Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Pietro Bembo mette a modello di chi scrive i classici della lingua italiana, ma si dimentica che la

lingua è viva, partecipa delle esperienze della realtà. Una lingua non pio essere codificata a

tavolino, si evolve con la parlata. Castiglione sosteneva che l’italiano doveva essere l’italiano

parlato nelle corti di tutta Italia. Machiavelli propone il fiorentino parlato. Vince l’opinione di

Pietro Bembo, con la nascita dell’accademia della crusca. Si viene a creare una grande differenza

tra italiano parlato e italiano scritto.

Sapere bene una lingua vuol dire non soltanto conoscere tante parole, conoscere le regole

sintattiche e morfologiche, ma rispettare le norme sociali che regolano l’agire comunicativo. Non si

parla mai in astratto, ma il mio comunicare è reso concreto da una situazione particolare. Devo

conoscere gli usi diversi adatti alle situazioni diverse. […]

Le parole sono una sorta di azione. Provocano o vogliono provocare un effetto, una reazione,

esercitare linguisticamente un controllo sulla realtà, e questo scopo si raggiunge soltanto

conoscendo gli usi diversi adatti alle situazioni diverse. (G.L. B , Il mare in un imbuto, p. 54)

ECCARIA

Bisogna conoscere al meglio la lingua per meglio utilizzarla. A seconda della situazione si deve usare

la lingua in modo adeguato. Le parole incidono con la realtà. 02/11/15

Parlarci era difficile. Entrambi d’indole verbosa, posseduti da un mare di parole, insieme

restavamo muti, camminavamo in silenzio a fianco a fianco per la strada di San Giovanni. Per mio

padre le parole dovevano servire da conferma alle cose, e da segno di possesso; per me erano

previsioni di cose intraviste appena, non possedute, presunte. Il vocabolario di mio padre si dilatava

nell’interminabile catalogo dei generi, delle specie, delle varietà del regno vegetale ogni nome era

una differenza colta nella densa compattezza della foresta, la fiducia d’avere così allargato il

dominio dell’uomo e nella terminologia tecnica, dove l’esattezza della parola accompagna lo sforzo

d’esattezza dell’operazione, del gesto. E tutta questa nomenclatura babelica s’impastava in un fondo

idiomatico altrettanto babelico, cui concorrevano lingue diverse, mescolate secondo i bisogni e i

ricordi […], e ne veniva un discorso tutto tessuto d’intercalari che tornavano puntualmente in

risposta a situazioni fisse, esorcizzando i moti dell’animo, un catalogo anch’esso, parallelo a quello

della nomenclatura agricola. […]

Io non riconoscevo né una pianta né un uccello. Per me le cose erano mute. Le parole fluivano

sulla mia testa non ancorate a oggetti, ma ad emozioni fantasie presagi. E bastava un brandello di

giornale calpestato che mi finiva tra i piedi ed ero assorto a bere la scrittura che ne sortiva mozza e

– –

inconfessabile nomi di teatri, attrici, vanità e già la mia mente aveva preso il galoppo, la catena

delle immagini non si sarebbe fermata per ore e ore mentre continuavo a seguire in silenzio mio

padre, che additava certe foglie di là da un muro.

I. C , La strada di San Giovanni)

ALVINO

Si capisce quali sono le differenze tra un testo semplicemente referenziale e un testo comunicativo.

Il messaggio comunicativo porta con se molti concetti che non vengono espressi chiaramente.

Calvino ricorda un momento della sua infanzia, su quelle colline suo padre partiva per andare a

coltivare e si portava dietro il bambino. Il padre era un botanico. Quello che vive Calvino durante

quelle passeggiate è una difficoltà di comunicazione con suo padre, ma proprio questa difficoltà di

comunicazione lo aiuta a riflettere meglio su questo concetto. Calvino dice che sia lui che suo padre

erano persone molto loquaci, che però restavano in silenzio quando erano messi a contatto durante 8

queste passeggiate. Calvino vuole capire la ragione di questo silenzio, il padre di Calvino ha una

concezione del linguaggio che non è compatibile con il suo. Il padre usa il linguaggio per possedere

la realtà, per lui il linguaggio è definizione, catalogazione. Le parole sono utilizzate per

