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da una di alienare beni immobili dotali senza il consenso della

lex Iulia de fundo dotali,

moglie. I beni dotali hanno allora una condizione giuridica ibrida, in quanto si

consideravano al contempo del marito e della moglie.

L’obbligo del marito di restituire la dote una volta sciolto il matrimonio fu sancito

dall’actio anche se tale obbligo veniva spesso assunto dal marito mediante

rei uxoriae,

in tali casi allora il costituente o i suoi eredi avrebbero fatto ricorso all’actio

stipulatio; ex

stipulatu.

In mancanza, dunque, di una precedente espressa promessa di restituzione, per la

restituzione della dote, la moglie o il di lei quando la dote era stata da lui

pater familias,

costituita, potevano esperire l’actio un’azione e

rei uxoriae; in personam in ius.

Essa tuttavia presupponeva che il matrimonio fosse stato sine manu.

L’azione era intrasmissibile, per cui, morta la moglie, la dote restava al marito, salvo che il

pater familias di lei fosse ancora vivente.

In sede di il marito godeva del Se la dote aveva ad

actio rei uxoriae beneficium competentiae.

oggetto denaro o altre cose fungibili si consentiva al marito di restituirla gradatamente, in

più rate.

Il marito avrebbe potuto trattenere parte della dote in presenza di determinate circostanze.

Si trattava delle la retentio propter liberos spettava

retentiones propter liberos e propter mores;

se il matrimonio si era sciolto ad opera del pater familias di lei o per divorzio determinato

da colpa della moglie, ed era nella misura di 1/6 della dote per ciascun figlio. La retentio

spettava se il matrimonio si era sciolto per motivi a lei imputabili ed era o di

propter mores

1/6 dell’ammontare della dote in caso di adulterio, di 1/8 per colpe meno gravi. Altre

erano poi la che

retentiones retentio propter amotas, propter res donatas, propter impensas,

avevano carattere patrimoniale e riguardavano rispettivamente le cose che la donna avesse

sottratto dalla casa del marito in vista del divorzio, le cose donate alla moglie durante il

matrimonio e le spese erogate dal marito sui beni dotali.

Giustiniano abolì l’actio e la sostituì con un’actio che prescindeva da

rei uxoriae ex stipulatio

una antecedente abolì inoltre il sistema delle

stipulatio; retentiones.

I filii familias. 53

Erano i nati da matrimonio legittimo, i quali, con la nascita, cadevano sotto la

filii familias

del proprio padre, se ovvero, se anche il padre era

patria potestas sui iuris, filius familias,

sotto la dell’avo paterno.

patria potestas

Si diveniva per che era l’adozione di un o per che era

filii familias adrogatio, sui iuris, adoptio

l’adozione di un alieni iuris.

L’adrogatio si compiva con la partecipazione dei articolati in 30 curie.

comitia curiata,

L’assemblea era presieduta dal pontefice, il quale, compiute le necessarie indagini di

legittimità e di merito, interrogava i due soggetti interessati circa la volontà

rispettivamente di adrogare e di essere adrogato; ricevuta risposta positiva, il pontefice

rivolgeva altra al popolo, per questo detta che dava il proprio assenso.

rogatio ad rogatio,

In età classica si riconobbe che in certi casi l’adrogatio potesse compiersi anche mediante

rescritto dell’imperatore; tale forma finì per soppiantare la complessa forma per populum,

fino a che all’età di Diocleziano l’adrogatio si compirà solo per rescriptum principis.

L’adrogato diveniva per cui passava da una condizione di a una

filius familias, sui iuris

condizione di sotto la del adrogante; e con lui, cadevano

alieni iuris, potestas pater familias

sotto la dell’adrogante anche i e le donne già sotto la potestà

potestas filii familias in manu

dell’adrogato.

I beni, e tutti i diritti soggettivi che facevano capo all’adrogato, erano acquistati

dall’adrogante; si realizzava così una successione universale inter vivos.

I debiti in precedenza contratti dall’adrogato si estinguevano, anche se il pretore

intervenne concedendo ai creditori contro l’adrogato un’actio ficticia (actio utilis rescissa

nella quale il giudice avrebbe giudicato come se l’adrogatio non vi fosse

capitis deminutione),

stata.

L’adoptio riguardava invece un il quale, per effetto dell’adoptio

alieni iuris fiius familias,

passava dalla famiglia di origine alla famiglia dell’adottante; ossia cessava su di lui la

del padre e su di lui acquistava la l’adottante.

patria potestas patria potestas

L’effetto si conseguiva attraverso un complesso procedimento che consentiva di superare

l’antico principio che stabiliva che la si estinguesse solo con la morte del

patria potestas

Tale procedimento era basato su un precetto delle XII tavole che sanzionava

pater familias. 54

con la perdita della la condotta del padre che avesse per tre volte venduto

patria potestas,

(mancipato) il figlio.

Dunque, il padre mancipava per tre volte il figlio all’adottante il quale, acquistandolo in

dopo la prima e la seconda mancipatio lo manometteva. Con la terza

causa mancipi,

il padre perdeva la per cui, quando alla terza volta l’adottante lo

mancipatio, patria potestas,

rimancipava, il padre naturale acquistava l’adottato non più come ma nella posizione

filius

di Successivamente dinanzi a un magistrato si compiva, alla

persona in causa mancipii.

presenza dell’adottante, dell’adottato e del padre naturale, una sorta di in iure cessio:

l’adottante rivendicava come propria la persona che voleva adottare affermando che si

trattava di un proprio il interrogato dal magistrato, taceva, per cui il

filius; pater naturalis,

magistrato pronunciava l’addictio in favore dell’adottante. Questi acquistava così la patria

sull’adottando.

potestas

Giustiniano semplificò il procedimento, rendendo sufficienti le dichiarazioni di voler dare

e voler ricevere in adozione rese dal e dall’adottante innanzi ad un

pater naturalis

funzionario imperiale, e presente e non contraddicente l’adottato.

Da età postclassica fu riconosciuta la legittimazione per successivo matrimonio, per cui i

figli nati fuori dal matrimonio divenivano figli legittimi, e cadevano sotto la potestà del

loro padre naturale una volta che i genitori si fossero uniti in matrimonio.

La patria potestas comportava un potere del che si esprimeva con la formula del

pater ius

ossia diritto di vita e di morte, anche se fin dall’età repubblicana fu

vitae ac necis,

sanzionato con pene severe l’abuso del la sanzione era la : il

ius vitae ac necis; sacertas pater

divenuto avrebbe potuto essere impunemente ucciso da chiunque.

sacer,

I erano privi della capacità giuridica, non erano sostanzialmente titolari né di

filii familias

diritti né di doveri giuridici.

Ai tuttavia, poteva essere concesso un peculio, con conseguente facoltà di disporre a

filii,

titolo oneroso del possesso delle cose peculiari e, trattandosi di di

res nec mancipi,

trasferirne la proprietà. Essi poterono contrarre inoltre obligationes naturales.

A differenza degli schiavi, nell’ultima età repubblicana, fu riconosciuta ai filii familias la

capacità di assumere, con atto lecito e rispetto ai terzi, obligationes civiles, capacità che fu

tuttavia riconosciuta soltanto ai figli maschi. I terzi creditori avrebbero potuto procedere

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con l’azione di cognizione per l’accertamento del credito, ma non avrebbero potuto

procedere esecutivamente essendo preclusa sia l’esecuzione personale, in quanto il filius

non poteva essere sottratto alla patria potestas, sia l’esecuzione patrimoniale, in quanto il

non disponeva di un proprio patrimonio. Dunque, per l’esecuzione della sentenza

filius

non adempiuta spontaneamente, i creditori avrebbero dovuto attendere che sul filius

cessasse la patria potestas.

Naturalmente ciò presupponeva che il avesse capacità di stare in giudizio, e tale

filius

capacità gli venne riconosciuta dall’ultima età repubblicana nel processo formulare.

Ben presto, ad opera di Augusto, fu ammesso ai militari, di avere, e quindi di

filii familias

disporne validamente sia sia con atti beni propri, costituiti dai

mortis causa inter vivos,

proventi del servizio militare e dei beni con tali proventi acquistati; si configurò così il

peculio castrense nel quale ben presto furono ricompresi anche beni comunque acquistati

in relazione al servizio militare. Il peculio castrense apparteneva pertanto al e il

filius pater

non avrebbe potuto avocarlo a sé.

In età postclassica il peculio castrense venne esteso ai guadagni e ai beni e diritti acquistati

dal coi proventi ricavati dall’esercizio di funzioni civili a servizio dello stato,

filius

dall’esercizio di attività forensi e del sacerdozio. In tali casi si parlò di peculio quasi

castrense.

Sempre in età classica si attribuì ai la proprietà dei beni provenienti da

filii familias

successione materna, poi anche beni comunque provenienti dal lato materno anche se non

direttamente dalla madre, beni acquistati in occasione del matrimonio e beni in ogni modo

acquistati dal purchè non provenienti dal padre.

filius

Si parla in tali casi di il regime giuridico era diverso rispetto al peculio

bona adventicia;

ordinario e castrense; i beni infatti appartenevano al figlio, ma l’amministrazione e il

godimento spettavano al pater familias che non poteva disporne.

Il figli potevano essere mancipati, divenendo potevano essere

personae in causa mancipii,

adottati, cadendo in tal caso sotto la di un altro la figlia poteva

patria potestas pater familias;

cadere sotto la manus del marito, ma solo in due casi cessava la patria potestas con

conseguente acquisto da parte del della qualifica di

filius sui iuris. 56

Essa si estingueva generalmente con la morte del I figli maschi diventavano

pater. patres

e la si estendeva anche ai propri figli e ai nipoti,e ciò anche se il loro padre

familias potestas

non fosse più soggetto ma fosse premorto all’avo.

alieni iuris

La si estingueva anche in caso di perdita della libertà o della cittadinanza, in

patria potestas

quanto la patria potestas era istituto del ius civile, per cui non avrebbe potuto essere

esercitata da un non civis.

Il pater familias perdeva la patria potestas anche nel caso in cui avesse per tre volte

mancipato il A tale principio, sancito da una norma delle XII tavole, si fece ricorso

filius.

come procedimento che consentiva a un di uscire dalla famiglia di appartenenza e

filius

diventare quant’anche fosse stato vivo il pater.

sui iuris

Tale procedimento fu detto : in seguito a tre successive a persona

emancipatio mancipationes

di fiducia, seguite da manumissione, si estingueva la patria potestas, per cui il filius, alla

terza mancipatio, si trovava del terzo fiduciario; questi lo rimancipava al

in causa mancipi

padre, il quale lo acquistava e lo manometteva diventando in tal modo

in causa mancipi sui

Il figlio emancipato cessava di appartenere alla famiglia d’origine e subiva

iuris. capitis

deminutio minima.

La capitis deminutio era un mutamento di status che comportava una rottura dei

precedenti vincoli di agnatio.

Si distinse tra capitis deminutio maxima, che conseguiva alla perdita dello status libertatis;

media, che conseguiva alla perdita dello status civitatis; minima che conseguiva a un

mutamento dello status familiae.

Alla capitis deminutio erano ricollegati particolari effetti giuridici diversi a seconda del

mutamento di status; così il testamento diveniva invalido se il testatore avesse subito

capitis deminutio.

L’agnatio era il vincolo tra i più componenti della stessa famiglia. Essa prescindeva dal

vincolo di sangue; questo difatti poteva mancare tra pater familias e figli adottivi, tra

questi e gli altri filii. 57

Con la morte del pater familias la familia si spezzava in tante familiae quanti erano i filii

familias. L’agnatio tuttavia non si estingueva, essa si estingueva soltanto per effetto di

emancipatio, datio in adoptionem, coemptio di una filia familias, adrogatio.

La era parentela di sangue sia in linea maschile che femminile.

cognatio

Limitazioni della capacità giuridica.

Una grave capacità di diritto pubblico era sancita per gli infames e gli ignominiosi, ossia

coloro che erano dediti a mestieri turpi, quali prostitute, commedianti e gladiatori, i

condannati per taluni crimina e quanti avessero subito condanna per responsabilità

propria in actiones infamanti. Erano inoltre colpiti da infamia i debitori che persistevano

nell’inadempimento nonostante la proscriptio.

Tale incapacità comportava un’incapacità di assumere cariche pubbliche, di proporre

istanze giudiziarie nell’interesse altrui, di nominare ed essere essi stessi cognitores e

procuratores ad litem.

Ulteriore limitazione riguardava le donne cui fu negata ogni capacità tanto di diritto

pubblico quanto di diritto privato.

Capacità di agire.

Il riconoscimento della capacità d’agire dipendeva dall’età.

Si distingueva tra puberi ed impuberi. Gli impuberi erano coloro che non avessero

raggiunto la capacità fisiologica di generare. Si distinguevano tra e

infantes infantia maiores.

I primi erano coloro che non avessero compiuto il settimo anno di età, cui era negata del

tutto la capacità d’agire; gli erano gli impuberi che avessero superato

infantia maiores

l’infantia, cui venne riconosciuto il potere di compiere validamente senza alcuna assistenza

soltanto i negozi giuridici che comportavano acquisto di un diritto; in ogni caso essi non

poterono compiere senza l’assistenza del tutor impuberum alcun atto di disposizione né

atti di assunzione di obbligazioni.

I puberi erano coloro che avessero raggiunto la capacità fisiologica di generare; tale

capacità si riteneva raggiunta al compimento del dodicesimo anno di età per le femmine, e

al compimento del quattordicesimo anno di età per i maschi. 58

La piena capacità di agire era riconosciuta ai puberi maschi, mentre alle femmine venne

riconosciuta con alcune limitazioni.

Gli impuberi furono soggetti a che poteva essere

sui iuris tutela impuberum legitima,

testamentaria e dativa.

La tutela era prevista dalle XII tavole che attribuivano la tutela all’agnatus

legitima proximus

dell’impubere, ossia all’agnatio di grado più vicino. Era inoltre la tutela del patrono

legitima

sul liberto e quella del sull’emancipato impuberi.

parens manumissor

La tutela presupponeva che il non avesse provveduto alla nomina di

legitima pater familias

un tutore mediante disposizione testamentaria; in tal caso si parlava di tutela

testamentaria.

La tutela dativa aveva fondamento in una lex Atilia del 210 a.C. che attribuì al pretore il

potere di nominare, su istanza della madre o di altri congiunti, un tutore all’impubere sui

iuris.

La tutela era un istituto potestativo e protettivo; da un lato, infatti, il tutore esercitava un

potere nell’interesse della alla buona conservazione del patrimonio familiare e al

familia

contempo adempiva al dovere di assistenza e protezione del pupillo. Il tutore esercitava

allora un potere-dovere.

Poteri del tutore.

Il tutor impuberum era legittimato ad intervenire nei negozi compiuti dal pupillo infantia

interponendo la sua auctoritas, ossia una dichiarazione di volontà integrativa a

maior

quella espressa dal pupillo. L’auctoritas era necessaria per gli atti di alienazione, e

comunque per tutti gli atti di disposizione, e per gli atti di assunzione di obbligazioni.

Il tutore era inoltre legittimato a gestire il patrimonio del pupillo, sia infantes che infantia

maiores: poteva acquistare e trasferire il possesso e, quindi, la proprietà di res nec mancipi

nell’interesse del pupillo, dunque con effetti che si imputavano direttamente all’impubere;

egli agiva pertanto quale rappresentante diretto. Ad esso fu fatto divieto di alienare, pena

la nullità dell’atto, sulla base dell’oratio (un senatoconsulto fatto approvare da

severi

Settimio Severo nel 195 d.C.) e con successive costituzioni imperiali, i beni del pupillo,

salvo che si trattasse di beni di scarsissimo valore.

