L'Italia nel secondo dopoguerra
L'unità antifascista e la ricostruzione
Dopo la liberazione dal nazifascismo (aprile 1945) avvenne la riunificazione politica del Paese sotto la guida di un governo di unità nazionale (che subentrò a quello di Ivanoe Bonomi), espressione dei partiti antifascisti del CLN, presieduto dal leader del Partito d'Azione e comandante partigiano Ferruccio Parri (giugno-novembre 1945), la cui sovranità era però condizionata e limitata dalle forze militari alleate anglo-americane. Nonostante tale riunificazione, inoltre, persisteva una differenziazione tra Nord e Sud del Paese:
- Nell'Italia settentrionale, dove aveva operato la Resistenza, era diffusa la rivendicazione di un profondo rinnovamento democratico delle istituzioni politiche e della società (secondo quello che il leader socialista Pietro Nenni aveva chiamato il vento del Nord) ed i CLN locali avevano dato vita ad organismi di autogoverno, che rivendicavano un riconoscimento ed un ruolo nelle istituzioni statali che andavano ripristinandosi.
- Nell'Italia meridionale, che era rimasta sostanzialmente estranea alla Resistenza, avevano conservato il potere i tradizionali gruppi dominanti e si manifestava una maggiore continuità con la monarchia sabauda ed il regime fascista.
Il governo Parri dovette innanzitutto affrontare la grave crisi economica causata dalla guerra (penuria di viveri, inflazione, disoccupazione), avviando il processo di ricostruzione e di normalizzazione, con il ripristino dell'autorità statale e dell'ordine pubblico. L'emergenza alimentare e la priorità della ripresa produttiva relegarono così in secondo piano l'esigenza di profonde trasformazioni politiche e sociali. Le rivendicazioni più radicali della Resistenza dovettero essere accantonate, anche a causa della pressione degli Alleati, che temevano un'eccessiva democratizzazione e l'affermazione delle sinistre, e della necessità di ottenere una maggiore credibilità internazionale in vista della conclusione dei trattati di pace. Per questi stessi motivi l'epurazione di esponenti fascisti dagli uffici pubblici fu solo parziale e vennero avviati la smobilitazione ed il disarmo delle formazioni partigiane, per assicurare il ristabilimento dell'ordine pubblico, turbato da rappresaglie contro i fascisti e da vendette private.
Le divergenze tra le forze antifasciste, dovute anche ai riflessi sulla vita politica italiana della contrapposizione bipolare che andava profilandosi a livello internazionale, provocarono la caduta del governo Parri e la costituzione di un nuovo governo di coalizione dei partiti del CLN, presieduto dal leader della DC Alcide De Gasperi (dicembre 1945-giugno 1946), con Nenni vicepresidente ed il comunista Togliatti alla Giustizia. Tale governo operò una svolta moderata, con la definitiva esautorazione dei CLN locali, sostituiti nell'amministrazione locale da funzionari di carriera, e la proclamazione di un'amnistia per i reati politici volta a favorire la riconciliazione nazionale, provvedimenti che limitarono notevolmente il processo di epurazione.
Il governo De Gasperi decise inoltre di affidare la soluzione della questione istituzionale ad un referendum.
Il referendum istituzionale e la Costituzione repubblicana
In vista del referendum istituzionale il re Vittorio Emanuele III, già ritiratosi a vita privata dopo la liberazione di Roma (giugno 1944), abdicò in favore del figlio Umberto II (maggio 1946), il re di maggio, nel tentativo di ridare credibilità alla monarchia sabauda, ritenuta compromessa con il regime fascista.
Il 2 giugno 1946 si tennero, a suffragio universale maschile e femminile, sia il referendum istituzionale che le elezioni per l'Assemblea Costituente. Il referendum decretò la vittoria di misura (54%) della repubblica. Umberto II fu costretto all'esilio in Portogallo con i discendenti maschi di casa Savoia (riammessi in Italia dal 2002) ed il liberale Enrico De Nicola fu nominato Capo provvisorio dello Stato.
Le elezioni per l'Assemblea Costituente videro:
- L'affermazione dei tre grandi partiti di massa: DC (ca. 35%); PSIUP (ca. 20%); PCI (ca. 19%).
- La sconfitta delle forze liberali tradizionali (il PLI di Benedetto Croce e la Democrazia del lavoro), che avevano guidato l'Italia pre-fascista ed erano ancora legate ad una visione piuttosto elitaria della politica e alla struttura dei partiti d'opinione, le quali ottennero solo il 7% ca.
- Il crollo di una delle forze politiche protagoniste della Resistenza, il Partito d'Azione, che ottenne solo l'1,5% ca. e si sciolse nel 1947, a causa delle divergenze interne tra liberaldemocratici e socialisti e del suo scarso radicamento popolare.
