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Riassunto esame Istituzioni di diritto romano, prof. La Rosa, libro consigliato Problemi possessori nell'esperienza giuridica romana, Nicosia

Riassunto per l'esame Istituzioni di diritto romano del professor La Rosa, basato su appunti personali e studio autonomo dei capitoli 1 e 2 del testo consigliato dal docente Problemi possessori nell'esperienza giuridica romana, Nicosia . Nello specifico gli argomenti presi in esame sono i seguenti: la deiectio, la lex agraria (111 a.c.), Cicerone... Vedi di più

Esame di Istituzioni di diritto romano docente Prof. R. La Rosa

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• Gaio nelle sue istituzioni

• Le istituzioni imperiali

Quest’ultimo punto merita una nota.I giustinianei omettono ,tra le altre cose,la

dizione cum possideret non tanto per eliminare il requisito del possesso quanto per

armonizzarlo con la riforma di Giustiniano che che aveva fuso insieme l’interdetto de

vi e de vi armata,abolendo anche il requisito della possessio non viziosa nei confronti

del deiciens,e di conseguenza anche il possesso cui era collegata,pur non volendo

comunque disconoscere la necessità del possesso.

Questo mancato disconoscimento ci viene attestato anche da molti passi riportati dai

giustinianei del commentario di Ulpiano ad edictum,e da molte altre fonti quindi

possiamo affermare con sufficiente sicurezza che il possesso era requisito essenziale

per potere parlare di deiectio.Per fare un esempio lo stesso Ulpiano all’inizio del

commento all’interdetto parla di “propter quod ad reciperandam possessionem”.

E il propter quod presuppone che nella prima parte del testo deiectus indicasse

tecnicamente colui che era stato violentemente espulso de possessione.

Del resto anche in un altro testo Ulpiano parlando dell’interdetto de vi dice che esso

non si riferisce ad ogni vi,ma è utilizzabile solo da parte di chi subisce una deiectio de

possessione,per mezzo della vi.

In chiusura possiamo quindi dire che in riferimento almeno all’interdetto de vi la

deiectio indicava solo l’espulsione dal possesso,non ogni espulsione da un immobile.

3 La nascita del concetto di deiectio

Bisogna ora chiarire quando nacque il concetto tecnico della deiectio.

Sicuramente ritiene Nicosia non è un concetto presente originariamente

nell’interdetto,e addirittura la terminologia iniziale e oscillante.

Ad esempio nella lex agraria del II sec. a.c. si parla di eicere, eiectus, mentre

Cicerone da notizia di un interdetto dove si riportava il termine detrudere anche se

questa potrebbe essere un semplice precisazione del concetto.

Dal pro Caecina ciceroniano possiamo anche dedurre un altro dato.

Cicerone riporta l’affermazione di Pisone,che anche nel de vi armata solo il

possessore poteva subire una deiectio,mentre Cicerone nega con violenza tale validità

in tema di de vi armata,mentre ne riconosce la valida nel de vi.

Confrontando questa sua affermazione con altri testi del pro Caecina,si potrebbe

pensare che Cicerone pur essendo d’accordo con la necessità del possesso ai fini del

de vi,configurasse questo possesso come condizione di esperibilità e non come

elemento essenziale per aversi deiectio.

Tuttavia è anche plausibile che Cicerone qui non si esprima in senso tecnico ma solo

retorico,dato anche il contesto oratorio.

A fronte di queste incertezze, però possiamo affermare che all’epoca di Cicerone il

concetto di deiectio preuspponente il possesso era certamente sviluppato (vedi

affermazione di Pisone ) e tale formulazione tanto era affermata che due secoli dopo

la ritroviamo nel testo di Ulpiano quasi con le stesse parole.

4 Il Testo e le scoperte del Riccobono

E’ importante adesso sottolineare come non ogni deiectio desse luogo ad un

interdetto de vi,dato che era esperibile l’exceptio vitiosae posessionis,cioè era

necessario che non si possedesse in maniera viziosa rispetto all’avversario (cioè non

si doveva avere acquistato il possesso vi, clam o precario) .

