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Riassunto esame Istituzioni di Diritto Romano, prof. Nasti, libro consigliato Linee di Storia Giuridica Romana, Kunkel

Riassunto per l'esame di Istituzioni di Diritto Romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Linee di Storia Giuridica Romana, Kunkel consigliato dalla docente Nasti. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la città-stato come punto iniziale dello sviluppo giuridico romano, i comizi curiati, i comizi centuriati, i comizi... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Diritto romano docente Prof. F. Nasti

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ESTRATTO DOCUMENTO

corrispondenza tra il principe e i suoi funzionari, il disbrigo delle numerose petizioni che

venivano indirizzate al principe dalla popolazione provinciale, richiedevano un’estesa rete

di uffici e alcune organizzazioni ausiliarie, come una posta statale rapida e sicura. Si formò

così un vasto apparato amministrativo che mise da parte gli organi repubblicani. Le

cariche create dal principe non erano onorarie e gratuite come le magistrature

repubblicane ma esse venivano pagate profumatamente e la loro durata in carica si

protraeva fino a quando il principe lo riteneva opportuno. Il principe per i compiti che

rientravano nelle sua competenza, si fece aiutare anche dai due ceti dirigenti: l’aristocrazia

senatoria e i cavalieri. Ad un senatore di rango più elevato amministrava la carica di

prefetto urbano con il compito di mantenere l’ordine interno della capitale. Di provenienza

senatoria erano anche i sovrintendenti alle opere pubbliche, agli acquedotti e alle grandi

vie di comunicazione. Anche tutti i maggiori posti di comando dell’esercito erano riservati

al ceto senatorio, come anche la maggior parte degli incarichi a governatore nelle province

soggette all’amministrazione del principe. Le province più piccole venivano amministrate

da governatori dell’ordine equestre. Per quanto riguarda la provincia dell’Egitto, importante

perché era considerato il granaio dell’impero, Augusto non volle affidare la sua

amministrazione ad un membro della nobiltà senatoria, ma ad uno del ceto equestre;

difatti, per proteggerla attuò delle dispozione eccezionali, ossia i membri dell’ordine

senatorio non potevano mettervi piede senza uno speciale permesso del principe. Fino ai

primi decenni del II sec., tutti quegli uffici centrali che funzionavano sotto il diretto controllo

del principe vennero affidati ai liberti imperiali. In origine essi fungevano da organi ausiliari

interni, che assistevano il principe nell’attività amministrativa, poi, a partire da Claudio,

acquistarono un’organizzazione più stabile ed autonoma. Il ragioniere del principe si

trasformò in una specie di ministro delle finanze dell’impero; la corrispondenza del principe

veniva sbrigata da due uffici separati: ab epistulis e a libellis, a cui si aggiungeva anche un

ufficio speciale per la tenuta dell’archivio imperiale ( a memoria).

Con lo sviluppo dell’amministrazione finanziaria si eliminò anche il sistema dell’appalto

delle imposte, determinando un vantaggio, non solo per le entrate statali, ma anche per i

contribuenti. Il controllo costante esercitato dal principe su tutta l’amministrazione

dell’impero favorì la certezza del diritto, riducendo nello stesso tempo la corruzione, anche

se non fu del tutto eliminata.

Un problema abbastanza importante riguardava, poi, la successione del principe. Infatti, la

morte di esso, determinava ogni volta un momento più o meno critico per la pace interna

dell’impero. Tuttavia il problema della successione venne risolto in modi diversi, a

seconda delle circostanze del caso: ora in via ereditaria, ora con l’elezione del senato, ora

con la decisione dell’esercito. L’unico sistema efficace fu quello della correggenza. Già

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Augusto aveva chiamato il successore da lui designato a collaborare agli affari di governo

mentre lui era ancora in vita, indicandolo come il futuro principe. Altri casi di correggenza

portarono anche a governi congiunti, in cui i principi sono due con uguali poteri. Poiché

l’esperienza insegnava che la trasmissione del principato al discendente di sangue poteva

facilmente portare la persona sbagliata alla guida dell’impero universale, alla fine del I sec.

( a partire da Nerva) si diffuse una nuova pratica, per cui il principe adottava il migliore dei

suoi collaboratori, designandolo come suo successore. Questa procedura dette all’impero

molte delle sue più grandi e nobili sovrani, come Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco

Aurelio. Era necessario poi che il nuovo principe ottenesse l’attribuzione dei poteri della

tribunicia potestas e dell’imperium proconsolare. La relativa deliberazione spettava al

senato, il quale ritenne opportuno che questo atto fosse ulteriormente confermato da una

legge popolare. Per lo meno così accadde per l’imperatore Vespasiano, condotto al potere

da una rivoluzione militare: la legge, riguardante la sua investitura, è giunta fino a noi,

anche se solo parzialmente d è la cosiddetta lex de imperio Vespasiani.

Il principato assicurò all’impero più di due secoli di sviluppo pacifico. Di ciò ne godettero

anche le province. Quanto all’Italia, nonostante tutti i provvedimenti di riforma, non si riuscì

a porre rimedio ai dissesti sociali della tarda Repubblica. Con una serie di leggi, Augusto

aveva cercato di dare un nuovo impulso all’etica matrimoniale e nobiliare, di eliminare i

pericoli dovuti alla scarsa natalità. Di arrestare l’intensa infiltrazione di stranieri nella

cittadinanza romana. Quanto alla sua politica di insediamenti in Italia si proponeva di

sistemare i veterani delle ultime guerre civili. Questa politica ebbe come risultato un

incremento della piccola proprietà contadina. Più tardi Nerva, Traiano e i loro successori

istituirono delle fondazioni per la cura dei ragazzi appartenenti a famiglie indigenti. I

capitali di queste fondazioni furono messi disposizione dei contadini possidenti italici, e

servirono a combattere la scarsa natalità e a sostenere l’economia rurale. Nonostante

tutto, però, si ebbe un’ulteriore crescita del latifondo col conseguente aggravarsi dello

spopolamento della penisola. Una politica economica orientata gli imperatori dell’età del

principato non l’hanno mai praticata. Essi si preoccupavano solo di risolvere problemi

immediati, come quello dell’approvvigionamento di grano per Roma, ma non curarono i

singoli rami dell’economia. Per questo il quadro complessivo della vita economica sembra

basata sul lasciar fare, lasciar andare. Ciò portò ad un processo che alla lunga doveva

spostare il baricentro economico, e poi anche quello politico e spirituale, dall’Italia ad altre

zone dell’impero. L’intera parte occidentale dell’impero fu più o meno romanizzata in un

periodo abbastanza breve, grazie alla penetrazione dei commercianti romani, e alla

fondazione di colonie romane. Durante il Principato la romanizzazione fece rapidi

progressi e si ricominciò ad accordare la cittadinanza romana o latina a parecchie persone

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singole e ad intere comunità. Solo nelle province orientali la civiltà romana non poté fare

conquiste molto rilevanti perché qui dominava la cultura greca; anche se le due civiltà

furono sentite ogni giorno come unità, determinando fra Oriente e Occidente uno sviluppo

congiunto. A cominciare dal I sec. d.C. , cominciò la scalata sociale di alcuni individui

appartenenti alle classi più elevate delle province, i quali riuscirono ad arrivare fino al

senato romano. Verso la metà del II sec. , una buona metà di senatori veniva dalle

province; lo stesso principato, con Traiano e Adriano, venne assunto da romani di origine

spagnola. Vediamo, ad esempio, che il famoso editto, la constitutio Antoniniana, con cui

Antonino Caracolla estese la cittadinanza romana a tutto l’impero, fu solo la conseguenza

del processo di romanizzazione in atto. Questo editto è giunto fino a noi in un papiro, in cui

molte parti mancano, ma si evince che una parte della popolazione dell’impero, i dediticii,

pare fosse esclusa dalla concessione della cittadinanza. Con la constitutio Antoniniana,

l’idea di un impero universale sopranazionale aveva trionfato sulla città –stato romana. 20

