

una perdita di senso: garanzia del senso universale di questo movimento, perdita di significato

perché indica un movimento puramente formale mentre la nostra conoscenza prevede anche un

contenuto di concetti di oggetti -> per garantire la conoscenza di concetti di oggetti tali concetti

vuoti devono poter contenere delle rappresentazioni e quindi indirettamente un molteplice intuito ->

per capire se ciò è possibile bisogna passare per la deduzione (giustificazione) trascendentale.

Spazio e tempo sono occasionati, accesi, da un molteplice sensibile.

Ma i concetti puri sono sospesi nel nulla perciò bisogna capire se tali concetti possono mantenere

al loro universalità anche se poi vanno a contenere una molteplicità di rappresentazioni e di

materiale empirico e questo lo capisco tramite la deduzione trascendentale.

La deduzione consiste per Kant nel rendere i concetti puri a priori riferibili ad oggetti.

Gli oggetti ai quali possono riferirsi sono i fenomeni ovvero le rappresentazioni .

La deduzione riguarda “come i concetti puri possano riferirsi a “oggetti” di conoscenza“ ovvero non

a semplici rappresentazioni ma a rappresentazioni rese oggettive.

Mentre il concetto puro si adegua ad una molteplicità data trasformi questa molteplicità ad un

qualcosa di soggettivo.

Ovvero queste rappresentazioni contemporaneamente diventano oggettive.

La deduzione trascendentale è il vero primo passo della critica della ragion pura.

È il momento in cui la sintesi e la molteplicità sono una cosa sola, in cui soggettività e oggettività

diventino la stessa cosa.

La ragion pura è come una macchina che genere un’oggettività a partire da una soggettività.

->Tale deduzione trascendentale permette ad un concetto puro dell’intelletto di potersi riferire ad

un fenomeno, ovvero un contenuto della conoscenza; i concetti puri che possono riferirsi a

fenomeno sono perciò ciò che da vita alla conoscenza.

L’esperienza è il risultato di un’attività e la deduzione trascendentale altro non è che la costruzione

dell’esperienza, di un concetto di esperienza che è l’ingrediente essenziale della nostra

conoscenza che risulta dall’attività dell’intelletto su una molteplicità.

Tale esperienza virtuale che non è quella in atto, viene chiamata da kant esperienza possibile.

Spazio e tempo esistono solo quando abbiamo un’intuizione sensibile.

Mentre i concetti puri si riferiscono universalmente agli oggetti senza che tali oggetti siano riferiti a

noi dalla sensibilità ovvero senza che vengano attivati da una molteplicità che si da a noi come

accade con lo spazio e il tempo.

(Per Kant non c’è verità perché viene costruita in termini di conoscenza che è un prodotto

dipendente dall’attività intellettuale; Kant non produce ne verità ne verosimiglianza ma produce

conoscenza che è concettualizzazione di oggetti oggettivazione di concetti).

Anche l’esperienza è un risultato della sensibilità alla quale viene data una forma dall’intelletto.

Diversamente dallo spazio e dal tempo l’oggetto dei concetti puri giunge loro già “processato”.

Come fa la rappresentazione a passare dalla soggettività all’oggettività delle rappresentazioni di

tutti i soggetti intuenti ovvero come la rappresentazione passi da me ad un oggetto che conosco

perché la rappresentazione dice qualcosa di me.

Come la rappresentazione renda possibile un oggetto e come la rappresentazione si renda

conoscibile come oggetto.

La rappresentazione dice qualche cosa di un fenomeno che non sono io e che è la dimensione del

conoscibile che non sono io -> l’insieme di questi fenomeni costituisce l‘esperienza ed essa è il

luogo nel quale la ragione umana va alla ricerca dei suoi fondamenti conoscitivi.

Deduzione trascendentale: il concetto desoggettivizza la rappresentazione rendendola una

rappresentazione di tutti ed al tempo stesso toglie la particolarità di ciò che affligge la nostra

sensibilità, il suo carattere reattivo.

Le categorie debbono dimostrare:

a)come le condizioni soggettive del pensiero possano avere valore oggettivo

b)valere come condizioni di possibilità della conoscenza degli oggetti.

Il concetto diventa come uno specchio nel quale contemporaneamente mi riflette e mi riconosco

nell’oggetto.

Per conoscere gli oggetti è possibile fare un passo indietro dalla propria soggettività però non è

possibile annichilire totalmente la propria soggettività.

