Istituzioni di storia della filosofia
Le origini
La filosofia nasce nella Grecia antica nel VI secolo prima di Cristo. Filosofia, amore per il sapere, è un'ampia gamma di possibilità di pensiero non riconducibile a una definizione univoca. Fu Aristotele a definire i confini di una disciplina che non aveva ancora raggiunto la maturità. Per lui importante era la filosofia della natura: i suoi oggetti erano gli elementi di cui sono composti i corpi naturali e le cause che spiegano i processi di questi corpi.
Talete è stato il primo a interessarsi dei fenomeni naturali, ma egli non sapeva di essere il primo filosofo: gli antichi sapienti delle origini avevano interesse per la natura, ma questo non è il carattere distintivo della filosofia. La separazione che avviene tra poeti e primi filosofi sta nella differenza tra logos e mito, cioè il racconto delle imprese degli dei e il discorso razionale sulla realtà naturale e la vita umana.
Il nascente percorso filosofico non si distinse per i suoi contenuti, ma è un discorso che riflette su se stesso, che non si limita a discutere tesi intorno ai fenomeni naturali, ma si pone il problema di come sia possibile la conoscenza di questi oggetti. Il discorso filosofico deve argomentare la validità delle proprie tesi, se le sue asserzioni siano in grado di offrire la garanzia della propria verità.
La filosofia nasce in Grecia tra il IX e l'VIII secolo a.C., poiché non vi esisteva un forte apparato statale centralizzato, non c'era nessuna chiesa con una casta sacerdotale dotata di potere sulla società, ma vi erano miti e culti locali, cui testi di riferimento erano Omero e Esiodo. Non esisteva una tradizione culturale secolare.
Inoltre, i popoli non potevano più vivere in villaggi di difficile accesso, sperduti e in mezzo alle montagne, ma dovevano organizzarsi per difendersi dagli attacchi esterni e bisognava accumulare provviste per le carestie. Così avvenne un rifacimento della struttura urbana. La società greca si organizzò nelle polis, città stato indipendenti dove il potere venne conquistato dalle ricche famiglie locali.
La polis fu un modello di struttura tipicamente e solamente greca che prevedeva l'attiva partecipazione degli abitanti liberi alla vita politica. In virtù di una tale corrispondenza, l'uomo greco era portato a sentirsi organicamente inserito nella sua comunità. Ognuno trovava la propria realizzazione nella partecipazione alla vita collettiva e nella costruzione del bene comune.
Questo modello di armonia tra pólis e kósmos sarebbe poi iniziato ad entrare in crisi con l'avvento della sofistica, i cui esponenti erano soliti mettere in dubbio l'esistenza di fondamenti universali insiti nella natura, sulla base di un soggettivismo e un individualismo sempre più accentuati, che avrebbero progressivamente intaccato lo spirito di cittadinanza della polis. Ma qui la gestione del potere doveva auto legittimarsi, quindi la società greca si formò senza una sovranità.
Per la giustizia, invece, a giudicare erano i rappresentanti della comunità cittadina: è nelle assemblee politiche che prende forma il carattere della società greca, il confronto fra tesi contrapposte, la capacità persuasiva del discorso. La riflessione filosofica nasce quindi nello spazio vuoto di un'autorità statale, quando la ricerca della verità si pone come possibilità aperta.
Nacquero rivalità teoriche, una pluralità di verità che facevano parte della natura della filosofia. Essa poteva sostenere la validità della sue ipotesi in due modi: uno accomuna la filosofia alle forme della sapienza poetica, dove la filosofia si muove ancora in una conoscenza di tipo popolare. Il secondo tratta dell'inferenza filosofica, che mira a produrre enunciati la cui verità sia oggettiva.
La forma primaria è la tautologia, cioè il predicare l'identità del soggetto nell'esclusione di predicazioni contrarie. Poi vi è l'analogia, che consiste nell'analizzare la struttura di un fenomeno per ricavarne la comprensione di uno ignoto. Questi procedimenti analogici possono trovare spiegazioni plausibili per fenomeni ignoti.
Per i filosofi antichi la filosofia non era solo una professione, ma era un modo di vita: il filosofo si distingueva dagli altri non solo per quello che pensava, scriveva o insegnava, ma anche per il modo con in cui viveva. Il modo di vivere dei filosofi doveva rispecchiare il loro pensiero. Essi si presentavano come maestri di verità, profeti ispirati, dotati di qualità e di intelligenza sovrumane.