CAP. 4) Il processo penale

§ 1) Il diritto penale privato delle XII Tavole era sicuramente inadeguato di fronte allo

sviluppo che Roma ebbe nel tempo. La crescita del proletariato urbano e del numero degli

schiavi determinò energiche misure per il mantenimento della sicurezza pubblica. Per

questo sorse una severissima giurisdizione di polizia contro gli autori di violenze, gli

incendiari, gli avvelenatori e i ladri. Su tutti costoro pendeva la pena di morte. Erano

considerati delitti punibili con la pena di morte anche il fatto di girare armati con intenti

criminali e la compera o vendita, e in generale il possesso, di veleni mortali. Chi cadeva

nelle mani della polizia veniva punito d’ufficio; ma il procedimento poteva essere messo in

moto anche dalla denuncia di un privato: in questo caso era compito dell’accusatore

fornire la prova del delitto. Competente era il pretore urbano, in quanto titolare del potere

di giurisdizione. Egli affidava il compito di punire gli schiavi e i criminali appartenenti allo

strato più umile della popolazione libera ai tresviri capitales. Questi erano magistrati di

rango inferiore a cui spettavano anche la tutela della pubblica sicurezza nella città, il

controllo delle prigioni di stato e l’esecuzione delle condanne a morte. Se il reo era

confesso o colto in flagrante, i tresviri eseguivano la pena capitale senza dibattito

giudiziario. Agli schiavi la confessione veniva estorta con la tortura. Ma s l’accusato

contestava il fatto di cui era imputato, era il consiglio del triumviro a decidere sulla sua

colpevolezza o innocenza. Dinanzi al pretore arrivavano solo quei processi che

riguardavano i cittadini di un certo prestigio sociale e non confessi. In questi casi

occorreva sempre il giudizio del consiglio. La punizione dell’accusato dichiarato colpevole

era compito del pretore; questi, pur non avendo la facoltà di sostituire la pena di morte con

un’altra pena, poteva lasciare che il condannato fuggisse in esilio e pronunciare contro di

lui l’interdizione dell’acqua e del fuoco. Per quanto riguarda i delitti politici che, durante

l’età della repubblica, si svolgevano dinanzi ai comizi e sotto la direzione dei tribuni della

plebe, degli edili o dei questori, ben presto la procedura fu inadeguata ai tempi:

l’assemblea popolare non era più formata da gente accorta e ponderata ma era dominata

da masse esposte a flussi demagogici. Inoltre politica e amministrazione erano diventate

talmente complicate, che il comune cittadino non era più in grado di giudicare sul fatto

criminoso. Divenne , così, sempre più usuale che il senato affidasse i delitti politici ai

consoli o ad uno dei pretori, in modo che il processo si svolgesse dinanzi al loro consiglio,

il quale, essendo composto da senatori, era esperto in materia. Questi tribunali straordinari

furono istituiti anche per giudicare delitti che non potevano essere trattati nel corso

normale della giustizia penale pubblica, per il concorso di un gran numero di persone

coinvolte nel reato. Questi tipi di tribunali avevano carattere d’improvvisazione e si

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costituivano di volta in volta e la scelta del consiglio giudicante spettava al magistrato

presidente o al senato. Solo per il processo per concussione esistette una speciale lista di

giudici predisposta per l’intero anno di carica dei magistrati; da essa veniva formato il

consiglio di volta in volta. Altre corti giudiziarie permanenti di questo tipo furono istituite

solo dopo che fu eliminato l’obbligo di formare i consigli dei tribunali penali esclusivamente

con membri del senato, vale a dire, dopo la lex Sempronia iudiciaria di Gracco. Questa

legge permetteva l’accesso al banco dei giudici ai cavalieri.

§ 2) Silla riorganizzò i tribunali permanenti che erano stati creati dalla lex Sempronia,

aumentandone anche il numero. Ci furono quindi tribunali per delitti di alto tradimento e

disobbedienza agli organi superiori dello stato, sottrazione di beni dello stato, corruzione

elettorale, concussione nelle province, omicidio, attentato alla sicurezza pubblica,

falsificazione di testamenti o di monete e ingiurie gravi, inclusa la violazione di domicilio.

Altri tribunali, come la quaestio de vi, per qualsiasi tipo di violazione, e la quaestio de

adulteriis, per l’adulterio e la seduzione di donne non maritate di onorata condizione,

furono introdotti in epoca successiva, alcuni solo con la legislazione criminale augustea,

che costituì il punto d’arrivo nello sviluppo degli iudicia publica. A capo delle singole

questioni c’era normalmente un pretore. Il processo dinanzi a queste giurie non avveniva

d’ufficio ma attraverso una denuncia di un privato. Ciò era proprio una caratteristica del

processo penale pubblico, ossia ogni cittadino di buona reputazione aveva la facoltà di

presentare l’accusa. I motivi che spingevano l’accusatore erano diversi. Accanto alla sete

di vendetta della parte lesa, giocavano un ruolo importante le inimicizie, che in genere non

avevano nulla a che vedere con il delitto in questione,l’ambizione politica e specialmente

la brama di denaro: infatti, le leggi criminali stabilivano, per l’accusatore che avesse vinto il

processo, premi di notevole valore. In caso di condanna capitale dell’accusato,

all’accusatore spettava una parte del patrimonio confiscato. Senza dubbio molte erano le

persone che esercitavano proprio la professione di accusatore, difatti, i difetti che

presentava questo sistema si cercò di eliminarli sottoponendo l’accusatore, le cui accuse

fossero infondate, ad un processo per calunnia, togliendogli la facoltà di sostenere in

futuro altre accuse criminali.

Se il magistrato ammetteva l’accusa, si formava un consiglio e a sorte venivano estratti i

nominativi dei giudici della relativa questione. Avvenuta la scelta, il cui numero fu diverso

nei vari periodi ed anche nelle singole questioni, i membri dovevano prestare giuramento.

Il dibattito vero e proprio spettava alle parti: l’accusatore presentava e interrogava i suoi

testimoni e l’accusato faceva lo stesso. I giurati ascoltavano in silenzio. Finita l’arringa da

entrambe le parti, il consiglio emanava il suo verdetto scrivendo il voto su tavolette che

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venivano deposte in segreto in un’urna. La parità di voti favorevoli e contrari valeva

l’assoluzione. Se si verificava un gran numero di astensioni si procedeva ad un secondo

dibattimento. Sulla base della votazione del consiglio il magistrato giurisdizionale

annunciava se l’accusato avevo o no commesso il fatto di cui era stato accusato. In linea

di principio, non veniva espressa la condanna ad una pena perché questa risultava dalla

legge su cui si fondava il procedimento. Solo nel caso in cui si trattava di pena pecuniaria

c’era bisogno di una stima della pena da parte dello stesso consiglio, che si riuniva dopo il

verdetto di condanna per discutere del valore della lite. Per quanto riguarda la pena di

morte, questa non veniva quasi più applicata in un processo svolto dinanzi ad una

quaestio, i quali generalmente appartenevano ai ceti più elevati; piuttosto il magistrato

dava loro la possibilità rifuggire in esilio. Per gli schiavi e i criminali provenienti dagli strati

più bassi della società, venivano di norma messi a morte.

§ 3) Augusto non soppresse le corti giurate ma le riorganizzò, e ne aumentò il numero.

Esse continuarono ad essere gli organi della giurisdizione penale ordinaria. Augusto, però,

nello stesso tempo riformò tutto il sistema di polizia e la giurisdizione che vi era connessa,

nominando capo della città a tempo indeterminato un senatore di rango consolare e

creando un contingente di polizia alloggiato in caserma, le cohortes vigilum. Il praefectum

urbi e il comandante dei vigiles presero il posto dei tresviri capitales come titolari della

giurisdizione di polizia. Anche fuori della città di Roma Augusto prese provvedimenti per

combattere la delinquenza, specialmente il banditismo. Aveva cosparso il paese di basi

militari. E’ lecito pensare che il nuovo sistema di polizia creato da Augusto abbia

significato non solo un passo avanti decisivo nella lotta alla delinquenza, ma anche un

miglioramento dell’amministrazione della giustizia penale. La giurisdizione, infatti, non si

trovava più nelle mani di magistrati giovani che, cambiando ogni anno, non avevano il

tempo di accumulare esperienza, ma essa veniva esercitata da persone competenti e con

una carica più lunga, che permetteva una maggiore stabilità nell’amministrazione della

giustizia. Infine il tribunale del prefetto non era un tribunale speciale, il quale giudicava

solo determinati delitti, ma poteva giudicare anche qualsiasi crimine diretto a turbare la

sicurezza e l’ordine pubblico. Per queste ragioni, appare comprensibile che la giurisdizione

penale straordinaria del praefectum urbi, cominci a soppiantare quella ordinaria delle corti

giurate. Il tribunale che, invece, si occupò della questione dell’adulterio ebbe vita più lunga

degli altri, in quanto la materia trattata usciva dall’ambito delle competenze del praefectum

urbi, al quale spettavano solo funzioni di polizia. Anche il senato e il principe fungevano da

organi di giustizia penale. Il senato svolgeva la giurisdizione criminale solo nell’ambito del

senato stesso, mentre le funzioni giurisdizionali del principe riguardavano prettamente le

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province e l’esercito. Tali poteri venivano esercitati da suoi delegati. Se egli, però, si

trovava in una di queste province, aveva la facoltà di assumere personalmente le funzioni

di magistrato giurisdizionale. Anche gli abitanti delle province potevano rivolgersi

direttamente al principe, contro le decisioni dei suoi rappresentanti. E’ dubbio se il principe

avesse il diritto di giurisdizione anche in Roma. Certo è che egli poteva esercitare una

specie di controllo sull’amministrazione della giustizia, come titolare della tribunicia

potestas. In ogni caso è certo che Augusto abbia esercitato assai spesso funzioni

giurisdizionali. Tuttavia, pare che egli si sia in generale astenuto dall’intervenire nella

giurisdizione ordinaria, civile e penale, da lui riformata. Il compito di provvedere alle

appelationes, fu delegato a consolari, che venivano investiti di quell’incarico per 1 anno.