I negozi che avevano ad oggetto acquisto e alienazione di res mancipi e negozi con effetti

obbligatori, compiuti dal solo tutore, avevano effetti in capo allo stesso tutore, anche se

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questi agiva nell’interesse del pupillo, salvo poi la necessità di compiere i reciproci atti di

trasferimento una volta cessata la tutela; in questo caso il tutore agiva allora quale

rappresentante indiretto.

Al pupillo era riconosciuta l’actio esperibile una volta cessata la tutela, contro il

tutelae,

tutore per la trasmissione degli acquisti fatti a nome proprio e nell’interesse del pupillo; il

tutore inoltre rispondeva per i pregiudizi patrimoniali derivanti al pupillo dalla gestione

della tutela e imputabili a suo dolo o colpa. Si trattava di un’azione reipersecutoria, di

buona fede e infamante.

Al tutore era invece riconosciuta l’actio azione non infamante, con la quale

tutelae contraria,

il tutore agiva contro il pupillo per il rimborso delle spese , e comunque per il risarcimento

dei pregiudizi patrimoniali subiti in occasione della gestione.

Azione penale era invece l’actio che spettava all’ex pupillo nei

rationibus distrahendis

confronti dell’ex tutore per gli abusi compiuti dolosamente a danno del patrimonio

pupillare.

Una del 200 a.C. istituì l’actio esperibile contro quanti,

lex Laetoriae legis Laetoriae

negoziando con un minore di 25 anni pubere e l’avessero raggirato. Si trattava di

sui iuris,

azione penale, infamante e per cui essa spettava, oltre che all’interessato, a

populares,

qualunque cittadino.

Essa cadde in desuetudine in età postclassica, ma nell’ultima età repubblicana, il pretore

riconobbe ai minori di 25 anni l’exceptio qualora il negozio non aveva ancora

legis Laetoriae,

avuto esecuzione, e la in caso contrario al fine di

in integrum restitutio propter aetatem

vanificare gli effetti già prodotti.

Il pretore provvide inoltre alla istituzione di un curatore del minore adolescente con il

compito di assisterlo nella gestione degli affari. Ma in tal caso il mancato consenso del

curatore non comportava l’invalidità del negozio, ma rappresentava una garanzia per i

terzi, non potendo il minore invocare l’exceptio o l’in per vanificare gli

integrum restitutio

effetti dell’atto compiuto.

Il curatore avrebbe anche potuto gestire il patrimonio dell’adolescente, ma gli effetti degli

atti compiuti, pur se nell’interesse del minore, erano imputati al curatore stesso. I loro

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rapporti erano disciplinati secondo la negotiorum gestio, con la facoltà di ricorrere alle

relative azioni negotiorum gestorum.

Dall’età classica si riconobbe ai minori di 25 anni la secondo la quale il minore

venia aetatis

avrebbe amministrato liberamente il proprio patrimonio ma non avrebbe potuto invocare i

rimedi pretori.

La capacità di agire era negata ai furiosi, gli infermi di mente; era poi negata, ma soltanto

parzialmente ai prodigi, ossia coloro che erano ritenuti incapaci di amministrare il proprio

patrimonio per inettitudine pratica. In tal caso l’incapacità derivava a interdictio

magistratuale, e comportava il divieto di compiere validamente atti di alienazione e ad

assumere obbligazioni.

Sia i furiosi che i prodigi erano soggetti a generalmente dell’agnatus ma in

cura, proximus,

mancanza era nominato dal magistrato.

Il e il avevano i medesimi poteri del ma al

curator furiosi curator prodigi tutor impuberum,

le XII tavole riconobbero anche il potere di alienare, con e

curator furiosi mancipatio in iure

cose appartenenti ai furiosi. In ogni caso non era riconosciuto ai furiosi né ai prodigi

cessio,

il potere di compiere atti con l’assistenza del curator.

La tutela muliebre.

La donna pubere una volta cessata su di lei la patria potestas, ovvero la donna impubere

una volta raggiunta la pubertà, era soggetta alla tutela del

sui iuris tutor mulieris.

Il tutor mulieris interpone la propria auctoritas, ossia integra la volontà espressa dalla

donna nel compimento di atti di disposizione dei propri beni e nei negozi di assunzione di

obbligazioni, pena la nullità dell’atto stesso. In ogni caso il non è legittimato a

tutor mulieris

gestire il patrimonio della donna.

Dall’ultima età repubblicana la tutela muliebre perde di significato.

Il avrebbe potuto in testamento, anziché nominare egli stesso il tutore, dare

pater familias

alla figlia divenuta alla sua morte, di scegliere il tutore, per il quale cioè essa

sui iuris

avesse fatto optio. 61

La riconobbe alle donne con tre figli, se ingenue, o con quattro

lex Iulia et Papia Poppaea

figli, se liberte, il ossia la piena capacità di agire.

ius liberorum,

Si ammise poi che il pretore potesse, su istanza della donna, costringere il tutore

testamentario o dativo a prestare l’auctoritas.

La tutela dell’agnatus ad eccezione di quella del patrono e del

legitima proximus, parens

venne abolita da una

manumissor, lex Claudia.

La tutela muliebre scompare del tutto nel 410 d.C. allorché Onorio e Teodosio concessero il

a tutte le donne.

ius liberorum

Persone giuridiche.

La capacità giuridica è riconosciuta alle persone giuridiche che si distinguono tra

ossia una aggregazione di persone con propria organizzazione interna cui

corporazioni,

possono far capo diritti e doveri; e ossia un complesso patrimoniale volto a

fondazioni,

uno scopo considerato esso stesso titolare dei beni che lo compongono.

Aggregazioni simili alle corporazioni riconosciuti dai Romani erano le e i

civitates collegia.

Il termine civitates designava i municipia, composti da cittadini romani, e le colonie,

composte da Latini coloniarii, che erano agglomerati urbani fuori della città di Roma e con

autonomia amministrativa.

I collegia erano delle associazioni di minore importanza, di artigiani, di commercianti o di

povera gente al fine di provvedere ai riti funebri e al seppellimento dei propri membri.

Ad essi fu riconosciuta una capacità di diritto privato: i loro rappresentanti potevano

compiere validamente compravendite, locazioni e mutui, e il pretore consentì loro di stare

in giudizio tramite actores. Essi pertanto potevano avere beni in possesso e in proprietà e

ad essi avrebbero potuto far capo crediti e debiti.

I giuristi classici cercano di costruire la teoria del patrimonio titolare di se stesso, e quindi

della fondazione come persone giuridica, nell’istituto dell’eredità giacente.

Si tratta del complesso ereditario nell’intervallo tra la morte dell’ereditando e

l’accettazione da parte dell’erede.

Si presupponeva che l’eredità giacente non appartenesse a nessuno, per cui la loro

sottrazione non fu considerata furto in quanto il furto presupponeva l’individuazione

della persona del derubato. 62

Tuttavia, riconoscendo agli eredi la legittimazione all’esercizio dell’actio per il

legis Aquiliae

danneggiamento subito dalle cose ereditarie nel periodo della giacenza, prevalse l’idea per

cui l’eredità avrebbe fatto le veci della persona del defunto, onde l’imputazione agli eredi

dei rapporti giuridici attinenti all’eredità che si erano costituiti durante la giacenza.

Autonoma soggettività venne inoltre riconosciuta alle ossia corporazioni

piae causae,

religiose create in seguito a lasciti o donazioni, il cui reddito era vincolato a scopi di culto o

di beneficenza.

LE COSE.

Si distingue tra e le prime erano le cose che si possono toccare,

res corporales res incorporales;

dunque, entità materiale; le erano invece taluni diritti soggettivi, o

res incorporales

comunque posizioni giuridiche soggettive; tali erano l’eredità, l’usufrutto, le obbligazioni.

Non era una il diritto di proprietà, in quanto esso era identificato con il suo

res incorporales

oggetto e, quindi, res corporalis.

Si distingue poi tra e Le prime erano le cose di maggior pregio

res mancipi res nec mancipi.

nella società romana arcaica, in particolare furono dette res mancipi i fondi sul suolo

italico, gli schiavi, gli animali da tiro e da soma e le servitù rustiche. Tutte le altre cose

furono dette res nec mancipi.

Per il trasferimento della proprietà delle res mancipi era necessario il rito solenne della

mancipatio o della in iure cessio; mentre per il trasferimento della proprietà delle res nec

mancipi era sufficiente la traditio.

Tale distinzione perdette valore con la decadenza della mancipatio e della in iure cessio,

ma fu formalmente abolita da Giustiniano.

Beni immobili sono il suolo e tutto ciò che vi inerisce stabilmente; beni mobili sono tutti gli

oggetti inanimati trasportabili e comunque amovibili.

Diritti reali.

Diritti reali sono diritti soggettivi su una cosa, a carattere assoluto e, quindi, opponibili a

tutti i membri della collettività. Tutti i consociati sono potenzialmente obbligati a tenere un

comportamenti negativo, ad astenersi cioè da azioni che con quel diritto siano in contrasto.

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Ai diritti reali si contrappongono invece i diritti di credito : diritti patrimoniali relativi, in

quanto la parte attiva e quella passiva sono soggetti precisamente individuati. A

differenza dei diritti reali dove obbligati a tenere un comportamento negativo sono

potenzialmente tutti i consociati, nei diritti relativi obbligata è l’altra parte precisamente

individuata. Questa è tenuta in favore dell’altra all’adempimento di una prestazione.

I diritti reali erano tipici, per cui è sottratto all’autonomia negoziale il potere di crearne di

nuovi.

Il diritto di proprietà, che è il diritto reale per eccellenza, attribuisce al titolare una signoria

generale sulla cosa che ne forma oggetto, ossia un potere generale potenzialmente

illimitato al godimento e alla disposizione del bene.

Sulla stessa cosa possono gravare altri diritti reali classificati in diritti reali di godimento e

diritti di garanzia. I primi attribuiscono sulla cosa, di cui altri ne è il proprietario, facoltà di

godimento più o meno limitate; i diritti di garanzia conferiscono al titolare il diritto di

soddisfare un proprio credito rivalendosi su una cosa altrui in caso di inadempimento.

La costituzione di diritti reali di godimento su cosa altrui comportano una limitazione

volontaria, in quanto la costituzione avviene ad opera del proprietario, del diritto di

proprietà, e in particolare della facoltà di godimento. Una volta estinti tali diritti le facoltà

di godimento del proprietario tornano ad espandersi sino a riacquistare pienezza. Tale

carattere della proprietà è definito con il termine di elasticità della proprietà.

La proprietà privata fu dapprima espressa con un’affermazione di appartenenza, “dico

che questa cosa è mia”, e per significare che si trattava di un potere legittimamente

acquistato e riconosciuto dal più antico, si aggiungeva “ex

ius iure quiritium”.

Nella tarda età repubblicana la proprietà romana fu poi indicata con l’espressione

“dominium e con il termine “dominus” si indicò il proprietario; si trattava

ex iure quiritium”,

di istituto del ius civile, ossia da esso riconosciuto e tutelato, per cui potevano esserne

titolari esclusivamente i cittadini romani.

Poteva avere ad oggetto sia sia mobili e immobili ma

res corporales, mancipi nec mancipi,

solo se res mancipi.

Il su beni immobili si fa risalire all’età regia allorché si

dominium ex iure quiritium

procedette ad assegnazioni a carattere definitivo di porzioni di ager publicus, cosicché i

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beni in tal modo acquistati divenivano propri dei privati all’assegnazione

ex iure quiritium;

si procedeva mediante un rito che aveva connotazioni sacrali e che si compiva

limitatio,

con l’intervento del magistrato e di un agrimensore : si tracciavano sul suolo parallele e

perpendicolari che incrociandosi stabilivano i confini tra gli appezzamenti da assegnare.

Tra fondi contigui veniva lasciato libero uno spazio di almeno 5 piedi, detto o

limer iter

che non poteva essere acquistato per usucapione.

limitare,

Anche per gli edifici le XII tavole stabilirono che tra gli aedes dovesse essere lasciato un

ambitus, ossia uno spazio di almeno 5 piedi di larghezza che non poteva essere acquistato

per usucapione.

Tuttavia, il fatto che da età repubblicana si procedette anche ad assegnazioni di terre senza

il rito della e la possibilità di procedere a divisione tra più comproprietari di

limitatio,

terreni, comportarono la possibilità di fondi direttamente confinanti, detti agri arcifinii.

Anche per gli edifici si finì per ammettere la derogabilità dell’ambitus.

In ogni caso nello stabilire i confini tra fondi si tendeva comunque ad assicurare ai

proprietari l’accesso indipendente; e ciò giustifica il fatto che non esisteva nel diritto

romano un precetto che imponesse l’obbligo ai proprietari di consentire il passaggio sul

proprio fondo al proprietario del fondo vicino, né di costituire servitù di passaggio in suo

favore.

Il comportava un potere assoluto e illimitato, espresso con la formula

dominium ius utendi

ossia diritto di usare e abusare della cosa propria.

et abutendi re sua,

Nel diritto romano vigeva il principio del “chi esercita un proprio diritto non lede

nessuno”; esso non riconosce alcun divieto generale dei c.d. atti emulativi, ossia quei

comportamenti del proprietario di un fondo, nell’esercizio di un diritto, diretti a nuocere

al vicino.

Tuttavia limitazioni legali alla proprietà erano previste dal diritto: dovevano, ad esempio,

essere tollerate le immissioni di fumo, acqua e simili dall’immobile del vicino al proprio

purché dipendenti dall’uso normale del fondo.

Modi di acquisto. 65

I modi di acquisto del dominium ex iure quiritium potevano distinguersi innanzitutto in

modi di acquisto iure civilis, con effetti riservati ai soli cittadino romani, e modi di

acquisto iuris gentium con effetti estesi anche ai non cittadini.

Sono modi di acquisto la la in la sono modi

mancipatio, iure cessio, usucapio;

iuris civilis:

di acquisto la la

l’occupazione, l’accessione, specificazione, traditio.

iuris gentium:

Essi si distinguevano inoltre tra modi di acquisto che prescindono da ogni

originari,

relazione tra chi acquista e il precedente proprietario, e modi di acquisto ossia

derivativi,

quei modi in cui l’acquisto dipende dalla trasmissione che ne fa il proprietario.

L’ampiezza del diritto acquistato può essere diversa a seconda che si tratti di acquisto

originario o a titolo derivativo: nei modi derivativi la proprietà viene acquistata così

com’era presso colui che l’ha trasmessa; il proprietario di un bene gravato da diritti reali

limitati lo trasmetterà con gli stessi pesi.

Il dominio quiritario si acquistava a titolo originario per per e per

occupazione, accessione

si acquistava a titolo derivativo per legato

specificazione; mancipatio, in iure cessio, traditio,

per pagamento della

vindicationem, adiudicatio, litis contestatio.

L’occupazione.

L’occupazione era, dunque, un modo di acquisto del dominio quiritario a titolo originario

e (con effetti cioè estesi anche ai non cittadini romani).

iuris gentium

Consisteva nella presa di possesso di cose che non appartenevano a nessuno. Tali erano gli

animali allo stato selvatico, le cose trovate sulla riva del mare, le cose dei privati sottratte

al nemico in tempo di guerra, l’isola formatasi nel letto del fiume, sempre che i fondi

rivieraschi fossero stati limitati, le cose abbandonate purchè il dominio

res nec mancipi;

delle abbandonate si acquistava dall’occupante per usucapione.

res mancipi

Per quanto riguarda il tesoro, consistente in denaro e preziosi rimasti sepolti in un fondo

da epoca tanto lontana da non conservarne memoria, spettava al proprietario del fondo, e

se rinvenuto da persona diversa dal proprietario del fondo, esso spettava per metà al

e per metà a chi l’avesse scoperto.

dominus fundi

L’accessione.