- L'inatteso successo del Partito dell'Uomo qualunque (ca. 5%), fondato dal commediografo Guglielmo Giannini, di orientamento conservatore, che propugnava il rifiuto generico della politica, l'estraneità rispetto all'impegno civile, l'ostilità nei confronti dell'autorità statale, dei partiti politici e del parlamentarismo, e che aveva riscosso consensi soprattutto nel Mezzogiorno, dove era tradizionalmente più diffusa l'ostilità nei confronti dello Stato e più scarsa era stata la partecipazione attiva alla vita politica, anche a causa della mancata esperienza della Resistenza. Tale successo fu tuttavia effimero, in quanto il partito si sarebbe sciolto nel 1948.
Nel dicembre del 1947 l'Assemblea Costituente approvò la nuova Costituzione repubblicana, che entrò in vigore il 1° gennaio 1948, rimpiazzando lo Statuto albertino in vigore dal 1848. Essa era espressione delle tre fondamentali componenti dell'antifascismo (cattolica, socialista e liberale), che costituisce il fondamento dell'Italia repubblicana. Secondo tale costituzione l'Italia è una repubblica democratica e parlamentare. Si tratta di una costituzione basata sul principio liberale della separazione dei poteri, tra i quali ha una preminenza quello legislativo.
Essa prevede infatti la centralità del Parlamento (bicamerale, articolato nei due rami della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica), espressione della sovranità popolare, eletto a suffragio universale maschile e femminile e detentore del potere legislativo. Il governo, detentore del potere esecutivo, è responsabile nei confronti del Parlamento, che gli concede la fiducia, ed è dunque espressione della maggioranza parlamentare. Il potere giudiziario è autonomo ed indipendente dagli altri due ed è esercitato dalla magistratura (i giudici), il cui organo di autogoverno è il Consiglio superiore della magistratura (CSM), presieduto dal Capo dello Stato, il Presidente della Repubblica, il cui mandato è settennale. Quest'ultimo è eletto dal Parlamento (non è prevista la sua elezione popolare diretta, tipica del presidenzialismo, che i costituenti esclusero per evitare l'affermazione di un forte potere personale, come quello del Duce) ed è, come si è detto, presidente del CSM, garante della Costituzione, capo delle Forze armate e rappresentante dell'unità nazionale. Detiene la facoltà, consultati i gruppi parlamentari, di affidare l'incarico di formare il governo e di nominare il Presidente del Consiglio dei ministri (il capo del governo) e quella di sciogliere le camere ed indire nuove elezioni.
Secondo la Costituzione la forma repubblicana non è suscettibile di revisione costituzionale e la ricostituzione del partito fascista è illegittima. La Costituzione, come si è detto, fu il frutto di una sintesi tra le diverse tradizioni politico-culturali che avevano animato la Resistenza. Oltre ad accogliere i principi del liberalismo (con la tutela dei diritti e delle libertà dell'individuo), infatti, essa, in ossequio a quelli del socialismo, afferma il dovere da parte dello Stato di garantire, oltre che l'uguaglianza giuridica, formale, tra i cittadini, anche quella sostanziale, socio-economica, rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che ne limitano l'uguaglianza e la libertà e impediscono il pieno godimento dei diritti di cittadinanza (secondo quanto contenuto nell'art. 3). La Costituzione, pertanto, non tutela e promuove soltanto i diritti politici e civili, ma anche quelli sociali, come il lavoro, sul quale è fondata la Repubblica (cfr. art. 1). Accanto ai diritti individuali dei cittadini la Costituzione afferma anche i loro doveri di solidarietà nei confronti della collettività e la realizzazione della loro personalità nelle diverse "formazioni sociali" (art. 2), coniugando la tutela dell'individuo (d'ispirazione liberale) e della dignità umana (d'ispirazione cristiana) con una visione solidaristica, tesa alla promozione del bene comune e dell'interesse generale (tipica del personalismo e del comunitarismo cristiani e della concezione marxista).
Infine, la Costituzione, pur tutelando la libertà di culto, recepì i Patti lateranensi del 1929, riconoscendo il cattolicesimo come religione ufficiale dello Stato, privilegio poi eliminato con il nuovo concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica del 1984. Un altro elemento tipico della tradizione cattolico-democratica assunto dalla Costituzione fu il regionalismo (fondato sul principio di sussidiarietà affermato dalla Dottrina sociale della Chiesa), con il riconoscimento dell'autonomia degli enti locali, anche se le regioni sarebbero state istituite solo nel 1970.
La rottura della coalizione antifascista e le elezioni del '48
Dopo le elezioni per l'Assemblea Costituente si formò un nuovo governo di unità nazionale, sempre presieduto da De Gasperi (giugno 1946-maggio 1947), comprendente esponenti dei tre grandi partiti di massa (DC, PSIUP e PCI) e del PRI (Partito Repubblicano Italiano), un partito le cui origini risalivano ai tempi della Sinistra storica, erede della tradizione mazziniana, di orientamento liberal-democratico e laico, nel quale erano confluiti alcuni esponenti del Partito d'Azione. Le crescenti divergenze che si manifestarono all'interno della coalizione di governo, soprattutto tra la DC, di orientamento moderato, e le sinistre, condussero alla progressiva rottura dell'unità delle forze antifasciste, che pure continuavano a collaborare nell'ambito dell'Assemblea Costituente. Una prima conseguenza di questa spaccatura fu la scissione interna subita dal PSIUP (scissione di palazzo Barberini del gennaio 1947).