Tiberio fu ancora più discreto di Augusto nell’esercizio della giurisdizione. Solo con gli

imperatori successivi sembra che la giurisdizione imperiale abbia cominciato a svilupparsi

in tutta la sua pienezza. Essa raggiunse il massimo nel periodo da Adriano a Settimio

Severo. L’imperatore poteva portare dinanzi al suo tribunale qualsiasi lite.

Sui particolari del procedimento dinanzi ai tribunali penali straordinari dell’età imperiale

siamo informati in modo frammentario. Sicuramente si poteva mettere in moto d’ufficio,

anche se la cosa più usuale era che si partisse dall’accusa di un privato. Il dibattimento

era condotto in modo più rigoroso ma anche con criteri più elastici che non dinanzi ai

tribunali giurati. Anche per quanto riguarda le pene che il presidente poteva infliggere al

reo confesso o dichiarato colpevole dal consiglio, la giurisdizione penale straordinaria

dell’età imperiale godeva di una maggiore libertà di movimento che non il processo dinanzi

ai tribunali giurati. Mentre quest’ultimo rimaneva ancorato alle leggi criminali repubblicane

ed augustee, che prescrivevano pene pecuniarie o la pena capitale, i funzionari della

giurisdizione penale straordinaria potevano disporre anche che il reo confesso fosse

assegnato ad una scuola di gladiatori o condannarlo ai lavori forzati. Questa pena, però,

veniva inflitta solo a persone di basso ceto. Lo stesso vale per la pena di morte, che i

tribunali straordinari facevano eseguire raramente nei confronti dei cittadini alto locati. Per

questi la pena capitale consisteva nella deportazione in un’isola, con o senza custodia; in

casi meno gravi ci si limitava alla relegazione, cioè all’espulsione da Roma e dall’Italia o

eventualmente dalla provincia in cui il condannato aveva la residenza. Relegazione o

deportazione presero il posto della fuga in esilio consentita dal magistrato. Ila procedura

straordinaria era più efficace e, nel complesso anche più giusta di quella ordinaria,

specialmente nei confronti dell’uomo comune che poco aveva beneficiato del processo

dinanzi alle corti giurate, ma che subiva, comunque, pene più dure rispetto a coloro che

appartenevano ai ceti più elevati. 24

CAP. 5) Gli sviluppi del diritto privato

§ 1) Dal III sec. a.C. , Roma partecipava attivamente al traffico commerciale del mondo

ellenistico. Commercianti italici si spinsero ben presto fino ai paesi orientali e mercanti

stranieri arrivavano a Roma e nell’Italia romana sempre più numerosi. Si determinò ben

presto il problema di come regolamentare i rapporti giuridici con gli stranieri. A Roma,

come in tutto il mondo antico, vigeva come principio fondamentale quello della personalità

del diritto. Ogni comunità aveva un diritto che valeva solo per i cittadini di quella comunità

e non per gli stranieri. Lo straniero che non avesse ottenuto una equiparazione con il

cittadino doveva avvalersi dell’aiuto di un cittadino, il suo ospite. Mentre l’Oriente aveva

superato questa condizione di isolamento giuridico, mediante la formazione di un comune

diritto commerciale ellenico, basato sulla stretta affinità esistente fra tutti gli ordinamenti

giuridici greci, la posizione dell’antico diritto romano era rigido, poco duttile e incapace di

adattarsi alle mutate esigenze dei tempi. Mentre nel mondo ellenistico si faceva uso della

forma scritta per i negozi giuridici più importanti, il diritto romano si basava su precise

formule orali, e mentre il diritto commerciale ellenistico si era sviluppato in modo libero

attraverso i rapporti fra i membri di comunità diverse, lo ius civile romano rimase chiuso

agli stranieri. Con l’intensificarsi dei traffici commerciali, anche Roma fu costretta ad

attuare una tutela dello straniero; infatti fu istituita la figura del pretore degli stranieri, o

praetor peregrinus, del quale non si conosce praticamente nulla della sua giurisdizione.

Tuttavia bisogna supporre che egli abbia avuto un ruolo importante sia per la

liberalizzazione del procedimento giudiziario dal formalismo delle XII Tavole, sia per il

riconoscimento di alcuni contratti obbligatori conclusi in modo non formale, come la

compravendita, la locazione di cose d’opera, ecc. questi erano contratti che potevano

essere conclusi anche da coloro che non avevano la cittadinanza romana. La loro forza

obbligatoria si fondava non sullo ius civile, il diritto proprio dei romani, ma sullo ius

gentium. Con questa espressione si indicavano quei contratti che erano riconosciuti da

tutti i popoli e potevano perciò essere validamente stipulati non solo fra romani, ma anche

fra stranieri e fra romani e stranieri. Il concetto di ius gentium si estendeva anche ad altri

campi dell’ordinamento giuridico ed in particolare al diritto privato. Poiché si sapeva che la

compravendita, la locazione d’opera o di servizi, il prestito e altri contratti simili venivano

conclusi ed adempiuti anche presso altri popoli, si era portati a credere che il vincolo da

essi derivante si basasse su principi giuridici ugualmente validi in ogni luogo. E’ chiaro che

alla base di questa teoria non c’era una conoscenza approfondita degli ordinamenti

giuridici stranieri; del resto i romani, nonostante che la pratica giuridica e la vita economica

subirono delle trasformazioni a causa dei traffici internazionali e del diritto ellenistico, non

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si preoccuparono mai di attuare una vera recezione delle norme giuridiche straniere nel

diritto romano. Tale trasformazione determinò solo lo stimolo a produrre nuove norme che

si basavano, comunque, sullo ius civile.

§ 2) Con l’espandersi dell’impero crebbe anche il campo di applicazione del diritto

romano, pertanto lo ius civile veniva applicato ovunque si trovassero cittadini romani

sparsi sul territorio dell’impero. I sudditi conservavano il loro diritto indigeno, ed era questo

che veniva applicato se essi litigavano dinanzi ai propri tribunali. Se, però, i sudditi,

volontariamente o perché vi fossero costretti, cercavano di far valere i loro diritti dinanzi ad

un tribunale romano, il processo si svolgeva secondo le norme romane e, nell’ambito del

diritto commerciale, le norme giuridiche erano quelle dello ius gentium. Le ragioni erano

date dal fatto che i romani non conoscevano il diritto indigeno e non avevano mai mostrato

interesse nel conoscerlo. Nel momento in cui la cittadinanza romana venne estesa

generosamente in molte zone dell’impero, il diritto romano fu l’unico vigente in Italia e

nelle province. Quando infine la constitutio Antoniniana ammise nella comunità cittadina la

massa della popolazione dell’impero che fino a quel momento ne era stata esclusa, tutto

l’imperium Romanus, diventò un territorio giuridicamente unitario, in cui fu applicato

indifferentemente sia lo ius civile che lo ius gentium. I ritrovamenti papirologici in Egitto

hanno dimostrato, però, che in questa regione come anche in altre zone delle province è

esistita una tradizione giuridica che si basava sull’ordinamento giuridico preromano,

risultante da elementi greci ed egiziani. Ciò lo si evince anche da un attento esame delle

leggi imperiali del III sec. d.C. , le quali consistono nei cosiddetti rescritti, cioè in quei

pareri giuridici che gli imperatori in singoli casi concreti hanno fornito su richiesta sia di

privati che di giudici o di funzionari. In moltissimi di questi rescritti, gli imperatori

impongono l’osservanza dei principi del diritto romano e delle decisioni che ne

scaturiscono. Ciò significa che la vita giuridica della parte greca dell’impero continua ad

essere dominata, anche dopo la constitutio Antoniniana, dal diritto indigeno. La constitutio

Antoniniana, in effetti, aveva solo cambiato lo status politico di tutti quelli che fino a quel

momento erano stati dei sudditi; ma continuava ad esistere un’autonomia amministrativa

ed anche una giurisdizione proprie, per cui il diritto romano era estraneo ai tribunali locali.

Anche gli scribi continuarono ad usare i loro formulari, cercando al massimo di adattarli

alle esigenze del diritto romano. Quindi il diritto romano veniva applicato solo là dove

c’erano uomini che lo conoscevano; ma in Oriente, questo accadeva solo nel tribunale del

governatore. Un esempio abbastanza noto è quello del campo delle obbligazioni, dove il

diritto romano non conosceva il concetto della libertà contrattuale, ma ammetteva solo

alcuni tipi di contratto, come la stipulatio, che consisteva in uno scambio orale di domanda

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e risposta tra le parti. Essa aveva carattere formale, perciò poteva essere applicata alla

compravendita, alla donazione, ecc. della stipulatio, i notai ellenistici, capirono solo che

qualsiasi negozio era valido se c’era stato uno scambio di domanda e risposta tra le parti.

Nelle province, però, operarono dei giuristi romani, che, con ogni probabilità, svolgevano

la loro attività solo in quei luoghi ove trovava applicazione il diritto romano, come il

tribunale del governatore. Solo quando sorsero scuole giuridiche locali, in cui si insegnava

il diritto romano, questo iniziò a trovare applicazione concreta. Comunque, molto più facile

fu il processo di romanizzazione in Occidente, dove i romani non trovarono alcuna

resistenza significativa, anzi il latino diventò la lingua ufficiale di tutta la parte occidentale

dell’impero, di conseguenza il diritto romano riuscì ad attecchire più in profondità rispetto

alla parte orientale dell’impero.