L’accessione è un incremento, un completamento, un arricchimento, di una cosa corporale,

detta principale in quanto determina la funzione di tutto, per l’aggiunta di un'altra che

non appartiene allo stesso proprietario e detta accessoria. L’incremento si verifica a

66

vantaggio del proprietario della cosa principale anche se non possessore e anche se ignaro.

L’acquisto è a titolo originario in quanto prescinde dal consenso del dominus della cosa

accessoria.

L’unione è organica allorché ha luogo per compenetrazione di corpi in modo che la cosa

accessoria diventa un tutt’uno con la cosa principale.

Costituiscono accessione gli incrementi fluviali, ossia : l’alveo abbandonato, per cui i

proprietari dei fondi rivieraschi, non limitati, estendevano il dominium sino alla linea

mediana del fiume; la porzione di terra affiorata nel mezzo del fiume che cadeva in

proprietà dei domini dei fondi rivieraschi opposti, con confine segnato dalla linea mediana

del fiume.

Anche la è un’ipotesi di accessione e consiste nella costruzione di un edificio

inaedificatio

con materiale appartenente a persona diversa.

Secondo il principio per cui il dominio quiritario si estendeva senza limiti in profondità e

in altezza, il proprietario del suolo diveniva automaticamente proprietario dell’edificio nel

suo complesso; poiché nel mondo antico i materiali di costruzione non perdevano con

l’utilizzazione le connotazioni originarie, questi avrebbero continuato ad appartenere a

colui al quale appartenevano prima.

Tuttavia, il proprietario dei materiali non avrebbe potuto rivendicarli fino a quando

l’edificio non fosse stato demolito; demolizione che non avrebbe potuto pretendere. Fino

ad allora il suo diritto di proprietà sarebbe rimasto quiescente.

Fino a che durava la costruzione il non avrebbe potuto usucapire i materiali;

dominus fundi

per cui, anche se la costruzione fosse durata per lungo tempo, una volta avvenuta la

demolizione, il proprietario dei materiali avrebbe potuto pretendere la restituzione

mediante rei vindicatio.

Nel caso invece di costruzione con materiali propri su suolo altrui, il proprietario dei

materiali ne manteneva la proprietà quiescente solo se all’atto della costruzione fosse stato

in buona fede.

La specificazione.

La specificazione è la trasformazione di una cosa altrui sino a farne altra cosa che, nel

comune apprezzamento, appare nuova; ad esempio dalle olive si ricava olio. 67

Due opposte concezioni erano espresse dai proculiani, i quali ritenevano che lo

specificatore avrebbe dovuto acquistare la proprietà della e dai sabiniani i quali

res nova,

invece ritenevano che il proprietario della materia avrebbe mantenuto il dominio anche

dopo la specificazione. In età classica prevalse invece una tesi intermedia che distingueva

a seconda che la specificazione fosse o meno reversibile: se era reversibile il dominus

ne avrebbe mantenuto la proprietà, in caso contrario lo specificatore avrebbe

materiae

acquistato la proprietà della res nova.

La traditio.

Si tratta di negozio bilaterale non formale per il trasferimento del possesso. Poteva avere

ad oggetto soltanto res corporales, in quanto le sole suscettibili di possesso, sia res mancipi

che Quando aveva ad oggetto la trasferiva al

res nec mancipi. res nec mancipi, traditio

contempo la proprietà e il possesso.

Essa si realizzava mediante la consegna materiale della cosa. Tuttavia in determinati casi

la consegna materiale poteva anche mancare: in tali ipotesi era sufficiente che il tradens

facesse comunque conseguire all’accipiens la disponibilità della cosa. Così mancava la

traditio simbolica,

consegna materiale nel caso di ad esempio mediante la consegna delle

traditio longa

chiavi del magazzino in cui erano contenute le merci da trasferire; con la

manu, ad esempio mediante l’indicazione dei confini dall’alienante all’acquirente e

traditio brevi manu,

contemporanea dichiarazione di volere trasferire il fondo; con la che

si realizzava quando l’acquirente teneva già la cosa che l’alienante gli trasmetteva, ad

esempio quando il deponente vendeva la cosa depositata al depositario; ovvero nel caso di

costituto possessorio, cioè quando l’alienante tratteneva presso di se come affittuario la

cosa che vendeva, per cui al compratore non veniva fatta consegna materiale anche se si

intendeva a lui tradita.

Per il passaggio del possesso occorreva inoltre la concorde volontà di e

tradens accipiens,

ossia che le parti fossero d’accordo di volere rispettivamente trasferire e acquistare il

possesso. Non era la consegna della cosa a scopo di custodia, in tali casi la persona

traditio

che riceveva ne acquistava soltanto la detenzione.

Nel caso in cui avesse ad oggetto per il passaggio di proprietà si richiedeva

res nec mancipi,

la volontà delle parti di fare acquistare all’accipiens il possesso cioè quale

uti dominus,

proprietario, in modo che esso tenesse la cosa come propria. 68

Poteva procedersi a per più Le iustae causae traditionis, ossia le ragioni per

traditio causae.

le quali si procedeva a traditio, erano in un numero definito: la nel caso del

causa vendendi,

venditore che consegnava al compratore la cosa venduta; la la

causa donandi; causa solvendi,

nel caso del debitore che adempiva un’obbligazione di dare).

Si è incerti se ai fini dell’effetto traslativo dovesse effettivamente sussistere la o

iusta causa

se bastava che le parti la credessero esistente.

Si ritiene prevalente la seconda ipotesi, basti pensare che la dava luogo a passaggio

traditio

della proprietà nella pure in difetto di un debito da solvere; ed ancora, con

solutio indebiti

la la proprietà passava anche se compiuta per una causa illecita.

traditio

Legato per vindicationem.

Si tratta di un modo di acquisto derivativo e a titolo particolare del dominium, ma a

differenza degli altri negozi è un atto mortis causa. Si trattava, infatti, di una disposizione

testamentaria con la quale il testatore attribuiva, con l’impiego delle parole una

do lego,

cosa propria a un terzo, detto legatario, il quale acquistava la proprietà civile una volta che

il testamento fosse divenuto efficace.

L’adiudicatio.

era la pronunzia del giudice formulare con la quale esercitava il suo potere di

L’adiudicatio

ossia di attribuire con efficacia costitutiva ai litiganti parti definite di quanto

adiudicare,

fosse oggetto di divisione giudiziale o parti del terreno confinante. Tale potere era

attribuito al giudice dalla parte della formula, pure essa detta dei giudizi

adiudicatio,

divisori e dalla formula dell’azione per il regolamento dei confini.

Per effetto dell’adiudicatio i comproprietari o i coeredi di quote ideali cessavano di essere

tali e diventavano proprietari esclusivi di beni determinati.

La litis aestimatio.

La era il valore della cosa oggetto di rivendica nel processo formulare da

litis aestimatio

parte del proprietario nei confronti del possessore. Poiché nel processo formulare

l’eventuale condanna poteva essere espressa solo in denaro, il possessore convenuto, una

volta rimasto soccombente, anziché restituire subiva la condanna pecuniaria, il cui

69

importo equivaleva alla Una volta offerto di pagare la il

litis aestimatio. litis aestimatio

convenuto manteneva il possesso della cosa rivendicata, e, se ne acquistava

nec mancipi,

anche la proprietà Se invece si trattava di il convenuto

ex iure quiritium. res mancipi,

acquistava la proprietà pretoria, in quanto gli veniva riconosciuto un possesso valido ai

fini dell’usucapione.

L’usucapione.

L’usucapione trovava fondamento nelle XII tavole e comportava l’acquisto del dominium ex

in presenza di determinati requisiti: fides, possessio e

iure quiritium res habilis, titulus,

tempus. Erano usucapibili le cose suscettibili di dominium ex iure quiritium che fossero

Res habilis.

al contempo anche res habilis, ossia idonee ad essere usucapite. Non erano res habilis in

virtù di un precetto delle XII, le res furtivae, ossia le cose rubate, e, in virtù di una lex

plautia, le res vi possessae, ossia le cose di cui taluno si fosse impossessato con violenza.

Mantenevano la non usucapibilità anche presso eventuali terzi acquirenti in buona fede;

queste sarebbero state di nuovo usucapibili una volta tornate nel possesso del

proprietario.

Era essenziale inoltre per l’acquisto del dominium sulla cosa il suo possesso; in

Possessio.

particolare era essenziale che il possessore tenesse la cosa come propria, uti dominus. Non

si poterono pertanto usucapire le res incorporales in quanto non suscettibili di possesso.

A norma delle XII tavole, il dominium si acquistava con il possesso ininterrotto

Tempus.

protratto per 2 anni in caso di beni immobili e per un anno in caso di altre cose.

In caso di morte del possessore, si applicava il principio della secondo

successio possessionis,

il quale il non subiva interruzioni per cui l’erede subentrava

tempus usucapionis

all’ereditando nella sua stessa posizione possessoria.

Si applicava inoltre il principio dell’accessio per cui il compratore avrebbe

possessionis,

potuto sommare il proprio possesso a quello del dante causa in modo che l’usucapione

iniziata presso il venditore avrebbe potuto essere portata a termine dal compratore, ma a

70

condizione che il possesso di quest’ultimo fosse stato della stessa qualità, ossia di buona

fede e con giusta causa, di quello del compratore.

Requisito essenziale era inoltre la sussistenza di un o

Titulus o iusta causa. titulus iusta

ossia una ragione oggettiva per l’acquisto del possesso tale da giustificare l’acquisto

causae,

della proprietà per effetto del possesso continuato.

Il titolo più ricorrente era quello del possesso che sussisteva nelle ipotesi in cui

pro emptore,

il venditore avesse trasmesso il possesso della cosa venduta ma non la proprietà; e ciò

perchè, o il venditore non era proprietario della cosa venduta o, trattandosi di res mancipi,

avesse fatto solo e non anche o Allo stesso modo ad

traditio mancipatio in iure cessio.

esempio acquistava possessio cum iusta causa il marito cui fosse stata costituita dote

mediante datio; l’attore di un giudizio nossale possedeva cum iusta causa il servo datogli a

nossa da un non proprietario.

Ai fini dell’usucapione era inoltre richiesta la buona fede, ossia la convinzione del

Fides.

possessore di non arrecare ad altri con il proprio possesso, un pregiudizio ingiusto. La

buona fede doveva sussistere al tempo dell’acquisto del possesso; se veniva meno dopo

l’usucapione si compiva ugualmente.

Vi erano due casi di usucapione speciale : l’usureceptio e l’usucapio pro erede.

si verificava nel caso in cui taluno avesse preso possesso, anche in

L’usucapio pro erede

difetto di titolo e anche in mala fede, di una cosa ereditaria appartenente ad una eredità

giacente; in tal caso, trascorso un anno, avrebbe acquistato l’eredità nel suo complesso.

In età preclassica gli effetti dell’usucapio pro erede furono limitate alle sole cose ereditarie

possedute.

Successivamente si diede all’erede che avesse acquistato l’eredità una hereditatis petitio

contro il possessore in male fede che avesse usucapito pro erede, in modo che il

ficticia

giudice giudicasse come se l’usucapione non vi fosse stata.

La rei vindicatio.

La era l’azione reale a tutela del che tendeva a far

rei vindicatio dominium ex iure quiritium

conseguire al proprietario il possesso. Essa, infatti, spettava al proprietario non possessore

contro il possessore non proprietario.

Per la rei vindicatio nel processo formulare si agiva con una formula con clausola

arbitraria secondo cui il giudice avrebbe condannato il convenuto solo se questi non

71

avesse ottemperato all’invito di restituire la cosa e se questa risultava appartenere

all’attore.

La condanna doveva essere in ogni caso pecuniaria e sarebbe stata commisurata al valore

della cosa al tempo della sentenza.

Il convenuto possessore avrebbe mantenuto il possesso della cosa durante il giudizio, in

quanto non vi era, a differenza della legis actio sacramenti in rem, in iure alcun

provvedimento pretorile di assegnazione provvisoria del possesso. L’onere della prova

incombeva sull’attore; questi avrebbe dovuto dimostrare non solo di avere acquistato in

forza di un adeguato negozio traslativo della proprietà, ma anche di avere acquistato dal

proprietario, ossia che il dante causa avesse a sua volta acquistato la proprietà a domino.

Tuttavia, bastava che il proprietario dimostrasse di avere posseduto la cosa, o che alcuno

dei danti causa l’avesse posseduta in buona fede e con per il tempo necessario a

iusta causa

usucapirla. Ciò comportava che il convenuto sarebbe stato assolto qualora l’attore non

avesse raggiunto la prova della proprietà. Una volta assunto, il convenuto avrebbe

mantenuto il possesso.

Qualora il convenuto possessore avesse erogato sulla cosa delle spese, questi avrebbe

potuto opporre l’exceptio se l’attore avesse insistito nell’azione senza avere rimborsato

doli

prima le spese. Verificata l’exceptio, si riconosceva al convenuto il ossia

ius retentionis,

sarebbe stato assolto, per cui avrebbe trattenuto la cosa.

Doveva tuttavia trattarsi di spese necessarie, quando cioè senza di esse la cosa sarebbe

perita o deteriorata, o di spese utili se avessero migliorato la redditività della cosa; le

prime erano rimborsate per intero mentre le spese utili nella misura minore tra lo speso e

il migliorato.

Il convenuto non avrebbe invece potuto pretendere il rimborso delle spese superflue, ma

avrebbe potuto portare via gli oggetti relativi a tali spese solo se fosse possibile senza

danneggiare il bene rivendicato.

Nessun rimborso era dovuto al possessore di mala fede.

Il convenuto soccombente avrebbe dovuto restituire anche i frutti percepiti e i danni che la

cosa avesse subito per suo dolo o colpa dopo la litis contestatio. 72

Inoltre, poiché l’esercizio della rivendica non interrompeva l’eventuale decorso

dell’usucapione, il convenuto soccombente che avesse usucapito la cosa dopo la litis

contestatio avrebbe dovuto ritrasferire la proprietà all’attore.

Altre azioni a difesa della proprietà.

Al erano inoltre riconosciute a difesa della proprietà, le azioni

dominus ex iure quiritium

e l’azione Erano azioni del di natura

negatorie di servitù negatoria di usufrutto. ius civile,

reale e con clausola restitutoria, date al proprietario possessore contro quanti esercitassero

illegittimamente sulla cosa servitù o usufrutto. aquae

Al proprietario di un fondo rustico era poi riconosciuta dalle XII tavole, l’actio

pluviae arcendae contro il proprietario del fondo vicino qualora questi o altri avessero

alterato lo scorrere naturale delle acque piovane in modo da confluire più copiose e oltre

misura nel fondo dell’attore.

Si trattava di un’actio in personam e con clausola restitutoria; per cui il giudice avrebbe

invitato il convenuto a restituire, o meglio a rimettere le cose in pristino, qualora fosse

questi l’autore delle opere; ovvero, se autore delle opere fosse stata altra persona, ad

esempio la persona dalla quale il convenuto aveva acquistato il fondo, il convenuto

sarebbe stato tenuto a consentire che l’attore ripristinasse lo stato dei luoghi.

Le legis actiones rimasero in vigore per il ossia il danno non ancora

danno temuto,

verificato ma che si aveva fondato timore che potesse in seguito verificarsi.

L’azione per il danno temuto era riconosciuta al proprietario di un fondo quando dal

fondo vicino si manifestava un pericolo al proprio fondo.

