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Italiano eri e oggi Appunti scolastici Premium

Appunti di didattica della lingua italiana del professore Mastrocola.
Gli appunti su l'italiano ieri e oggi sono una sintesi dell'evoluzione della lingua nel corso dei secoli, a partire dalle origini della lingua italiana.
Vengono analizzati anche i più importanti autori di tutti i tempi:... Vedi di più

Esame di Didattica della lingua italiana docente Prof. S. Mastrocola

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ESTRATTO DOCUMENTO

Capitolo 15

La passione della scrittura dei viaggiatori e degli scienziati

Federico Cesi, fondatore dell'Accademia dei Lincei e Benedetto Castelli, vero padre della scienza

idraulica moderna, Evangelista Torricelli studioso e l'inventore a cui dobbiamo la scoperta del

barometro e di Marcello Malpigni illustre studioso di anatomia e di botanica. Tutti questi scienziati,

pur seguendo la strada tracciata dal maestro Galilei, vollero evitare ogni difficoltà di natura

teologica, prendendo ad operare solo sul terreno sperimentale, escludendo i più complessi ed anche

più pericolosi e incerti problemi metafisici.

Il tema della letteratura sui viaggi si sviluppò affluente in questo secolo. Si trattò di una particolare

qualità dei nostri mercanti, dei 1000 avventurieri che solcarono i mari di tutto il mondo alla ricerca

di nuovi traffici e di nuovi guadagni o semplicemente mossi da una curiosità intellettuale insaziabile.

Il gesuita Matteo Ricci visse da missionario in Cina per oltre vent'anni, promosse la prima decisa

presenza della civiltà occidentale nell'estremo oriente. Il gesuita pensò alla sua missione come

un'azione ferma e decisa di penetrazione culturale, per abbattere una mentalità e una riflessione

filosofica e religiosa, completamente opposta a quella della compagnia di Gesù e del cattolicesimo

della controriforma. Ricci seppe riconoscere i valori morali proposti daConfucio cercando di

adeguare il messaggio cristiano a modalità accessibili al modo di ragionare dei cinesi. Un'ulteriore

del ‘600

prova della intraprendenza e dello spirito irrequieto dei viaggiatori-scrittori è possibile

rintracciare nel lungo resoconto di viaggio di Pietro della Valle, pellegrino per 12 anni sulla rotta

dalla Turchia all'India. Capitolo 16

L'evoluzione del processo linguistico nel secolo dei lumi

Per la prima volta l'uomo di cultura si sentì cittadino del mondo e comprese di essere impegnato in

una lotta non solo ideologica, ma anche politica nella difesa di una concezione del progresso,

capace di superare ed abbattere i confini dei singoli Stati, per divenire una sorta di religione laica,

universale. Alla base di tale progetto si impose un moto di rinnovamento fondato sulla forza

predominante della ragione, capace di suscitare giudizi critici finalmente autonomi e liberi, in grado

di scardinare e rimettere in seria discussione tutto l'edificio del sapere consolidato nei secoli. Si

svolge un'intensa attività di scambio culturale, accompagnata anche da frequenti viaggi nelle città

come Parigi, Londra, Napoli, Milano nelle quali era più evidente la vita sociale e politica degli

ideologi illuministi. Un altro elemento di novità fu apportato dalla volontà dei governanti di uscire

dalla logica dell'assolutismo. Per la prima volta uomini di cultura vengono chiamati a partecipare

direttamente alla stesura di progetti di rinnovamento costituzionale e successivamente a vigilare sul

reale svolgimento dei lavori. Da questo innovativo patto fra principi, re moderni ed illuminati,

filosofi e letterati consapevoli dell'importanza del loro ruolo di padri del mutamento sociale nacque

gran parte della cultura moderna. Naturalmente un'attività culturale rivolta ad offrire validi

contributi sul piano progettuale e pratico ha dato luogo ad una profonda evoluzione anche dello

scrivere. La fertilità delle ricerche scientifiche e il numero sempre maggiore di scoperte e di

ritrovati in ogni campo, imponeva una rapidità di comunicazione il più possibile rapida e sicura, tale

da non lasciar dubbi sull'effettiva bontà della scoperta. Nel giro di pochi anni la prosa scientifica e

divulgativa di tutta l'Europa conobbe nuove, efficaci ed originali forme testuali le quali fossero ad

un tempo brevi, concise, esaurienti e tecnicamente ineccepibili.

La prosa della cultura illuministica conobbe una serie di tecniche di scrittura piuttosto avanzate per

quel tempo. Un uomo di lettere o di filosofia ecc., per far conoscere in forma chiara e rapida le

proprie riflessioni poteva servirsi “dell'estratto”, cioè di una sorta di riassunto che con poche

folgoranti ma decisive battute, coglieva in pieno il senso della propria discussione. Nel caso invece

di un'analisi scientifica o demografica o socioeconomica che dovesse presentare il solo resoconto

ricerca venne usata la “memoria”, sorta di schedatura sintetica ma al

della propria contempo

efficace ed esauriente. Invece se si doveva presentare il lavoro di indagine personale piuttosto ricco

ed importante sul piano scientifico si ricorreva alla formula della dissertazione, dell'analisi

approfondita e ricca di ogni particolare da pronunciare nei contessi culturali più prestigiosi. Infine si

vuole dar conto dei propri studi in una forma più tradizionale e completa, scrivendo dei lunghi e ben

articolati saggi. Per la prima volta il sapere non è più la diretta manifestazione di una riflessione e di

una meditazione personale. La nuova cultura intende eliminare le forme inutili di superstizione e

cerca di influenzare direttamente il modo di pensare e di agire degli altri uomini. È dunque una

ideologia piuttosto che una speculazione filosofica ed è per questo che la prosa degli scrittori e

illuministi è priva di ogni purezza e retorica.

Capitolo 17

Il recupero dell'imperialismo nella prosa italiana: l'importanza del teatro

Si creò attraverso la commedia grazie alla quale furono finalmente bandite le soluzioni puramente

dotte e letterarie e, al contempo, furono messi da parte i miti e le norme severe del classicismo.