§ 3) L’antico ius civile si fondava sulle legge delle XII Tavole, sulla loro interpretazione e

sulle leggi popolari ad esse posteriori. Le innovazioni alle leggi del tempo furono minime,

quelle più significative si ebbero nell’ultima epoca repubblicana, sotto la guida dei

magistrati giurisdizionali: in Roma dai due pretori incaricati dell’amministrazione della

giustizia civile. Le nuove norme scaturite dall’attività giurisdizionale di questi magistrati si

contrapposero come diritto magistratuale (ius honorarium) allo ius civile. La maggior parte

del diritto onorario valeva anche per i rapporti con gli stranieri, ed era quindi

contemporaneamente anche ius gentium. Si hanno così due concetti, lo ius civile e lo ius

honorarium, che si intersecavano. Il primo atteneva alla sfera personale di applicabilità

delle norme giuridiche, il secondo alla fonte da cui esse scaturivano. La giurisdizione

magistratuale rappresentò l’elemento dominante nello sviluppo giuridico romano. Poi

comparvero altri elementi che la soppiantarono. Uno di questi fu la legislazione imperiale,

che in un primo momento fu camuffata, poi uscì allo scoperto e si assunse da sola il

compito dello sviluppo del diritto romano. L’azione di tutti questi fattori si riflette sulla

struttura stessa dell’ordinamento giuridico romano. Dal momento in cui la giurisdizione

magistratuale divenne il principale modo di formazione del diritto, il diritto romano si

trasformò in un complesso di strati giuridici diversi, ciascuno con caratteristiche più o

meno spiccate. Quando la giurisprudenza classica iniziò la sua opera, trovò uno ius

honorarium libero, progredito e in continua evoluzione e uno ius civile rigoroso e rigido nei

suoi fondamenti. Essi si contrapponevano come nel diritto inglese, dove il common law si

contrappone alla equità, che scaturisce dalla prassi della corte del Cancelliere. Quando,

nel corso del III sec. d.C., ci fu il tracollo culturale, le due masse giuridiche confluirono in

un unico diritto giurisprudenziale: ius civile e ius honorarium erano concetti ormai

scomparsi, e ciò che ora si vedeva era il prodotto della loro elaborazione da parte dei

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giuristi classici. Intanto si era formato un terzo strato, il diritto imperiale. Se in quel tempo

esso non poteva essere rappresentato con chiarezza, nel periodo tardo si trasformò in un

complesso unitario di norme con caratteristiche proprie, in contrapposizione con il diritto

giurisprudenziale. Il coesistere di strati giuridici diversi, strettamente collegati fra loro, ma

conservando una struttura propria, era il risultato di una crescita naturale. In breve il diritto

romano è un ordinamento giuridico dal carattere storico purché lo si prenda come

realmente è stato. Se lo si analizza attraverso la scienza moderna, in particolare la teoria

tedesca del XIX sec., si riflette ben poco della struttura tipica dell’antico diritto romano. 28

CAP. 6) La giurisdizione civile e il diritto magistratuale

§ 1) I supremi magistrati, i consoli, a partire dalle leges Liciniae Sextiae non esercitarono

più la giurisdizione, ma la lasciarono al pretore. Durante la repubblica e il principato, la

pretura era dunque la magistratura giurisdizionale vera e propria. A parte la speciale

competenza degli edili curuli nelle liti di mercato, ad essa toccava tutta l’amministrazione

della giustizia sia civile che penale, a Roma e nell’Italia romana. C’erano però degli organi

giudiziari ausiliari che servivano ad alleggerire il lavoro del pretore. Il tribunale di polizia dei

tresviri capitales, ad esempio, sbrigava gran parte dei processi criminali che si svolgevano

a Roma. Dal 242 a.C. questi compiti furono ripartiti tra due pretori: il praetor urbanus, a cui

era affidata la giurisdizione tra cittadini romani e il praetor peregrinus competente per i

processi fra stranieri o fra stranieri e cittadini romani. Un aumento del numero dei

magistrati si ebbe solo quando ai pretori prima impiegati come governatori delle province

fu affidata la presidenza dei tribunali giurati (quaestiones). A partire dal quel momento la

competenza del pretore urbano e del pretore pellegrino di limitò essenzialmente

all’amministrazione della giustizia civile. Nelle province era il governatore, o come suo

rappresentante il questore, che esercitava la giurisdizione sia civile che criminale tra

cittadini romani, o anche tra peregrini.

§ 2) I romani designarono con l’espressione ius dicere, e col termine iurisdictio che da

essa deriva,l’attività del magistrato giurisdizionale, il quale non emanava di persona la

sentenza, ma aveva semplicemente il compito di condurre o introdurre il processo. Erano i

giurati a pronunciare la sentenza. La più antica forma di tribunale romano fu costituita

probabilmente da un collegio di giurati, presieduto dallo stesso magistrato o da un suo

rappresentante. Questa forma di tribunale si è conservata fino all’età del principato, nel

processo penale. Ma anche in quello privato esisteva una corte giurata di questo tipo: era

il tribunale dei 100 uomini (centumviri). Ma nella tarda repubblica la maggior parte dei

processi civili non si svolgeva più dinanzi ai centumviri, ma davanti a singoli giudici e, in

alcuni casi davanti ad arbitri o dai cosiddetti recuperatores, i quali senza la guida di un

magistrato. Quest’ultimo aveva solo il compito di dirigere un procedimento introduttivo

rispetto al processo vero e proprio , in cui doveva decidere se ammettere o no l’azione e

nominare il giudice dinanzi a cui si sarebbe decisa la lite. La netta divisione del processo

in due fasi: una introduttiva alla presenza del magistrato e l’altra vera e propria in cui si

trattava la lite dinanzi al giudice, si affermò come una caratteristica particolare del

processo civile romano. I giudici e gli arbitri che il magistrato designava in iure a decidere

29

la lite erano dei privati, i quali dovevano pronunciare la sentenza solo in quel determinato

processo per cui erano stati nominati. Non si trattava di semplici arbitri dal momento che,

pur essendo proposti dalle parti, erano investiti del loro incarico dal magistrato. In questo

senso il potere giurisdizionale del magistrato costituiva la base anche del procedimento

apud iudicem, cioè il vero e proprio processo: esso conferiva alla sentenza del giudice

l’autorità statale. Tale processo fu dominato dal rigido formalismo delle legis actiones e le

parti dovevano dichiarare davanti al magistrato le ragioni in conflitto, secondo formulari

ancorati alle leggi delle XII Tavole. Tutto questo cambiò quando apparve un’altra forma di

procedimento in iure, in cui le parti svolgevano un dibattito libero dinanzi al magistrato.

Nella nuova procedura le parti potevano far valere anche pretese ed eccezioni che non

erano comprese in nessuno dei pochi formulari delle legis actiones; ed anche il magistrato

non era più vincolato ed era in grado di fondare la sua decisione circa la nomina di un

giudice su un oggettiva valutazione delle ragioni addotte dalle parti. In tal modo il

magistrato, pur continuando a svolgere una funzione preparatoria del processo, venne ad

occupare di fatto una posizione chiave nel corso dell’intero procedimento. Al termine della

fase in iure il magistrato emanava oralmente il decreto riguardante la concessione di un

giudice e il compito di condannare il convenuto se si verificavano certi presupposti o di

assolverlo. Era poi compito delle parti fissare in un documento il testo del decreto

magistratuale. A tale scopo esse chiamano dei testimoni , i quali dovevano poi garantire

con il loro sigillo le scritture preparate dalle parti. Proprio in base a questa chiamata di

testimoni, tutta la fase conclusiva del procedimento in iure prese il nome di litis contestatio

(attestazione della lite). Grazie a Gaio, il giurista del II sec. d.C. , possiamo conoscere la

storia del processo civile romano e cogliere la caratteristica di questo, cioè litigare

mediante formule processuali. Rifacendosi a lui la scienza moderna parla di processo

formulare, che introdusse lo sganciamento della fase in iure dai formulari orali, fondati

sulle legis actiones. Tale processo si estese anche ai contratti non formali di

compravendita, di locazione di cose o di opera o di servizi, di società e di mandato, i quali

nella procedura delle legis actiones non potevano trovare tutela. Quando, nel III o agli inizi

del II secolo a.C. , si avvertì l’esigenza di riconoscere forza obbligatoria a questi contratti,

si affermò una nuova procedura: il pretore concedeva uno iudicium con una formula che

autorizzava il giudice a giudicare non secondo il diritto legislativo, ma secondo il principio

della buona fede contrattuale. Il principio della buona fede era solo uno dei tanti mezzi per

approntare una formula, dei quali il pretore si serviva per estendere la tutela giuridica oltre

la cerchia dei rapporti riconosciuti dallo ius civile. A volte, egli applicava proprio il diritto

civile a quelle fattispecie che non rientravano in esso. Quindi ordinava al giudice di

procedere come se ci fossero i presupposti dell’azione civile, che in realtà mancavano. I