“signoreggiare” le cose. La parola serve per gli scienziati a mettere chiarezza su un oggetto. C’è un

modo diverso di concepire la realtà tra Calvino e suo padre. Calvino ha l’idea che la realtà sia fatta

di cose possibili, intraviste appena ma mai possedute come invece credeva il padre. La realtà è fatta

di misteri. L’autore è come se fosse continuamente stimolato alla ricerca del misterioso, e usa le

parole per progettare, per lasciare intendere. Anche il lessico è diverso nei confronti della realtà. Il

lessico del padre era molto vasto poiché racchiudeva tutti i nomi tecnici per la catalogazione delle

specie. Questa vastità di linguaggio riguarda pero solo il registro tecnico, e serve solo per

differenziare. Il padre voleva fare ordine nella realtà che lo circondava, mentre Calvino voleva

lasciarsi affascinare dai fenomeni. Questa esattezza delle parole del padre accompagna dunque

anche l’esattezza e la precisione del suo mestiere, tutto è dentro uno schema molto rigido che pero

“babelico”

non esce mai da sé stesso, non è mai capace di accogliere delle novità. Con il termine

Calvino racconta che il padre voleva possedere, volava dimostrare la grandezza dell’uomo. Questo

atto di egoismo da parte del genere umano valica i misteri della realtà. Questo gesto provoca

un’incomprensibilità di ciò che dice. Quella che per il padre era chiarezza assoluta e certezza sfocia

pero in una confusione di parole incomprensibili che compromettevano la loro comunicazione.

Ecco perché il paragone con Babele. Il padre è meccanico nell’esprimersi, non vuole avere

un’emotività e non la vuole rivelare, la avverte quasi come una debolezza. La non comunicazione

del padre è dunque volontaria, poiché si nasconde dietro a quelle nomenclature che appartengono

alla scienza (“esorcizzando i moti dell’animo”). Chi insegue soltanto il successo non ha moti

dell’animo, non si ha tempo per dare spazio alle emozioni. il padre di Calvino è come un catalogo,

reagisce alla realtà secondo un rapporto di causa-effetto. Calvino al contrario rimuove l’oggettività

delle cose, per reagire alla rigidità di suo padre. L’obiettivo di Calvino è quello di trovare la vita

interiore delle cose, che serve per comunicare. Calvino è un tutt’uno con la natura, egli analizza i

misteri che le cose della realtà portano con sé. Calvino sente che la parola ha un potere creatore

della realtà, attraverso la parola Calvino vuole costruire tutto ciò che non è percepibile attraverso i

sensi. Se non si è capaci ad aprirsi alla realtà la comunicazione non è possibile. 06/11/15

Come nasce un testo?

Nel diario d’Algeria di Vittorio Sereni, la lingua della cultura inizia a diventare lingua della

comunicazione. Sereni capisce che il suo modo di scrivere non poteva più essere così elevato, ma

doveva essere un linguaggio capace di aderire alla realtà, alla vera condizione dell’uomo. Solo

attraverso questo linguaggio è possibile che il poeta si faccia specchio degli altri. sereni è tra i poeti

che più vedono coincidere la loro esistenza con i versi che scrivono. Tornato dalla guerra, dopo

l’esperienza nel campo di concentramento, si adopera per creare uno stile maturo che si discostasse

dalla tradizione che era stata fino a quel momento. Sereni ha la capacità di adeguare il linguaggio al

tempo in cui vive. Sereni aveva il desiderio di far sparire dei ytesti poetici l’io, il poeta non doveva

più essere sopraelevato dagli altri. 9

“gli

Vittorio Sereni strumenti Umani, 1965”: questi strumenti sono quelli necessari all’uomo nella

sua condizione primordiale, per riuscire a procurarsi il cibo. Gli strumenti umani sono tutti quei

mezzi che ha l’uomo per affrontare la vita, il mistero, il destino. Sono tutti gli strumento di cui

l’uomo dispone per porsi con autenticità di fronte ai misteri della vita. Di fronte a questi misteri

l’uomo si pone tramite la comunicazione, con la poesia, con l’indagine filosofica… tutti questi sono

gli strumenti di cui l’uomo si avvale per poter dare delle risposte agli interrogativi della vita. Gli

strumenti umani in ambito filosofico (Heidegger) sono quegli strumenti per individuare i problemi

della situazione presente, e per trovare i mezzi per superare queste contraddizioni. Laddove c’è

individuo c’è comunicazione. si tratta di un linguaggio che si libera dai pregiudizi letterari. Sereni

credeva che colui che scriveva aveva il compito di far venire a galla l’interiorità profonda delle

cose.