Presto tale azione cadde però in desuetudine e si ritenne più comodo il rimedio della

cautio damni infecti, che era una pretoria con la quale il proprietario del fondo

stipulatio

da cui si temeva il danno prometteva al proprietario del fondo minacciato che se il danno

si fosse verificato l’avrebbe risarcito. Se questi avesse negato di prestare la il pretore

cautio

avrebbe dovuto emettere decreto di con il quale si attribuiva al

missio in possessionem

proprietario del fondo minacciato la detenzione del fondo dal quale si temeva il danno, sia

ai fini di sorveglianza e prevenzione, sia per premere sulla volontà dell’avversario affinché

si decidesse a prestare la Se questi non l’avesse prestata entro un certo tempo il

cautio.

pretore avrebbe emanato una seconda detta

missio, missio in possessionem ex secondo decreto,

con la quale il avrebbe ottenuto il possesso idoneo ai fini dell’usucapione.

missus 73

novi nuntiatio

Il proprietario di un fondo poteva fare ricorso all’operis qualora sul fondo

vicino erano in corso opere di demolizione o costruzione che si ritenevano lesive di un

proprio diritto; si pensi al caso del proprietario del fondo vicino, gravato da servitù di non

sopraelevare, che inizi a costruire.

Essa si concretizzava in un atto con il quale si intimava al vicino la sospensione dell’opera.

Se l’intimato avesse continuato, il pretore, senza alcuna indagine di merito sul diritto

dell’intimante, e dietro sua istanza, avrebbe emesso l’interdictum per cui

demolitorium,

l’intimato fosse stato tenuto a demolire quanto costruito dopo la nuntiatio.

Gli effetti sospensivi cessavano dopo un anno, termine entro il quale il avrebbe

nuntians

dovuto provocare l’accertamento del suo diritto di proibire l’opera.

quod vi aut clam,

Con l’interdictum il proprietario del fondo avrebbe ottenuto la

demolizione della costruzione che taluno avesse realizzato “vi”, ossia nonostante il suo

divieto, o ossia clandestinamente, senza chiedere autorizzazione, sul fondo

clam,

dell’attore. finium regundorum

Si procedeva con l’actio quando, per alterazione dello stato dei luoghi

per cause naturali, non si scorgessero più i confini tra due fondi rustici e sorgesse

controversia. In tal caso la pronunzia del giudice, detta adiudicatio, ristabiliva i confini.

L’azione publiciana.

L’azione publiciana era l’azione riconosciuta, per il recupero del possesso, ai possessori di

buona fede e cum iusta causa di una cosa, suscettibile di essere usucapita, che avessero

perso il possesso prima del compimento dei termini per l’usucapione.

A differenza della rivendica, dunque, legittimato all’azione publiciana era chi possedeva la

cosa in maniera utile all’usucapione, e non il proprietario; pertanto il giudice avrebbe

dovuto accertare se, prima di perdere il possesso, l’attore avesse posseduto la cosa cum

iusta causa e in buona fede.

Si trattava di un’actio ficticia, per cui il giudice, una volta accertato il possesso dell’attore,

avrebbe dovuto fingere trascorso il tempo per l’usucapione. 74

Il possessore ad usucapionem avrebbe potuto esperire l’actio publiciana nei confronti di

ogni possessore attuale, quindi, anche contro il proprietario quiritario possessore; in tal

caso però quest’ultimo avrebbe opposto l’exceptio iusti dominii, che avrebbe annientato

gli effetti dell’actio publiciana.

Risolvere in favore del proprietario quiritario un eventuale conflitto con il possessore ad

usucapionem, sarebbe stato giusto nel caso in cui quest’ultimo avesse acquistato il

possesso da un terzo non proprietario; diverso era il caso in cui il venditore di res mancipi

non avesse fatto al compratore o ma solo In tale ipotesi

mancipatio in iure cessio traditio.

intervenne il pretore che concesse al compratore contro la eventuale del

rei vindicatio

alienante, una e una per potere

dominus exceptio rei venditae ac traditae replicatio doli

neutralizzare l’exceptio esercitata dal proprietario quiritario contro l’actio

iusti dominii

dello stesso compratore.

publiciana

Proprietà pretoria.

Nei casi in cui il possessore aveva tutela assoluta (come nel caso di

ad usucapionem res

ossia anche di fronte al proprietario civile, il diritto del proprietario civile

mancipi tradita),

fu qualificato e si disse che il possessore teneva la cosa

nudum ius Quiritium, ad usucapionem

tale posizione del possessore fu definita dai classici e dagli

in bonis; duplex dominium,

studiosi moderni “proprietà pretoria”.

Proprietà provinciale.

Le terre dei paesi assoggettati dai romani e organizzati in province furono lasciate nella

disponibilità dei privati che già le detenevano, ma il dominium si ritenne competere al

populus romanus, nelle province senatorie, e all’imperatore, nelle province imperiali. Il

potere dei privati su di esse fu qualificato possessio, ma di fatto si trattava di proprietà,

qualificata come proprietà provinciale, in quanto contenuti e tutela di tale possessio erano

simili a quelli del dominium ex iure quiritium sui fondi italici: era, dunque, trasmissibile

mortis causa, per atto inter vivos ed era tutelata con un’actio in rem e comunque con

strumenti analoghi a quelli spettanti al proprietario civile.

I fondi provinciali rientravano tra le res nec mancipi, per cui si trasmettevano mediante

traditio. Esse, inoltre, non essendo suscettibili di dominium ex iure quiritium non si

acquistavano per usucapione.

La praescriptio longi temporis. 75

La era uno strumento di difesa del convenuto, riconosciuto

praescriptio longi temporis

nell’ambito della delle province. Era opponibile, infatti, dal

cognitio extra ordinem

convenuto possessore per lungo tempo di un fondo, nei confronti di chi, assumendosene

proprietario, con l’azione reale ne reclamava la restituzione.

Essa pertanto non era utile per il recupero del possesso, né era un modo di acquisto della

proprietà.

Fu recepita nell’ordinamento romano nel 199 d.C. estendendo ad essa i requisiti richiesti

per l’usucapione, ad eccezione per il che fu stabilito in 10 anni se le parti vivevano

tempus

nella stessa città e in 20 se le parti vivevano in città diverse.

A differenza dell’usucapione, ove l’azione di rivendica non ne interrompeva i termini,

l’esercizio dell’azione reale interrompeva il decorso dei termini della praescriptio.

L’imperatore Costantino istituì una quarantennale

longissimi temporis praescriptio,

opponibile dal possessore di un immobile, a prescindere da titolo e da buona fede.

Successivamente Giustiniano ne ridusse il termine a 30 anni e dispose la fusione

dell’usucapio e della riferendo la prima ai soli beni mobili e la

longi temporis praescriptio,

ai beni immobili. A quest’ultima allora l’imperatore estese il

longi temporis praescriptio

medesimo effetto acquisitivo proprio dell’usucapione. I termini, suscettibili di essere

interrotti dall’esercizio della rivendica, si stabilirono in 3 anni per i beni mobili, e in 10 o 20

anni per i beni immobili a seconda che le parti abitassero o meno nella stessa provincia.

Con Giustiniano fu soppressa la qualifica “ex iure quiritium” del dominium e ad esso fu

assimilata la proprietà pretoria; si eliminò ogni distinzione tra fondi italici e fondi

provinciali, assoggettati tutti a imposta fondiaria, e tutti oggetto di dominium senza

ulteriore qualifica.

Consortium “ercto non cito”. - Comproprietà

Il detto (dominio non diviso), fu la prima manifestazione di

consortium, ercto non cito

comproprietà, per cui più soggetti sono riconosciuti proprietari di uno stesso bene. Esso si

costituiva automaticamente alla morte del tra più ovvero si poteva

pater familias heredes sui;

costituire tra estranei mediante il ricorso a una legis actio. 76

Ciascun consorte avrebbe potuto, anche senza il concorso degli altri, gestire e fruire delle

cose comuni, nonché alienarle o comunque disporne per l’intero, con effetti verso tutti gli

appartenenti al Ciascun partecipante alla comunione era pertanto considerato

consortium.

proprietario dell’intero (proprietà plurima integrale).

Alla divisione tra si procedeva, a norma delle XII tavole, mediante l’actio

heredes sui

mentre tra estranei, in forza della con l’actio

familiare erciscundae; lex Licinna, communi

dividendo.

Alla sua scomparsa, prima dell’età repubblicana, si riconosce un altro tipo di

comproprietà, detta semplicemente che poteva essere volontaria, in quanto si

communio,

costituiva per volontà dei comproprietari, o incidentale, ad esempio per effetto di un

legato per vindicationem in favore di più persone in ordine alla stessa res.

Si differenzia dal consortium in quanto ciascun partecipante era titolare di una quota

ideale del bene, con la conseguenza che ogni comproprietario potesse, senza il consenso

degli altri, alienare solo la propria quota, poteva costituire su di essa pegno, usufrutto, e

partecipava alle spese nella misura corrispondente alla sua quota; pro quota rispondeva

inoltre dei danni che la cosa comune avesse provocato a terzi.

Tuttavia ciascun comproprietario, anche senza il consenso preventivo degli altri, poteva

gestire e fruire della cosa comune; a ciascun partecipante era tuttavia riconosciuto il diritto

di veto (ius per le innovazioni.

prohibendi),

Se un socio avesse rinunciato alla sua quota, questa si sarebbe accresciuta a ciascuna delle

altre quote in proporzione della misura del suo diritto sulla cosa comune. Da ciò si è

ritenuto che anche la contenga in se l’idea della proprietà plurima integrale,

communio

ritenendo che il comproprietario è potenzialmente proprietario per l’intero, per cui il suo

diritto si espande naturalmente una volta che non è più compresso dal concorrente diritto

degli altri contitolari.

Anche nel caso di manumissione del servo da parte di uno dei non si rendeva libero

socii,

lo schiavo, ma comportava accrescimento in favore degli altri comproprietari; lo schiavo si

rendeva libero solo nel caso in cui tutti i soci avessero compiuto l’atto di affrancazione.

Tuttavia, nel caso in cui gli altri comproprietari non intendessero rinunciare al servo,

Giustiniano impose loro di vendere la propria quota al che intendesse procedere alla

socius

manumissione. 77

Per la divisione dei beni comuni era esperibile l’actio communi dividundo con adiudicatio

e una condemnatio che consentiva al giudice di procedere a conguagli in denaro e al

regolamento di dare e avere reciproco tra i comproprietari per spese, frutti e danni relativi

alla communio. In ogni caso, almeno inizialmente, l’actio communi dividundo non poteva

essere esperita soltanto per esigere dagli altri contitolari il dovuto in relazione alla

gestione, ma si doveva pertanto attendere la divisione giudiziale. Tale possibilità fu però

ammessa dal diritto giustinianeo.

Le servitù prediali.

Le servitù prediali possono essere definite diritti soggettivi di natura reale (rientra tra i

diritti reali di godimento), per cui il proprietario di un fondo può pretendere dal

proprietario di un fondo vicino un comportamento determinato di tolleranza (pati) o di

omissione (non facere).

Esse, pertanto, riguardano solo beni immobili: fondi rustici (servitù rustiche che si fecero

rientrare tra le o edifici (servitù urbane che si fecero rientrare tra le

res mancipi), res nec

spettano al proprietario di un fondo in quanto tale e hanno come obbligato il

mancipi);

proprietario in quanto tale di un fondo vicino.

Le servitù, dunque, seguono i due fondi, detti rispettivamente dominante e servente; per

cui, nel caso di vendita di uno o dell’altro, la servitù passa necessariamente in capo o a

carico del nuovo acquirente.

I due fondi devono appartenere a proprietari diversi e, se non contigui, devono almeno

essere vicini, in quanto la servitù deve essere oggettivamente utile al fondo dominante.

Guardando dal lato attivo del rapporto, le servitù si distinguono in e Sono

positive negative.

le servitù per il cui esercizio il proprietario del fondo dominante deve tenere un

positive

comportamento attivo, ad esempio la servitù che si esercita attraverso il passaggio sul

fondo servente; ad esse corrisponde un obbligo di del del fondo servente.

pati dominus

Sono le servitù il cui esercizio non comporta in se alcuna attività, ad esempio la

negative

servitù di non sopraelevare; ad esse corrisponde un obbligo del proprietario del fondo

servente di Dunque, dal lato passivo, la servitù non può consistere in un fare

non facere.

(servitus in facendo consistenere nequit). 78

Le servitù erano tipiche; le prime ad essere riconosciute furono le servitù di passaggio iter

e actus, rispettivamente passaggio a piedi e con carri o animali, mentre altre se ne

andarono riconoscendo gradualmente per l’opera congiunta della giurisprudenza e del

pretore, ma furono qualificate “iura” e come tali res incorporalis.

Nel diritto giustinianeo la terminologia delle servitutes fu estesa anche ad usufrutto e uso,

che si dissero servitù personali, nella considerazione che, come in ogni servitù, vi era

anche in tal caso un assoggettamento, e in particolare di una res a una persona.

Le servitù si costituivano mediante negozi con effetti reali, dunque, con mancipatio le

servitù rustiche e con in iure cessio sia le servitù rustiche che urbane.

Le servitù si costituivano anche mediante un patto accompagnato da

pactio et stipulatio,

stipulatio aventi ad oggetto il contenuto di una servitù.

In età classica a si fece ricorso alla costituzione, in relazione ai

pactiones et stipulationes

fondi provinciali, di rapporti di natura analoga alle servitù, tutelati iure onorario con

azioni reali in factum. Ad essi, dunque, si attribuirono effetti reali ma di diritto onorario.

Nel diritto giustinianeo, venute meno e

mancipatio in iure cessio, pactiones et stipulationes

divennero il modo generale di costituzione delle servitù.

Si costituivano anche mediante (più comunemente detta

exceptio servitutis deductio

che aveva luogo quando il proprietario di due fondi, nell’alienarne uno

servitutis),

costituiva una servitù a carico del fondo che alienava e a favore di quello che tratteneva, o

viceversa.

Le servitù si costituivano anche mediante Il giudice, quando ne ravvisava

adiudicatio.

l’opportunità poteva stabilire servitù tra fondi che, con la divisione, venivano assegnati a

comproprietari o coeredi diversi.

Altro modo di costituzione era il legato per vindicationem. Presupponeva che il legatario

fosse proprietario di un fondo e che l’altro fondo destinato a essere servente fosse del

testatore e da costui si trasmettesse all’erede o ad altro legatario per vindcationem.

Le servitù non si costituivano invece mediante traditio, in quanto si trattava di res

incorporales, quindi non suscettibili di possesso e neanche di traditio.

Tuttavia, venuta meno l’applicazione di mancipatio e di in iure cessio, ed essendo la

traditio l’atto di trasferimento di tutti i beni, si ammise exceptio servitutis in seno alla

traditio. 79

Sempre perché res incorporales e quindi non suscettibili di possesso, le servitù non si

potevano costituire neanche mediante usucapione.

Le servitù si estinguevano: per confusione; rinunzia, o remissivo servitutis, che si

effettuava mediante in iure cessio; e per il non usus, ossia il mancato esercizio continuato

per 2 anni.

Nel caso di servitù negative, in quanto non richiedevano un comportamento positivo del

titolare, il momento in cui la servitù poteva considerarsi non esercitata coincideva con il

momento in cui il del fondo servente avesse tenuto un comportamento

dominus

incompatibile con l’esercizio della servitù. Si ritenne, infatti, che il proprietario del fondo

gravato con il suo comportamento usucapisce la libertà del fondo liberandolo dalla

servitù.

A difesa della servitù vi era la anche detta, in età classica,

vindicatio servitutis, actio

confessoria.