30

tal modo le azioni penali di furto o di danneggiamento furono estese anche agli stranieri

che avessero commesso un furto o l’avessero subito. Il praetor peregrinus, competente

per questi casi, concedeva e ordinava al giudice di decidere come se entrambe le parti

possedessero la cittadinanza romana. Prima che venisse creata questa formula

processuale lo straniero che avesse comme3sso un furto era esposto alla reazione

incontrollata del cittadino derubato, mentre lo straniero derubato si trovava senza

protezione. In presenza di una formula così costruita, il giudice non doveva più esaminare

la pretese dell’attore in base ai principi dello ius civile o secondo il metro della buona fede,

ma doveva semplicemente indagare se i presupposti di fatto della condanna

corrispondessero a verità. In questi casi era il magistrato stesso che decideva sulla

questione di diritto, cioè sulla questione se e con quali presupposti la pretesa dell’attore

meritasse tutela giuridica. Alla fine, la procedura formulare s’impose anche nell’ambito dei

rapporti contemplati dall’antico diritto civile. La riforma giudiziaria di Augusto segnò la

vittoria definitiva del processo formulare sulle legis actiones; le formule orali di queste leggi

furono impiegate solo in casi eccezionali, in particolare nel procedimento dinanzi al

tribunale dei centumviri. L’estensione del processo formulare alla sfera dei rapporti

dell’antico diritto civile ebbe come conseguenza che l’attività innovatrice dei magistrati

giurisdizionali si fece sentire anche in questo campo. Eventuali obiezioni del convenuto, di

cui nella procedura delle legis actiones non si poteva tenere conto, venivano ora

considerate includendo nella formula processuale una eccezione. Contro le decisioni del

magistrato giurisdizionale non c’era altro mezzo che l’intercessio di un altro magistrato di

rango uguale o superiore, o dei tribuni della plebe, la cui funzione principale era appunto

quella di difendere il cittadino dalle ingiustizie. L’intercessione doveva essere dichiarata sul

momento, personalmente al magistrato contro il cui decreto essa si dirigeva. Perciò la

parte che si sentiva trattata in modo ingiusto, soleva chiamare in aiuto un tribuno della

plebe. L’intercessio aveva luogo dopo un esame delle circostanze, nel quale anche il

magistrato giusdicente aveva l’opportunità di esporre i motivi della propria decisione. Essa

aveva l’effetto di rendere invalido il decreto; ma nessuno poteva costringere il magistrato a

prendere un’altra decisione al posto di quella annullata. Chi volesse raggiungere tale

scopo doveva tentare la sorte con un altro magistrato competente, e col successore di

colui al quale si era rivolto senza successo. 31

§ 3) Gli editti erano annunzi magistratuali che potevano avere un contenuto ed una

portata diversi: alcuni erano comunicazioni o ordinanze del tutto occasionali, la cui

efficacia cessava con il venir meno del motivo che le aveva provocate; altri erano proclami

che rimanevano in vigore per tutto il periodo di carica del magistrato edicente. A questo

secondo gruppo cioè agli editti di durata annuale (edita perpetua), appartenevano anche

gli editti giurisdizionali: infatti i pretori, gli edili, i governatori delle province, e molto

probabilmente anche i questori aggregati a questi ultimi, all’inizio del loro anno di carica

erano soliti esporre pubblicamente, su una tavola di legno imbiancato, i principi a cui

pensavano di attenersi nella loro attività giurisdizionale e i formulari su cui intendevano

basarsi nella concessione delle formule processuali. Il magistrato, a partire da una lex

Cornelia del 67 a.C. , fu vincolato al proprio editto. Tuttavia anche dopo questa legge egli

conservò la facoltà di concedere caso per caso nuovi rimedi giuridici che non fossero

ancora previsti nell’editto. Il magistrato appena entrato in carica prendeva come modello,

l’editto del suo predecessore, apportandovi solo delle modifiche e delle aggiunte che

riteneva necessarie. In tal modo si formò un nucleo fisso di norme edittali, che veniva

ripubblicato anno per anno. Col tempo gli editti divennero un immagine abbastanza

completa della pratica giurisdizionale, una codificazione del diritto onorario che aveva

rispetto ad un codice il vantaggio di essere capace di ulteriore sviluppo, appunto per il

fatto, che ogni anno il magistrato in carica aveva la possibilità di eliminare dall’editto

quanto vi era di antiquato e di introdurvi nuovi rimedi giuridici, che poi potevano diventare

elementi fissi dell’editto stesso. Salvio Giuliano, uno dei giuristi romani più grandi, ebbe da

Adriano l’incarico di provvedere ad una redazione definitiva; questa fu poi ratificata da un

senatoconsulto, e da quel momento avrebbe potuto essere modificata solo dal principe. La

giurisdizione dei magistrati perse così il suo valore creativo e lo sviluppo del diritto romano

rimase affidato alla giurisprudenza e alla legislazione imperiale. Negli editti c’era, inoltre,

un certo numero di ordini e di divieti del magistrato che servivano al mantenimento della

pace giuridica e dell’ordine pubblico; infine essi contenevano le formule delle exceptiones

e i formulari dei contratti che dovevano o potevano essere conclusi tra le parti nel corso

del processo. A parte ciò, la nostra conoscenza degli editti giurisdizionali è assai lacunosa.

Solo l’editto del praetor urbanus ci è noto con una certa precisione, attraverso i lunghi

frammenti dei commentari all’editto composti dai giuristi dell’età imperiale e conservati nel

Digesto giustinianeo. 32

§ 4) Lo ius honorarium si distingueva dallo ius civile delle XII Tavole per la sua veste

processuale: diritti ed obblighi vi appaiono sempre nella forma di possibilità di agire o di

sollevare eccezioni e di altri rimedi processuali. In linea generale, il diritto onorario non

costituiva una massa giuridica separata dal diritto civile. Al contrario, esso si riallacciava

direttamente a norme civilistiche integrandole, limitandole, estendendole o trasformandole.

Solo eccezionalmente diritto civile e diritto onorario si trovavano in contrapposizione, come

nel campo della proprietà e del diritto ereditario. Qui si arrivò ad una duplicazione dei

concetti: alla proprietà di diritto civile, si contrappose l’appartenenza al patrimonio del

diritto onorario; all’eredità riconosciuta dal primo, il possesso dei beni del defunto

concesso dal secondo. Così, a Roma, la proprietà di una stessa cosa può spettare a due

persone differenti, secondo che si abbia riguardo all’uno o all’altro ordinamento. 33

CAP. 7) La scienza giuridica e il diritto giurisprudenziale

§ 1) La storia della giurisprudenza romana comincia con i pontifices, il collegio

sacerdotale che fu un fattore importante per lo sviluppo del diritto delle XII Tavole. I

pontifices ebbero il controllo non solo delle regole riguardanti i rapporti della comunità con

gli dei, ma anche delle formule valide per i rapporti fra i membri della comunità stessa.

Secondo la prospettiva arcaica, tanto nella preghiera agli dei quanto nei rapporti giuridici

fra gli uomini, ciò che solo importava era l’impiego delle parole esatte: solo chi conosceva

la formula giusta era in grado di invocare efficacemente la divinità, di vincolare o sciogliere

da un legame un individuo. Il sapere dei pontifices era segreto: il tesoro di formule che si

conservava nell’archivio del collegio fu per molto tempo accessibile solo ai suoi membri.

Successivamente, però, le raccolte di formule dell’archivio pontificale furono pubblicate ed

alcuni membri del collegio iniziarono a dare i loro pareri giuridici pubblicamente, cioè

davanti a tutti. Ciò ruppe il monopolio dei pontifices e si aprì la via allo sviluppo di una

giurisprudenza libera. I rappresentanti di tale giurisprudenza si dedicavano principalmente

a dare pareri su questioni di diritto. Essi svolgevano questa attività gratuitamente; infatti la

giurisprudenza non diventò mai una professione esercitata al fine di guadagnarsi il pane:

essa rimase un’attività riservata a persone abbienti ed influenti. Ciò che dalla sua attività il

giureconsulto si attendeva non era la ricchezza, ma la crescita del proprio prestigio

sociale, che gli avrebbe garantito una brillante carriera politica. Tra coloro che si

rivolgevano al giureconsulto non c’erano solo i privati, ma anche gli organi preposti

all’amministrazione della giustizia, cioè i magistrati giusdicenti e i giurati investiti della

decisione della lite. Gli uni e gli altri erano costretti a ricorrere ai giuristi, dal momento che

le conoscenze giuridiche di cui disponevano erano molto scarse. Dare responsi

corrispondeva alla principale attività del giurista, anche se si aggiungevano anche le altre

forme di attività giurisprudenziale, compresa quella particolare funzione che consisteva nel

comporre i formulari negoziali e processuali. Formulari di questo genere riguardavano la

compravendita e la locazione di opere e servizi, che sono stati conservati in un libro sulla

coltivazione dei campi il cui autore, Catone il vecchio, fu celebrato dai posteri non solo

come grande statista ma anche come eminente conoscitore del diritto. All’attività di

consulenza del giurista romano era strettamente connesso l’insegnamento del diritto.

