Cornell e il suo tempo
Joseph Cornell: considerazioni generali
Joseph Cornell nacque il 24 dicembre 1903 a Nyack, New York. La sua modesta famiglia era di origine olandese: i genitori amavano il tipico “entertainment” americano. A Nyack, città dal tipico paesaggio americano, scorre il fiume Hudson, che dà nome alla Scuola dell’Hudson River, scuola di paesaggisti. Studiò scienze: non aveva una cultura artistica, e nemmeno gli fu impartita dalla famiglia. In vita non ebbe un grande successo, mentre oggi le sue opere valgono milioni. Le sue erano scatole in cui riponeva un’affascinante sapienza: spesso erano dedicate a qualcuno, come doni. È molto interessato ed attratto dal mondo femminile e quello dell’infanzia: è sempre presente l’elemento della delicatezza.
La sua è un’arte che si ricollega al bricolage, arte fatta di oggetti: ritagliava articoli, fascicoli, pagine ed immagini, archiviandoli in scatole da cui prendeva ispirazione e materiale per le sue opere. Il suo accumulo di materiale nell’archivio, diviso per fonti, è quasi patologico: c’è come una recondita necessità di conservare tutto. Le sue scatole sono improntate ad eccezionale minuzia, cromia ed equilibrio, e hanno un carattere nostalgico. Importantissima fu l’amicizia con Marcel Duchamp: come l’artista francese, anche lui non era interessato all’arte come mimesis o copia.
La sua arte supera ogni schema o categoria: se un artista come Picasso si prefigura come snodo della cultura moderna in pittura e scultura, trasformando, con foga demiurgica, i materiali in oggetti artistici, Cornell è sempre ambiguo. Tuttavia, ha in sé la post-modernità; ci porta, con le sue opere, nel campo del non conoscibile. Per l’artista fu importante De Chirico e la sua Metafisica (le cui opere sono come “scatole aperte”), ma anche l’arte dadaista e surrealista, soprattutto per i temi dell’inconscio e della rêverie di stampo adolescenziale. Importante è l’elemento spiritualistico (e in Cornell c’è una specie di religione dell’incontro e della giornata): lo spiritualismo è una caratteristica americana - nel New England fiorivano le sette, così come le colonie che vi si trasferirono portarono reietti ed estremisti politici e religiosi.
Cornell stesso è molto religioso, fa parte della setta della Christian Science, fondata da Mary Backer Eddy nell’800 (Cornell vi si converte nel 1925). Il “trascendentalismo” è una sorta di corrente che adatta il pensiero dei tedeschi, Kant ed Hegel su tutti, alla situazione americana dell’800: è come uno spiritualismo che dà molta importanza alla natura. Tutto questo mostra quanto la nuova cultura americana volesse tentare di emanciparsi da quella europea. Il libro della Backer Eddy, una specie di manuale per stare bene, invita a non usare medicine.
Cornell visse tutta la vita a Utopia Parkway, a Flushing (New York), centro della sua vita da celibe. Il concetto di celibato è importante nell’arte contemporanea, si ritrova anche in Duchamp e nella sua idea di dicotomia dell’arte: l’arte non serve a niente, è celibe, ma non ne possiamo fare a meno. L’arte contemporanea è non-intuitiva, descrive cose che non possiamo conoscere, che non sono né belle, né brutte, ma inutili, sterili, an-estetiche (Duchamp: “I’m an artist”). Il fatto che Cornell sia celibe, anche in senso artistico, è forse un caso: le sue opere non hanno uno scopo reale e concreto, né un valore di scambio o una filiazione.
È come un’antenna, un ponte tra l’arte europea e quella americana: nella sua formazione è stato importantissimo lo studio dei simbolisti francesi (Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé) e la riflessione sul sogno, la parola e la forma. L’arte americana vive nel ’900 una sorta di senso di inferiorità nei confronti dell’Europa: pian piano, tuttavia, inizia a prendere coscienza della possibilità di un’arte autoctona ed indipendente. La Pop Art, ad esempio, nonostante abbia prodromi in alcune esperienze inglesi, è un’arte tipicamente americana e crea un nuovo standard artistico. Dalla seconda guerra mondiale, il canone artistico si sposta dall’Europa all’America.