E’ chiaro come i due requisiti non fossero sullo stesso piano.Infatti si aveva sempre

deiectio in ogni espulsione violenta da un immobile a prescindere dalla viziosità,ma

se veniva effettuata da colui nei cui confronti si possedeva viziosamente essa

avveniva impunemente.

Chiare in tal senso le testimonianze di Gaio,dove ritroviamo sia l’exceptio vitiosae

possessionis ,sia il concetto che solo chi non possidet deici non potest (quindi il

requisito del possesso) e di Paolo.

Attraverso questi concetti quindi possiamo superare il problema della ricostruzione

del testo dell’editto fatta da Ulpiano cosi come riportato dal digesto.

Il testo dice : ”Deicitur is qui possidet,sive civiliter sive naturaliter possideat : nam et

naturalis possessio ad hoc interdictum pertinet” .

Il problema sorgeva per la menzione della naturalis possesso.

Ma nel 1910 grazie all’opera del Riccobono tale problema fu risolto .Egli infatti

scopri che la contrapposizione tra naturaliter e civiliter è frutto di un intervento

giustinianeo , in sostituzione degli originari iusta e ingiusta effettuandone una propria

ricostruzione.

Tale scoprta fu generalmente accettata dagli studiosi,anche da chi come Albertario

non ne approvava le deduzioni fatte dal testo.

Alcune perplessità tuttavia sorgono sulla ricostruzione del testo effettuata dal

Riccobono.

Lenel ad esempio contestava la ricostruzione perché presupponeva un ordine a sua

avviso sbagliato dell’opera Ulpianea , inserendo il commento all’exceptio al § 9

anziché ai § 27-30 come da lui sostenuto in una sua opera (la palingenesia) come

sostenuto anche dal Kunkel.

La dottrina non si è molto occupata di tale obiezione ,ma persino Riccobono si sentì

in darne una spiegazione.

Egli partì dal fatto che la ricostruzione leneliana è corretta ,ma allo stesso tempo non

ci fosse nessun contrasto con la sua ricostruzione,perché al §9 non c’è un commento

alla exceptio,bensì solo la definizione del concetto di deiectio,dove doveva essere

appunto richiamata tale exceptio.

Appare palese comunque la forzatura perché o definire i vitia possessionis è

necessario per definire la deiectio,e allora non vi era motivo per commentarli in un

punto cosi distante del testo,oppure se come sostiene Nicosia,la vitiosa possessionis

non era necessaria per definire il concetto di deiectio non si vede perché dovesse

richiamarsi qui.

Il problema di tale ricostruzione è dunque quello di ritenere integrato nel concetto di

deiectio il requisito della non viziosità,senza il quale non si sarebbe avuta deiectio.

Se in realtà comprendiamo come i due concetti fossero distinti e non integrati la

ricostruzione sarà più agevole.

Nicosia dunque sostiene una ricostruzione del testo molto più semplice con una

sostituzione solo di civiliter e naturaliter con iuste e iniuste e quindi Ulpiano dice che

era deiectus tanto chi possedeva iuste quanto chi possedeva iniuste.

5

Quando più tardi il pretore inserì l’ipotesi della deiectio dell’usufruttuario,non

adoperò il termine deicere,dato che non si trattava di un proprietario,ma adoperò la

formula “Unde uti frui proibisti”.

E che non fosse ammissibile una deiectio di chi non possedeva lo testimonia Ulpiano

,e anche l’estensore dei vaticana fragmenta,dove però sorge un dubbio.

Al frammento 91 infatti si utilizza l’avverbio proprie,che può far pensare a qualche

ipotesi seppur rarissima ma esistente di deiectio del non possessore.

A seconda della datazione che attribuiamo ai fragmenta, abbiamo distinte ipotesi.

Se l’autore e di epoca classica un uso improprio doveva già in tale epoca essere

presente,se invece fosse frutto di un rimaneggiamento giustinianeo si tratterebbe di

un aggiunta estranea all’epoca classica.

Le fonti giustinianee danno tanto attestazione della terminologia uti frui prohibere,

tanto del termine deicere riferito all’usufruttuario; tra questi brani ricordiamo 2 brani

di Paolo, e uno di Ulpiano.Tuttavia sono forti i dubbi di interpolazioni giustinianee

dovute soprattutto alla modificata situazione dell’usufruttuario.