Certamente nell’epoca più antica esso aveva ancora il carattere di un’istruzione pratica: il

giurista era circondato da discepoli, i quali ascoltavano i suoi pareri. 34

§ 2) La giurisprudenza conservò la sua indole, che le derivava dalla tradizione del collegio

pontificale, anche quando Roma cadde sotto l’influsso dello spirito greco. La filosofia e la

retorica greche diventarono elementi costitutivi della cultura romana, anche se esse non

intaccarono in modo significativo il campo del diritto. La giurisprudenza romana continuò

ad essere un qualcosa di specificatamente romano. Tuttavia è fuor di dubbio che il

pensiero greco e i suoi metodi abbiano influito in vario modo sul dispiegarsi della

giurisprudenza. Però, solo nel breve manuale elementare scritto da Gaio intorno alla metà

del II sec. d.C. ,troviamo un’articolazione sistematica che fu certamente suggerita

dall’esempio di opere greche. Ai giuristi era certamente familiare la teoria del diritto

naturale che Cicerone aveva introdotta nella letteratura romana e che risaliva ad

Aristotele. E’ probabile che questa teoria abbia influito sulla creazione dello ius gentium, e

che si debba proprio ad essa se si parlava talvolta di possesso meramente naturale o di

obbligazione meramente naturale. Ma la dottrina del diritto naturale compare in modo

esplicito solo con i giuristi della fine del II e degli inizi del III sec. d.C. ; e anche qui essa

non è altro che un rapido preambolo. Alquanto più profondo fu l’influsso esercitato dalle

concezioni fisiche dei filosofi greci sulla dottrina dei giuristi romani riguardo all’identità e

alla trasformazione delle cose. Su questo punto si impiegarono i concetti greci per

risolvere problemi giuridici concreti, in particolare per decidere a chi, nel caso di

accessione o commistione di cose appartenenti a diversi proprietari, spettasse la proprietà

sul prodotto dell’accessione. In effetti, si presume che i giuristi tardo-repubblicani abbiano

appreso dai greci l’arte dell’argomentazione dialettica. Questa tesi appare corretta se si

tiene conto dell’importanza fondamentale che ha avuto il modello greco in quasi tutti gli

altri campi della vita culturale romana. Ma dimostrarla in modo inconfutabile è impossibile,

soprattutto perché sappiamo troppo poco dei giuristi più antichi. Come hanno mostrato

indagini recenti, i giuristi romani non hanno mai seguito, nell’interpretazione di leggi e

negozi giuridici, una dottrina unitaria. Essi hanno adottato sempre metodi diversi, alcuni

dei quali risalivano ad un’antica tradizione della loro disciplina. Ciò vale, ad esempio, per

la tecnica di ampliare o restringere il campo di applicazione di norme legislative

attribuendo al legislatore un uso linguistico che si discostava da quello normale accanto a

questa tecnica incontriamo anche la netta contrapposizione fra testo e significato di una

legge. Nell’interpretazione dei negozi giuridici furono mantenuti gli antichi rigidi principi;

questo valse soprattutto per i negozi formali, mentre per i rapporti giuridici non formali,

governati dal principio della buona fede, fu seguita un’interpretazione più libera. Nell’ultimo

sec. della repubblica, cambia la fisionomia sociale della giurisprudenza: l’aristocrazia

senatoria passa in secondo piano; la maggior parte dei giuristi proviene dall’ordine

equestre e molti vi rimangono per tutta la vita, segno che l’attività di consulenza giuridica,

35

non offre più vantaggi per la carriera politica. Inoltre, molti giuristi di quest’epoca non sono

neppure romani per nascita, ma provengono da piccole città italiche, che in parte erano

state accolte nella cittadinanza romana solo alla fine della guerra sociale. I due maggiori

giuristi del tempo provenivano, però, da antiche famiglie della nobiltà romana e arrivarono

fino al consolato. Entrambi appartengono all’epoca in cui a Roma opera l’influsso della

cultura greca. Il più anziano è Mucio Scevola, che sarebbe stato il primo ad ordinare il

diritto per generi, nel senso che egli attuò una sistemazione completa del diritto. Egli, cioè,

amava distinguere diversi tipi di rapporti giuridici dallo stesso nome; per esempio, 5 tipi di

tutela e almeno 3 tipi di possesso. In questo si può vedere la sua conoscenza della

dottrina greca. Nella causa ereditaria di Manio Curio egli sostenne tuttavia il punto di vista

della stretta interpretazione letterale contro le argomentazioni del rettore. La sua

esposizione dello ius civile rimase per lungo tempo il trattato fondamentale per questa

parte dell’ordinamento giuridico, ed era ancora commentata intorno alla metà del II sec.

d.C. Servio Sulpicio Rufo, coetaneo e amico di Cicerone, proveniva da una famiglia

patrizia, che aveva già da tempo persa la sua importanza politica. Egli ricevette a Rodi una

solida preparazione nella retorica greca alla scuola di Apollonio-Molone, e in un primo

tempo esercitò l’oratoria forense. Solo più tardi si dedicò alla giurisprudenza. Tra i suoi

maestri c’era anche Aquilio Gallo, noto tra l’altro come l’artefice dei rimedi giuridici contro il

comportamento malizioso o contrario alla buona fede. Se si deve credere a Cicerone, egli

fu il primo che introdusse nella giurisprudenza il metodo scientifico. Degno di nota è un

commento all’editto pretorio da lui scritto e che ha segnato l’inizio all’interesse della

letteratura giuridica per lo ius honorarium. Già un suo allievo, Ofilio, uno di quei giuristi che

rimasero sempre nell’ordine equestre, scrisse sull’editto un’opera più estesa. Da quel

momento lo ius honorarium divenne per i giuristi romani un campo di lavoro altrettanto

importante quanto lo ius civile. Ofilio e gli altri discepoli di Servio appartengono ad una

generazione di giuristi la cui attività si svolse negli anni tra la fine della Repubblica e il

Principato augusteo. Essi segnarono il passaggio dalla giurisprudenza repubblicana al

periodo classico della giurisprudenza romana.

§ 3) Il periodo di massimo splendore della giurisprudenza romana corrisponde al II sec.

d.C. , in una fase della storia romana in cui l’impero, pur godendo di un alto grado di

benessere materiale, la vita intellettuale presentava in quasi tutti i campi sintomi di

invecchiamento. Nel complesso, appare chiaro che la giurisprudenza fu favorita dal

principato. Già Augusto si sforzò di ottenere la collaborazione dei magistrati giuristi

dell’epoca, ma egli non fu ricambiato da quelli che nutrivano sentimenti repubblicani. Per

esempio, pare che Cascellio, il quale già si era messo in luce sfavorevolmente per il suo

36

ostruzionismo giuridico e per la sua lingua tagliente, rifiutasse il consolato offertogli da

Augusto. Labeone, il più grande giurista contemporaneo, si irrigidì per tutta la vita in

un’opposizione abbastanza scoperta. Tuttavia Trebazio Testa, che era stato molto vicino a

Cesare, lo ritroviamo come consigliere di Augusto in una decisione di grande importanza

politico-giuridica. Tra i più giovani fu il rivale di Labeone, Ateio Capitone, che si mise a

disposizione del nuovo regime. Dl resto, si deve ad Augusto un provvedimento che

instaurò per lungo tempo un legame tra il principe e i giuristi, influendo in maniera decisiva

sul carattere della giurisprudenza classica. Un’interpretazione rigorosa di un passo citato

di Pomponio induce alla conclusione che l’attività consultiva pubblica doveva essere

riservata solo ai giuristi autorizzati dal principe. Dallo stesso passo di Pomponio

apprendiamo che il famoso Masurio Sabino fu il primo giurista dell’ordine equestre che

ottenne lo ius respondendi. Da ciò dobbiamo desumere che Augusto permise l’esercizio

dell’attività respondente solo ai senatori. Ma anche più tardi sembra che la concessione

dello ius respondendi a persone di rango equestre rappresentasse un caso abbastanza

eccezionale. La stragrande maggioranza dei giuristi, infatti, appartenne al ceto senatorio,

anche se nell’ultimo secolo della Repubblica, aveva perso gran parte del suo predominio

nel campo della giurisprudenza a vantaggio dei cavalieri. Ciò ha determinato, però, un

fatto negativo, messo in evidenza da Cicerone quando si lamentava del fatto che

l’ampliarsi della giurisprudenza al di là della cerchia senatoria aveva chiamato alla ribalta

molti incompetenti, molti arrivisti e ciarlatani, i quali con la loro attività di respondenti e di

consulenti delle parti avevano portato solo disordine nella pratica giuridica. Augusto cercò

di porre rimedio a questi danni, dando a un ristretto numero di giuristi la facoltà esclusiva

di esercitare pubblicamente la pratica del responso e di influire in modo determinante sui

tribunali. La limitazione dello ius respondendi a una ristretta cerchia di insigni giuristi

assicurò a questi consulenti autorizzati un’influenza straordinaria. Lo ius respondendi non

rimase l’unico legame tra l’imperatore e la giurisprudenza. A partire dalla fine del I sec.