Questi filosofi si riferivano a un gruppo ristretto di seguaci, ma anche agli uomini in generale. Di conseguenza essi pretendevano di poter avere il potere, cosa che per un po' ebbe successo per i pitagorici. Somigliante alla setta pitagorica su l'accademia fondata da Platone, autore dei primi scritti filosofici dell'occidente, che possedeva programma di studio, che poi imitarono altre scuole filosofiche. Platone fu.
Aristotele invece non credeva che i filosofi non potessero governare, e limitò i suoi insegnamenti ai discepoli, differenziandosi dagli altri filosofi, perché si interessò di diversi campi disciplinari, scrivendo dei trattati, che venivano studiati nella sua scuola, il liceo, che si occupava della formazione regolare di specialisti.
Inizia così l'epoca delle scuole e dei loro maestri, nate ad Atene, insieme a quella stoica e quella di Epicuro. Queste scuole erano dirette da un caposcuola e costituivano il veicolo attraverso il quale si trasmettevano le tradizioni di pensiero, con la nascita di conflitti tra le varie scuole.
Queste rivalità fecero irrigidire le varie forme filosofiche, che fecero nascere nuove forme di pensiero. In queste scuole vi era il commento dei testi dei maestri, il che significava renderlo disponibile per i discepoli. Nasce un sistema filosofico che si presta a riassunti e schemi che vennero elaborati nei manuali di scuola.
La necessità di disporre di testi scritti in un linguaggio semplice, determinò la nascita di un linguaggio tecnico della filosofia. A queste tendenze si opponeva lo scetticismo, che metteva in dubbio che la ragione umana potesse raggiungere argomenti basati sull'osservazione diretta.
Nei periodi successivi giunsero le monarchie ellenistiche, poi la repubblica e lo stato imperiale romano, contribuendo alla formazione del filosofo da maestro di vita a professore. Ma la filosofia antica si trovava in una situazione precaria, stretta tra uno stato imperiale autoritario e una intolleranza religiosa verso ogni forma di pensiero non ortodossa.
Nel 529 l'imperatore Giustiniano chiuse la scuola d'Atene, considerato un covo di paganesimo e di libertà di pensiero. Nel 642 gli arabi invadono l'Egitto e distruggono la biblioteca di Alessandria.
I presocratici
Essi si sviluppano tra il VII e il IV secolo a.C., i precedenti a Socrate. Il pensiero dei presocratici ci è giunto solo attraverso fonti indirette, suddivise in frammenti, spesso incompleti. La raccolta di riferimento per questi frammenti è quella del 1903 di Ermanna Dies e Walter Aranza, ed è un lavoro che costituisce l'opera completa di tutti gli autori presocratici.
L'opera è divisa in tre gruppi:
- Testimonianza, antiche citazioni della vita e dottrine dell'autore
- Piissima vera, le esatte parole dell'autore
- Imitazioni, lavori che prendono gli autori come modello
In quest'opera, il pensiero di quelli che sono definiti come presocratici è incentrato sugli aspetti naturali. Sappiamo di loro grazie alle informazioni di Platone o Aristotele, soprattutto le sue, che sembra ne conoscesse bene le dottrine. Solo che egli trasferisce con un suo linguaggio le concezioni dei suoi predecessori.
Le informazioni che abbiamo consistono in due tipi:
- La tradizione diretta, cioè i documenti di cui vengono riportati i passi delle opere perdute
- La tradizione dossografica, cioè i resoconti forniti da autori successivi
La scuola di Mileto
Tra il VII e il VI secolo si sviluppa una condizione di pensiero unitaria, in Ionia, iniziano a circolare nuclei di sapere destinati a venire ripresi dai greci. Aristotele, parlando dei pensatori ionici, li definisce fisici, studiosi della natura, interessati a tutto ciò che accade nel mondo. La collocazione in Asia Minore è sinonimo di colonie, ovvero di rapporti con il vicino oriente e quindi stimolo per venire a contatto con nuove conoscenze.
Indagini recenti sulla storia della filosofia confermano una continuità tra le culture diverse tra loro, e tra gli studiosi vi è Giorgio Colli, studioso di filosofia antica, scrisse "La Sapienza Greca" nel 1977, che inizia da molto prima di Talete e si riallaccia al mito, sottolineando il legame tra sapere mitico e storico. Per Colli la sapienza è uno stato conoscitivo indotto dall'estasi.