Con Giustiniano, venuta meno la distinzione tra fondi italici e fondi provinciali, l’actio in

esperibile per la difesa giudiziaria dei rapporti analoghi alle servitù che si

rem in factum,

costituivano sui fondi provinciali, non si distinguerà più dall’azione confessoria.

L’usufrutto.

Si tratta di diritto soggettivo reale di usare e percepire i frutti di una cosa altrui senza

alterarne la destinazione economica.

Oggetto dell’usufrutto potevano essere beni mobili e immobili, res mancipi e res nec

mancipi, purchè inconsumabili e fruttifere,e sempre che si trattasse di res corporalis.

L’usufruttuario poteva usare la cosa gravata da usufrutto e percepirne i frutti; gli acquisti

dello schiavo gravato da usufrutto andavano all’usufruttuario se dipendevano da un

esborso dello stesso usufruttuario o dall’attività lavorativa dello schiavo; diversamente

andavano al nudo proprietario. L’usufruttuario doveva curare la manutenzione ordinaria

della cosa a sue spese; non poteva in ogni caso mutare la destinazione quale era al

momento della costituzione dell’usufrutto.

A garanzia dell’adempimento degli obblighi dell’usufruttuario, si imponeva a

quest’ultimo la prestazione di una , una stipulatio pretoria con la quale

cautio fructuaria, 80

l’usufruttuario prometteva al nudo proprietario sia la restituzione del bene, una volta

estinto l’usufrutto, sia un uso della cosa con criteri di correttezza.

Quando l’usufrutto si costituiva con legato per vindicationem, il pretore denegava al

legatario la finchè non avesse prestato la al nudo proprietario,

vindicatio usus fructus cautio

generalmente l’erede.

L’usufrutto aveva carattere personale, era pertanto inalienabile e intrasmissibile agli eredi.

L’usufruttuario poteva tuttavia cederne l’esercizio; in ogni caso sarebbe rimasto

usufruttuario e direttamente responsabile verso il proprietario. In tal caso l’usufrutto si

estingueva comunque con la morte dell’usufruttuario originario.

Aveva, infatti, una durata limitata nel tempo, e se indeterminata si estingueva con la morte

dell’usufruttuario.

Se costituito in favore di civitates (persone giuridiche), si estingueva non oltre cento anni

dopo la sua costituzione.

L’usufrutto si poteva costituire principalmente mediante legato per vindicationem, ma si

ammise la costituzione anche mediante nella quale il cessionario avrebbe

in iure cessio,

affermato “ius (dico che a me spetta il diritto di

mihi esse fundo Corneliano utendi fruendi aio”

usare e percepire i frutti del fondo Corneliano).

Furono inoltre riconosciuti come modi di costituzione dell’usufrutto l’adiudicatio e la

deductio.

Si costituiva con nelle azioni divisorie quando il giudice lo riteneva opportuno e

adiudicatio

utile in sede di determinazione delle quote da attribuire ai partecipanti della divisione.

Si costituiva per quando taluno, nell’alienare la cosa propria con o

deductio mancipatio in

tratteneva l’usufrutto; si integravano a tal fine i relativi formulari con l’aggiunta

iure cessio,

delle parole “deducto Scomparse e si ammise

usu fructu”. mancipatio in iure cessio, deductio

in seno alla

usus fructus traditio.

Si potè costituire anche con ma inizialmente limitata ai fondi provinciali e

patio et stipulatio

con effetti Giustiniano ne fece un modo generale di costituzione

iure honorario.

dell’usufrutto.

Anche in tal caso l’usufrutto, in quanto non poteva essere costituito

res incorporalis,

mediante né per usucapione.

traditio 81

Il quasi usufrutto.

Si ammise che il testatore potesse legare l’usufrutto di tutti i suoi beni (omnium bonorum).

Potevano allora costituire beni oggetto di usufrutto anche denaro e altre cose consumabili.

In tal caso delle cose consumabili il legatario avrebbe acquistato la proprietà, salvo ad

obbligarsi per la restituzione dell’equivalente: il legatario era obbligato a prestare una

con la quale promettere la restituzione dell’equivalente. Si parlò in tali casi di quasi

cautio

usufrutto.

L’usus.

Con l’usus il titolare avrebbe avuto il diritto di usare direttamente e personalmente la cosa,

ma non di percepirne i frutti; così se l’usufrutto avrebbe avuto oggetto animali, l’usuario

avrebbe potuto utilizzarne l’attività lavorativa ma non i prodotti; l’usuario di fondi rustici

consumarne i frutti limitatamente alle esigenze del proprio consumo quotidiano.

L’usus non era divisibile, a differenza dell’usufrutto, per cui più usuari l’avrebbero

esercitato indivisamente e sull’intero bene.

Il regime dell’usus ricalca quello dell’usufrutto.

Il diritto di superficie.

Il di un fondo poteva dare in locazione o vendere la superficie, ossia tutto ciò che

dominus

stava organicamente sopra il suolo. Il superficiario avrebbe in tal caso acquistato solo un

diritto di credito al godimento dell’edificio già esistente o da lui stesso costruito; locazione

e vendita davano luogo, infatti, a effetti obbligatori. Dunque, sull’edificio il superifciario

non avrebbe acquistato la proprietà né altro diritto reale.

Il pretore riconobbe al superificiario una tutela aggiuntiva rispetto a quella che derivava

dai singoli contratti di locazione o vendita : con l’interdictum in caso di

de superficiebus

turbative al godimento della superficie, anche se provenienti da terzi, e per il recupero

della superficie contro l’autore dello spoglio; con un’azione reale esperibile

in factum,

contro chiunque tenesse il godimento della superficie al posto del superficiario.

Si trattava in ogni caso di diritto reale di godimento su cosa altrui, trasmissibile mortis

e poteva essere oggetto di pegno e, di usufrutto e servitù. Si

causa inter vivos; iure pretorio,

riconobbe inoltre al superficiario l’operis e la

novi nuntiatio cautio damni infecti.

Gli agri vectigales.

Gli agri vectigales erano le terre pubbliche date in concessione ai privati. Erano

generalmente qualificate locazioni; si parlò di “ius parificato ad un diritto

in agro vectigali”, 82

reale di godimento su cosa altrui, trasmissibile sia mortis causa che inter vivos e su di esso

fu possibile costituire diritti limitati in favore di terzi.

Tali concessioni potevano essere a termine, quinquennale quelle censorie e fino a cento

anni le altre, ed erano revocabili per mancato pagamento del canone.

Al concessionario fu inoltre riconosciuto il potere di esercitare talune azioni spettanti al

dominus, come l’actio pluviae arcendae.

I possessores erano inoltre tutelati con interdica contro turbative e spossessamenti.

L’enfiteusi.

Altri tipi di concessioni di terre pubbliche, che si svilupparono in età postclassica una volta

venute meno le concessioni di furono il e

agri vectigales, ius perpetuum ius emphiteuticum,

unificate dall’imperatore Zenone dando luogo ad un rispetto alla vendita e

tertium genus

alla locazione, detto enfiteusi. Lo stesso imperatore estese tale tipo di concessione anche

alle terre in proprietà privata.

L’enfiteuta era obbligato, oltre a pagare un canone annuo, al miglioramento del fondo.

Avrebbe potuto vendere il fondo enfiteutico ma avrebbe dovuto, a parità di condizioni,

preferire il concedente, in caso contrario quest’ultimo aveva diritto al 2% del prezzo o del

valore del fondo.

Si estingueva per mancato pagamento del canone o dell’imposta fondiaria per oltre tre

anni; per alienazione del fondo a terzi omettendo gli adempimenti verso il concedente; per

confusione.

Pegno e ipoteca.

Il pegno è un diritto reale di garanzia che attribuisce al creditore il diritto di rivalersi su

una cosa altrui in caso di inadempimento. datio pignoris

Si distingueva tra e La consisteva nella

datio pignoris conventio pignoris.

consegna di una cosa al creditore in modo che la detenesse finché il credito non fosse stato

soddisfatto. Non si trattava tuttavia di una in senso tecnico di trasferimento di

datio

proprietà; la cosa rimaneva sempre di proprietà della persona che effettuava la consegna,

mentre il creditore acquistava sulla cosa il possesso ad interdicta (era legittimato a

esercitare gli interedetti possessori), non utile invece ai fini dell’usucapione.

conventio pignoris

La consisteva in un patto tra creditore e proprietario di una cosa con il

quale si conveniva che il creditore ne avrebbe preso possesso in caso di inadempimento e

fino all’estinzione del debito. In tal caso, dunque, a differenza della si

datio pignoris, 83

prescindeva dalla consegna della cosa; per cui il creditore acquistava il possesso della cosa

solo dopo l’apprensione.

In età classica, limitatamente alla fu talvolta impiegata una locuzione di

conventio pignoris,

hypotheca,

derivazione greca : mentre per indicare l’azione Serviana si usò anche

l’espressione actio hypothecaria.

A tutela del creditore pignoratizio nella il pretore concesse

conventio pignoris, l’interdictum

contro il conduttore di fondi rustici che non avesse pagato la mercede

Salvianum

convenuta, diretto a prendere possesso, a titolo di pegno a garanzia del pagamento della

mercede, degli ossia attrezzi di lavoro e quant’altro il conduttore avesse

invecta et illata,

portato nel fondo per la coltivazione.

Al conduttore di immobili fu invece concesso contro il locatore

l’interdictum de migrando

che gli impedisse di portare via le cose ivi immesse.

Al creditore pignoratizio fu inoltre riconosciuta in factum e di natura reale,

l’actio Serviana,

esperibile contro il possessore attuale della cosa, diretta al conseguimento del possesso,

tanto nel caso in cui non avesse mai avuto il possesso della cosa pignorata quanto nel caso

in cui l’avesse avuto e poi perduto.

Il pegno aveva ad oggetto generalmente cose corporali, ma anche servitù, usufrutto,

superficie. Era validamente costituito da chi avesse la cosa e, quindi, tanto dal

in bonis,

proprietario quiritario quanto dal proprietario pretorio.

Il creditore pignoratizio aveva il possesso della cosa utile ai fini della difesa possessoria

interdettale, ma non il godimento e neanche l’uso. I frutti potevano essere percepiti dal

creditore stesso salvo imputarli in conto interessi prima e capitale dopo.

Furono ritenuti validi ed efficaci, se aggiunti all’atto della costituzione del pegno, tanto il

patto commissorio quanto il Con il patto commissorio il creditore avrebbe

ius vendendi.

acquistato la proprietà della cosa in caso di inadempimento del debitore.

Con il si attribuiva al creditore facoltà di vendere la cosa e soddisfarsi col

ius vendendi

ricavato, salvo restituire al debitore quanto eventualmente avanzato. Tuttavia il creditore

era sì autorizzato a vendere la cosa, ma non a né a farne avrebbe

manciparla in iure cessio;

potuto solo farne con la conseguenza che, se la fosse stata il

traditio, res mancipi, 84

compratore avrebbe acquistato solo il possesso e, con esso, la proprietà

ad usucapionem

pretoria; se la res fosse stata il compratore avrebbe acquistato la proprietà

nec mancipi

quiritaria.

Nel caso in cui il creditore non fosse riuscito a trovare acquirenti, si ammise che esso

potesse acquistare la proprietà del pegno previa istanza rivolta all’imperatore.

Il patto commissorio fu vietato da Costantino, pena la nullità dell’atto di costituzione di

pegno, mentre il divenne un elemento naturale del rapporto, inerendo al

ius vendendi

pegno automaticamente, salvo patto contrario.

Dato che la non comportava l’acquisto del possesso immediato in capo al

conventio pignoris

creditore, la stessa cosa poteva essere convenuta in pegno a più creditori per obbligazioni

diverse. In tali casi si stabiliva, in capo ai vari creditori, un rango di precedenze basato sul

criterio della priorità temporale; per cui, era considerato di rango maggiore, con

precedenza nel diritto al possesso e a procedere alla vendita al fine di soddisfarsi per

primo, il creditore in favore del quale l’ipoteca fosse stata convenuta prima.

Ai creditori di rango inferiore era riconosciuto il questi cioè potevano offrire di

ius offerenti;

pagare quanto dovuto al creditore di rango superiore subentrandogli così nel rango.

Il pegno si estingueva con l’estinzione del debito garantito, generalmente per effetto

dell’adempimento; ovvero per il perimento della cosa data in pegno; ovvero per

confusione e per vendita in esecuzione del La rinunzia del creditore

ius vendendi.

estingueva il pegno per effetto dell’exceptio opponibile all’azione Serviana.

pacti conventi

All’azione Serviana era inoltre opponibile la una volta trascorso

longi temporis praescriptio,

il tempo stabilito, costituendo in tal caso un modo di estinzione della garanzia.

Il rapporto obbligatorio che, per effetto della datio pignoris si istituiva tra chi da la cosa in

pegno e il creditore che la riceve, trovava la sua fonte nel contratto di pegno, un contratto

reale bilaterale imperfetto, per cui l’oppignorante, a garanzia di un debito proprio o altrui,

consegna al creditore una cosa con l’intesa che, estinto il debito, la cosa gli venga restituita.

Il creditore risponde per del perimento e del deterioramento della cosa; ha il

custodia

diritto al rimborso di eventuali spese necessarie e dei danni. 85

Al debitore era riconosciuta un’actio e per la

pigneraticia directa in factum in personam

restituzione della cosa data in pegno, mentre al creditore pignoratizio fu data l’actio

anch’essa per la restituzione delle spese e danni cagionati

pigneraticia contraria, in factum,

dalla cosa.

Il possesso.

Il possesso è la situazione soggettiva di fatto riconosciuta a coloro che tenevano una cosa

uti domini, ossia come cosa propria.

Il possesso si configurava, dunque, in presenza di due presupposti essenziali: 1) la

effettiva disponibilità della cosa, o comunque il controllo; 2) e il fatto di detenere la cosa

quale proprietario.

Vi rientravano: il locatore, il deponente, il comodante, il nudo proprietario, e

dominus pater

familias.

Non avevano invece il possesso ma la semplice detenzione coloro che pur avendo una

relazione materiale con la cosa questi non la tenevano uti domini, per cui non furono

riconosciuti dai romani come Si parlò al riguardo di in quanto

possessores. naturalis possessio

si trattava di un possesso naturale, ossia senza gli effetti giuridici propri del possesso (tali

erano i coloni, gli inquilini, i depositari, comodatari, usufruttuari, servi e filii familias). Ad

essi, dunque, non si riconosceva pertanto un possesso qualificato, né ad interdicta né ad

usucapionem.

Dai possessori uti domini si distinsero altri possessores, quali i creditori pignoratizi,

sequestratari che non possedevano la cosa uti domini, ossia come propria, ma tenevano la

cosa per se e nel proprio interesse. Tale distinzione aveva rilevanza in merito ai due

diversi effetti del possesso, che rispondevano a esigenze diverse: 1) possesso ad

che tendeva a garantire quanti si curavano dei propri affari a preferenza di

usucapionem,

quanti invece li trascuravano. In tal caso il possesso avrebbe fatto acquistare, in presenza

degli altri requisiti richiesti, la proprietà della cosa posseduta; 2) possesso che

ad interdicta,

tendeva a garantire il mantenimento dell’ordine e della pace sociale. In tal caso si

attribuiva a chi teneva la cosa la difesa possessoria interdettale.

Mentre i possessori possedevano sia sia gli altri

uti domini ad interdicta ad usucapionem;

avevano invece solo il possesso

possessores ad interdicta. 86

I possessori erano difatti tutelati mediante interdicta che potevano essere volti o alla

conservazione del possesso o al recupero dello stesso. Erano volti alla conservazione del

possesso e al recupero del possesso

l’interdictum uti possidetis l’interdictum utrubi;

e

l’interdictum unde vi l’interdictum de vi armata.