Carlo Goldoni fu il primo a creare il teatro realistico in Italia. La sua formazione culturale,

sicuramente elevata e ben radicata nella tradizione italiana fu però enormemente ampliata

dall’esperienza teatrale. La passione con la quale, fin da giovane seguì la commedia regolare

toscana del Cicognini e contemporaneamente lesse avidamente Moliè e il teatro comico spagnolo

davvero esaltante in quel periodo, segnò in maniera definitiva il suo impegno verso l'arte della

rappresentazione scenica. In effetti il vero obiettivo di quel teatro fu la possibilità di dar vita ad

opere moderne ed incisive, mettendo finalmente fine all’immitazione dei modelli di Plauto e delle

rappresentazioni popolari. Goldoni più a lungo volle studiare la commedia dell'arte, cercando di

carpire agli attori il gesto più sicuro, il movimento più studiato, l'espressione più naturale. Goldoni

fu il primo ad avvertire la falsità, la convenzionalità, la comicità spesso oscena e triviale, la

mancanza di realismo, il tono elementare scontato delle recitazioni a soggetto della commedia delle

maschere. Comprese con rara coscienza estetica i limiti di quel teatro e le finalità di una salda

trasformazione linguistica e metodologica. Parlò infatti della noia cui erano condannati gli spettatori

nell’ascoltare

nel vedere sempre le stesse cose, sempre le medesime parole, nel sapere in anticipo

ciò che avrebbe detto Arlecchino o Dorotea.

Si prospettava però un difficile problema: disegnava in primo luogo fare accettare agli attori l'idea

di imparare la parte scritta rinunciando così alla facile improvvisazione. Goldoni ha dovuto faticare

a lungo alla fine gli attori si convinsero, capirono che finalmente cessavano di essere delle pure

marionette e diventavano attori veri, testimoni e partecipi di una rivoluzione culturale importante, di

un'impresa davvero esaltante. Goldoni seppe accostarsi alla realtà, eliminando ogni rapporto con il

linguaggio letterario aulico, lontano dal reale. Il suo è un gusto popolano, vivido, efficace.

Occorreva compiere un gran balzo per passare dal mondo della letteratura a quello della vita. Dal

sistema del Metastasio tutto impastato nei libri e nelle citazioni dotte si giunse alla commedia dei

fatti reali, delle cose quotidiane. Goldoni evitò anche il rischio di restare ingabbiato nella struttura

pur affascinante ed avvincente del dialetto, che lo avrebbero condannato ad una posizione

secondaria, priva di riflessioni a livello nazionale. Il lungo periodo di permanenza fuori di Venezia

a Pisa gli servì per imparare il toscano, per uscire dalla convenzionalità dell'ingaggio veneto, per

diventare in una parola europeo e italiano. La sua prosa è sempre asciutta, rapida, diretta priva di

inutili aggettivi, lontana dalla flessuosa ma spesso inutile retorica. La prosa di Goldoni volle

opporre gli aspetti profondi, drammatici e grotteschi delle cose umane, mescolandoli alle piccole

meschinità, alla falsità sociale, ai 1000 fatti quotidiani.

Capitolo 18

cultura e letteratura in Italia alla fine del secolo decimo ottavo

Lo straordinario sviluppo in sede internazionale e la contemporanea diffusione, nella repubblica

delle lettere, delle opere scritte in francese e inglese suscitarono opposti sentimenti nella cultura

“la

italiana. Di qualche interesse soprattutto sul piano storico è certamente biblioteca dell'eloquenza

italiana” scritta da Giusto Fontanini e portata poi a termine da Apostolo Zeno. Si tratta di

un'interminabile serie di notizie, di aneddoti che in qualche modo costituisce una sorta di storia

romanzata delle forme e dei generi letterari più usati nel tempo. La prima enciclopedia della

letteratura e della critica letteraria in Italia dà il titolo “Gli iscritti d'Italia” di Gian Maria

che nella sua “La

Mazzucchelli. Girolamo Tiraboschi storia della letteratura italiana”, seppe offrire

un giacimento vastissimo di informazioni di ogni genere intorno a letterati, scienziati, uomini di

cultura e naturalmente artisti di tutta la storia italiana. Ciò che conta è però la dedizione scrupolosa

“La

ad una ricostruzione fedele dei dati posseduti. L'opera del Gravina intitolata ragione poetica”

compaiono giudizi estetici molto validi che riescono a raggiungere la sostanza profonda, lo spirito

creativo di ciascun autore. Il Gravina comprese la necessità di tenersi lontano tanto dalle tendenze

razionalistiche cartesiane, quanto dalla vuota fantasia e creatività degli autori del barocco, nella

consapevolezza del valore morale della poesia e della sua assoluta ricerca della verità in una forma

d'arte sempre nuova ed in evoluzione. Sullo stesso piano possiamo porre l’attività di critico

Saverio Bettinelli la cui diffidenza verso le forme radicali dell’illuminismo si

letterario del gesuita

unì ad una intelligente quanto consapevole riflessione contro il vuoto culturale e poetico degli

arcadi e contro la noiosa pedanteria degli epigoni del classicismo. Da tale impostazione culturale

derivò un forte impulso a combattere la letteratura fatta di parole,di giochi di rime e di versetti,

priva di veri sentimenti morali e di partecipazione diretta alla vita. Contro i puri letterati e contro i

poeti occasionali vengono così riproposte le personalità forti ed esaltanti dei geni di ogni tempo

come Omero, Dante, Ariosto, Tasso, Radice. Non meno dura è la sua polemica contro i poeti

incapaci di liberarsi dall’ossessione dell’imitazione di Francesco Petrarca.

Capitolo 19

La nascita della lingua italiana letteraria moderna

Il lungo cammino della lingua italiana nel corso dei secoli giunge ad una definitiva soluzione

nell'opera letteraria di Alessandro Manzoni, il cui magistero artistico e culturale fu certamente il

centro di tutta la discussione poetica del primo 800. Le opere da lui scritte sono oggetto di studio

ancor oggi. La grandezza del Manzoni fu proprio nell'aver intuito che un'opera di letteratura diventa

vera poesia, solo se riesce a conquistare un linguaggio diretto, autonomo capace di esprimere con

pienezza semantica, ma con la naturalezza delle cose semplici per tutti, anche le problematiche più

ardue e complesse. Il percorso manzoniano fu così lento ma sicuro. Dalle prime opere in versi nelle

quali il linguaggio della poesia, simile a quello usato da tanti poeti contemporanei si mostrava

esterno, logoro e piuttosto impreciso il poeta tentò nella poesia religiosa degli Inni sacri di

esprimere un contenuto vero, sincero, senza retorica. Fu usato un linguaggio vicino al mondo

classico, liturgico ma priva di una sostanziale capacità di rappresentazione poetica. I versi si

presentavano a volte troppo scarni, a volte troppo ricchi di coloritura classica. Un buon risultato fu

ottenuto con la scelta metrica del settenario ode a Napoleone. Il verso breve permise al poeta un

E’ molto

discorso senza troppi aggettivi. interessante a questo punto ricordare che in una lettera

all'amico francese Fauriel, Manzoni affrontando il problema del linguaggio, aveva affermato che

tutta la sua ricerca linguistica era tesa a raggiungere una forma espressiva nella quale i personaggi

riuscivano a parlare secondo la loro vera e intima natura, mettendo da parte le scelte prosastiche

quanto l’eccesso poetico proprio delle tragedie e della lirica classica. Lo stile delle tragedie possiede

qualcosa di artificiale. Solo ponendosi di fronte alla scrittura di un romanzo in prosa Manzoni pensò

di mettereda parte il linguaggio retorico per poter usare una lingua viva, spontanea e naturale.