L’oggetto conosciuto diventa il conoscere qualcosa che sta fuori di me camuffato però dalle mie

condizioni che lo rendono conoscibile.

La deduzione trascendentale è imprescindibile.

“imprescindibilità di tale deduzione, prima di avere fatto un solo passo sul terreno della ragione

pura” (B120-121) -> è il primo passo da compiere perché mi permette di occuparmi di fenomeni

che sono il risultato della semiriflessione di me sugli oggetti e viceversa.

L’esperienza non si contrappone all’intelletto o un fuori di noi ma è una produzione del nostro

intelletto ed è il primo momento nel quale ho chiaro che il mio conoscere è sempre un

rappresentare e non un creare: la mia conoscenza consiste in un modo oggettivo e universale di

rappresentare degli oggetti che presumo esterni a me.

->Dimostrare che l’intelletto costituisce la forma oggettiva del materiale sensibile.

Attività sintetica a priori: io penso.

Il concetto puro è il modo della sintesi: entro di esso c’è la condizione del conoscere quale attività

di sintesi.

Dentro i nostri concetti puri c’è anche la rappresentazione che l’intelletto ha di se stesso ovvero

quella di essere un intelletto che non crea, che non ha idee innate, un intelletto che si rappresenta

come attività unificante.

Sintetizzare unificando vuol dire giudicare ovvero pensare.

L’intelletto che nell’unificare riconosce se stesso nella rappresentazione di se stesso.

Prima ancora della deduzione trascendentale e prima di ogni movimento dell’intelletto c’è l’io

penso.

L’io penso è un unico concetto vuoto sul quale si regge tutta l’impalcatura della ragion pura.

(vedi B 131)

La congiunzione e la legittimità della congiunzione vengono prima di ciò che congiungo.

Il rappresentarsi dell’intelletto come attività unificante viene prima dell’unificare stesso.

Tutte le categorie “appoggiano” su un’unità più profonda che è la condizione stessa della categorie

e della loro funzione: è un’unità di tipo qualitativo, l’io penso.

Il riconoscere che l’attività unificante è essenziale per il pensiero e la rappresentazione di ciò

accompagnano il pensiero stesso e lo rendono possibile.

L’io penso è la rappresentazione dell’attività sintetica ed unificante stessa e che viene prima di ogni

concetto.

12/04/17

I concetti puri a priori hanno una funzione sintetica ed unificante.

Discendono quindi dalla spontaneità dell’intelletto.

Rispetto allo spazio e tempo hanno una differenza: spazio e tempo unificano qualcosa che ci

affligge dall’esterno quindi l’atto della sintesi è concomitante con il prender dentro qualcosa

dall’esterno (quindi sono immediatamente rispettate le due condizione della conoscenza per Kant);

i concetti puri sono invece modalità di muovere un predicato su un soggetto.

Ciò che è dato all’intelletto è un molteplice a partire dalla sensibilità; l’intelletto non intuisce ma è

semplicemente un movimento, un meccanismo.

Le condizioni del conoscere è che ci sia un’attività sintetica dell’intelletto ed un materiale

sintetizzabile importato attraverso la sensibilità (che è una facoltà dell’anima e non del corpo,

anima intesa come ragione, intelletto) che subisce e poi processa attraverso spazio e tempo ciò

che è fuori di noi.

La differenza tra concetti puri e concetti empirici è che nei primi l’intelletto unifica punto mentre nei

secondi l’intelletto unifica le molteplici rappresentazioni.

Nei concetti puri l’intelletto forma dei legami puri che non derivano da nulla, legami vuoti che ci

permettono di legare predicati e soggetti (esempio: categoria causa che non deriva da una sintesi

di rappresentazioni).

La causa non è una rappresentazione riconducibile ad alcunché di individuale o a qualunque cosa

di empirico ma è una modalità.

I concetti puri vanno legittimati ovvero anche loro devono soddisfare le due condizioni della

conoscenza (una datità empirica esterna ed un intelletto capace di unificarla).

Tali concetti oltre ad essere dei modi possibile di congiunzione nell’attività dell’intelletto, per

utilizzarli, occorre vedere se tali concetti puri sono compatibili con i concetti dell’esperienza ovvero

ad es. se dentro il concetto di causa possiamo porre sintesi di rappresentazioni se ciò è possibile

i concetti puri sono condizione di conoscenza ovvero rende un giudizio garantito ed

universalmente valido, passando appunto da pensiero a conoscenza intersoggettiva.