d.C. , troviamo numerosi giuristi di rango senatorio in posti direttivi dell’amministrazione

imperiale. Alcuni esempi possono mostrare quanto fosse ampia e varia la sfera d’azione

che si veniva aprendo in questo campo. Prisco, uno dei giuristi più importanti tra la fine del

I e l’inizio del II sec., comandò, al servizio dell’imperatore, due legioni, occupò il posto di

legato giurisdizionale in Britannia e quello di governatore nella Germania superiore e in

Siria. La carriera del celebre Salvio Giuliano non è da meno. Tra i giuristi della fine del II e

dell’inizio del III, quasi tutti appartenenti all’ordine equestre, incontriamo Carvidio Scevola

e Modestino nell’ufficio di capo della polizia di Roma, Emilio Papiniano, Giulio Paolo e

Ulpiano nella carica di prefetto della guardia, la più alta ed influente tra quelle riservate ai

cavalieri e che a quell’epoca includeva già tra i suoi compiti, oltre al comando militare, le

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funzioni di consigliere giuridico del principe e di giudice superiore. I giuristi, quindi, della

fine del II e inizio del III sec. hanno avuto un ruolo di primo piano tra i consiglieri

dell’imperatore. A partire da Antonino Pio esistettero addirittura posti di consigliere stabili e

remunerati, i quali venivano affidati a giuristi di rango equestre.

Per quanto riguarda la produzione letteraria dei giuristi classici, il primo posto è da

attribuire alle grandi raccolte di pareri dati dai giuristi forniti dello ius respondendi

(Responsa, Digesto) e le opere affini di carattere casistica; vengono poi i commenti allo ius

civile e agli editti dei magistrati giurisdizionali. Minore importanza hanno le monografie.

Tutte queste opere sono essenzialmente di natura pratica, nate dalla prassi e scritte per la

prassi: non si deve cercare in esse una trattazione teorica dell’ordinamento giuridico, né

sistematica. Solo nei manuali per principianti (Istitutiones) e in opere elementari affini, si

trovano spunti teorici: libri che nel quadro complessivo della letteratura giuridica classica,

hanno un posto abbastanza modesto. In quest’arte i giuristi classici sono rimasti

insuperati. Essi maneggiavano con straordinaria sicurezza i metodi della deduzione logica,

la tecnica dei formulari processuali e i complicati meccanismi giuridici che derivavano dalla

coesistenza di istituti vecchi e nuovi, civili e onorari, elastici o rigidi, evitando sempre le

espressioni moralistiche e in generale tutto ciò che poteva risuonare vuoto e superfluo. Il

metodo di lavoro della giurisprudenza romana non lasciava spazio al dispiegarsi delle

caratteristiche individuali. Tutti i giuristi classici applicavano più o meno gli stessi metodi,

avevano lo stesso stile di pensiero, differenziandosi, così, solo per la qualità della loro

opera . anche la lingua presenta un carattere molto unitario distaccandosi nettamente

dalla varietà di temperamenti e di mode stilistiche che distingue la letteratura non giuridica

della stessa epoca. Anche ad un conoscitore esperto riuscirebbe, quindi, difficile datare

con una certa precisione un frammento della letteratura giuridica classica. Perciò si tende

a suddividere il periodo classico in varie fasi:il periodo protoclassico, che va da Augusto

fino a quasi alla fine della dinastia flavia; il periodo medio-classico, che va da Nerva a

Marco Aurelio; ed infine il periodo di tarda fioritura, che coincide con la dinastia dei severi.

• Periodo protoclassico: caratteristico in questo periodo è il rapporto tra la

giurisprudenza e il principato: un rapporto assicurato solo dallo ius respondendi. Il

giurista qui continua ad essere un privato e la sua scienza una nobile passione al

servizio del ben comune. Anche al punto di vista del metodo non si possono

scorgere differenze sostanziali rispetto all’età tardo-repubblicana; si potrebbe dire

più che altro che nel primo periodo classico è ancora vivo l’influsso della scienza

greca. Proprio all’inizio del periodo, incontriamo una delle figure più significative

della giurisprudenza romana: Labeone, il quale ci ha lasciato numerose opere,

attraverso le quali ha esercitato un influsso profondo e duraturo come forse nessun

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altro. Ciò vale principalmente per i suoi commentari agli editti del pretore urbano e

del pretore peregrino, le cui tracce si incontrano numerose ancora nei commentari

tardo-classici. Al contrario, il suo rivale Capitone non fu molto fecondo dal punto di

vista letterario. Alla rivalità tra Labeone e Capitone si riallaccia il sorgere di due

diverse scuole giuridiche. I seguaci della prima scuola furono chiamati Sabiniani,

dal nome del giurista Masurio Sabino; l’altra scuola è quella dei Proculiani, dal

nome di Proculo. Queste due scuole non erano degli istituti didattici, ma piuttosto

delle associazioni di giuristi e di aspiranti giuristi, ognuna delle quali coltivava una

determinata tradizione dottrinale. Esse avevano una certa organizzazione, che si

avvicinava alle scuole greche. Per quanto numerosi possano essere i punti di attrito

tra Sabiniani Proculiani, si tratta di questioni particolari, di carattere concreto.

Quanto all’atteggiamento scientifico di fondo e al metodo di lavoro, sembra che tra

le due scuole non ci fosse alcuna differenza. D’altronde non c’è da meravigliarsi,

visto che un disaccordo nasce solo da concezioni generali giuridico-filosofiche, e

tali concezioni non corrispondono affatto alla mentalità concreta dei giuristi romani. I

giuristi più insigni del periodo successivo a Labeone e Capitone sono: Masurio

Sabino, che era di origini modeste, tanto da aver bisogno dell’aiuto materiale dei

suoi discepoli; Cassio Longino, di nascita illustre; Proculo , sulle cui vicende

personali no sappiamo nulla. Accanto a questi merita di essere menzionato Cocceio

Nerva, che pare sia stato capo della scuola proculiani prima di Proculo. Il più

influente di questi giuristi fu Sabino: il suo breve profilo del diritto civile acquistò

un’autorità quasi legislativa, come sintesi fondamentale di questa parte centrale del

sistema giuridico privato romano: dopo quasi due secoli, esso serviva ancora da

base testuale per i grandi commentari civilistici dei giuristi tardo-classici.

• Periodo medio-classico: si caratterizza per il legame sempre più stretto tra la

giurisprudenza e l’amministrazione imperiale. Si apriva così per i giuristi un nuovo,

vasto campo di attività pratica. Ei frammenti superstiti della letteratura medio-

classica si nota chiaramente una maggiore accentuazione della prassi. La forma

letteraria più importante è ormai la raccolta di singole decisioni di carattere pratico,

che abbracciano tutta la sfera del diritto privato: sotto il nome di Responsa (pareri),

Epistulae (lettere, cioè consigli giuridici dati per via epistolare), Quaestiones

(problemi giuridici) o Digesta (da digerire: ossia ordinare, quindi decisioni ordinate),

queste opere contenevano, accanto ad alcune osservazioni di principio, un’enorme

quantità di singole questioni pratiche, nella cui trattazione si rivela l’arte della

giurisprudenza romana. All’inizio del periodo medio-classico si trovano due giuristi

che meritano di essere menzionati: Tizio Aristone e Giavoleno Prisco. La loro

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attività si svolse per la maggior parte nell’età dei Flavi, ma continuò fino al regno di

Traiano. Mentre Aristone sembra che si sia dedicato ad una intensa attività di

consulente e avvocato; Giavoleno rivestì una lunga serie di importanti cariche

pubbliche. I loro scritti consisteranno soprattutto nella rielaborazione di giuristi più

antichi, come Labeone, Sabino e Cassio. Altrettanto brillante fu la carriera di

Nerazio Prisco, il quale acquistò un tale prestigio che si diceva fosse stato prescelto

in un primo momento da Traiano come suo successore. Nelle sue opere si

manifesta chiaramente la predilezione per l’esame del caso concreto. Il regno di

Adriano segna un momento culminante nella storia della giurisprudenza romana. I

maggiori giuristi sono Giuvenzio Celso e Salvio Giuliano. Celso fu un uomo di

particolare intelligenza e acume. Notevole è la sua tendenza alle formulazioni di

tipo aforistico, e certamente non è un caso che proprio da lui ci vengano alcune tra

le più note massime dei giuristi romani. L’opera più importante di Celso sono i suoi

Digesta, che comprendevano 39 libri di contenuto casistica. Salvio Giuliano occupò

sotto Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio una lunga serie di cariche senatorie, e

risedette per un certo tempo anche a Colonia come governatore della Germania

inferiore. Discepolo di Giavoleno, ancora giovane, acquistò un tale prestigio che

Adriano gli raddoppiò lo stipendio di questore e gli affidò l’incarico di curare una

redazione definitiva degli editti giurisdizionali. Rispetto a Celso, Giuliano ha uno

stile più freddo e disadorno, ma di grande chiarezza ed eleganza. Con estrema

naturalezza e maestria egli espone e risolve anche i casi più difficili. Come scrittore

oltre ad opere minori, ci ha lasciato 90 libri di Digesta. Lo stesso metodo

spiccatamente casistica di Celso e Giuliano, lo ritroviamo in Ulpio Marcello, il quale

fece parte del concilium di Antonino Pio e di Marco Aurelio e, come gli altri due,

compose un’ampia opera intitolata Digesta. Si ritrova anche in Cervidio Scevola,

appartenente all’ordine equestre, praefectus vigilum, in seguito forse anche

praefectum pretorio e comunque membro del concilium di Marco Aurelio. Dalla

vasta attività di consulente, che Scevola esercitò derivarono tre raccolte di

materiale casistico; di queste sembra che egli abbia redatto personalmente solo le

Quaestiones, mentre i Digesta e i Responsa furono pubblicati solo molto tempo

dopo la sua morte. La corrente dominante del periodo medio-classico trasse la sua

forza specialmente dalla pratica del responso, e attraverso la trattazione ingegnosa

ed originale del caso singolo portò il diritto a un estremo grado di raffinatezza,

accanto a tale pratica si aggiunse un filone secondario, che si proponeva di

sistemare e disaminare il materiale accumulato dai giuristi precedenti, e di produrre

opere espositive di carattere generale, scritte in modo elementare e facilmente

40

accessibile. I maggiori rappresentanti di questo filone sono Sesto Pomponio e Gaio.