Possiamo affermare che la prosa narrativa non esisteva nella nostra tradizione. Non esisteva in quei

tempi una prosa italiana capace di presentare una narrazione priva di abbellimenti retorici e di

forme classicheggianti, in grado di seguire il discorso parlato, riproducendo fedelmente la mentalità

e la sintassi popolare. Proprio in opposizione agli eccessi di esterofilia, cui si abbandonavano gli

illuministi lombardi nacque un movimento letterario dal nome pretenzioso il purismo. Utilizzando il

linguaggio e la sintassi del 300 o del 500 il problema della prosa italiana restò però sostanzialmente

irrisolto. Era assurdo che si scrivesse in una lingua di parecchi secoli prima in un mondo in così

rapida trasformazione. Capitolo 20

La prosa di Alessandro Manzoni

senza neppure aver pensato all'inizio all’effettiva difficoltà della situazione, si ritrovò nella

Manzoni

strana condizione di non sapere in quale forma far parlare i protagonisti della propria storia, in quale

linguaggio raccontarla. Quando invece intendeva esprimere riflessioni proprie di carattere morale o

religioso, gli venivano in mente le forme retoriche della tradizione italiana, del tutto lontane dalla

vita concreta e reale o finiva per pensare nella lingua che usava quotidianamente in famiglia: il

culto ed evoluto della grande cultura del ‘600. In effetti era stato il padre Eustachio Degola

francese

a suggerire a Manzoni di studiare i grandi scrittori e oratori francesi del secolo diciassettesimo come

Arnauld, Nicole e Massillon. Da questi autori poté per la prima volta avvicinarsi ad una dimensione

più profonda della vita superando il materialismo della filosofia illuministica. Di fronte al problema

della lingua da usare nel romanzo Manzoni esito più volte e alla fine si trovò a scrivere in un

linguaggio ibrido, privo di effettiva presenza realistica e di accettabile intensità espressiva. Esisteva

a quei tempi un vocabolario milanese-toscano elaborato dal Cherubini. Si rese conto che nella

composizione iscritta l'unità del linguaggio è sicuramente l'elemento più importante e che quindi la

necessità primaria, unica, incondizionata in fatto di lingua era la interna coerenza di tutti i suoi

elementi. La lingua è un organismo vivente e le parole si richiamano l'una all'altra e le forme

espressive debbono possedere un'unica logica. Bisogna costruire un linguaggio interno ed

omogeneo, ma vivo e reale, lontano da ogni ricostruzione personale da ogni apporto del passato,

libresco e privo di vivacità. La scelta di risiedere per qualche tempo a Firenze gli permise di

prendere appunti, di stabilire relazioni personali che avrebbe poi continuato per lettera. Egli

intendeva rintracciare uno stile unico per il proprio romanzo, prendendo come base una lingua viva,

L’esistenza di una lingua letteraria, del tutto diversa

parlata. dalla lingua parlata, gli sembrava

quanto mai inutile e inconcludente. Al tempo stesso era assai lontano dall'idea che la letteratura

dovesse rappresentare con forte passione i sentimenti del popolo giungendo persino ad usare il

dialetto. D'altra parte il dialetto fiorentino non poteva essere la soluzione linguistica del problema

del romanzo. Manzoni cercava soltanto uno stile unico che fosse a un tempo né dialettale, né troppo

letterario ma fosse vivo, vero, concreto. La vera grande conquista del romanziere fu nell'inseguire

un risultato linguistico unitario, del tutto coerente con la tradizione italiana ma al tempo stesso

lontano dalle forme retoriche e dagli apporti di altre nazioni. Il lavoro durò almeno 10 anni.

Attraverso un processo lungo e faticoso Manzoni ottenne finalmente una frase armoniosa e piana,

una prosa capace di esprimere un ritmo interno serrato e compatto. Mutando con dignità e rigore il

discorso narrativo precedente riuscì così ad ottenere una prosa curata, poetica e al tempo stesso

salda ed efficace. Probabilmente l'opera alla quale può essere accostata e il Paradiso perduto di

Milton. Come Leopardi, anche Manzoni avvertiva la lingua italiana scritta di quegli anni come se

era esenzialmente una lingua morta. Capitolo 21

Giacomo Leopardi e il problema di una lingua italiana moderna

I grandi esempi di Platone, di Luciano, di Cicerone, di Erasmo spinsero nel 1824 Leopardi a tentare

una strada già progettata parecchi anni prima: scrivere dialoghi di forte impronta satirica grazie ai

quali avrebbe potuto deridere le illusioni e i falsi valori del mondo, facendo così della satira un

formidabile sostituto della lirica. I dialoghi che il poeta chiamò Operette morali sono spesso molto

brevi, e privi di una intensa discussione filosofica che invece sembrava assai più rilevante nelle

pagine dello Zibaldone e dei Pensieri. Forse nell'antichità solo Luciano di Samosata aveva saputo

cogliere con un linguaggio schietto e tagliente, le amare considerazioni intorno all'uomo e al suo

destino. La sua prosa è quella di una letterato finissimo, di un filologo che conosce tutti i valori

semantici della lingua scritta e che sta muoversi con agilità mettendo da parte gli arcaismi

inutili.Leopardi si convinse ben presto che gli scrittori del 500 presentavano una lingua molto più

completa formata di quella del 300. Con grande intelligenza si rese conto della necessità di

aggiornare una lingua, di renderla cioè vicina alle esigenze culturali del tempo. La lingua italiana

era rimasta una lingua poetica, al massimo presente nel teatro e nell'epica ma del tutto arretrata

rispetto alla lingua della filosofia moderna. Leopardi dimostra così di aver compreso in piedi i limiti

di tutta la discussione sulla lingua letteraria italiana: occorreva rompere la vecchia sintassi, mettere

da parte i giochi retorici, superare completamente le regole dell'accademia, ponendosi finalmente in

ascolto del popolo e cogliendo le infinite occasioni che la vita quotidiana sa offrire ad un

osservatore attento e giudizioso. Naturalmente influì molto sulle sue scelte la posizione filosofica di

completo scetticismo e pessimismo cui era pervenuto. Si convinse pertanto di non avere altra scelta

che quella di trovare la miglior forma possibile, usando una lingua morta della letteratura italiana.