Il concetto puro permette di farci capire cosa vuol dire a priori.

Le categorie si danno a prescindere dal loro uso senza che ci sia alcunché di empirico ovvero non

sono prodotti , come i concetti empirici, da qualcosa che ci ha afflitto, ma sono meccanismi,

modalità dell’attività unificante dell’intelletto.

Le categorie vengono costituite come connettivi, come condizioni dell’attività unificatrice a

prescindere da ciò che esso unifica ma per funzionare queste categorie hanno bisogno di una

sintesi pregressa di esperienze da poter contenere.

Tuttavia la forza di unificazione deve provenire dall’intelletto stesso che unifica.

La categoria diventa la condizione necessaria per la conoscenza scientifica per il fatto che è pura

e a priori per il fatto che non fa parte ne della sensibilità ne che è una caratteristica individuale.

Ci permette quindi di passare dal carattere soggettivo di una rappresentazione, al carattere

scientifico del giudizio sintetico a priori.

(dalla mia soggettività all’intersoggettività).

Attraverso questa forma universale di unificazione resa possibile dalle categorie non solo

rendiamo le rappresentazioni comuni a tutti ma possiamo smettere di parlare delle

rappresentazioni come qualcosa che dicono di me (come conosco) parlando invece di qualcosa

che va a descrivere un oggetto che è fuori di me.

Se la categoria non fosse vuota rischierebbe o di non essere condivisibile o di indicare delle

peculiarità del mio sintetizzare il contenuto sensibile.

Le categorie smettono di dire qualcosa di me ma dicono di un oggetto esterno che conosco ovvero

di passare dal particolare all’universale, sono una sorta di specchio semiriflettente attraverso il

quale io mi rivedo sull’oggetto esterno ma mi riconosco come differente da esso.

Le categorie devono però poter essere messe alla prova attraverso al deduzione trascendentale

nella loro capacità di poter inserire dei contenuti rappresentativi.

Le rappresentazioni diventano dei fenomeni e fanno quindi per la prima volta comparsa i

fenomeni nel momento in cui le rappresentazioni diventano i contenuti di una categoria.

Oggetto di conoscenza = fenomeno -> l’oggetto in quanto tale non sappiamo com’è mentre un

fenomeno è qualcosa che si da alla mia conoscenza ma posso descriverlo come fenomeno

solamente quando le categorie entrano in gioco sulle mie rappresentazioni particolari ed

individuali.

Le categorie possono entrare in uso quando possono diventare dei contenitori di fenomeni

rendendo universale e oggettivo anche la parte contenutistica della conoscenza e non solo

la nostra attività sintetica. (dimostrarlo è compito della deduzione trascendentale)

Le categorie Kantiane hanno solo una funzione al contrario di quelle aristoteliche che hanno una

valenza ontologica.

L’intelletto svolge l’attività dell’unificare e questa attività è indipendente da ciò che unifica e ciò c’è

lo dicono le categorie.

Poi affinché abbia una valenza conoscitiva ci deve essere qualcosa da unificare ma la proprietà

che viene prima dell’intelletto è quella dell’unificare.

I concetti puri non ci dicono nulla di un contenuto empirico ma ci dicono qualcosa della pura attività

dell’unificare.

E tale attività sintetica appartiene a me.

Quindi le categorie trasformano la soggettività del rappresentare nell’oggetto del rappresentare, il

fenomeno e al contempo rappresentano me come intelletto che sta unificando.

La rappresentazione smette di descrivere qualcosa che riguarda me ma inizia a descrivere

qualcosa dell’oggetto in maniera condivisa da tutti  categorie come specchio semiriflettente

perché mentre mi rappresento l’oggetto rappresento anche me stesso sull’oggetto.

Detto questo però il soggetto non viene meno.

A operare quella sintesi sono stato io ed opero su contenuti di una sensibilità che è le mia.

Con i concetti puri arriviamo ad un altissimo livello dell’attività razionale perché con questi vuoti,

con questi mezzi di sintesi andiamo a sviluppare il proprio dell’intelletto che è il tenere insieme in

maniera oggettiva ed indipendente da ciò che unifichiamo.

Al di sopra delle categorie c’è un concetto più puro, più sintetico, più a priori che è quello che

riferisce quella condizione dell’unificare presente in ogni rappresentazione.

È il rappresentare me stesso mentre rappresento l’oggetto.