Significa qualcosa nello sviluppo di un lavoro, avvertire un bisogno di figure, di elementi

narrativi, di strutture: ritagliarsi un milieu socialmente e storicamente, oltre che geograficamente e

persino topograficamente, identificabile, in cui trasporre brani e stimoli di vita emotiva individuale,

come su un banco di prova delle risorse segrete e ultime di questa, della loro reale vitalità, della loro

effettiva capacità di presa. Produrre figure e narrare storie in poesia come esito di un processo di

proliferazione interiore. Ai vertici poesia e narrativa si toccano. (Il silenzio creativo, Gli immediati

dintorni, 1962)

L’io del poeta deve solo essere l’occhio che guarda, e accoglie nel suo testo gli altri. C’è il

bisogno dunque di raccontare delle storie, le storie degli altri. è utile collocare i propri testi non solo

dal punto di vista storico e sociale, ma anche geografico e persino topografico. sereni da

un’ambientazione specifica e particolare ai suoi testi. C’è un’attenzione alla collocazione specifica

delle storie. Siamo nel punto in cui non importa più la forma in cui viene espresso un pensiero, ma

tutte quelle emozioni che si scatenano dentro di noi con l’esperienza. La poesia diventa il luogo in

cui ci si apre agli altri, dove si raccontano le storie. Sereni comincia a mettere il suoi io fisicamente

in disparte, poi rappresenta sulla scena del testo poetico la morte dell’io lirico.

Un margine così largo di tempo non implica in alcun modo fasi di lavorazione protratte al segno

dell’incontentabilità o del rigore dal punto di vista strettamente stilistico, bensì una serie di modifiche

e aggiunte, di deviazioni e articolazioni successive, dilatazioni e rarefazioni offerte o suggerite,

quando non imposte, dall’esistenza, dal caso, dalla disposizione dell’ora. […] Un’altra avvertenza

concerne il caso di versi o frasi di autori del passato, o contemporanei, inseriti talvolta e non sempre

dati tra virgolette o in corsivo. Risulteranno individuabili nella stessa misura in cui sono affiorati e

entrati nel discorso. Per questo appare superfluo indicarli e, tanto più, sottolineare il senso e il fine

della loro adozione. (V. S , Nota a Gli strumenti umani, 1965)

ERENI

Sereni ci sta dicendo che se si impiega tanto tempo dall’idea alla sua trascrizione, vuol dire che si

sta producendo un testo molto efficace dal punto di vista comunicativo. Sereni si sforza a render il

suo testo il più chiaro possibile. Il testo si adegua a ciò che accade. L’io si dispone ad accogliere non

solo le voci dei personaggi, ma anche la voce degli altri autori che sono entrati in contatto con l’io

tramite le letture. Questo riaffiorare di altre voci vuol dire che ormai sono voci che fanno parte di lui.

“voce

Non ha senso fare diventare queste voci un’aggiunta letteraria, quello che importa è essere tra

le voci”. 10

09/11/15

e quante ancora verdi intatte foglie

recava in grembo l’autunno.

Guardo il mio lago: non è

un lago, è un attonito specchio

di me, una lacuna del cuore. (1947) versione antecedente, versi abbozzati

versi scritti da Sereni, fanno parte di un’unica emozione, l’emozione che viene dall’essere passati da

un periodo d’autunno, periodo dei morti, periodo di San martino. Si descrivono le foglie che cambiano

colore. L’autore sta passando su una strada che porta da Luino a Creva, e da quella strada vede il lago

della sua infanzia. Sereni è appena tornato dalla prigionia in Africa del Nord. Sereni è smarrito, deve

ricominciare da capo. Sereni vede l’autunno che avanza, che è il momento del declino, e lo si nota

dal linguaggio usato. Novembre per lui è il mese più difficile, viene strappata la forza vitale

dell’estate. Viene usata la prima persone, l’io invade subito la scena, l’io si mette davanti a tutto.

Cartolina luinese (Un ritorno)

Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema [lungo e fuggente]

ma pari più non gli era il mio respiro

e non era più un lago ma un attonito

specchio di me una lacuna del cuore.