Per parlare del passaggio dal mito al logos, bisogna riferirsi alle credenze dell'antico Egitto, dove si parla più di una entità divina ordinatrice, perché si cercava di identificare il dio più forte di tutti, capace di ordinare il caos. La contrapposizione tra mito e logos viene spiegata da Francis Cornford nel "Principium Sapientiae" del 1951, dove il principio ha a che fare con lo stile di vita stesso.
In tutto il testo c'è riferimento a Dio: il principio della sapienza poggia su un timore reverenziale nei confronti di Dio. Il vero sapere non è quello scientifico, ma quello mitico, e per questo non c'è un vero inizio della filosofia. In tutte le culture interviene un principio ordinatore, che è l'acqua, ed è un concetto che prende piede in maniera più articolata in Grecia.
Per Cornford il mito ha importante valenza rituale, e il rito viene inteso come attività che rinforza la struttura sociale ed assume valenza collettiva. Il logos è un contenitore ampio che si articola in maniera differenziata, poiché, per articolare un discorso, posso aver bisogno di strumenti diversi che a volte attingono anche al mito. Il contesto storico e sociale della filosofia è essenziale, poiché il messaggio filosofico va considerato in base alla comunità che lo deve ricevere.
La separazione tra mito e logos dei quattro filosofi delle origini è molto secca e figlia del suo tempo. Talete nacque nel 625 a Mileto, e viaggiò in Egitto e Mesopotamia riportando in Grecia vaste conoscenze di astronomia e geometria. Per le sue scoperte fu definito il più saggio dei sette sapienti, individui semi leggendari ai quali erano attribuite sentenze che riassumono il pensiero morale greco. Morì nel 550.
Egli aveva svariati interessi e in ciascuno di questi acquisisce conoscenze di grande importanza. La sua concezione più nota è quella secondo la quale l'acqua è principio di tutte le cose, un'applicazione di tipo cosmologico, secondo la quale la terra poggia sull'acqua. Talete è colui che continua l'approccio arcaico, ed egli viene considerato il primo filosofo da Aristotele.
Egli infatti, definisce i presocratici come fisici, naturalisti, i cui brani ci sono arrivati grazie alle diverse scuole di pensiero. Il problema per lui sta nell'identificare un arché, un principio primo che spieghi la realtà: all'inizio vi era un grande mare, poi si formarono la terra e i corpi celesti, dove l'intero cosmo viene trasportato dal mare. I più saggi tra i sacerdoti egiziani dicono che Omero e Talete siano i discepoli degli egizi, perché pongono nell'acqua il principio di tutto, mentre per loro Oceano e Teti sono autori delle generazioni delle cose, e l'acqua su cui giurano gli dei è lo Stige. Per gli egizi era il Nilo fonte di salvezza. Quindi non è certo che Talete sia il primo filosofo, perché potrebbe aver preso le sue idee dalle tradizioni egiziane.
Anassimandro
Nasce nel 610 e fu discepolo di Talete. Fu attivo in politica e disegnò la prima cartina geografica del mondo conosciuto. Morì nel 540. Di questo pensatore ci è pervenuto un frammento da Simplicio, dove si riporta la teoria dell'Apeiron, una massa indeterminata dal quale tutto prende origine e dove deve tornare. Quindi egli è convinto che tutto sia originato dal fango marino.
Il termine centrale è quindi apeiron, privo di limite: tutte le cose nascono da un magma originario e, quando si separano da esso, commettono una sorta di peccato, e con la morte possono ritornarvi. Esse nascono per un principio di separazione, dove un movimento rotatorio gli opposti si sviluppano. Si sottolinea la conflittualità delle cose, la loro lotta per affermarsi.
Anassimene
Nacque nel 586 e fu discepolo di Anassimandro. Si occupò di meteorologia e astronomia e morì nel 528. Terzo rappresentante della scuola di Mileto, che ipotizza che la centralità delle cose è nell'aria: tutto si produce per fenomeni di condensazione e rarefazione dell'aria. Di lui ci arriva una testimonianza di Simplicio, il cui sottolinea la determinatezza del principio di Anassimene. Importante è quindi il concetto dell'aria, la cui varietà dei termini mostra varie interpretazioni per intenderla. L'aria, per Anassimene, è presente ovunque ed è principio di vita: gli organismi vivono finché respirano. Ma questo principio è dinamico e può dare unicità e molteplicità, trasformandosi in vapore, fuoco, acqua e terra.