Nell’arte di Cornell vi sono, inoltre, due componenti tipicamente americane, ovvero il Kitsch e il Camp, che sono agli antipodi del buon gusto europeo: il kitsch, in particolare, è una sorta di cattivo gusto, una perizia nell’oggettistica che non assurge né ad arte né ad una tendenza al raffinato.
Altra fonte d’ispirazione per Cornell, soprattutto nei suoi primi collage, è Max Ernst. Futuro capofila della pittura surrealista, Ernst è uno dei più importanti artisti del Dada di Colonia. Si distingue soprattutto nell’ambito del collage e del fotomontaggio: è il primo artista Dada che trasferisce, nel collage, la tecnica di straniamento dell’immagine ottenuta da De Chirico nelle opere metafisiche. Opera sostituzioni all’interno dell’immagine che rendono l’opera, nitida e credibile dei particolari, un aspetto straniante ed inquieto. È proprio il fotomontaggio l’aspetto più importante del Dadaismo tedesco e soprattutto berlinese.
Ernst tocca tutti gli aspetti fondamentali della ricerca surrealista, come pensava lo stesso Breton, il quale lo considerava l’artista surrealista per eccellenza. Sceglie una serie di procedimenti “automatici” che determinano il risultato finale, ovvero il frottage, la decalcomania e il dripping, tecniche che hanno la funzione di far emergere delle forme casuali che vengono lette dalla coscienza dell’artista. Il collage gli è utile soprattutto per accostare realtà diverse tra loro. Da una prima fase più anarchica e dadaista, giunge ad una seconda fase più pienamente surrealista, alla quale non è estranea l’influenza di De Chirico. Dopo l’incontro con l’artista italiano, infatti, Ernst insiste di più sulla quotidianità delle immagini, i cui dettagli rivelano l’aspetto surreale.
Il culmine di questo tipo di ricerca si avrà attorno agli anni ’30, quando pubblicherà un libro di immagini intitolato “La femme 100 têtes” (ovvero “la donna cento teste”, che in francese ha lo stesso suono di “la femme sans tête”, ossia “la donna senza testa”). Oltre ai collage, Ernst produce pitture che derivano spesso dalla fotografia che derivano soprattutto da De Chirico: a queste seguono le invenzioni dei procedimenti di cui prima.
Le scatole di Cornell sono una miniaturizzazione del mondo: sono piene di giocattoli vittoriani, dadi, sagome, giochi illusionistici: molto forte è l’elemento del bricolage, le sue sono piccole opere portatili. Questo fa pensare alla “Boîte en valise” di Duchamp, opera che consiste in una scatola con riprodotti, in miniatura, i suoi ready made. C’è anche una grande attenzione verso l’astronomia e le costellazioni, a cui spesso alludono le biglie inserite nelle scatole, veri e propri oggetti di meraviglia per bambini. Cornell crea catene associative: la pipa, presente in molte scatole, è un ricordo del padre olandese. È un oggetto “da adulti”, ma crea bolle di sapone, è quindi anche legato al mondo dell’infanzia. Raccoglie un micro/macrocosmo privato. Cornell non va mai verso il minimalismo e l’anafettività, ma ha sempre colore, sfumature, emozioni.
Cornell e la sua formazione
Cornell negli anni ’20 si trasferisce con la famiglia a Bayside, Queens. Lavora come commesso viaggiatore nel campo della tessitura, ma anche come stilista. Le sue scatole, infatti, sono come vetrine, il ché richiama la formazione da vetrinisti che avevano gli stilisti. Nell’arte contemporanea, il rapporto tra moda e arte diventa molto stretto: questo si connette anche con i “Passagenwerke”, le gallerie commerciali, di cui parla Benjamin, introducendo una frattura nel moderno e una nuova estetica. Questi paesaggi cittadini che nascono con la borghesia, fatti di centri commerciali, sono al centro del camminare di Cornell.