(1947) “un “cartolina

È la versione definitiva, che entrerà nell’opera ritorno”. il nome luinese” ricorda un

“un

passaggio in un luogo come turista, non per ritrovare sé stesso. Intitolarlo ritorno” significa

ricercare sé stessi nel paesaggio, è un titolo universale, diventa un ritorno che può essere di

chiunque cerchi sé stesso. Il poeta parla per tutti, tutti hanno un ritorno. l’io non c’è, c’è

un’osservazione in terza persona rivolta a chiunque sta guardando quella scena. Tutta l’attenzione è

concentrata sul lago e sulle barche. La visione è di un lago in pieno sole, un luogo che esprime

sicurezza. Il bianco da l’idea di un cromatismo nitido. Compatto ci dà l’idea della compattezza delle

barche. il modo di scrivere del poeta si connette con l’esperienza reale della vita. La sua scrittura è

immersa in un flusso, il poema è un tutt’uno con la vita. Tutto è in movimento. L’io entra soltanto

“mio”.

con un pronome personale Si ha un ripudio dell’uso dei verbi in prima persona. Sereni vuole

lasciar parlare la realtà comune per entrare in contatto con gli altri. il primo verso è composto Da un

novenario doppio, poi seguono tre endecasillabi. Nonostante si tratti di una struttura regolare,

“ma”

l’andamento è quello di un discorso della quotidianità. Il introduce tutti i dubbi che il poeta si

porta dentro. Il secondo verso presenta una frenata causata dall’io che disturba, un io che è

sofferente viste le atrocità della guerra, la violenza delle imposizioni. Il respiro del poeta era

affannoso, stanco. Negli ultimi due versi c’è un decadimento dell’entità paesaggistica. L’atmosfera

si fa più cupa, c’è un rattristarsi, è come se il lago si facesse specchio dell’interiorità della persona.

questo passaggio da lago a lacuna è un gioco etimologico, che gioca sull’ambiguità semantica. Da

acqua ferma (laguna) diventa buco nero dentro di sé (lacuna). Il poeta si sente non all’altezza di ciò

che le persone gli chiedono, c’è una lacuna, una mancanza di pienezza dentro di sé. La visione del

lago diventa un modo per ritrovare sé stesso. La comunicazione diventa un modo di far parlare di sé

ma in terza persona. 11

Ancora sulla strada di Creva

(Poteva essere)

Poteva essere lei la nonna morta

non so da quanti anni.

Uscita a tardo vespro

dalla sua cattolica penombra,

al tempo che detto è dell’estate

di San Martino o dei Morti.

Una vecchia vermiglia del suo riso.

Cantavano gli uccelli dalle rogge

Sereni si proietta al di fuori di sé, parla di una nonna. Siamo nella stagione di declino

dell’autunno e ci stiamo avvicinando al tramonto. La nonna esce da una penombra. È

una nonna cattolica. La cattolica penombra rappresenta l’uscita dalla linea del

progresso. La nonna è dentro all’oscurità, le tinte che prevalgono sono quelle scure.

Ma la nonna viene associata al colore rosso, poiché domina in lei il sorriso.

e quante ancora verdi intatte foglie

recava in grembo l’autunno.

Ilare ci fu innanzi

come la richiedemmo della via

nella seta del suo parasole,

nei lustrini dell’abito. E nulla fu

a fronte del riso vermiglio

la cattolica penombra, nulla fu

la gramaglia dell’abito. Né so

che mai vedesse di noi

del giorno e di altro accaldati.

Forse in luogo di noi vide una nube

e lei a quella parlava:

– –

Ti conosco, diceva mascherina.

La nonna entra in relazione con loro poiché loro la interpellano. La nonna appare vestita di nero ma

continua a rimanere legata a quel rosso del sorriso. È un nero rischiarato dal luccichio del suo abito

e dell’ombrellino parasole, ma quel suo riso vermiglio annienta tutta l’oscurità che si porta addosso.

Questa coppia di giovani è accaldata sia dal caldo sia dallo stare insieme con l’altro.

(1957) – –

«Ti conosco, diceva mascherina,

così brava a nasconderti tra incantevoli fumi.

Già una volta ti ho colta

sulla guancia ancora intatta d’una

che per amore, in cerca

di una quieta corrente, s’era tolta alla vita:

con che fermezza, che forza quelle mani

tendevano al sonno gli arbusti

strappati all’ultima riva.

Oggi lo so, non piansi quella fine,

ma quella forza che ti sconfessava 12

abbandonandosi a te…»