Eraclito
A Efeso, vicino a Mileto, vive Eraclito, nato nel 540 filosofo oscuro a molti, che, se capito, riesce a rivelare verità profonde e inaccessibili. Egli nasce da una famiglia aristocratica, e rifiutò di partecipare alla stesura di una nuova costituzione. Morì nel 470. Il suo scritto "Sulla natura", è composto da brevi sentenze, aforismi, che devono celare ai più il loro significato.
Egli assume atteggiamento polemico nei confronti del sapere mitico e verso quegli autori che avevano voluto essere gli educatori dell'umanità. La sua filosofia si basa sul logos, un divenire che sta al di sopra di tutto. Secondo lui gli uomini si ostinano a muoversi all'interno di loro orizzonti, senza capire la legge del reale. Le cose che gli uomini ritengono opposte e inconciliabili, sono due aspetti della stessa cosa: ogni cosa fa parte di un processo del divenire, dove l'unico elemento di stabilità è il mutamento.
Il logos è la sua legge cosmica, l'identità degli opposti: il pensiero razionale solo può cogliere questa legge. È il principio universale della realtà, la legge cosmica che regola gli accadimenti, e può farci pensare ad essi come un'unica realtà. Il logos viene espresso dal fuoco, elemento in perenne movimento.
Pitagora
Nasce nell'isola di Samo nel 570, ma vive nella Magna Grecia. Per motivi politici abbandonò la sua città e si trasferì a Crotone, colonia greca, e secondo la tradizione una rivolta si abbatté sul governo dei pitagorici ed egli fuggì a Metaponto. Morì nel 490. Il suo messaggio assume i connotati di una vera rivelazione divina, un pitagorismo che si configura come modello di vita.
I pitagorici tentano più volte di prendere il potere, applicandovi i dettami filosofico religiosi della loro scelta. La loro vocazione politica è ereditata da Platone, che con la sua accademia propone una rifondazione politica, religiosa e culturale. Pitagora si configura come una persona che sconfina tra mito e leggenda, e nel suo pensiero vi sono i motivi del pensiero pitagorico successivo: una concezione dell'anima come entità diversa e separata dal corpo, e un interesse per il numero.
A Pitagora si deve l'introduzione nella cultura greca di alcune credenze sull'immortalità dell'anima: una volta cessata la vita in un corpo, l'anima si incarna in un altro, dando luogo a un processo di trasmigrazione. Erodoto scrisse che furono gli egizi i primi a fare questo discorso, secondo cui l'anima è immortale, e, con la morte del corpo, gira tutti i corpi, fino a ritornare nel corpo di un uomo. È un'entità immortale, ed è l'elemento proprio dell'individuo.
Egli fu uno storico appassionato di cultura medio orientale, per mettere a fuoco quella comunanza di logos che è presente nelle culture diverse da quella greca. Fondatore della storia comparata. I discepoli di Pitagora vedevano nel maestro una sorta di sciamano, dotato di poteri eccezionali, e i suoi adepti parlavano di lui senza nominarlo. Molte concezioni matematiche sorsero all'interno della sua scuola, dove, per i pitagorici, i numeri sono entità concrete, rappresentate attraverso dei sassi, per questo l'aritmetica pitagorica prende il nome di studio dei sassi.
Ogni numero ha una sua precisa forma geometrica, ma i più importanti sono l'1, 2, 3, 4, e sembra che i pitagorici giurassero fedeltà in nome della tetrade. Nella figura della piramide era contenuta tutta la realtà. L'importanza assegnata ai numeri induce i pitagorici a vedere nei principi dei numeri i principi di tutte le cose: essi dividono i numeri in due classi, quelli limitati, i dispari, e quelli illimitati, i pari. Il limite e l'illimitato vengono considerati come principi di tutte le cose. Nel gruppo vi era una distinzione tra acusmatici, cioè semplici ascoltatori, e matematici, che costituiscono un gruppo di studio avanzato.
Senofane e Parmenide
Nello stesso periodo in cui lavorano i pitagorici, a Elea si sviluppa l'eleatismo. Fondatore è Parmenide, ma già con Senofane si vede lo scontro contro l'antropomorfismo della religione greca, poiché ai suoi occhi, rappresentare gli dei come se fossero uomini costituisce una mentalità arcaica. È contro il tradizionalismo, dato che la cultura nel corso del tempo si sviluppa.
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