Cornell soffriva a fare il commesso, non voleva vendere, era introverso e non esibizionista: sviluppò addirittura un’ulcera per l’ansia. Per quanto riguarda l’apprendistato, sappiamo che Cornell non è affatto digiuno d’arte. Vive nella contemporaneità: ha la possibilità di vedere i ricchi nuclei di musei come il MoMA e altre collezioni, frequenta le gallerie, come la “291”. È un collezionista e un bibliofilo, quasi un feticista del libro, soprattutto per quanto riguarda testi di critica d’arte, libri italiani, francesi e in particolare di Redon. Vive da recluso, quasi sostituendo la realtà con la sua realtà. Ama molto anche lo scrittore americano Edgar Allan Poe.
Cornell coniuga simbolismo e purezza della scatola (richiama la “griglia” di Mondrian), ma questo fa sì che non possa avere una grande fortuna di massa. In lui convivono un registro cumulativo – assemblante ed uno che semplifica – pulisce. Frequenta il Motion Picture Theater e nel 1925 conosce Griffith: preferisce la magia del film muto, ma non per un gusto rétro. Il gusto per il passato, infatti, è piuttosto rivolto verso l’età vittoriana. Importantissimo, nella sua formazione, è l’incontro con la Christian Science. Nel diario delle sue “shining hours” (sorta di epifanie, momenti in cui tutto gli viene in mente, che cerca di ricreare attraverso combinazioni di oggetti) c’è la presenza di molti segni, tra cui quello della stellina: usa spesso sottolineare il nome “Joseph”. Ha un forte legame per la magia, l’illusione, il gioco di prestigio: ammirava il celebre illusionista Houdini. L’illusionismo è un’arte del kitsch, del camp, del brutto, del trash. L’immaginario tipico della magia (stella sulla bacchetta magica, conigli fuori dal cappello) si ritrova nelle scatole di Cornell.
Punto centrale per l’arte e la vita di Cornell è il collezionismo, inteso come attività riparatrice che preserva dalla morte, ma anche come atteggiamento verso il passato. La pensatrice americana Susan Sontag, che fu anche legata sentimentalmente a Cornell, ha parlato dell’atteggiamento del collezionismo verso il passato. Cornell è scettico nei confronti delle interpretazioni psicoanalitiche, ma non verso quelle psicologiche.
Nel 1929 si trasferisce in una casetta di legno a Utopia Parkway. Nella cantina, luogo dove si accumulano cose preziose e scarti da cui non possiamo liberarci e luogo di decantazione, Cornell insedia il suo studio, con tanto di proiettore.
“Rose Hobart”, 1936
Cornell era un grandissimo appassionato di cinema: assisteva spesso alle riprese cinematografiche. Nel “Queens”, a New York, acquistava molte pellicole mute, per guardarle e rimontarle in una sorta di collage di pellicola, “found footage” (montaggio trovato). Dal jungle movie “East of Borneo” del 1931 Cornell taglia tutti i pezzi in cui compare l’attrice Rose Hobart, creando, nel 1936, un’opera straordinaria, sintomo di modernità. Durante la proiezione del corto in una rassegna di film surrealisti, Dalì si scaglia infuriato contro Cornell, il quale, mortificato, da quel momento rifiuterà la proiezione pubblica dei suoi film (l’unica cosa che continuò a fare furono mostre con bambini).
I fotogrammi vengono montati dall’artista con grande perizia tecnica: inserisce musica brasiliana e spezzoni di un documentario scientifico sull’eclissi solare, usando, inoltre un filtro blu (blu come colore simbolo della malinconia). C’è l’idea di eliminare il superfluo, la ridondanza: precede le “film compilation”. Cornell costruisce arte attorno a cose che per lui avevano un valore quasi religioso. Il tema dell’esotico presente in “Rose Hobart” torna spesso in molte scatole, così come l’idea di guida o mappa: è una crasi tra drammatico e sconosciuto, una propensione alla terra dell’incognito freudiano. Altro elemento esotico è la musica, come si può notare anche in “Rose Hobart”, che negli anni ’30 andava di moda: ad esempio il jazz, musica creola, accompagnato dall’esotismo di balletti e costumi (non a caso, Cornell fa dossier su una rivista di cinema e danza).
Cornell e Duchamp
La “Boîte en valise” di Duchamp è una scatola nella valigia: l’apoteosi dell’inscatolamento. Ricorda gli infiniti rimandi delle poesie di Gertrude Stein (“A rose is a rose, is a rose, is a rose”).
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