Così delirando di una perduta forza

di una remota gioia, così oltre noi dileguando

scovava, svergognandola, la morte

ancora occulta tra noi. “ho

Ti conosco mascherina significa capito l’inganno”. Dietro a quello che vedeva

c’era un inganno. Sereni si sofferma sulla necessità di chiarire, di essere inequivocabile

in quello che voleva dire. È come se la nonna avesse capito l’inganno della vita. Sereni

sa che quando si cerca di chiarire, molto spesso il testo scende di tono, da un linguaggio

culturale si scende a una lingua della comunicazione, a un linguaggio che rispecchia

la quotidianità. La lingua diventa meno colta, basata sul linguaggio parlato. Sereni

punta tutto sulla comunicazione. La nonna continua con un discorso diretto. C’è

un’entità ingannevole che si nasconde dietro ai momenti gioiosi. Ricorda ai giovani

innamorati a un amore non corrisposto di una sua coetanea che si era suicidata. C’è

una delicatezza e rimpianto nel constatare la giovinezza della vita spezzata (una

guancia ancora intatta). La nonna va avanti con particolari strazianti. Dice che la

giovane si era pentita all’ultimo secondo del fatto di essersi suicidata, nelle sue mani

erano ancora presenti gli arbusti ai quali aveva cercato di aggrapparsi. La riva è un

rimando a Dante e al regno dell’oltre tempo. La nonna dice che non pianse tanto per

la morte della giovane, ma di fronte alla forza vitale che non si arresta di fronte a nulla.

Così la nonna prosegue delirando, parla di una gioia lontana, di una gioia che si è

spesso trasformata in illusione. La nonna metteva in guardia i due giovani dalla morte.

la nonna aveva capito che dentro ad ogni storia dell’uomo, è implicita la minaccia della

morte. una morte che può manifestarsi nella forma concreta, oppure di una morte

peggiore, quella della perdita di ideali, desideri, speranze, di una vita che perde il

senso, di una vita nella quale l’amore si è spento per sempre. Las negazione di vivere

è essa stessa una forma di morte.

(1959)

«Maschera detta amore

bella roba che sei.

Per un po’ d’ombra che fa

più vive le acque più battute le siepi più frenetico

giugno quanti anni di vuoto appena dopo, anni

di navata e corsia

di campane smemoranti di

fuligginose sere: c’era sino a poco fa

un così bel sole e per pigrizia o noia

o distrazione non siamo usciti a goderlo.

Vedi come hai sporcato la mia vita

di tremore e umiltà».

La nonna si scaglia contro il falso amore, contro l’amore che diventa egoismo, che

diventa mancanza di rispetto verso l’altro. L’amore rischia di far nascere una

condizione di baratro che confina con la morte. la base dell’amore è la comunicazione.

Si deve mettere da parte l’io per dare spazio alla persona amata. La nonna dice che è

l’amore che inganna. L’amore quando nasce addirittura sembra rendere più bello ciò

che ci circonda, le acque diventano più vive… ma dopo questo slancio seguono anni

di vuoto, anni senza senso. Il primo a morire è l’amore, e dunque la nonna ha passato

anni tra chiesa e ospedale, avvolta dalla tristezza e dalla monotonia. La nonna dice che

ci siamo persi tutta la bellezza della vita, quanto di bello la vita di tutti i giorni ci poteva

13

dare. Non ci accorgiamo più dell’altro accanto a noi. Soltanto pigrizia, noia e

distrazione. Non c’è più nulla da condividere.

(1962-65)

E da quel giorno

e quell’ora

d’amore più non ti parlai amore mio.

Da quel momento il poeta capisce che comincia a far diventare quell’amore un modo

di essere, un modo di venirsi reciprocamente incontro. È come se i due cominciassero

a condividere nel profondo qualcosa. Da questo momento in avanti, nella poesia di

sereni che si è aperta definitivamente all’alterità, questa poesia va in una direzione

civile, che guarda la società. la sua poesia guarda alla condizione dell’uomo. A partire

dalla riflessione sull’amore, la sua dimensione civile esplode.

(1959)

(Gli strumenti umani, Apparizioni e incontri, 1965)

Strada di Creva era già un titolo nella raccolta di Sereni. La poesia di Sereni ha la caratteristica di

ripercorrere esperienza che già aveva vissuto, c’è il mito del ritorno. il poeta registra le sensazioni

in modo che possano essere condivise con gli altri. il poeta capisce che il suo vivere solitario non ha

senso, ha l’esigenza di comunicare ed entrare in contatto con gli altri. il suo stile va sempre di più

nella direzione della comunicazione. Il linguaggio si apre verso la comunicazione, il linguaggio

della quotidianità. 13/11/15

Scoperta dell’odio

Qui stava il torto, qui l’inveterato errore:

credere che d’altro non vi fosse acquisto che d’amore.

Oh le frotte di maschere giulive

oh le comitive musicanti nei quartieri gentili…

Alla notte altre musiche rimanda

la terrazza più alta e di nuovo fiorita

si dilunga la strada fuori porta?