A favore di tale tesi si pronuncia Albertario,sostenendo l’uso di deiectio riferito

all’usufruttuario solo per l’epoca giustinianea.

Alcuni autori invece sostengono che tale utilizzo di deicere fosse gia presente in

epoca classica : Carcaterra sostenendone un uso non tecnico,ma improprio,Marrone

sostendo una evolutività dei termini.

In particolare sosteneva che in epoca più remota si usasse il termine prohibere,mentre

in età classica avanzata sarebbe apparso deicere.Sarebbe infatti il prohibere adatto

per il proprietario del fondo che volesse espellere l’usufruttuario, data la restrittiva

idea dell’usufrutto in epoca più risalente che avrebbe impedito di utilizzare il termine

deicere.Ma nel corso dell’evoluzione i poteri dell’usufruttuario si sarebbero

ampliati,fino a che in epoca classica apparì normale ai giuristi parlare di deiectio

anche per l’usufruttuario.

Nicosia non è però d’accordo visto che non si può usare come base del ragionamento

la sola ipotesi del proprietario che espelle l’usufruttuario.

Certo in alcune ipotesi si potrebbe ritenere che il termine deicere è usato in epoca

classica,per distinguere i casi in cui si ha l’espulsione dell’usufruttuario, dai casi in

cui si vieta l’ingresso dell’usufruttuario momentaneamente lontano.Tuttavia un

termnie già esisteva ed era espellere,che troviamo tanto nei vaticana fragmenta

quanto in uno scritto di papiniano.

In conclusione quindi appare preferibile la tesi dell’intervento giustinianeo,il deicere

tecnico delineatosi in epoca classica era riservato ai possessori col de vi e il de vi

armata,per l’usufruttuario vi era l’uti frui proibire che gia nella terminologia si

contrapponeva al possesso.

Se proprio quindi si volessero ritenere i tre testi genuini sarebbe da considerarsi un

uso improprio della terminologia.

6

Ci si chiede se oltre che in riferimento all’ipotesi del de vi,anche in riferimento

all’ipotesi del de vi armata vi fosse la possibilità di una deiectio compiuta impune.

Già un passo di Gaio ci mostra che il de vi armata si applicava anche se l’espulso

possedeva viziosamente nei confronti dell’espulsore e quindi sembra doversi

escludere la possibilità di un uso della exceptio vitiosae possessionis.

Qualche dubbio lo fa sorgere un passo di una lettera di Cicerone a Trebazio dove si

parla di exceptio “quod tu prior vi hominibus armatis non veneris”.

E non si può richiamare contro tale exceptio lo stesso Cicerone quando afferma che

“il pretore interdice nel caso di espulsione per mezzo della forza delle armi senza

alcuna eccezione”.Infatti la exceptio quod tu prior,non doveva essere a carattere

stabile nella formulazione dell’interdetto,ma prestata di volta in volta dal pretore.

Bisogna ora inquadrare tale exceptio,il periodo di applicazione e la portata.

Keller la ritenne tipica dell’età Ciceroniana ,e applicabile nell’ipotesi di risposta con

le armi ad una eventuale espulsione subita poco prima,cioè proprio durante la lotta.

Qui dunque sarebbe apprestata per ragioni di equità (evitava l’interdetto dato che vi

era una espulsione con armi).Ma nell’evoluzione dice poi Keller,non fu più

considerato deiectus chi rispondeva armis alle armi e quindi la exceptio sparì.

Meischeider invece sostiene la ampiezza della exceptio sempre applicabile in caso di

precedente espulsione con le armi,e l’espressione di Cicerone sarebbe dovuta o a non

stabile presenza della exceptio nella formulazione,o a inizio di desuetudine della

stessa,che già Ulpiano disconoscerebbe.

Kniep invece ritenne non solo la ampia applicazione dell’exceptio,ma anche che essa

doveva essere nota ad Ulpiano.

In un testo del giurista infatti il Kniep ritiene che alcune espressioni (sed hoc

confestim non ex intervallo e non ex intervallo,sed ex continenti ) siano frutto di

aggiunte giustinianee,senza le quali si desumerebbe una piena possibilità di espellere

armis chi ci aveva armis deiectio.