Con grandissima audacia ed intelligenza egli capì che l'italiano è incapace di uno stile che abbia due

qualità ripugnanti e contrarie essenzialmente. Egli ricordò che neppure Galilei è riuscito a

combinare insieme i due requisiti fondamentali di uno stile moderno, diretto ed efficace. Si trattò di

una lingua molto studiata, elegante ma non imitativa come la prosa del classicismo, combinata

attraverso un gioco sottile di accostamenti e di opposizioni non sempre di facile comprensione.

Leopardi non possedeva la pietas verso il lettore che fu propria di altri autori a lui contemporanei.

Gli piacque sempre costruire un pensiero sofisticato, ricco di continue allusioni, ellittico di molti

passaggi, del tutto lontano dalle concezioni usuali della cultura contemporanea e soprattutto privo di

una vera conclusione. In questo probabilmente anticipò di molti decenni la grande letteratura

straniera della fine dell'800 e del secolo ventesimo.

Capitolo 22

La prosa del Risorgimento

Uno dei temi ricorrenti di tutta la letteratura italiana è stato nel corso dei secoli l'attacco al mondo

delle concezioni e della visione della vita religiosa cattolica. Gran parte della storia civile non solo

dell'Italia ma dell'intera Europa è stata determinata dalla volontà di erigere steccati e barriere nei

confronti di Roma e del suo magistero non solo religioso ma anche politico e culturale. Le posizioni

fortemente anticlericali, massoniche e iperlaiche presenti in Italia nella seconda metà dell'800

allorché la maggior parte dei pensatori sviluppò la convinzione che l'ostacolo primo ad ogni

possibile soluzioni di indipendenza e autonomia nazionale era rappresentato dalla presenza del

papato nella nostra nazione. Non si teneva contro di un elemento culturale innato nel mondo civile

italiano ad ogni livello. Come Niccolò Tommaseo seppe ben dimostrare, il cattolicesimo era

presente in Italia e non era possibile pensare di eliminarlo per decreto. Il popolo italiano aveva nel

sud e nel nord dell'Italia una profonda fede nella Madonna e nei santi; ignorare tale condizioni

significava allontanare completamente dal processo di rinnovamento politico culturale di tutte le

masse. Questo fu l'errore madornale di gran parte degli attori principali del Risorgimento italiano:

ritenne la fede una superstizione da combattere in maniera decisa per estirparla dal contesto civile.

Tommaseo fu l'unico a comprendere che un Risorgimento senza la presenza diretta della Chiesa

sarebbe rimasto un compromesso privo di sostanza civile. Il suo ingegno era altissimo ma gli mancò

la forza di penetrare nella vera cultura italiana. In verità fra il 1830 e il 1848 furono moltissimi gli

intellettuali che scrissero, fecero proseliti, si batterono con forza per il trionfo della iniziativa

cattolica nel Risorgimento. In tale direzione si mosse innanzitutto Vincenzo Gioberti, il cui

temperamento rivoluzionario e la cui ardente fede nelle idee di Mazzini erano accompagnati dalla

consapevolezza che l'unificazione del territorio nazionale era la conclusione, necessaria di un

processo politico e militare da condurre a termine ad ogni costo. Con grande fermezza e con forma

rapida ed essenziale il Gioberti spiega le cause del fallimento dei moti risorgimentali. In primo

luogo indica con un grande senso storico gli errori e le contraddizioni del mondo dei gesuiti. Poi

riconosce i limiti dell'azione politica di Pio IX e contemporaneamente di tutto il movimento

cattolico all'interno della questione patriottica. Con fine intuitivo politico sa individuare i veri

responsabili del fallimento, nella eccessiva spinta municipale del Piemonte e delle altre regioni e

nella radicalizzazione delle posizioni anticlericali delle Risorgimento stesso. Sul piano linguistico e

stilistico si mossero Cesare Baldo, Giacomo Durando e Massimo d’Azeglio e Leopoldo Galeotti.

Ben robusta fu l'opera dei due pensatori più stimati Raffaele Lambruschini fu un prete intelligente

ed attivo, pronto ad affrontare i problemi educativi a cui dedicò gran parte della propria vita. Egli

ritenne possibile la fusione della fede religiosa nelle aspirazioni del Risorgimento, perché solo in tal

modo sarebbe stata effettuata la vera unificazione dello spirito italiano. Gino Capponi, fu un ottimo

studioso di pedagogia ed un'interessante esponente del cattolicesimo liberale, egli cercò di spiegare

quanto fosse importante ai fini di un coinvolgimento effettivo del popolo e quindi di una vera

proficua rivoluzione nazionale, la presenza di un cattolicesimo aperto e vicino alle istanze più

importanti della politica del tempo. Ben presto il clero e la gerarchia ecclesiastica in Italia si

trovarono in una condizione di forte arretratezza rispetto allo sviluppo delle idee del positivismo,

del darwinismo, dei scientisti, della razionalismo radicale, che trovavano poi sicuro rifugio

nell'aumento moderata degli addetti alle società segrete di chiaro stampo massonico e di ancor più

sicuro intento anticlericale. La pubblicistica di quel periodo risentì decisamente di questa

opposizione fra cattolici e liberali, i cattolici intransigenti da un lato e il laicismo ad oltranza

dall'altro. Il mondo cattolico continuò ad esprimersi con una convinta ostilità nei confronti delle

idee liberali. D'altro canto la cultura laica ed anticlericale non risparmiò i propri colpi contro

l'oscurantismo, di cui finiva per macchiarsi una gran parte del mondo cattolico. In questo assai

confuso panorama di idee e di iscritti contrapposti la decisione del Papa Pio IX di pubblicare nel

1864 la lista di 80 dottrine che la Chiesa condannava quali manifestazioni di ateismo, apparve ben

presto eccessiva ed inutile. La lunga lista papale dava l'impressione di una condanna definitiva,

priva di appello di tutto il pensiero degli ultimi secoli, come se il cattolicesimo si arroccasse

all'interno delle mura pontificie, chiudendosi completamente nella venerazione del passato e nel

rifiuto totale del mondo contemporaneo. Certamente si trattò di una scelta inopportuna ed inefficace

e lasciò tracce negative sul cammino della cultura cattolica. La lingua così ricca di arcaismi, di

espressioni inconsuete ed assai remote, non poteva avvicinarsi alla coscienza generale della nazione

e finì per segnare un ulteriore fossato anche sul piano della comunicazione. In effetti il libro servì

soltanto a rendere definitiva la frattura all'interno della società italiana fra la cultura risorgimentale,

il liberalismo e ogni altro movimento sociale politico da un lato e il cattolicesimo dall'altro.