Ma venga, a ora tarda, venga un’ora

di vero fuoco un’ora tra me e voi,

ma scoppi infine la sacrosanta rissa,

maschere, e i vostri fini giochi

di deturpato amore: nell’esatto

modo mio di non dovuto

amore e dissipato, gente, vi brucerò.

(1958)

Sereni critica la società che ha un sotterraneo egoismo che corrode tutto. È sbagliato che tutto sia

riconducibile all’amore. Nascondere che le cose vadano tutte bene è la cosa più ipocrita che si possa

fare. Le maschere sono gli ingannatori e gli ipocriti. Sereni vuole dire la sua verità. Senza la 14

comunicazione gli individui vivranno isolati, in solitudine. Sereni riuscirà a far scoppiare

quell’incendio che riuscirà a ripulire la società da tutto quello sporco. Ed è cosi che la poesia di

sereni diventa poesia civile. 16/11/15

LA LINGUA ITALIANA IERI E OGGI

Fu miglior fabbro del parlar materno.

(Purg. XXVI 116)

Ma [il mio poema] l’Africa, che da tempo io posseggo e a cui ho lavorato più che non credessi,

non ha ancora avuto l’opera finale del sarchiello; non ho ancora con esso spezzato le inutili zolle;

non ancora col vaglio uguagliai i ponticelli dei campi disuguali, non ancora, come fa il potatore,

tagliai con la falce i pampini lussureggianti e le siepi spinose. […] Fertilissima parte del mondo è

l’Africa; ottimo tra gli uomini è Scipione, ma nessun uomo è tanto virtuoso, nessuna terra così fertile,

che non abbia bisogno di un solerte cultore, e non basta coltivare una volta, ma chi desidera ricavare

qualche bel frutto dall’animo o dal terreno, non deve stancarsi. (F. P , Familiari XIII 12)

ETRARCA

Molto spesso il lavoro dello scrittore veniva considerato come lavoro manuale, artigianale. Per

“leggere” “raccogliere

esempio significava e mettere in un fascio”. La scrittura che comunica

“stile”

veramente non può prescindere al reale contatto con la vita quotidiana. La parola indica il

“bacchetta”

modo di essere di un autore. La parola stile indicava lo stilus, la che serviva per incidere

sulle tavolette di cera. L’associazione della scrittura alla materialità del lavoro è qualcosa che riguarda

la tradizione antichissima. Anche Dante riconosceva nello scrittore il lavoro del fabbro. Il testo è

tratto da una lettera che Petrarca scrive a un suo amico riguardo al punto di lavorazione del suo poema.

Petrarca raccoglie lettere inviate agli amici nelle quali si notano i suoi modi di lavorare, di scrivere

“Rerum

ecc. nell’opera Familiari Libri”. L’ultimo libro (XXIV) di queste lettere contiene una serie

di epistole che Petrarca invia ad autori classici latini (Cicerone ecc.). il poema Africa è scritto in

latino, riguardava Scipione l’Africano e la conquista di Cartagine da parte dei latini. Il sarchiello è un

attrezzo agricolo che serve per levare le erbacce dall’orto. Togliere le erbacce da un poema significa

togliere tutto ciò che è inutile, gli eccessi, gli argomenti troppo lunghi che sopravvengono sugli altri.

un testo troppo pieno di cose è un testo che risulta poco comunicativo e difficile da capire. Poi vuole

rendere il testo piano, equilibrato, senza quelle parti (zolle) che rendono il percorso del testo poco

coerenti. Petrarca si propone di levigare quelli inciampi cosicché il cammino dentro la sua opera sia

lineare. I passaggi devono venire naturali, non devono creare fatica. Ci vuole un equilibrio tra le parti

di un testo per non rendere disagevole la comprensione. Petrarca si accorge che ci sono parti marginali

del testo che lo possono soffocare. Petrarca sta dicendo che l’argomento del suo poema è fecondo e

sollecita tante ispirazioni, invenzioni e quindi rende ricca la scrittura. Pero non basta che per un poema

si scelga un argomento ricco. Bisogna che l’argomento sia trattato da uno scrittore molto attento a

quello che scrive. Serve un impegno quotidiano per ottenere un testo valido. I contenuti e la lingua

devono essere praticati con una lunga fatica, senza mai stancarsi. La chiarezza di u testo è frutto di

un lunghissimo lavoro.