Giuseppe Saragat, in contrasto con la linea del segretario del partito Nenni (che era favorevole ad una stretta alleanza con i comunisti), fondò il PSLI (Partito socialista dei lavoratori italiani), divenuto più tardi PSDI (Partito socialista democratico italiano), di orientamento socialdemocratico e riformista, favorevole ad una più stretta collaborazione con la DC ed i partiti moderati ed ostile al comunismo sovietico. Il PSIUP riprese invece il vecchio nome di PSI.
Il governo De Gasperi firmò il trattato di pace con gli Alleati (febbraio 1947), che considerava l'Italia, nonostante gli sforzi compiuti già da Badoglio e dalla monarchia sabauda per sganciarsi dall'ex-alleato nazista e nonostante la lotta partigiana, come Paese sconfitto. Le perdite territoriali subite e la questione di Trieste favorirono la diffusione di un movimento nazionalista ed antidemocratico, che aveva già trovato la sua espressione politica nell'MSI (Movimento sociale italiano) (dicembre 1946), che si considerava erede del fascismo e si ispirava in particolare alla Repubblica di Salò.
Nel maggio del 1947 avvenne la rottura definitiva della coalizione antifascista. De Gasperi, conformemente alla dottrina Truman del contenimento, estromise socialisti e comunisti dall'esecutivo. Si passò così da un governo di unità nazionale ad uno monocolore democristiano (composto cioè di soli dc), di orientamento moderato e filostatunitense, sempre guidato da De Gasperi, del quale entrarono successivamente (dicembre 1947) a far parte esponenti del PSLI, del PLI e del PRI. Tale governo si preoccupò anzitutto della tutela dell'ordine pubblico, soprattutto in funzione anticomunista, reprimendo (ad opera del ministro dell'Interno Mario Scelba) una serie di manifestazioni contro il carovita e la disoccupazione, ed accettò il piano Marshall (1947), i cui aiuti economici erano subordinati all'assunzione di un orientamento filo-occidentale ed anticomunista.
Le prime elezioni politiche dopo l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, per la prima legislatura dell'Italia repubblicana, si tennero il 18 aprile 1948. In esse si affrontarono due schieramenti nettamente contrapposti: il Fronte democratico popolare, composto da socialisti e comunisti, da una parte, e la DC dall'altra, sostenuta dalla Chiesa (che promosse una sorta di crociata anticomunista), dagli USA (che minacciavano la revoca degli aiuti economici in caso di vittoria del Fronte) e dalle forze moderate e conservatrici, preoccupate dal pericolo rosso. La campagna elettorale fu molto accesa, caratterizzata da una massiccia propaganda e da un aspro scontro ideologico, in quanto le elezioni furono avvertite come decisive per la scelta di campo dell'Italia tra i due blocchi internazionali. La DC era accusata dal Fronte di voler tutelare gli interessi del grande capitale e dei ceti dominanti, in continuità col fascismo, tradendo gli ideali democratici ed egualitari della Resistenza, e di voler ridurre l'Italia ad un protettorato americano. Il Fronte era accusato dalla DC di voler promuovere una rivoluzione sovietica e subordinare l'Italia all'URSS, violando i principi liberal-democratici. Il PCI di Togliatti era guardato con diffidenza a causa della sua cosiddetta doppiezza: da una parte affermava il principio della democrazia progressiva, che prevedeva la graduale realizzazione del socialismo per via democratica e non rivoluzionaria; dall'altra non rinunciava al legame con l'URSS, con la conseguente subordinazione alla politica estera sovietica.
Le elezioni furono caratterizzate da una forte polarizzazione dei consensi tra i due principali avversari. La DC ottenne una netta vittoria (48,5% dei voti), mentre il Fronte, indebolito dalla scissione del PSLI di Saragat, ottenne il 31%. Gli altri partiti (liberali, monarchici, missini) ottennero percentuali poco rilevanti. Questo risultato determinò la definitiva adesione dell'Italia al blocco occidentale, con l'ingresso nella NATO (1949) e la partecipazione al processo di integrazione europea.
L'egemonia della DC e la formula del centrismo
La vita politica italiana nel secondo dopoguerra fu pertanto caratterizzata dall'egemonia della DC, il principale partito di governo della Prima Repubblica. Con questo termine s'intende quella fase della storia repubblicana che coincide sostanzialmente con la guerra fredda e si chiuse, pertanto, con la caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1989, e la conseguente crisi dei partiti tradizionali, motivata anche dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli (avviate nel 1992) che li portarono alla dissoluzione. I governi della Prima Repubblica guidati dalla DC ebbero un orientamento moderato, filostatunitense ed anticomunista. Della maggioranza di governo fecero parte anche i partiti laici moderati e riformisti: PLI, PRI e PSLI (poi divenuto PSDI).
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Italia dal 1800 al 2000
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Il secondo dopoguerra in Italia
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Ricostruzione Italia nel secondo dopoguerra
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Italia fascista