Capitolo 23

La scuola democratica e la sua cultura

Sul piano ideologico i democratici si ponevano sulla linea dei ideali liberali, illuministi della

rivoluzione francese: erano ideali laici, fortemente antiecclesiastici, che ritenevano fondamentale

l’aspirazione alla costruzione e al tempo stesso intendevano escludere del tutto la ingerenza

religiosa nelle attività politiche. Ben presto sembrò che in Italia si riproponesse l'antica divisione tra

guelfi e ghibellini, che aveva spaccato la coscienza civile nelle lunghe contese del medioevo. La

Chiesa restò sostanzialmente incapace di prendere iniziative nel campo dei problemi sociali, politici,

culturali, limitandosi ad offrire il solito insegnamento del catechismo e dei precetti morali senza mai

raggiungere lo spirito nuovo presente in gran parte del popolo. I laici democratici, dall'altro lato,

prestarono sostanzialmente ascolto alle ideologie illuministiche senza mai entrare negli strati più

vasti della popolazione, restando così sostanzialmente estranei allo sviluppo ordinato delle masse.

Carlo Cattaneo, coraggioso combattente nelle giornate di rivolta milanese del 48 partecipò poi con

grande energia all'azione del governo di milanese provvisorio che tentava di unificare la Lombardia

Piemonte, egli è un esempio di letterato e patriota che meglio rappresenta la forza del pensiero

democratico. Cattaneo sviluppò rapidamente una teoria federalista, secondo la quale le regioni di

tutte le città lariane avrebbero dovuto unificarsi in un patto nazionale, elaborando una costituente

unica, che lasciasse però in opera le rappresentanze parlamentari di ogni Stato. Egli pubblicò nel

1838 una rivista destinata a segnare un importante traguardo nei rapporti, sempre complessi e

cangianti, fra il mondo dei letterati umanisti e quello degli scienziati, dei matematici, dei fisici. Il

Politecnico che Cattaneo fondò diffuse e continuò a scrivere quasi da solo fino al 1844, rappresenta

ancor oggi un modello di riferimento per qualsiasi iniziativa culturale che intenda cogliere appieno

le opportunità, che un dialogo proficuo e costruttivo fra la cultura scientifica e quella più spiccata

mente umanistica può offrire. Capitolo 24

La storiografia e la critica letteraria

La filosofia di Hegel dominò completamente la scena culturale europea per almeno quarant'anni. Il

filosofo tedesco ebbe il merito di creare una coscienza storica, un sentire comune per gran parte

degli storici e dei filosofi di quegli anni. Alla base della sua concezione filosofica storica si pone

l'identità fra il pensiero e il fatto, nella certezza che ogni realtà umana è completamente realizzata

nell'atto stesso e pertanto essa corrisponde a quanto di meglio si poteva ottenere in quel momento.

Ma nel giro di pochi anni si venne a consolidare in maniera polemica due diversi schieramenti che

rispecchiavano chiaramente le due eterne anime della spiritualità e della cultura nella nostra

penisola. Da un lato gli studiosi che ritenevano possibile una chiara e netta affermazione della

indipendenza e dell'autonomia italiana solo all'interno della tradizione cattolica, come aveva fatto

Giberti dimostrando che l'Italia stessa coincideva con il cattolicesimo, con il papato e che la

missione del popolo italiano era quella di seguire gli insegnamenti della Chiesa cattolica. Dall'altro

lato invece si mosse il partito degli eterni ghibellini, dei laici a oltranza per i quali la rivoluzione

politica in Italia non poteva non passare attraverso il superamento e l'annullamento stesso di ogni

L’idea neoguelfa

riferimento alla religione cattolica. fu seguita con grande impegno da Cesare

Balbo, per il quale la storia d'Italia non poteva essere ricostruita se non intorno alla Chiesa e alla sua

millenaria vicenda storica. La sua opera più importante ebbe il titolo di Sommario della storia

d'Italia e fu scritta nel 1846. Alla base della sua riflessione si pone l'idea che tutta la storia italiana

deve essere letta in funzione della presenza, più o meno radicata, dello spirito religioso. Balbo

divide la storia d'Italia e in sette epoche, ma ne esalta soltanto due: quella della repubblica romana e

quella dei comuni, capaci di sconfiggere l'imperatore germanico e di esprimere valori religiosi ben

chiari. Sul versante invece della storiografia ghibellina si pone il libro di Giuseppe Ferrari “La

filosofia della rivoluzione”. È un testo nel quale viene svolta una apologia totalmente totale della

rivoluzione e deve essere una rivoluzione anticristiana. Convinto che solo l'ateismo rivendica ogni

diritto dell'uomo, lo fa essere il suo pontefice e il suo imperatore, egli ritiene possibile una vera

rinascita della spiritualità italiana, solo attraverso la eliminazione totale di qualsiasi dipendenza con

la religione cattolica. Per Ferrari esiste solo un nemico eterno della storia d'Italia, il papato e il suo

cristianesimo.

Francesco De Sanctis merita un discorso a parte, perché ha offerto un contributo determinante alla

causa dell'indipendenza nazionale e della formazione delle nuove classi sociali italiane. La sua

figura di patriota, di studioso insigne, di uomo politico e di educatore della coscienza culturale della

nuova Italia, lo pone al vertice di una ipotetica piramide degli uomini importanti del Risorgimento.

Un suo merito fu quello di aver saputo cogliere ciò che era più valido nella poetica romantica,

eliminando gli eccessi del sentimentalismo e del soggettivismo, spinto agli estremi ma soprattutto

rilevando il limite principale delle teorie estetiche di Schlegel e Hegel, per i quali l'opera d'arte

consiste nell'idea che nella sua rappresentazione sensibile. Fu proprio De Sanctis l'autore di una

storia letteraria italiana nella quale la presenza del papato e l'influenza della Chiesa cattolica

rappresentano il polo negativo, per le scelte dell'oscurantismo culturale e del conservatorismo

politico, di fronte al quale si era mossa nei secoli la energia vitale di tutta la nazione da Dante fino

al Leopardi. Ciò che conta però nella storia nella nostra ricostruzione del percorso della lingua e del

discorso della cultura italiana è la straordinaria unità e fermezza di disciplina stilistica che traspare

da tutte le sue opere. La chiarezza dell'esposizione e grazie all'interno principio di valutazione che

permette alla sua ricostruzione storica di non essere solo una raccolta di notizie di analisi critiche,

ma abbandonando il rozzo contenutismo romantico, si propone come un rigoroso è serio

consequenzialità degli assunti rendono la storia

accostamento diretto alla letteratura. L’estrema

letteraria di Francesco De Sanctis un assoluto modello, anche di novità linguistica nella modernità e

contemporaneità degli linguaggio. Si deve dire che il sistema di valori con cui il critico ricostruì la

storia d'Italia era in qualche modo limitato e non riusciva a comprendere le espressioni artistiche

discordanti dalla sua posizione ideologica. Capitolo 25

L'età del darwinismo: una nuova lingua per una nuova scienza

La seconda metà del diciannovesimo secolo conobbe in tutta l'Europa la definitiva affermazione

delle grandi scoperte scientifiche, collegate tutte alla convinzione che l'uomo, come tutti gli altri

esseri naturali, è solo un composto di forze fisiche e rigorosamente determinato da fattori ereditari,

ambientali e fisiologici. Viene escluso il ricorso a forze spirituali viene negata ogni possibile

ingerenza della trascendenza. Il sentimento religioso viene così definitivamente messo da parte.