Io ho un libretto assai più breve d’Aristotile e d’Ovidio, nel quale si contengono tutte le scienze,

e con pochissimo studio altri se ne può formare una perfettissima idea: e questo è l’alfabeto; e non

è dubbio quello che saprà bene accoppiare e ordinare questa e quella vocale con quelle consonanti

o con quell’altre, ne caverà le risposte verissime a tutti i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte

15

le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi,

separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l’accozzare un poco di questo con un poco di quello

e di quell’altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci, ed insomma imitando tutti gli

oggetti visibili, senza che su la tavolozza sieno né occhi né penne né squamme né foglie né sassi. (G.

G , Dialogo dei massimi sistemi, Giornata seconda)

ALILEI

Galilei si pone nei confronti della scrittura. La scrittura ha l’intento di manifestare il proprio

sistema fisico e le ipotesi scientifiche attraverso una prosa chiara e comprensibile da tutti. Galileo

scrive in volgare per trasmettere le scoperte a tutti. La lingua sollecita il lettore in modo polemico nei

confronti degli avversari. La lingua per galileo deve riuscire a rendere la complessità dei fenomeni

fisici attraverso le parole. Galilei di fronte a fenomeni mai visti prima deve usare un linguaggio

quotidiano per dire qualcosa che non è mai stato visto prima, quindi usa un linguaggio metaforico

(es. gli anelli di saturno). Galilei analizza l’alfabeto: l’alfabeto potenzialmente contiene tutto il sapere

di ci l’uomo dispone, perché le combinazioni delle lettere danno origine a tutte le parole attraverso le

quali il sapere è trasmesso. Le lettere dell’alfabeto servono per comunicare il sapere. La scrittura per

galileo ha la capacità di far esistere i fenomeni davanti agli occhi di chi legge. Hanno la stessa forma

comunicativa di un pittore si mette sa dipingere.

Ma sopra tutte le invenzioni stupende, quale eminenza di mente fu quella di colui che si immaginò

di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché

distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell’Indie, parlare

a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e diecimila anni? e con qual

facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta. (G. G , Dialogo dei

ALILEI

massimi sistemi, Giornata prima)

Galileo dice che la scrittura ha la capacita di comunicare ciò che uno pensa a un numero indistinto

di destinatari nell’infinità dello spazio e del tempo. La scrittura è il ponte tra il passato e il futuro. È

ciò che fa della tradizione umana qualcosa di dinamico e di vivo, che non si disperde. È la garanzia

della comunicazione, una comunicazione durevole. Combinando le lettere possiamo avere il dono

dell’ubiquità e dell’immortalità, come gli dei. Possiamo andare al di là del limite dell’uomo, e con la

scrittura abbuiamo superato il limite della vita umana. Attraverso la scrittura i limiti vengono superati

e possiamo ricevere la scrittura che è stata prima di noi e la possiamo tramandare alle generazioni

successive. 20.11.15

Hermes-Mercurio, dio della comunicazione e delle mediazioni, inventore della scrittura […].

Mercurio con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile e adattabile e disinvolto, stabilisce le

relazioni degli dèi tra loro e quelle tra gli dèi e gli uomini, tra le leggi universali e i casi individuali,

tra le forze della natura e le forme della cultura, tra tutti gli oggetti del mondo e tra tutti i soggetti

pensanti. […]

Vulcano-Efesto, dio che non spazia nei cieli ma si rintana nel fondo dei crateri, chiuso nella sua

fucina dove fabbrica instancabilmente oggetti rifiniti in ogni particolare, gioielli e ornamenti […],

armi, scudi, reti, trappole. Vulcano che contrappone al volo aereo di Mercurio l’andatura

discontinua del suo passo claudicante e il battere cadenzato del suo martello. […]

Il lavoro dello scrittore deve tener conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di

Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi;

un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere

altrimenti. (I. C , Rapidità, in Lezioni americane)

ALVINO 16

“lezioni

Per Calvino l’atto della scrittura è composto da due fasi, entrambe fondamentali. L

americane” sono l’ultima cosa che Calvino ha scritto quando è stato invitato da un’università

americana. Calvino morì prima di andare ad Harvard a sostenere queste lezioni. La prima fase che

appare nell’atto della scrittura è quella che pertiene a Hermes Mercurio, il dio della scrittura e della

comunicazione. La immediatezza di comprensione, l’efficacia corrisponde alla figura di Mercurio.

La scrittura deve avere la prerogativa di creare un ponte tra il cielo e la terra, un ponte composto da

un passo abile e leggero. Mercurio stabilisce le relazioni tra gli dei e le relazioni degli dei con gli

uomini. La scrittura nasce dal particolare per poi giungere all’universale. Per Calvino la scrittura da

voce al diverso in quanto è diverso, altrimenti si andrebbe contro ad un’epidemia pestilenziale.