È l’unità qualitativa, l’unificazione per l’unificazione, è la coscienza che sono io ad operare la

sintesi e che durante tali unificazioni continuo ad essere il principio di tali unificazioni: è l’io penso.

È considerato il “punto di equilibrio” del sintema; è un’ancora che non si attracca a nulla ma che fa

da baricentro al sistema intero.

Ha tutti i caratteri peculiari della conoscenza: spontaneità, capacità sintetica, vuotezza di contenuti,

la neutralità di qualunque unificazione, è la forma dell’unificare e la coscienza del fatto che

l’unificare consiste per noi nel conoscere.

Sintesi dell’intelletto-> intelletto in atto = l’intelletto è una sintesi che si realizza su un molteplice.

Questo sintetizzare presuppone l’anteriorità del sintetizzare rispetto alla molteplicità che sintetizzo.

Passare dall’uno ai molti -> l’unico attore è l’intelletto.

Per rendere però i molti l’uno dobbiamo far riferimento all’unificare in quanto tale (non è l’uno

matematico che è il risultato di una intuizione sensibile).

Anche le 12 categorie sono elementi unificanti ma a priori hanno la condizione stessa dell’unificare

stesso ovvero quell’unità qualitativa che è l’io penso.

La categoria delle categorie (l’io penso) è la condizione dell’unificazione e quindi la

condizione del pensare stesso senza la quale non solo non avremmo sintesi e conoscenza ma

non avremmo neanche pensieri perché pensare è unificare e sintetizzare.

Tale condizione è anche la condizione del rappresentare.

L’io penso è il principio di oggettività ovvero di quel processo attraverso la quale l’intelletto rei

contenitori vuoti in cui mettere contenuti di esperienza ma anche il principio per il quale

l’unificazione di una molteplicità è possibile.

È la condizione ch emi permette di pensare i fenomeni, di pensare che io conosco attraverso

rappresentazioni ovvero stimoli che mi affettano, che in ogni attività conoscitiva c’è una

molteplicità che non appartiene all’intelletto e io unifico, che l’attività sintetica è la stessa di ogni

intelletto.

“Atto supremo del pensiero” (B135) -> supremo perché il pensiero oltre esso non può andare e che

determina il limite dell’uomo.

Io penso come soggetto dell’atto a priori del pensare, come soggetto trascendentale.

È la condizione di intelligere, di conoscere, di operare sintesi, di produrle nel soggetto conferendo

loro oggettività.

La conoscenza diventa la conoscenza di tutti attraverso l’io penso.

L’io penso è di tutti perché non è di nessuno nel senso perché è vuoto, è puro. -> ha una

funzione analitica.

Perché esso possa essere neutrale diventa necessario che questa funzione unificante sia

totalmente vuota e no possa neppure essere riempita al contrario dei concetti puri ovvero nascere

e morire vuoto .

Io penso rappresentare l’unità funzionale di tutte le rappresentazioni (e non della conoscenza

perché altrimenti avremmo una conoscenza innata, altrimenti penseremmo di conoscere l’oggetto

in sé e non l’oggetto per me, ovvero nel modo in cui si da a me, continuo a vedere il mio riflesso

sull’oggetto) contenuta a priori (analiticamente) in ogni rappresentazione.

Se l’io penso fosse l’unità funzionale della conoscenza , la conoscenza si troverebbe all’interno

dell’intelletto.

Dentro il rappresentare non c’è solo la molteplicità ma anche la soggettività del mio rappresentale

quindi l’io penso è l’unità funzionale delle rappresentazioni cioè dei modi attraverso i quali io

soggetto empirico unifico una molteplicità.

Attraverso l’io penso non solo rendo oggetto, fenomeno, le cose che si danno a noi ma mantengo

anche la consapevolezza che quello è il mio modo di conoscere.

L’io penso è il motore dell’elemento soggettivo di tutta la conoscenza perché conosco le cose

nella loro datità, non nella loro essenza, ma questa datità è la stessa per ogni soggetto.

Dentro ogni nostra rappresentazione oltre alla particolarità del mio sentire c’è un elemento vuoto

funzionale privo di contenuto ma capace di sintetizzare che permette di far vedere a me quello che

vede qualsiasi altro nella sua rappresentazione soggettiva.

Se il mio intelletto fosse produttivo, costruisse qualcosa potremmo pensare che l’attività

intellettuale sia diversa da soggetto a soggetto-> ma siccome l’intelletto non crea nulla ma unifica e

mette insieme i contenuti che provengono dall’esterno la nostra attività unificante è di tutti e non

del singolo soggetto.