Lamark e Darwin furono due scienziati che hanno impostato un nuovo sistema di pensiero,

destinato a rivoluzionare non solo il modo di pensare e di ragionare di un'intera epoca ma a

cambiare quasi del tutto anche l'impostazione generale della prosa e della lingua in Italia e in

Europa. Il sistema scientifico, cui Darwin diede origine, ha come suo elemento portante il concetto

della lotta per la resistenza e per la sopravvivenza, la quale tutti gli esseri viventi sono sottoposti. È

una battaglia che determina comunque la vittoria e quindi la sopravvivenza solo degli esseri più

adatti all'evoluzione naturale e perciò capaci di assumere più rapidamente le risoluzioni di ordine

ideologico e fisico, necessaria per affrontare le terribili richieste dell'ambiente e del conflitto della

vita. Gli studi di Darwin, attraverso molte osservazioni di carattere rigorosamente scientifico,

riuscirono a spiegare con molta semplicità l'evoluzione delle forme della vita sulla terra, attraverso

una selezione naturale che ha permesso solo alle specie più apprezzate e alle forme più complesse di

vita di sopravvivere e di superare la barriera del tempo. L'idea centrale del secondo libro di Darwin,

intitolato “La provenienza dell'uomo”, pubblicato nel 1871 era la certezza che l'uomo discende da

esemplari particolari di scimmie, in qualche misura assai vicine alla struttura umana.

L'affermazione filosofica, secondo la quale tutto dipende da leggi della meccanica e non esiste

alcuna forza trascendentale o spirituale che possano intervenire sul processo culturale, incontrò

entusiastico favore. Il nuovo verbo fu quindi la filosofia del positivismo, nella fiducia assoluta nella

capacità della scienza di risolvere rapidamente ogni problema.

Fu acquisita anche da scrittori e letterati che corsero ad abbracciare la nuova impostazione,

mettendo rapidamente da parte le storie di eroismi, di amori romantici, di avventure commoventi, di

cose poetiche alla maniere del primo 800. L'arte doveva, coerentemente con la nuova visione

scientifica, prende di mira la realtà sociale, rivelandone gli aspetti nascosti, le vicende più severe e

lontane dalla mediocrità piccolo borghese del tempo. Vennero così alla luce le storie di miseria, di

vizio, di sfruttamento proprie delle zone più depresse della città. Lo scrittore diveniva così la lista

degli strati più degradati della società; la sua parola doveva essere di conseguenza in linea con la

realtà, evitando ogni aggiunta esteriore, facendo apparire una sorta di racconto spontaneo dei fatti.

Capitolo 26

La scrittura del positivismo

Il romanzo italiano della seconda metà dell'800 è sicuramente di gran lunga inferiore nella sua

complessità ai capolavori del mondo francese, inglese e russo. Però sul piano della resa stilistica

della capacità di rappresentare in forma piana e oggettiva una vicenda reale, i risultati raggiunti da

Giovanni Verga in alcune delle sue migliori novelle, I malavoglia, si pongono sicuramente al

vertice di tutta la produzione europea del secondo 800. Ancora una volta fu il genio italiano a

operare il vero miracolo: dimostrando che il proposito di analizzare in maniera scientifica la scienza

delle classi sociali era davvero poco efficace. L’arte deve descrivere uomini, folle, idee, entusiasmi,

conquiste, vittorie, sconfitte e non più fermarsi a cercare le cause e le conseguenze degli eventi

storici. Verga riusciva a tornare al mondo vero, al modo di vivere che conosceva e che gli appariva

più chiaro è vicino negli occhi della mente e nell'amore della memoria.

Capitolo 27

L’età dell'illusione nazionalista

Il secolo diciannovesimo era stato caratterizzato dall'illusione di poter far coincidere il cammino

della storia con il passo delle idee. L'idealismo ed una straordinaria fiducia nella patria, nella

scienza e l'arte trovarono eccezionali interpreti in tutta Europa, nella convinzione che ben presto

tutte le contraddizioni e le difficoltà del reale sarebbero state superate e la divina essenza dello

Spirito prima e della Materia poi avrebbero restituito la libertà agli uomini, offrendo loro la

possibilità di vivere nel migliore dei modi possibile, ma questa illusione svanì. Nel giro di pochi

anni ci si accorse che la scienza è prigioniera delle proprie forme e che non ne esistono risposte

definitive. Sembrò allora in Italia che il vuoto lasciato così in fretta da tante effimere fedi,

naufragate nel mare dello scetticismo fosse in qualche modo colmato dalla nuova grande illusione,

che percorreva pericolosamente le terre di tutta l'Europa, indicando nuovi ideali fatti di esaltazione

della identità nazionale, della forza militare e naturalmente di quel terribile strumento di morte e

distruzione che è la guerra. Sul fronte religiose morale Fogazzaro tentò a più riprese di

ammodernare e rendere meno antiquato il discorso della religione cattolica senza particolari risultati.