L’epidemia pestilenziale è il contrario della comunicazione. Calvino parla di epidemia che svuota il

linguaggio. Il linguaggio è impoverito secondo Calvino dai Media. Calvino dice che la scrittura mette

in relazione i casi individuali e i casi universali, essa crea una relazione tra le forze della natura e le

forme della cultura. Nel linguaggio c’è una componente sia irrazionale (componente melodica,

immaginaria, sensoriale, vocazione poetica, naturalità) che razionale (la dimensione della cultura,

riguarda la sfera del significato). Anche ciò che appare inanimato contiene una componente di vita

propria che entrando in relazione con i soggetti viene tirata fuori. I poeti vogliono far parlare le cose.

Lo scrittore vuole portare alla luce il significato delle cose.

L’altra dimensione fa leva sulla dimensione del lavoro artigianale: si parla del Dio Vulcano

Efesto: fabbrica delle entità perfette, compiute con precisione.si paragona l’opera letteraria come un

oggetto intellettuale prezioso tanto quanto quegli oggetti non intellettuali preziosi come i gioielli.

L’opera letteraria assume un’oggettualità preziosa. L’oggetto che fabbrica Vulcano è un oggetto che

si può scambiare e donare. Questo Vulcano Efesto va in profondità, si trova nel fondo dei crateri, e

resta staticamente immobile nella sua verticalità, scende nelle viscere della terra. È il dio raffigurato

“storpio”

come ed è stato buttato nelle profondità, è una divinità che zoppica. Quando si legge un

testo compiuto si deve avere l’impressione che questo sia nato di getto, nell’immediatezza, ma

quest’immediatezza in un testo comunicativo, non può essere raggiunta senza che ci sia stato un

grande lavoro da parte dello scrittore. Tanto più un messaggio appare fresco e vivo, più è frutto di un

grande lavoro. L’obiettivo dell’autore non è quello di ottenere l’eleganza, ma quello di essere più

comunicativo possibile. L’obiettivo di tutta la fatica è un obiettivo che va nella direzione di una

chiarezza. all’ideologico,

Tutti i linguaggi, dal politico al pubblicitario, al giornalistico, al burocratico, sono

‘interessati’,

linguaggi mentre lo scrittore ha bisogno di libertà, di mente sgombra. In questo senso

la letteratura potrebbe funzionare da antidoto.

La lingua dunque: è un bene di tutti, un bene pubblico perché per suo tramite si esprimono le idee,

le proposte, le ragioni, ed è invenzione, è analisi, momento di scambio e di condivisione, perciò il

bisogno primario è quello di una lingua media, per tutti. Ma, se questa lingua media di

comunicazione e di scambio tende a diventare non media ma mediocre, invasa da stereotipi da cui

siamo parlati, e ci consumano lo spazio per riflettere, ci negano la libertà di spirito critico, allora

d’ordine

ogni traguardo linguistico non è più acquisito, bensì conformismo, adeguamento a parole

soltanto emotive (G.L. B , Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi).

ECCARIA

Secondo Beccaria la lingua va difesa, vanno difese le sue caratteristiche e la gamma espressiva

l’uso d’essere,

che ha. Per esempio del congiuntivo va tenuto vivo poiché esso ha una ragion in quanto

dell’eventualità

il congiuntivo appartiene alla sfera e non della realtà. una lingua usata male non

risulta comunicativa. Beccaria sottolinea la specificità del linguaggio letterario da tutti gli altri

dell’epidemia

linguaggi. Beccaria si ricollega al discorso pestilenziale che sta contaminando il

linguaggio. Beccaria di fronte alla provocazione di Calvino, dice che tra i tanti linguaggi che esistono,

quello dello scrittore è un linguaggio gratuito. La letteratura costituisce un salvataggio del linguaggio

dall’epidemia che Calvino aveva descritto. La lingua dice Beccaria che è un bene di tutti. Ognuno

17


ACQUISTATO

6 volte

PAGINE

24

PESO

718.48 KB

AUTORE

sese07

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in linguaggi dei media (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Sociologia) (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sese07 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Italiano per la comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof D'Alessandro Francesca.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Italiano per la comunicazione

Appunti esercitazione Giornalismo I semestre
Appunto
Italiano per la comunicazione - dalla letteratura alla pubblicità
Appunto
Letteratura e giornalismo
Esercitazione
Pubblicità
Appunto