L’interdictum uti possidetis.

Tale riguardava gli immobili ed era volto a fare cessare le molestie; doveva

interdictum

essere esperito entro un anno dal giorno in cui queste avessero avuto inizio.

Ne era parte integrante la per cui fra due litiganti avrebbe

exceptio vitiosae possessionis,

dovuto prevalere colui che possedeva la cosa in modo non violento, non clandestino e

non precario, cioè un possesso senza vizi che avesse pertanto una rispetto

possessio iusta

all’avversario. Ne conseguiva pertanto che chi aveva acquistato il possesso con violenza,

clandestinamente o con precario, godeva della difesa possessoria con l’uti ma

possidetis,

non però nei confronti della persona che era stata spossessata.

L’interdictum utrubi.

A differenza tale interdictum si applicava agli animali, schiavi

dell’interdictum uti possidetis,

e altre cose mobili e, nel conflitto tra due litiganti, prevaleva colui che avesse posseduto la

cosa per maggior tempo durante l’ultimo anno.

L’interdictum unde vi.

Tale interdictum riguardava i soli beni immobili ed era volto al recupero del possesso

perduto. Si dava entro l’anno alla persona che fosse stata spossessata violentemente.

Anche in tal caso prevaleva il possessor iustus.

L’interdictum de vi armata.

Anche tale interdictum era volto al recupero del possesso ed era dato senza limiti di tempo

a chi avesse subito spoglio violento contro la persona che avesse commesso lo spoglio

avvalendosi di una banda armata.

Tale interdictum non conteneva per cui tutelava comunque la

l’exceptio vitiosae possessionis,

vittima della spossessamento anche se si trattava di possessor iniustus. 87

Legittimati all’esercizio degli interdetti possessori erano coloro che tenevano la cosa uti

da ciò ne consegue che il possesso è uno stato di fatto che prescinde pertanto dallo

domini;

stato di diritto.

Il possessore era pertanto legittimato all’esercizio degli interdetti possessori

uti dominus

tanto nei confronti dei terzi, quanto nei confronti dello stesso proprietario della cosa

qualora fosse stato questi a violare il suo possesso.

Il non possessore avrebbe dovuto ricorrere alla rivendica per avere il possesso

dominus

della cosa propria. Se avesse sottratto la cosa al possessore attuale, avrebbe

vi aut clam

dovuto anzitutto ripristinare lo stato di fatto quo ante. È per questo che si dice che gli

interdetti mantenevano la la pace e l’ordine sociale.

I giuristi romani individuarono nel possesso due elementi: e un

un corpus possessionis

corpus possessionis

Il sussisteva in capo a chi avesse un contatto

animus possidendi.

materiale con la cosa e la effettiva disponibilità della stessa, o comunque il controllo.

L’animus possidendi fu inteso come intenzione di tenere la cosa per se e nel proprio

interesse, o comunque in maniera indipendente. Dunque, sussisteva sia

l’animus possidendi

in capo a coloro che tenevano la come proprietari, ma anche in capo ai creditori

res

pignoratizi, sequestratari, possessores di agri publici.

Tali elementi tuttavia, furono ritenuti rilevanti ai fini della determinazione dell’acquisto,

della conservazione e della perdita del possesso. Il possesso si acquista dal momento in cui

taluno, con aveva la possibilità di disporre della cosa; si conservava

l’animus possidendi,

finchè perdurava tale possibilità senza smettere l’animus; si perdeva quando venivano

meno la possibilità di disporre della cosa e o anche soltanto uno di tali

l’animus possidendi,

elementi.

Non aveva in ogni caso rilevanza la interversione del possesso allorché si compiva senza

l’intervento di altra persona o comunque senza manifestarsi all’esterno.

Dunque, chi iniziava a tenere una cosa in forza di un titolo, ad esempio a titolo di

deposito, non può pretendere di possederla ad altro titolo, ossia uti dominus, per avere

mutato da se il proprio animus. Affinchè il depositario diventi possessore uti dominus

88

occorre che il deponente gli venda la cosa o che un terzo che si affermi proprietario gliela

alieni.

Potevano costituire oggetto del possesso soltanto Ciò comportava che quanti

res corporales.

esercitavano usufrutto e servitù non furono ritenuti possessori; il possesso rimaneva al

nudo proprietario o al proprietario del fondo servente. Ciò significava anche però negare

loro la difesa interdittale possessoria contro molestie e impedimenti nonché l’acquisto per

usucapione del diritto di usufrutto o di servitù.

La tutela contro molestie ed impedimenti venne però loro riconosciuta dal pretore

concedendo a quanti esercitavano usufrutto su immobili gli interdetti e

uti possidetis unde

mentre tutelò con speciali simili all’uti coloro che esercitavano talune

vi, interdicta possidetis

servitù. In tali ipotesi si parlò di “quasi possessio”.

Soltanto i giuristi bizantini riconobbero l’esercizio di tali diritti come una vera e

possessio

Giustiniano poi estese a servitù e usufrutto la riconoscendo così

longi temporis praescriptio,

l’usucapione dei diritti di usufrutto e servitù.

LE OBBLIGAZIONI.

Per obbligazione si intende il vincolo giuridico per cui un soggetto, detto debitore, è

tenuto nei confronti di un altro soggetto, detto creditore, ad un determinato

comportamento, che può consistere in un dare, un fare o un non fare. Il debitore

inadempiente, se l’inadempimento è a lui imputabile, è soggetto ad una sanzione che

consiste nella esecuzione patrimoniale.

L’obbligazione nasce nel diritto romano dall’evoluzione di determinate figure giuridiche.

Così, il era uno dei ossia uno degli atti che si compiva con il

nexum gesta per aes et libram,

rame o bronzo e con la bilancia alla presenza come testimoni di cinque cittadini romani

puberi, e di un libripens che reggeva la bilancia e provvedeva alla pesatura del metallo.

Al nexum vi si ricorreva in relazione a prestito di denaro; si procedeva con la pesatura del

denaro dato in prestito e successivamente il creditore pronunziava parole solenni con le

quali affermava per sé il potere che si andava a costituire sull’altra parte e

contemporaneamente ne faceva atto di apprensione.

Con il nexum il debitore, pur restando persona libera, era assoggettato al creditore, il quale

lo teneva presso di sé, esercitando su di lui materiale coercizione utilizzandolo per attività

lavorative sino a quando il nexus non avesse con il suo lavoro scontato il debito, ovvero

fino a quando il nexus o un terzo non avessero soddisfatto il creditore col pagamento. 89

Si distingueva pertanto dalla classica obligatio, in quanto dava luogo a un vincolo attuale,

materiale anzicchè ad un vincolo giuridico e potenziale. sponsio

La struttura dell’obligatio classica si riscontrava invece nella che consisteva in una

domanda e in una congrua risposta, alla quale partecipavano un interrogante e un

promittente, il quale rimaneva vincolato alla promessa, quindi ad una prestazione futura,

ed era egli stesso responsabile in caso di mancato adempimento.

Tale struttura venne successivamente estesa ad altri rapporti che nascevano da atti leciti

ma anche a rapporti che avevano la loro causa in atti illeciti; tale schema venne indicato

con il termine obligatio.

Il vincolo giuridico che nasceva dalla venne indicato con il termine di “oportere”,

sponsio

facendo riferimento alla necessità per l’obbligato di adempiere la prestazione .

Successivamente, ad opera del pretore, si riconosce di procedere, in alternativa

all’esecuzione personale, a esecuzione patrimoniale. Ciò comportava un assoggettamento

alla potestà del creditore del patrimonio del debitore, anzicchè della persona.

A ogni corrispondeva un’actio I rapporti non sanzionati da azioni

obligatio in personam.

obligationes naturales,

vennero qualificati come intendendo per tali obbligazioni di fatto

più che di diritto, per contrapporle dalle perché sanzionate da

obligatione civili actiones.

Si trattava di quei rapporti in cui, pur mancando un negozio idoneo a produrre

obbligazioni, si riteneva tuttavia sussistente un dovere morale all’adempimento.

Il difetto di azione comportava che il debitore non avrebbe potuto essere costretto

all’adempimento; tuttavia il creditore avrebbe potuto trattenere quanto adempiuto

spontaneamente dal debitore (soluti retentio). dare, facere, praestare.

I possibili contenuti della prestazione erano :

era inteso in senso tecnico di trasferimento della proprietà o di costituzione di altro

“Dare”

diritto reale; non era, tuttavia, sufficiente che il debitore facesse mancipatio, o

in iure cessio

ma era essenziale che il creditore ne acquistasse la proprietà. Ciò che era

traditio,

necessario era l’effetto e non l’atto; per cui sarebbe stato considerato inadempiente il

debitore che avesse compiuto l’atto traslativo senza essere proprietario della cosa. 90

Poteva costituire oggetto dell’oportere un che comprendeva ogni comportamento

“facere”,

diverso dal poteva consistere in un’attività materiale o nel compimento di un

“dare”: facere”.

negozio giuridico, ma poteva anche consistere in un “non

praestare

Il termine come oggetto dell’oportere, indicava ogni possibile prestazione.

Requisiti della prestazione.

La prestazione doveva avere carattere patrimoniale, ossia suscettibile di essere valutata in

denaro.

Il principio per cui la prestazione doveva essere suscettibile di valutazione pecuniaria,

poteva essere evitato mediante una stipulazione penale, ossia una con la quale

stipulatio

una parte prometteva all’altra di pagare una certa somma di denaro, nel caso in cui

poena,

la prestazione non venisse effettuata come e quando convenuto. In tal modo, la

prestazione avrebbe avuto carattere patrimoniale, ma il risultato atteso dal creditore, che

aveva natura personale, era contemplato in una condizione sospensiva del negozio.

Tale pena convenzionale era inoltre perseguibile con l’actio che era

ex stipulatu,

reipersecutoria.

Il creditore doveva avere interesse alla prestazione.

Ciò deriva dal principio generale secondo cui sono vietati i contratti in favore di terzi.

Infatti, tale divieto comportava non solo che il terzo non avesse azione per l’adempimento

in quanto terzo estraneo al contratto, ma che non avesse azione lo stesso stipulante, ossia il

creditore, e ciò in quanto era necessario che il creditore avesse un interesse

all’adempimento della prestazione, che si riteneva invece in tali casi insussistente.

Anche in tal caso, il divieto di in favore di terzi si eludeva mediante una

stipulationes

stipulazione penale.

Altro requisito essenziale della prestazione consisteva nel fatto per cui il debitore non

poteva assumere l’impegno che un terzo estraneo al negozio tenesse un determinato

comportamento; ciò per il principio per cui debito e responsabilità dovevano fare capo alla

stessa persona. 91

Anche in tal caso il principio poteva essere aggirato con una stipulazione penale, per cui

una parte si faceva promettere dall’altra una somma di denaro il terzo estraneo non avesse

tenuto quel determinato comportamento.

La prestazione doveva essere, pena la nullità del negozio, possibile, lecita e determinata o

determinabile.

Era in ogni caso vietato che l’obbligazione avesse inizio dalla persona dell’erede, e ciò sia

dal lato attivo che dal lato passivo. Il negozio era in tal caso nullo.

Fu tuttavia ritenuta valida una per la quale il promittente avrebbe adempiuto in

stipulatio

punto di morte.

Al fine di eludere la regola per cui l’obbligazione non poteva avere inizio con la persona

dell’erede, si fece ricorso all’adstipulator. Questi era un secondo stipulante che, avendone

avuto incarico dal primo, vi si affiancava rivolgendo anche lui al invito a

promissor

compiere in suo favore la stessa prestazione promessa all’altro. Con la risposta positiva del

promittente si dava luogo a due che avevano uguale oggetto ma due distinti

stipulationes

creditori, ognuno dei quali era legittimato ad agire ex stipulatu. In tal modo la promessa di

adempiere dopo la morte dello stipulante sarebbe stata valida nei confronti

dell’adstipulator, il quale avrebbe poi riversato agli eredi dello stipulante quanto percepito.

Obbligazioni indivisibili.

Le obbligazione possono essere o a seconda che la prestazione ad

divisibile indivisibili,

oggetto sia o meno suscettibile di essere frazionata in più prestazioni omogenee. Erano

normalmente divisibili le obbligazioni di dare, mentre erano sempre indivisibili le

obbligazioni di fare. Le obbligazioni di dare erano indivisibili non tanto quando la res era

indivisibile, bensì quando era indivisibile il diritto oggetto della prestazione; erano

pertanto indivisibili le obbligazioni di costituire una servitù o il diritto reale di per la

usus,

loro indivisibilità. Potevano pertanto essere divisibili le obbligazioni di dare che avevano

ad oggetto una cosa individuata, anche se indivisibile; in tali casi, infatti, il condebitore

avrebbe potuto adempiere mediante il trasferimento di una quota indivisa. 92

Alle obbligazioni indivisibili si applicò il regime delle obbligazioni solidale elettive, per cui

l’adempimento nei confronti di un creditore o da parte di un condebitore estingueva

l’obbligazione per tutti.

Obbligazioni alternative.

Le obbligazioni alternative erano obbligazioni con più prestazioni, in cui il debitore era

liberato con l’adempimento di una. La scelta spettava di regola al debitore, salvo che le

parti non avessero espressamente previsto il contrario. Con l’impossibilità sopravvenuta

di una di esse, il debitore era tenuto ad adempiere la prestazione ancora possibile; tuttavia,

se la scelta spettava al creditore e l’impossibilità sopravvenuta della prestazione fosse

imputabile al debitore, il creditore avrebbe potuto scegliere tra la prestazione possibile e la

stima di quella divenuta impossibile.

Obbligazioni generiche.

Le obbligazioni si distinguevano inoltre tra obbligazioni generiche e obbligazioni

specifiche, a seconda che la prestazione ad oggetto fosse individuata solo nel genere, o si

trattava di una cosa determinata individuata nella specie.

Solitamente le avevano ad oggetto cose fungibili. In ogni caso era

obbligazioni generiche

necessario, pena la nullità dell’atto di costituzione dell’obbligazione, che nelle obbligazioni

generiche l’oggetto della prestazione fosse comunque ragionevolmente determinato; non

si poteva avere come oggetto “lo schiavo”, poiché si trattava di un genere troppo ampio;

diverso era il caso in cui oggetto della prestazione era uno schiavo di Tizio, o il vino della

mia cantina.

Sempre per le obbligazioni generiche, e specificamente quando il comprendeva

genus res

di varia qualità, la scelta doveva orientarsi sulle cose di media qualità.

Una caratteristica delle obbligazioni generiche consisteva nel fatto che la prestazione non

potevano divenire impossibile, sempre che si trattava di un genere ampio.

Responsabilità.

In caso di inadempimento imputabile al debitore, quest’ultimo incorre in responsabilità

c.d. in quanto l’inadempimento è conseguente alla violazione di un obbligo

contrattuale,

inerente un precedente rapporto obbligatorio. Essa si contrappone alla responsabilità

93

derivante da un atto illecito extracontrattuale, ossia conseguente alla

extracontrattuale

violazione di un generico obbligo di gravante su tutti i consociati.

neminem laedere,

L’inadempimento non era a lui imputabile in caso di sopravvenuta impossibilità della

prestazione dovuta. I criteri per determinare l’imputabilità al debitore della sopravvenuta

impossibilità della prestazione, furono stabiliti in via di interpretazione dalla

giurisprudenza.

Così, nelle obbligazioni di dare cose determinate, il debitore rispondeva dell’impossibilità

sopravvenuta se essa fosse stata conseguente a un suo comportamento positivo e

cosciente, indipendentemente dal fatto che fosse voluto o meno.