Capitolo 28

La suggestione dannunziana e il mito del superuomo

Gabriele D’Annunzio è un personaggio la cui parabola letteraria , sociale, mondana, militare e la cui

vicenda umana era destinata a segnare nel bene e nel male un'intera epoca, alla quale affidò un

messaggio fatto non solo di ben 49 volumi pubblicati ma anche di gesti eroici, interventi politici

militari e soprattutto di una intensa e irripetibile, esperienza di uomo, che ha messo da parte le

categorie usuali attraverso le quali può essere giudicata la vita di un individuo. Ha scritto nel 1889

“Il piacere”, è una prosa altamente poetica rappresenta in forma esemplare tutto ciò che l'autore

intendeva essere, scrivere, raggiungere nel tempo. Il protagonista Andrea Sperelli è proprio tutto

quello che Gabriele e quindi gran parte dei lettori avrebbe voluto essere: un'amante immortale, un

conte ricco, colto intelligente, legato ad un amore indicibile con la più bella e la più nobile delle

donne dell'aristocrazia romana ma ancora di più, conteso dalle principesse, dalle baronesse e da

tutte le donne dei migliori salotti di Roma. Andrea è una sorta di semidio vivente. Scrive versi

sublimi, conoscere alla perfezione le arti della guerra. L'aggettivo con il quale vengono classificate

tutte le sue qualità e divino, così come è divina Elena Muti, la sua donna e come divini sono tutti i

loro gesti, le loro azioni, le loro parole. Gabriele - Andrea sostituisce al senso morale il senso

estetico, ad un’onesta condotta di vita una sorta di viaggio infinito nella vita voluttuosa,

nell'inseguimento di impossibili traguardi al di là dei limiti umani. La prosa che sorregge e che dà

lustro a questo inverosimile romanzo è frutto di una abilità letteraria, che riesce ad ottenere risultati

straordinari narrando storie stupefacenti, descrivendo amori e personaggi meravigliosi, trovando

sempre l'espressione più fine, più poetica, più realistica in apparenza. Sul piano puramente

linguistico l'esperienza dannunziana appare nella storia letteraria italiana come una sorta di

gigantesco e inarrestabile diluvio universale, trascorsi gli effetti del quale, nulla resta come prima

ma anche nulla viene effettivamente mutato in senso positivo. Alla base di tutta la poetica

dannunziana si pone l'idea che la musica, la vitalità e la luminosità della parola contino più dello

stesso contenuto. Ciò che veramente importante è l'orditura degli epiteti, la costruzione rotonda del

periodo, che si avvicina molto alla tensione della poesia. Tutto ciò non ha inciso nell'evoluzione e

nella crescita della lingua italiana. Fu D'Annunzio a trovarsi alla testa del movimento di idealismo,

di nazionalismo, di aspirazione all'eroico, di religione della patria che spinse l’ Italia, dapprima allo

scontro decisivo della prima guerra mondiale e poi al fascismo.

1915: conduce un intenso propaganda interventista

1918: organizza l'azione contro l'Austria, che chiamerà la bella di bruciarli e volo su Vienna

1919 e il direttore e comandante della marcia sul Fiume e dell'occupazione della città

1921 l'esercito italiano sgombera Fiume e D'Annunzio si ritirerà

Capitolo 29

Il primo dopoguerra: gli anni dell'avvento del fascismo

La guerra si era conclusa con la vittoria delle truppe dell'Intesa, ma gravi permanevano i motivi di

contrasto e d’inquietudine nell'Europa nelle Americhe. Il numero degli scontenti cresceva di giorno

in giorno e D'Annunzio coniò uno slogan di grande effetto parlando di “una vittoria mutilata”.

Proprio in quegli anni l'Italia entrò in una spirale di difficoltà economiche assai gravi: la grande

parte dell'industria era stata convertita alla produzione bellica e pertanto, alla fine delle ostilità, la

mancanza di commesse remunerative provocò migliaia e migliaia di disoccupati. In più c'era il

flagello dell'inflazione che decimata il potere d'acquisto della moneta dei ceti meno abbienti, che

vedevano così polverizzati i loro risparmi. Lo scrittore più serio fu certamente Francesco Saverio

Nitti, uno statista alle prese con i gravi problemi della finanza, della ridefinizione dei debiti lasciati

dalla guerra e soprattutto della loro posizione dell'Italia nello scacchiere politico europeo,

determinata dalla implosione dei quattro grandi imperi precedenti. Il suo libro “ Europa senza pace”

fu certamente l'espressione di un animo nobile e di una intelligenza vigile e pronta, capace di

ricostruire fedelmente la situazione socio-economica dell'Italia del continente europeo in quella

complessa situazione storica. Il partito socialista non seppe andare oltre la lotta sindacale, la

rivendicazioni fiscale priva di fondamento giuridico ed economico, lo anticlericalismo vago e

incerto e soprattutto l'eccitante prospettiva di ripetere a breve termine l'esperienza della rivoluzione

L’insufficienza della cultura

russa conquistando così definitivamente il potere, anche in Italia.

filosofica impedì una rielaborazione critica del messaggio di Carlo Marx e di Lenin. Il socialismo

italiano si riduceva ad una polemica generica contro i padroni, contro i borghesi, senza mai

raggiungere quel livello morale da cui scaturiscono le grandi vittorie sociali, nel coinvolgimento

totale delle coscienze verso un obiettivo riconosciuto da tutti come necessità assoluta e primaria. Un

tragico errore di prospettiva che avrebbe di lì a poco ha aperto la strada all'avanzata massiccia della

reazione fascista. I cattolici seppero dimostrarsi come una forza attiva contro il fascismo. La

dottrina di Don Sturzo si basava sulla limitazione dei poteri dello Stato, a favore delle

amministrazioni cittadine e regionali, subordinando altresì lo sviluppo dell'attività economica agli

interessi generali della comunità, in una visione di solidarietà cristiana. Il movimento cattolico

divenuto partito popolare cercò dapprima di indirizzare la politica del governo verso forme di

partecipazione ai bisogni e alle richieste provenienti dagli strati più bassi della società. Ben presto il

partito si ritrovò spaccato ed una parte di esso simpatizzava per le forze fasciste perché videro in

Mussolini una volontà di difesa della religione e della tradizione cattolica contro l'avanzata del

materialismo ateo di matrice marxista. Il primo governo formato da Mussolini il Partito Popolare

ottenne cinque ministeri tra i più importanti e propugnò una stretta e leale alleanza con il fascismo.

Il fascismo sembrava restituire al movimento cattolico la giusta dimensione nella vita della società

italiana. Inutilmente don Sturzo nel congresso del Partito Popolare fece approvare il principio di una

collaborazione condizionata col governo fascista. Nel giro di pochi mesi la gerarchia ecclesiastica

nelle sue sfere più elevate, decise di stringere un patto definitivo con Mussolini. Dopo le elezioni

del 1924 La Chiesa ritrovò a fianco di Mussolini al quale rivolse, dopo lo scampato pericolo

dell'attentato, parole di grande solidarietà e partecipazioni sentimentale, dimostrando così una totale

soggezione al capo del governo italiano. La cultura cattolica in quel momento abdicava totalmente

ad ogni forma di libertà intellettuale e morale, lasciando così nelle mani dello Stato fascista

l'educazione delle nuove generazioni nella pericolosissima ideologica della nazione come supremo

valore e dell'odio e della violenza come mezzo di esaltazione del Dio-Stato. Da quel momento i

cattolici italiani si schierarono quasi totalmente con il fascismo senza rendersi conto che quella

tutela apparentemente protettiva, che il governo garantiva, avrebbe soffocato interamente il progetto

religioso e al suo posto sarebbero restati soltanto i riti esteriori, le processioni con la benedizione

dei gagliardetti e il totale asservimento al potere politico. La cultura cattolica in quegli anni

abbandonò completamente ogni partecipazione attiva al processo di evoluzione dello Stato.