Unità funzionale, contenuta a priori ovvero analiticamente -> tiene solo insieme.

È un “atto unificante supremo del pensiero” perciò è unico e valido per ogni rappresentazione

Al contempo mi dice però che “tutte le mie rappresentazioni date nell’intuizione appartengono a

me” e che raccolgo tali rappresentazioni in un’unica autocoscienza.

Quindi l’io penso mi rende consapevole del fatto che sono io che sto rappresentando l’oggetto

della conoscenza ovvero che non lo vedo come oggetto in sé.

Oggetto della conoscenza: è ciò nel cui concetto è unificato il molteplice dato.

20/04/17

Per esame (Estetica, Analitica dei concetti e lo schematismo intellettuale).

Oggetto: ciò nel cui concetto è unificato il molteplice dato.

La nostra conoscenza non è una conoscenza di concetti (sarebbe tatutologica), né di oggetti

(sarebbe conoscenza metafisica) ma è sempre una conoscenza di concetti di oggetti.

Come fa il particolare a collegarsi con l’universalità dei concetti? Questa domanda ci dà il senso si

momenti unificanti che avvengono tanto ad opera dello spazio e del tempo quanto ad opera

dell’intelletto e quindi dell’io penso che funziona da garante dell’attività sintetica dell’animo stesso.

Spazio e tempo è come se fossero l’altra faccia dell’io penso.

Come facciamo a trovare questa mediazione tra la soggettività e l’oggettività, la particolarità e

l’universalità? Tale mediazione la troviamo in una “potenza” che chiamiamo immaginazione,

un’immaginazione produttiva che viene prima dell’esperienza e che produce i modelli -> è la

facoltà di poter rappresentare qualcosa senza che l’oggetto della rappresentazione sia all’interno di

questa rappresentazione ovvero senza che l’oggetto ci abbia affetto.

Attraverso questa mediazioni possiamo rappresentare non qualcosa di particolare ma qualcosa di

universalizzabile ovvero qualcosa che non è nell’intuizione sensibile di nessuno ma potrebbe

esserci.

Ci permette di rappresentare a priori le regole della rappresentazione prima di aver prodotto una

rappresentazione particolare.

Quindi l’immaginazione produttiva determina a priori il modo rappresentativo, le regole della

rappresentazione prima che io abbia prodotto una rappresentazione particolare.

Ciò che rende possibile l’intuizione sensibile non è altro che l’attitudine spontanea dell’intelletto a

unificare che è la stessa nella costituzione dei concetti e delle categorie.

->Quindi sensibilità e l’intelletto non sono due sorgenti differenti della conoscenza ma sono due

vettori concomitanti perché anche la sensibilità presenta la capacità di sintesi che l’intelletto vi

pone a priori.

È la forma pura a priori del tempo che mi permette di unificare le affezioni del senso interno e mi

permette di trovare dentro di me le condizioni della conoscenza degli oggetti-> noi conosciamo le

cose nel loro darsi a noi e tale darsi a noi possiamo ricavarlo solo analizzando in che modo noi

conosciamo ovvero le condizioni della conoscenza che ritrovo dentro di me.

E le trovo dentro quel senso interno che mi dice che cosa ha prodotto l’affezione dell’oggetto

esterno a me ovvero quella modificazione che ho subito senza perdere la mia identità.

La potenza dell’intelletto di cui stiamo parlando è l’immaginazione che è l’applicazione delle

categorie agli oggetti delle rappresentazioni secondo determinate regole.

Analitica dei Principi (Schematismo)

Dobbiamo trovare delle regole che garantiscano l’applicabilità delle categorie ai fenomeni (oggetti

delle rappresentazioni) nella formulazione del giudizio.

Tali regole viene data nell’analitica dei principi e la regola delle regole è “lo schematismo

trascendentale” (B177).

“in ogni sussunzione di un oggetto sotto un concetto…” -> gli oggetti debbono potersi riconoscere

nelle categorie, debbono cedere qualcosa per poter essere contenuti nelle categorie e ciò è

possibile solo tramite una mediazione.

Noi rappresentiamo un oggetto, le cose come conforme ai concetti (priorità dell’elemento

concettuale).

Ci devono essere in noi dei concetti che nascono come puri movimenti ma che si riconoscono nel

momento in cui gli oggetti possono essere sussunti sotto di loro ma ciò è possibile tramite una

mediazione ovvero l’immaginazione.