Quando il debitore teneva una cosa altrui a vantaggio proprio, ne rispondeva per

“custodia”; ciò comportava che il debitore era liberato solo se la cosa periva, o comunque la

prestazione diveniva impossibile per caso fortuito o di forza maggiore; eventi che

sfuggivano a ogni sua possibilità di controllo. Il debitore in tal caso, sarebbe stato

responsabile anche se l’oggetto gli fosse stato rubato.

Il depositario, invece, poiché teneva la cosa depositata non a vantaggio proprio ma del

deponente, ne rispondeva per dolo; era pertanto responsabile solo il depositario che

volontariamente avesse provocato il perimento della cosa.

Nell’ambito dei la discrezionalità attribuita al giudice nella formula,

iudicia bona fidei,

consentiva di adeguare la circostanza al caso concreto.

Così, per determinati rapporti, si ritenne conforme ai criteri della buona fede che il

debitore rispondesse dell’impossibilità sopravvenuta sulla base del criterio “custodia”. In

altre ipotesi invece il grado di responsabilità del debitore fu limitato al dolo o alla colpa,

inteso come un comportamento negligente o imprudente.

Nell’ambito della colpa si distinguono poi gradazioni diverse.

culpa lata,

Così si distingue tra ossia la colpa grave in cui incorre il debitore che non

culpa levis,

intende quel che tutti intendono, equiparata, quanto agli effetti, al dolo; e che

consiste nel non adoperare la propria dell’uomo medio. Quest’ultima è anche

diligentia culpa in concreto

detta che si contrappone alla che è quella di chi non

culpa in abstracto

cura le cose altrui come quelle proprie. 94

A tali criteri le parti potevano, tuttavia, derogarvi con patto contrario. Avrebbero così

potuto limitare al dolo la responsabilità del comodatario; in ogni caso sarebbe stato nullo il

patto che esonerava il debitore da qualunque responsabilità.

L’imputabilità della sopravvenuta impossibilità al debitore, comportava che nei confronti

di questo il creditore avrebbe potuto esperire la stessa azione esercitatile se la prestazione

fosse ancora possibile; si parlò in tal caso di in quanto

perpetuatio obligationes,

l’obbligazione nel caso di responsabilità del debitore non si estingueva.

Nel processo formulare poi la condanna era in ogni caso pecuniaria, per cui il creditore

avrebbe comunque ottenuto l’equivalente in denaro.

Il rischio del perimento della detto e non imputabile a nessuna delle parti,

res, periculum,

era di regola a carico del proprietario della stessa. Nei rapporti obbligatori il

res periculum

era posto a carico del creditore, indipendentemente dal fatto che esso fosse il proprietario

o meno.

La mora.

la mora conseguiva al ritardo colpevole nell’adempimento della prestazione, che poteva

mora solvendi, mora accipiendi.

essere imputabile tanto al debitore, quanto al creditore,

Il debitore cadeva in mora quando, consapevole e senza alcuna giustificazione, non

adempiva il proprio debito. Il debitore era considerato in mora dal momento della

ossia dal momento in cui il creditore invitava il debitore ad adempiere.

interpellatio,

L’interpellatio era superflua in presenza di due casi: nel caso di obbligazioni con termine

iniziale e nel caso di obbligazioni nascenti da furto.

Il primo effetto della mora del debitore era la sua responsabilità nel caso di sopravvenuta

impossibilità della prestazione, qualunque ne fosse stata la causa; fin quando, dunque, il

debitore era in mora il sarebbe sempre stato a suo carico. Si applicava inoltre in

periculum

tale ipotesi il principio della perpetuatio obligationis.

Tuttavia, si ammise che il debitore moroso poteva liberarsi dall’obbligazione qualora

avesse dimostrato che, anche se avesse tempestivamente adempiuto la prestazione, la cosa

sarebbe perita ugualmente.

La mora inoltre comportava l’obbligo per il debitore di corrispondere al creditore i frutti

della cosa dovuti dal momento in cui fosse caduto in mora; nel caso di debiti pecuniari,

erano dovuti gli interessi da liquidare ad opera del giudice. 95

Tali conseguenze della mora del debitore venivano meno una volta che quest’ultimo

avesse “purgato” la mora offrendo di eseguire la prestazione.

Il creditore cadeva in mora nel caso in cui rifiutasse la prestazione che il debitore gli

offriva. In tal caso, il debitore rispondeva della sopravvenuta impossibilità della

prestazione solo per dolo.

Dunque, se le cose che il debitore offriva in pagamento, e non accettate dal creditore,

perivano per cause non riconducibili al dolo del debitore, questi era liberato, nei giudizi di

stretto diritto, in forza di exceptio.

Per le obbligazioni pecuniarie, se il debitore avesse depositato in luogo pubblico la

pecunia, sarebbe cessato il corso di eventuali interessi. Secondo un principio introdotto da

Diocleziano, il debitore in tale situazione sarebbe stato liberato dal suo debito.

La mora sarebbe cessata una volta che il creditore manifestasse la disponibilità a

accipiendi

ricevere la prestazione.

I CONTRATTI.

Le fonti di obbligazioni (cusae erano nel diritto romano tipiche, come erano

obligationum)

tipiche le azioni che le sanzionavano. Esse possono derivare da contratto o da delitto.

Per si intende un negozio giuridico bilaterale nel quale sia ravvisabile un

contratto

accordo delle parti volto a far nascere un’obbligazione.

I contratti del diritto romano avevano tutti effetti soltanto obbligatori; gli effetti reali erano

riconosciuti ad altri negozi giuridici bilaterali, quali la e

mancipatio, in iure cessio traditio,

che non furono mai qualificati contractus.

Anche i contratti, dunque, erano tipici, essendo tipici le fonti delle obbligazioni come

conseguenza della tipicità delle azioni che sanzionavano. stipulatio,

Tuttavia alla tipicità dei contratti erano posti alcuni temperamenti: nella la

tipicità stava nella forma e non nei contenuti, che potevano essere i più diversi ed

eterogenei; il riconoscimento dell’efficacia dei patti aggiunti a contratti da cui derivavano

azioni di buona fede, con i quali si potevano apportare deroghe, modifiche o integrazioni

al contenuto tipico di tali contratti.

Dal punto di vista degli effetti, si distinguono i contratti dai contratti

unilaterali bilaterali,

a seconda se sorgono obbligazioni a carico di una sola parte o di ambedue le parti. Vi sono

96

poi i contratti nei quali ad essere obbligata è soltanto una parte, ma

bilaterali imperfetti

eventualmente potevano sorgere obbligazioni anche per l’altra parte, es. deposito e

comodato.

Si distinguono ancora i contratti e

reali, verbali, letterali consensuali.

Nei contratti il consenso, comunque manifestato, era sufficiente per la

consensuali,

costituzione del rapporto obbligatorio; erano consensuali la compravendita, la locazione, la

società.

Essi, finchè non avesse avuto inizio l’esecuzione, si scioglievano per mutuo consenso.

Nei contratti gli effetti obbligatori si producevano per effetto della consegna di una

reali

cosa e a partire da quel momento. In essi il consenso si manifestava con la consegna stessa.

Nei contratti l’obbligazione nasceva per effetto della pronunzia di parole

verbali

determinate, come nella mentre nei contratti l’obbligazione nasceva con

letterali

stipulatio;

la materiale registrazione per iscritto di certe operazioni contabili. Dunque, mentre nei

contratti verbali il consenso era manifestato mediante in quelli letterali era

certa verba,

espresso mediante scriptura.

Il mutuo.

Il mutuo per il diritto romano era un contratto reale unilaterale, per cui una parte,

mutuante, consegna all’altra, mutuatario, una somma di denaro o di altre cose fungibili

con l’impegno del mutuatario di restituire al mutuate altrettante cose dello stesso genere.

Si tratta, dunque, di un contratto unilaterale, poiché ne nasceva un’obbligazione soltanto a

carico del mutuatario che avrebbe dovuto restituire l’equivalente di quanto ricevuto.

Si trattava anche di un contratto reale in quanto con la consegna, che consisteva in una

il mutuatario acquistava la proprietà del denaro o delle altre cose, e per effetto di

traditio,

essa, dunque, che nasceva l’obbligazione per il mutuatario di restituire l’equivalente.

Era un istituto del ius civile, riconosciuto e tutelato però anche nei confronti dei peregrini;

è in tal senso che fu qualificato iuris gentium. 97

Per la restituzione il mutuante avrebbe agito con la detta

condictio actio certae crediatae

qualora aveva ad oggetto una somma di denaro, se l’oggetto

pecuniae, condictio certae rei,

era diverso.

Il debitore era tenuto a restituire l’equivalente. Ed infatti, nell’intentio della formula vi era

dedotto un a carico del convenuto, ma la quantità di denaro o di altre cose

dare oportere

fungibili in essa indicati, doveva essere la stessa che era stata oggetto della Ciò

datio.

significa che il debitore non era tenuto al pagamento di interessi, né avrebbe avuto

efficacia una espressa pattuizione di interessi; ai patti aggiunti, infatti, il pretore riconobbe

una efficacia limitata, nel senso che erano tutelati soltanto in via di in particolare

exceptio,

mediante l’exceptio Ciò significa che tali patti non davano luogo a

pacti conventi.

obbligazione, pertanto la parte che ne traeva vantaggio non avrebbe potuto promuovere

giudizio; ma solo se convenuta in violazione del patto avrebbe potuto opporre l’exceptio

al fine di essere assolta una volta verificata l’esistenza del patto.

pacti conventi

Tuttavia, per gli interessi si faceva ricorso, contestualmente al mutuo, a una distinta

stipulatio.

Un primo limite massimo agli interessi fu stabilito dalle XII tavole che avevano previsto il

pari a un dodicesimo del capitale per ogni mese. Successivamente venne

fenus unciarium

stabilito un tasso massimo del 12% che Giustiniano ridusse al 6%.

Una specie particolare di mutuo era costituito dal un prestito che aveva ad

fenus nauticum,

oggetto somme di denaro che venivano date in prestito per operazioni commerciali d’oltre

mare. La caratteristica di tali mutui consisteva nella deroga al principio se

res perit domino:

il denaro trasportato, o le merci acquistate con quel denaro, perivano, il rischio del

perimento era a carico del mutuante, il debitore era liberato. Per questo erano previsti alti

tassi di interesse anche altre i limiti legali.

Il deposito.

Il deposito era il contratto reale per cui una parte, il deponente, consegnava all’altro, il

depositario, una cosa mobile, con l’intesa che il depositario la custodisse gratuitamente e la

restituisse al deponente a semplice richiesta.

Con la consegna il depositario acquistava soltanto la detenzione della cosa, per cui non

avrebbe potuto usarla. Questi era responsabile per dolo del perimento o del semplice

deterioramento della cosa. 98

Si trattava tuttavia di un contratto bilaterale imperfetto, in quanto il deponente era tenuto

a rimborsare al depositario le eventuali spese che questi avesse erogato su quanto

depositato, nonché al risarcimento dei danni che la cosa gli avesse procurato.

Il deposito aveva una doppia tutela, pretoria e civile. Al deponente si diedero per la

restituzione della cosa due azioni dirette, un’actio e un’actio

depositi in factum depositi in ius

tali azioni erano infamanti per il convenuto che avesse subito condanna. Al

ex fide bona;

depositario si diede invece, per la restituzione di eventuali spese e per il risarcimento dei

danni, un’actio depositi contraria.

Il depositario avrebbe potuto recuperare spese e danni anche in sede di actio depositi in

opponendo che aveva un effetto simile a quello del

factum diretta exceptio doli, ius

retentionis.

Il sequestro.

Fu qualificato come un tipo speciale di deposito il sequestro, al quale vi si faceva ricorso

quando sull’appartenenza della cosa vi era controversia. In tali casi le parti affidavano a

un terzo, il sequestratario, la cosa perché la custodisse, con l’intesa che l’avrebbe restituita

a quello tra i deponenti che ne fosse stato riconosciuto proprietario.

Tuttavia, il regime del sequestro differiva dal deposito in quanto, il sequestratario

acquistava la e non la semplice detenzione.

possessio ad interdicta

Contro il sequestratario per la restituzione della cosa era riconosciuta l’actio sequestrataria

mentre al sequestratario era riconosciuta la medesima tutela data al depositario.

in factum;

Deposito irregolare.

Il deposito irregolare consisteva invece nell’affidamento ad altri di denaro contante con

l’obbligo di restituire l’equivalente su richiesta del deponente. In tal caso, dunque,

l’accipiente ne diveniva proprietario, per cui avrebbe potuto mescolarlo con il proprio e

dunque utilizzarlo. La causa era sempre la custodia, come nel deposito regolare, anche se

il depositario acquistava la proprietà del denaro depositato come nel mutuo; tuttavia i due

istituti differivano in quanto il mutuo era un prestito di consumo, quindi sollecitato dal

mutuatario, mentre nel deposito irregolare l’iniziativa era del deponente. Si preferì inoltre

assimilarlo al deposito e non al mutuo in quanto il primo era sanzionato da un’azione di

buona fede che riconosceva l’efficacia dei patti aggiunti, e quindi anche del patto di

interessi. 99

Il comodato.

Il comodato era un contratto reale e bilaterale imperfetto, per cui una parte, comodante,

consegnava ad un'altra parte, comodatario, una cosa mobile con l’impegno del

comodatario di restituire la stessa cosa. Si trattava di un prestito d’uso nell’interesse del

comodatario: questi, dunque, poteva usare la cosa comodata anche se ne acquistava

soltanto la detenzione. Non era dovuto alcun compenso, ma il comodatario aveva

l’obbligo di restituire la stessa cosa.

Perita o deteriorata la cosa, il comodatario ne rispondeva per Questi in ogni caso

custodia.

aveva diritto al rimborso delle eventuali spese erogate sulla cosa e al risarcimento dei

danni che la cosa gli avesse procurato.

Anche al comodato era riconosciuta una doppia tutela: civile e pretoria. Al comodante per

la restituzione della cosa furono riconosciute un’azione diretta e una

in factum in ius ex fide

al comodatario fu riconosciuta un’azione contraria per il rimborso delle

bona; in factum

spese e il risarcimento dei danni.

La fiducia.

L’effetto pratico dei negozi di deposito, comodato e pegno, si conseguiva inizialmente con

il ricorso alla qualificato come negozio fiduciario in quanto rientrante tra quegli atti

fiducia,

che eccedono, negli effetti, lo scopo che si intende raggiungere, ma al contempo le parti

stringono un’intesa che, una volta attuata, consentirà di realizzare esattamente lo scopo.

La fiducia, infatti, era quel negozio giuridico per cui una parte, detta fiduciante, trasferiva

ad un’altra parte, il fiduciario, la proprietà di una cosa, mediante mancipatio o in iure

cessio, con il patto (pactum che, verificate certe condizioni, la stessa cosa sarebbe

fiduciae)

stata ritrasferita in proprietà al fiduciante.

Dunque, se e quando la cosa dovesse tornare in proprietà al fiduciante dipendeva dalla

causa negoziale. cum creditore,

La fiducia poteva essere e Nella fiducia il passaggio

cum creditore cum amico.

di proprietà era a garanzia di un credito del fiduciario, per cui solo dopo l’estinzione del

debito il creditore avrebbe dovuto ritrasferire la proprietà della al

res fiduciae data

fiduciante. 100

cum amico

Nella fiducia la causa poteva essere la custodia o un prestito d’uso, per cui il

fiduciario avrebbe restituito la cosa all’altra parte su richiesta di questa.

e di immobili non comportavano tuttavia di per sé il passaggio del

Mancipatio in iure cessio

possesso, per cui, nella il sfiduciante avrebbe potuto trattenere il

fiducia cum creditore,

possesso ; in tal caso avrebbe riacquistato la proprietà per effetto di usureceptio, un tipo

speciale di usucapione che si compiva con il decorso di un anno a prescindere dalla

sussistenza di una iusta causa. Il fiduciario tuttavia poteva evitare l’usureceptio lasciando

all’altra parte la cosa a titolo di locazione.