Mancarono degli uomini capaci di esprimere in maniera del tutto autonoma l'esperienza del

cattolicesimo in età moderna. Le conseguenze di tale errore non tardarono a farsi sentire. I giovani

più intraprendenti intellettualmente scelsero la cultura laica che offriva soluzioni più facili e più

rapide di carriera. Capitolo 30

Un importante pensatore e scrittore nel secolo ventesimo in Italia

I pensatori che hanno maggiormente influenzato la cultura italiana del 900 sono stati: Benedetto

Croce e Antonio Gramsci. Sul piano puramente ideologico e su quello della rilevanza popolare il

pensatore sardo abbia espresso una cifra personale intensa e tale da intervenire direttamente e

indirettamente in tutte le vicende politiche e culturali dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri,

sovrastando almeno sul piano ideologico la presenza della cultura italiana del grande filosofo

abruzzese-Napoletano che resta, però, pilastro essenziale del 900. Alla base del pensiero di Gramsci

si pose l'idea che il marxismo dovesse essere prima di tutto una grande riforma intellettuale morale.

Se queste erano le fondamenta della sua visione scientifica della storia, determinanti furono anche

le influenze di Mazzini e di Nicolò Machiavelli. Un altro elemento essenziale della sua scelta

politica fu la certezza che le vicende storiche di un popolo sono il frutto di un'opera concreta e

continua di crescita morale, grazie ad un'azione di educazione, che parta dal basso e raggiunga tutte

le rive della società. La qualità superiore di tutto l'universo culturale di Antonio Gramsci è

sicuramente la straordinaria capacità di linguaggio, il procedere sicuro attraverso argomentazioni

anche complesse grazie ad una capacità di ricostruzione del divenire storico, difficilmente presente

in altri i pensatori. La lingua di Gramsci è infatti piana, accessibile sempre, riconoscibile per il suo

procedere attraverso esempi concreti, fatti reali interpretati con grande intuizione e inseriti con

facilità in un disegno di cui è costituito da una premessa fondamentale. In contrasto con Croce egli

capì per primo che non sono le idee a fare la storia. Il motore primo della vicenda storica umana è

costituito dalla rete di esperienze, di rapporti, di pensieri che sono in primo luogo situazioni reali e

quindi fatti storici. La filosofia della prassi, che Gramsci definisce come l'umanesimo assoluto della

storia è l’aderenza totale alla situazione nella quale gli uomini si trovano ad operare mettendo da

parte ogni scelta aprioristica. La ricostruzione di tutta la storia culturale dell'Italia divenne così per

Gramsci l'occasione ideale per giungere ad una conoscenza obiettiva delle contraddizioni della

realtà, grazie alla quale sarebbe stato possibile intervenire direttamente sul processo dialettico delle

vicende storiche, risolvendo con una chiara impostazione pragmatica i problemi così come essi si

configuravano sullo scacchiere della politica interna e internazionale. Sconfitto dal fascismo, il

movimento socialista e comunista non riuscì a conquistare spazi sociali sufficienti e conobbe spesso

la violenza e la dittatura e della repressione. Gramsci fu arrestato e condannato a vent'anni di

prigione. il suo spirito volle resistere alla violenza subita. La sua rivincita furono gli studi, le

appassionate letture di tutto il panorama letterario italiano nel corso dei secoli, dai quali seppe trarre

molti volumi di notte, di osservazioni e di critiche che avrebbero costituito, nel suo disegno politico

ideologico, gli strumenti per la lotta delle idee ai suoi compagni. I Quaderni del carcere sono ancor

oggi un testo assai utile per comprendere la dialettica culturale italiana nel secolo ventesimo.

Gramsci seppe affrontare anche problemi più specificamente letterari, rigettando le valutazioni

puramente contenutistiche che i marxisti di scarsa levatura hanno sempre ribadito, affermando a più

riprese che un'opera d'arte non può essere: “bella per il suo contenuto morale e politico e non già

per la forma in cui il contenuto astratto si è fuso ed immedesimato”. Il pensatore sardo finì per

confondere il progresso filosofico ed intellettuale, che sempre di natura morale ed è quindi crescita

nella scoperta della realtà, con lo sviluppo nazionale sociale che è invece di ordine materiale e

pratico. Gramsci impostò la sua ricostruzione del discorso letterario in Italia sui pregiudizi di natura

laicistico-risorgimentistica, che avevano segnato tutta la cultura italiana della fine dell'800. Un

errore comunque si commette quando si ritiene che le indicazioni offerte nei Quaderni del carcere

siano modelli assoluti di critica letteraria. Gramsci ha compiuto uno sforzo sovrumano per non

essere travolto dall'abbrutimento del carcere. Occorre invece riconoscere al suo tentativo una

straordinaria spinta morale, un disegno nobile di indicare un percorso nuovo, una strada per le

nuove generazioni. Capitolo 31

Dal secondo dopoguerra ai giorni nostri

prima della grande guerra: “La guerra non cambierà nulla e tutto resterà come

Renato Serra disse

prima”. Gli autori hanno continuato a inseguire i fantasmi della propria immaginazione, della

propria fantasia, i critici hanno inutilmente cercato nuove ragioni di indagini e di giudizio senza

riuscire a intervenire direttamente nel processo culturale dell'Italia in anni particolarmente turbolenti

e complessi, nei quali si è giocato il destino della nostra nazione.

Eugenio Montale ha approfondito la sua ricerca sull'assenza per l'uomo di approdi possibili,

Moravia ha inseguito nel romanzo la dissoluzione completa dell'individuo schiacciato da forze

sconosciute e violente, Ungaretti non è più riuscita a trovare la scarna ma efficacissima capacità

espressiva delle prime opere, Pavese ha scavato nella sua psiche fino a trovare il capolavoro. Altri

ancora hanno percorso strade nuove, indagato nuovi luoghi, inventato nuove vicende, costruito


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ninja13

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Appunti di didattica della lingua italiana del professore Mastrocola.
Gli appunti su l'italiano ieri e oggi sono una sintesi dell'evoluzione della lingua nel corso dei secoli, a partire dalle origini della lingua italiana.
Vengono analizzati anche i più importanti autori di tutti i tempi:
Giovanni Boccaccio
Leon Battista Alberti
Niccolò Machiavelli
il Ruzzante
fino ad esponenti contemporanei come Carlo Emilio Gadda.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Mastrocola Silvio.

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