“la rotondità si visualizza nel cerchio e il piatto si smaterializza nel cerchio ovvero tanto la rotondità

(concettuale), quanto il piatto (molteplice) si riconoscono nel cerchio (rappresentazione) nel quale

la rotondità può essere intuita (mentre nel piatto solo pensata)”

La rappresentazione cerchio è disegnata nel nostro intelletto ma ha una consistenza seppur

intellettuale perché può concretizzarsi (come “l’eidos”) e non è un puro movimento come la

rotondità.

Nel cerchio vanno a riconoscersi il piatto come intuizione empirica e la rotondità come categoria.

Dentro tale rappresentazione intermedia è compatibile con ciò che intuisco sensibilmente e anche

con la categoria che mi ha permesso di pensare il cerchio come applicazione della rotondità.

Il cerchio qui è l’immateriamento in una materia immaginativa, intellettuale (che Kant chiama

immaginazione) di quella regola (rotondità) che era l’atto spontaneo dell’intelletto -> quindi tale

immateriamento potrà essere riconosciuta dentro le rappresentazioni della materia sensibile.

Abbiamo una anteriorità logica e non cronologica che determina che a priori rispetto

all’immaginazione ci sia la categoria e prima della rappresentazione sensibile c’è appunto tale

immaginazione che funge da mediazione.

(->A priori non vuol dire precedente, non ha un significato temporale, ma logico ovvero vuol dire

“ciò che determina qualcos’altro”).

Com’è possibile l’applicazione della categoria ai fenomeni?

Tale domanda è importantissima perché se ciò non fosse possibile non potremmo avere dei giudizi

sintetici a priori, dei giudizi costitutivi di cose che ci dicono qualcosa di una molteplicità esterna ma

che godono dell’universalità e dell’oggettività.

È necessario quindi un elemento intermedio che risulti omogeneo da un lato con la categoria e

dall’altro con il fenomeno e rende possibile l’applicazione delle categorie al fenomeno stesso

ovvero che partecipi un po’ della prima e un po’ del secondo.

Tale rappresentazione intermedia deve essere pura (senza nulla di empirico, ovvero che precede

l’intuizione empirica) e essere da un lato intellettuale e dall’altro sensibile (deve anche rendersi

sensibile ovvero rendersi rappresentabile).

Deve essere a priori rispetto all’esperienza ma deve essere qualcosa che l’intelletto non può

produrre da solo).

Tale rappresentazione è lo schema trascendentale. (B 178-179)

Il tempo (costante di me stesso al susseguirsi delle modificazioni) è l’esempio di che cosa sia uno

schema trascendentale ovvero un prodotto dell’immaginazione produttiva.

Esso è come le categorie universali perché viene a priori rispetto alle modificazioni, alle affezioni

che ci determinano gli oggetti esterni, ha in comune con le categorie il suo essere a priori e

universale, ma al tempo stesso è presente dentro ciascuna delle rappresentazioni che noi

possiamo dare (sia quelle del senso esterno che di quelle del senso interno).

Ma troviamo il tempo anche nelle rappresentazioni dell’immaginazione (potenza rappresentativa)

che non è altro che la fotografia di quella successione che determina il mutamento dello stato

interno.

Se il tempo è compatibile con la categoria perché è universale e a priori ma sta anche dentro

ciascun fenomeno perché ne determina la rappresentabilità, allo stesso modo del tempo ci

rappresentiamo i prodotti dell’immaginazione produttiva.

La rappresentazione trascendentale del tempo è il modello di tutte le mediazioni, i collegamenti

tra molteplice, particolare ed universale, categorie dell’intelletto.

Il tempo è intermedio perché riesce a tenere insieme una categoria con un fenomeno (tenendo

conto che dentro al fenomeno è presente sempre il tempo) e tenendo conto che il tempo è la

successione delle modificazioni che vengono in noi senza che io mi alieni, ovvero mantenendo la

mia identità e ciò mi rende consapevole che sono io che sto rappresentando ovvero il tempo è la

coscienza che l’intelletto che ha di se stesso.

Il tempo è la condizione che da coscienza a ciascun atto intellettivo che noi non stiamo

conoscendo qualcosa di totalmente estraneo ma stiamo conoscendo qualcosa nel momento in cui

questo qualcosa si rende compatibile con le nostre facoltà di conoscere.


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Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Franbiersack di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Angelini Annarita.

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