Al fiduciante fu data un’actio reipersecutoria e infamante per il

fiduciae, in personam,

riacquisto di proprietà e possesso. Al fiduciario fu data un’actio per la

fiduciae contraria

restituzione di eventuali spese e danni. Questi inoltre avrebbe potuto fare valere con

le proprie pretese per spese e danni.

exceptio doli

In ogni caso si attribuiva al creditore fiduciario il per cui, in caso di

ius vendendi,

inadempimento del fiduciante, avrebbe potuto soddisfare il proprio credito vendendo la

cosa.

Dotis dictio e promissa iurata liberti.

Si tratta di contratti verbali con effetti obbligatori che si compivano, a differenza della

ossia con dei pronunciati da una sola parte, ossia dalla parte

stipulatio, unoloquente, verba

che si obbligava.

I contratti letterali.

I contratti letterali sono quei contratti per cui l’obbligazione nasceva per il fatto in se della

scrittura che, in ogni caso, presupponeva il consenso già manifestato tra le parti.

nomen transscripticium.

I romani conobbero soltanto, come contratto letterale, il Esso si

realizzava mediante una operazione contabile eseguita dal nel

pater familias codex accepti et

e poteva essere o una o una

expensi, transscriptio a re in personam transscriptio a persona in

transscriptio a re in personam

La consisteva in due distinte registrazioni

personam.

effettuate, nel e nel dal creditore di una somma di

codex accepti codex expensi, pater familias,

denaro, d’accordo con il proprio debitore; nel il creditore registrava quanto

codex accepti

dovutogli come se l’avesse incassato; e al contempo registrava nel la stessa

codex expensi 101

somma come se l’avesse data a mutuo allo stesso debitore. Si costituiva in tal modo a

carico del debitore una della quale era più facile provare l’esistenza.

obligatio litteris,

transscriptio a persona in personam,

Nella il su delega del proprio debitore e

pater familias,

d’intesa con una terza persona indicata dal debitore, segnava nel la somma

codex accepti

che il debitore gli doveva, come se l’avesse incassata; al contempo registrava nel codex

la stessa somma come se l’avesse data a mutuo al terzo; in tal modo si estingueva il

expensi

debito verso il primo debitore e nasceva una a carico della terza persona.

obligatio litteris

Al creditore si dava l’actio certae crediate pecuniae.

La compravendita.

La compravendita era un contratto consensuale con effetti soltanto obbligatori, per cui una

parte, il venditore, si obbligava a fare conseguire all’altra, il compratore, il pacifico

godimento di una cosa, e al contempo il compratore si obbliga a pagare al venditore un

corrispettivo in denaro.

Con il riconoscimento della compravendita come contratto consensuale con effetti

obbligatori, la perde la sua originaria funzione di vendita e diviene un negozio

mancipatio

astratto; ciò significa che la produce soltanto l’effetto della vendita, ossia

mancipatio

l’effetto traslativo della proprietà, a prescindere dall’esistenza di una causa.

La vendita, ossia lo scambio di cosa contro prezzo si realizzava con la compravendita.

Si trattava di contratto bilaterale, in quanto con esso si obbligavano ambedue le parti. Era

fruibile sia da cittadini che da peregrini, per cui fu considerato del ius gentium, ma era

sanzionata da azioni in ius di buona fede, per cui quanto agli effetti era di ius civile.

Il consenso poteva essere manifestato in qualsiasi modo, anche tacitamente, per cui fu solo

per esigenze probatorie che si procedeva alla redazione per iscritto di un documento che

attestasse l’accordo concluso e le condizioni della vendita. Giustiniano lasciò alle parti di

decidere se la vendita dovesse essere compiuta per iscritto o oralmente.

Era, pertanto, un contratto con effetti esclusivamente obbligatori: il compratore era tenuto

a pagare il prezzo, mentre il venditore era tenuto a fare conseguire al compratore il

pacifico godimento della quindi a fare una detta

merx, traditio, traditio vacuae possessionis,

ossia libero da persone e cose. 102

La caparra, versata al momento della stipulazione del contratto, inizialmente ebbe soltanto

valore di conferma del consenso prestato; nel diritto giustizianeo limitatamente alla

vendita , la caparra ebbe funzione penitenziale: versata prima della redazione del

in scripts

documento, consentiva a ciascuna parte di recedere dal contratto con la conseguenza di

perderla o di doverla restituire nella misura del doppio.

La vendita poteva avere ad oggetto, detto tanto cose corporali quanto incorporali,

merx,

eredità, superficie, enfiteusi, usufrutto, crediti.

Era anche ammessa la vendita di cose future che poteva essere o

emptio rei speratae emptio

emptio rei speratae

Nel caso dell’ la vendita era soggetta alla condizione sospensiva

spei.

che le cose vendute venissero ad esistenza e il prezzo era commisurato alla quantità.

spei, era una vendita aleatoria, non condizionata, per cui il compratore avrebbe

L’emptio

dovuto pagare il prezzo forfetario stabilito indipendentemente al fatto che le cose

venissero ad esistenza o meno.

Il prezzo doveva essere necessariamente espresso in denaro, ciò in quanto era necessario

distinguere quale delle due prestazioni fosse il prezzo e quale la merce, al fine di

identificare il venditore e il compratore, poiché diverse erano le azioni che spettavano

all’uno e all’altro e diverse erano le responsabilità.

A partire da Diocleziano, se il prezzo fosse stato inferiore alla metà del valore reale della

cosa, il venditore avrebbe potuto chiedere la rescissione della vendita e,

conseguentemente, la restituzione della cosa dietro rimborso del prezzo pagato; il

compratore avrebbe potuto evitare la rescissione pagando la differenza.

Contro il venditore inadempiente il compratore poteva esperire l’actio empti di buona

fede.

Se la merce non veniva consegnata contestualmente alla vendita e questa periva, il

venditore ne rispondeva per custodia. Tuttavia il era a carico del compratore; ciò

periculum

significa che, perita la cosa accidentalmente o per causa di forza maggiore, il compratore

era tenuto a pagare ugualmente il prezzo.

L’evizione. 103

Il venditore era inoltre responsabile per evizione, qualora cioè un terzo rivendicava con

successo la cosa venduta presso il compratore.

Tale responsabilità sussisteva allorché il venditore, pur non avendone obbligo (in quanto

era obbligato soltanto a trasferire il possesso libero da cose o persone), ne facesse

In tal caso il venditore incorreva in responsabilità già per il fatto della

mancipatio.

minacciata evizione; era, infatti, tenuto a prestare la propria ossia ad assistere il

auctoritas,

compratore, nel giudizio di rivendica.

Contro il mancipante che non avesse prestato o che, essendo intervenuto, non

auctoritas

avesse potuto evitare l’evizione, si dava al l’actio per la

mancipio accipiens auctoritas

restituzione del doppio del prezzo.

Se la non avesse avuto luogo, il compratore poteva garantirsi facendo

mancipatio

promettere al venditore, con una il doppio del prezzo in caso di evizione.

stipulatio duplae,

La prestazione della fu ritenuta conforme alla per cui ogni

stipulatio duplae, bona fides,

venditore avrebbe dovuto prestarla, con la conseguenza che la responsabilità di questi

discendeva direttamente dal contratto consensuale di vendita, per cui il compratore che

avesse subito evizione avrebbe potuto agire con l’actio Le parti avrebbero potuto

empti.

escluderla con patto contrario.

Vizi occulti.

Il venditore inizialmente non era responsabile per i vizi occulti, ossia i difetti materiali

della cosa non manifesti al compratore all’atto della vendita. Soltanto nel caso in cui il

venditore avesse, con una precisato l’estensione del fondo, qualora il fondo

lex mancipi,

stesso fosse risultato di estensione inferiore, il compratore avrebbe potuto agire contro il

venditore con l’actio per il doppio del minor valore del fondo.

de modo agri

Era inoltre uso che il venditore promettesse con stipulatio che la cosa aveva certe qualità o

era esente da certe vizi; in tal caso, verificata l’assenza di tali qualità o la presenza dei vizi

dichiarati inesistenti, il venditore sarebbe stato convenibile con l’actio ex stipulatio.

Fu ad opera degli edili curuli, magistrati con e con giurisdizione nell’ambito

ius edicendi

dei mercati, che, con un loro editto, fecero obbligo ai venditori di schiavi di dichiarare

preliminarmente i vizi degli schiavi o degli animali, dando al compratore l’actio

esperibile entro 6 mesi dalla vendita, con la quale avrebbe riavuto il prezzo

redhibitoria,

previa restituzione del servo o dell’animale; ovvero, in alternativa, l’actio quanti minoris,

104

esperibile entro un anno dalla vendita, con la quale avrebbe ottenuto il minor valore dello

schiavo o dell’animale.

Con Giustiniano l’editto fu dichiarato applicabile alla vendita, ammettendo il ricorso

all’actio empti.

I patti aggiunti.

Inizialmente non si attribuì alcun effetto ai patti aggiunti se non in materia di e di

iniura

furto.

Solo con l’editto pretorio si diede efficacia ai patti aggiunti. Si trattava tuttavia di

de pactis

una efficacia limitata: questi erano, infatti, tutelati non mediante ma per mezzo di

actiones

in particolare mediante l’exceptio Tali patti pertanto non davano

exceptio, pacti conventi.

luogo a obbligazioni, per cui la parte che ne traeva vantaggio non avrebbe potuto

promuovere giudizio, ma, convenuta in violazione del patto, avrebbe opposto l’exceptio

con il risultato di essere assolta una volta che il giudice avesse verificato l’esistenza del

patto.

Tuttavia, in merito ai patti aggiunti a contratti dai quali derivavano azioni di buona fede,

l’exceptio era superflua, poiché il giudice, nella considerazione che è conforme

pacti conventi

a buona fede mantenere gli impegni assunti, avrebbe tenuto conto del patto anche se la

relativa formula non ne avesse fatto menzione.

Si distinsero tra e a seconda che fossero

pacta adiecta in continenti pacta adiecta ex intervallo,

stati aggiunti al contratto contestualmente o successivamente alla stipulazione del

contratto.

I pacta adiecta in continenti potevano essere fatti valere con la stessa azione di buona fede

propria del contratto cui ineriva. Questi ebbero effetti obbligatori, per cui avrebbero

potuto modificare o integrare il contenuto tipico.

I patti cui si fece più frequentemente ricorso in materia di compravendita furono: il patto

commissorio, l’in il

diem addictio, pactum displicentiae.

Si trattava di patti che sottoponevano la vendita ad una condizione risolutiva; questi,

infatti, prevedevano che al verificarsi di una certa condizione la vendita dovesse

considerarsi come non avvenuta.

Nel patto commissorio la condizione consisteva nel non pagamento del prezzo entro il

termine convenuto; nell’in diem addictio la condizione consisteva nel fatto che il venditore

105

non ricevesse un’offerta migliore entro un certo termine; nel la

pactum diplicentiae

condizione consisteva nella dichiarazione del compratore di non avere trovato la cosa di

suo gradimento.

Giustiniano riconobbe efficacia obbligatoria al patto con cui due parti convenivano di

rimettere all’arbitrato di un terzo scelto di comune accordo la controversia tra loro.

L’effetto di tale patto, detto fu inizialmente perseguito mediante reciproce

compromissum,

penale con le quali ciascuna parte prometteva all’altra una pena pecuniaria

stipulationes

qualora non si fosse adeguata alla pronunzia dell’arbitro.

Con Giustiniano si riconobbe efficacia obbligatoria ai patti aggiunti contestualmente ai

contratti anche se non di buona fede. In questo modo, ogni patto, purché lecito, avrebbe

potuto essere detto contratto ed avere effetti obbligatori.

La locazione.

La locatio conductio era un contratto consensuale e bilaterale per cui, dietro corrispettivo,

una parte, il locatore, si impegnava a mettere a disposizione di un'altra parte, il

conduttore, una cosa, mobile o immobile, per un periodo di tempo limitato e con uno

scopo preciso; al contempo il conduttore si impegnava a prenderla in consegna e

restituirla una volta scaduto il termine convenuto o raggiunto lo scopo previsto.

Le obbligazioni erano sanzionate dalle in favore del locatore, e in

actiones locati, conducti,

favore del conduttore; azioni Esse erano esperibili anche nei confronti

in ius ex fide bona.

dei peregrini, per cui furono qualificate sotto questo aspetto ma quanto agli

iuris gentium,

effetti erano iuris civilis.

Nell’ambito della locatio conducti vi rientravano varie fattispecie di locazione; la locatio rei,

e

locatio operis locatio operarum.

Locatio rei.

Nella locatio rei il locatore assumeva l’obbligo di consegnare una cosa, idonea all’uso

convenuto, e di assicurarne il godimento al conduttore, il quale assumeva l’obbligo di

pagare la mercede alle scadenze stabilite, di mantenere la cosa nelle condizioni in cui gli

era stata consegnata e di restituirla alla scadenza. 106

Il conduttore acquistava solo la detenzione della cosa, ed era responsabile per custodia nel

caso di perimento o deterioramento della cosa locata. Dunque, per il mancato godimento

della cosa dipendente da caso fortuito o forza maggiore, il locatore non era responsabile

ma il conduttore sarebbe stato liberato dall’obbligo di pagare la mercede.

Locatio operis.

Nella il locatore si obbligava a consegnare una cosa; il conduttore al contempo

locatio operis

si obbligava a esercitare autonomamente una certa attività, relativamente alla cosa stessa,

nell’interesse del locatore per poi restituirla a questi stesso; così ad esempio il conduttore

poteva assumere l’impegno di trasportare la cosa locata; ovvero, se aveva ad oggetto uno

schiavo, poteva assumere l’impegno di istruirlo.

Il conduttore poteva anche assumere l’impegno di trasformare la res che gli sarebbe stata

consegnata, impiegando eventualmente anche materiali propri, e di consegnare al locatore

l’opus convenuto: il costruttore, ad esempio, assumeva l’impegno di costruire sull’area

dello stesso locatore un edificio.

In ogni caso la mercede era dovuto dal locatore.

Il conduttore era responsabile della cosa, sulla quale acquistava soltanto la detenzione, per

custodia, nel caso in cui la res periva o si deteriorava. Era inoltre responsabile per

imperizia nel caso di cattiva esecuzione dell’opera.

Nel caso di sopravvenuta impossibilità della prestazione per caso fortuito o forza

maggiore, il conduttore era liberato, ma il locatore avrebbe dovuto comunque pagare la

mercede.

Uno speciale regime era stabilito dalla che riguardava le merci

lex rhodia de iactu

trasportate per mare; nel caso in cui per difficoltà della navigazione si era costretti a

gettarle in mare il rischio si ripartiva proporzionalmente tra tutti i locatori delle merci che

erano state imbarcate sulla stessa nave.

Locatio operarum.

Con la locatio operarum un uomo libero assumeva l’impegno di prestare la propria

attività lavorativa nei confronti di un'altra persona, la quale si obbligava a pagare come

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di istituzioni di diritto romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente istituzioni di diritto romano, Talamanca. su: IL PROCESSO, LEGIS ACTIONES, IL PROCESSO FORMULARE, Le Azioni pretorie, Azioni penali e azioni reipersecutorie, cautiones, o stipulationes praetoriae, cognitiones extra ordinem, atti negoziali, Sostituti processuali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vipviper di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di istituzioni di diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Miglietta Massimo.

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