Ubbelohde invece ritiene che il testo sia stato solo parzialmente interpolato,con la

frase “ex continenti” di provenienza Ulpianea (il resto invece era interpolato).Quindi

non generale,ma particolare era l’applicazione della exceptio,limitata appunto al caso

sostenuto da Keller,sparendo poi perché ritenuta superflua (non si considerava

deicere la lotta armis per difendere il possesso).Cita anche Giuliano,e Ulpiano come

testi a sostegno.

7

Analizzando i testi (riportatici da Giustiniano in particolare Iul. 48 Dig.) si vede come

Giuliano dica che chi riprende con la forza il possesso strappatogli con la forza

durante la lotta(in ipso congressu) non possiede vi,quindi se taluno viene espulso,e

poi riprende il possesso,e poi è nuovamente riespulso,può usare l’interdetto.

E’ conciliabile questo con il regime classico da noi conosciuto?Pare di no dato che vi

era la possibilità grazie all’exceptio vitiosae possessionis di una riespulsione impune

immediata.Ossia se chi recupera il possesso con la forza,non possiede vi solo

nell’ipotesi che il tutto avvenga ipso congressu si arriverebbe al paradosso : se A

espelle B possessore,e a sua volta B espelle A ma non subito(ipso congressu),nel caso

in cui fosse esperito l’interdetto non potrebbe far nulla data la exceptio vitiosae

possessionis;ma se A riespelle ancora B con violenza in ipso congressu,B non può

tutelarsi e dovrebbe essere considerato possessore vizioso.Lo schema cioè dovrebbe

essere considerato come avente una separazione tra la prima espulsione e le altre due

considerate insieme,e sarebbe appunto un paradossoper l’età classica.In realtà

recuperare con la forza il possesso tolto con la forza deve essere sempre nell’ambito

di un in pristinam causa reverti,e non deve servire a possedere abusivamente con la

forza.

Ma se ci mettiamo nell’ottica giustinianea tutti i problemi si risolvono,la exceptio

vitiosae possessionis è sparita,e vi è solo la possibilità di difendere il proprio

possesso,ecco perche si parla di lotta in prosecuzione.

Altra cosa importante è chiarire quanto da taluni studiosi sostenuto per il fr. 17.

Si è detto che chi espelle l’invasore non faccia deiectio,ma in realtà ciò è vero solo in

epoca giustinianea,mentre per l’epoca classica no,in quanto ci può essere deiectio,ma

senza possessione vi,e quindi una deiectio operata impune.

Quindi la deiectio impune di epoca classica in Giustiniano si può avere solo negando

la deiectio.

In definitiva non possiamo che dedurre che in ipso congressu è frutto di aggiunta

Giustinianea.

8

Tornando ora al fr. 3.9 e alle frasi “sed hoc confestim,non ex intervallo” e “non ex

intervallo,sed ex continenti”,Ubbelhode sostiene che è concetto analogo al fr.17 e

quindi a suo sostegno.

Ma essendo Giustiniano e non Giuliano come ritiene lui l’autore delle frasi,la tesi non

fa che segnare un autogol.Del resto come si può ritenere solo la parte ex confestim

originale e le altre interpolate (per sua stessa ammissione)?

Allora la ricostruzione del testo,non deve essere quella data dallo Kniep,pur se è da

considerare corretta la tesi delle interpolazioni.

In realtà nel testo Ulpiano dice che il possessore non solo può resistere,ma anche

espellere armis chi armis è venuto,e quindi riespellere impunemente chi avesse

effettuato la deiectio.Anche in questo caso il riferimento è al requisito delle armi e


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame Istituzioni di diritto romano del professor La Rosa, basato su appunti personali e studio autonomo dei capitoli 1 e 2 del testo consigliato dal docente Problemi possessori nell'esperienza giuridica romana, Nicosia . Nello specifico gli argomenti presi in esame sono i seguenti: la deiectio, la lex agraria (111 a.c.), Cicerone nel pro tullio e nel pro caecina, Gaio nelle sue Istituzioni, le Istituzioni imperiali, il possessio e l'usufructus nell’epoca ciceroniana.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof La Rosa Renato.

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