Di entrambi sappiamo pochissimo. Entrambi probabilmente non hanno avuto lo ius

respondendi e non hanno rivestito cariche pubbliche. Essi probabilmente svolsero

soprattutto l’attività di insegnanti del diritto. Pomponio, contemporaneo di Giuliano,

occupa , insieme con lui, il primo posto fra i giuristi romani per quanto riguarda la

mole di produzione letteraria. In tre grandi opere di commento, ad Edictum, ad

Mucium e ad Sabinum, egli raccolse i risultati della giurisprudenza classica fino alla

sua epoca. Anche Gaio scrisse dei commentari: tra questi l’unico a noi noto è

l’Editto provinciale, cioè il testo edittale pubblicato dai governatori nelle province, il

quale, probabilmente, era stato in larga misura unificato e adattato al modello degli

editti emanati a Roma. Egli scisse inoltre un commentario alle XII Tavole. Molto più

importanti è il suo manuale per principianti in 4 libri, le Istitutiones. Quest’opera

ebbe uno straordinario favore specialmente in epoca post-classica , e fu perciò

largamente usata anche dai legislatori tardo-romani. Le Istituzioni di Gaio hanno un

grande valore storico, in particolare la nostra conoscenza del processo civile più

antico e di quello classico dipende quasi esclusivamente da quest’opera. Gaio,

però, non è annoverato tra le figure più significative della giurisprudenza romana,

infatti egli non è mai stato citato né dai suoi contemporanei né da giuristi del tardo

periodo classico. Il suo pregio maggiore sta i una forma di esposizione gradevole e

chiara.

• Periodo tardo-classico: i maggiori giuristi appartengono adesso all’ordine dei

cavalieri; essi ricoprono cariche equestri, arrivando non di rado, all’ufficio di prefetto

della guardia (praefectus pretorio), tra le cui mansioni acquistano importanza

sempre maggiore l’amministrazione della giustizia e la consulenza giuridica

dell’imperatore. Nel lavoro scientifico dei giuristi tardo-classici, la tendenza volta

prevalentemente a raccogliere e a rielaborare il materiale costituito dalle decisioni

dei giuristi più antichi, passa in primo piano. Tuttavia ancora una volta la capacità

creativa della giurisprudenza romana trova espressione convincente nella

personalità del primo e più grande fra i giuristi tardo-classici, Emilio Papiniano. Sulla

sua origine non si sa nulla di sicuro. Il suo stile, non sempre comprensibile per il

fitto addensarsi dei concetti, è una prova della sua origine provinciale. Incontriamo

Papiniano dapprima come capo della cancelleria imperiale a libellis; egli fu poi

praefectus praetorio; mentre occupava questa carica fu messo a morte per aver

disapprovato l’assassinio perpetrato da Caracalla del proprio fratello. Come i grandi

giuristi del medio periodo classico, Papiniano scrisse principalmente raccolte di

decisioni a carattere casistico. Con Giulio Paolo e Domizio Ulpiano comincia ad

41

imporsi lo spirito tardo-classico, tutto orientato alla raccolta e alla cernita del

materiale casistico del primo e medio periodo classico. Ulpiano e Paolo arrivarono

entrambi alla carica di prefetto del pretorio. Nonostante la loro autonomia di giudizio

non ebbero nessun impulso per lo sviluppo ulteriore del diritto romano. Paolo e

Ulpiano scrissero soprattutto vasti commentari in cui venivano trattati in modo

esauriente il diritto civile e lo ius honorarium; così mentre Paolo scrisse 78 libri ad

Edictum, Ulpiano compose un commentario di 81 libri, e se il commento ad

Sabinum di Paolo comprendeva solo 16 libri, quello di Ulpiano ne contava 51.

Tuttavia tra i due era senza dubbio Paolo lo spirito più indipendente, e certo non è

un caso che proprio tra i suoi scritti si trovino anche due opere composte nello stile

della casistica del medio periodo classico (Quaestiones e Responsa), mentre nella

produzione di Ulpiano prevalgono le trattazioni monografiche di singole materie e gli

scritti elementari. Dopo l’epoca di Paolo e Ulpiano c’è una generazione di giuristi

classici che non comprende figure significative: possiamo citare solo un allievo di

Ulpiano, Modestino. Successivamente si ebbero una serie di autori anonimi, nelle

cui mani l’eredità classica smarrì la sua ricchezza, trasformandosi in una semplice

conoscenza elementare. Il rapido declino della giurisprudenza classica è da

attribuire alle condizioni politiche e culturali del III sec. d.C.

§ 4) Tra tutte le forze che contribuirono a plasmare il diritto romano, la giurisprudenza è

senza dubbio la più possente. Fu l’arte interpretativi degli antichi sacerdoti giuristi che

adattò il diritto delle XIITavole alle esigenza di un’epoca più avanzata; dietro alle nuove

creazioni della prassi Pretoria, e probabilmente dietro anche alla legislazione popolare

repubblicana nel campo del diritto privato e processuale, c’era l’esperto consiglio dei

giuristi; in modo analogo, durante il principato, sia la legislazione senatoria sia l’attività

normativa imperiale ricevettero il loro impulso e la loro fisionomia dai giuristi classici.

Tuttavia possiamo definire diritto giurisprudenziale in senso stretto solo quelle norme

giuridiche che furono create dai giuristi direttamente, senza la mediazione dei magistrati

giurisdizionali o del legislatore. Queste norme, però, non recano alcun segno caratteristico

della loro origine. Esse si presentano come una mera interpretazione di norme giuridiche

vigenti. Da ciò si deduce che i romani non abbiano mai fatto del diritto giurisprudenziale

una categoria autonoma, contrapposta allo ius civile e allo ius honorarium, benché essi

menzionino espressamente tra le fonti del diritto l’autorità dei giurisperiti. Il diritto

giurisprudenziale era da loro considerato come parte dello ius civile, secondo una

concezione che aveva una sua ragione di essere sul finire della Repubblica, ma che mal si

adattava all’epoca classica: perché, essendo cessato lo sviluppo autonomo del diritto

42

onorario, l’ulteriore progresso di questo ramo del diritto era nelle mani dei giuristi al pari di

quello del diritto civile, sicché il diritto giurisprudenziale del periodo classico veniva ad

essere strettamente collegato a tutt’e due queste sfere giuridiche. Ebbe inizio così una

fusione delle due masse giuridiche, il cui diritto giurisprudenziale , essendo in rapporto

con entrambe, fungeva da collante. 43

CAP. 8) Il diritto imperiale

§ 1) Nel quadro della costituzione del principato, all’imperatore non spettava alcun potere

legislativo. Augusto scelse, durante la sua legislazione riformatrice, la votazione popolare.

Così sotto Augusto fu emanato un considerevole numero di importanti leggi popolari

riguardanti l’ordinamento giudiziario e il diritto processuale, il diritto penale e il diritto

privato. Anche sotto gli imperatori successivi fino a Claudio, molte furono le leggi popolari,

ma di minore importanza. Dopo, la legislazione popolare scomparve e al suo posto

subentrò la legislazione del senato. La legislazione popolare non fu mai abolita, ma

semplicemente si estinse perché ormai aveva fatto il suo tempo. Il senatoconsulto, in

verità non stabiliva norme vincolanti e valevoli per il futuro; ma nel periodo tardo-

repubblicano, esso aveva preso decisioni su materie che in realtà dovevano essere

regolare da una legge popolare. Questo spiega il fatto che, già all’epoca di Cicerone, il

senatoconsulto sia a volte menzionato accanto alla legge popolare come fonte del diritto.

Per un certo periodo il senato e l’assemblea popolare esercitarono entrambi la funzione

legislativa, l’uno accanto all’altra, anche se la forma della votazione popolare fu riservata

alle leggi più importanti. E’ verosimile quindi che quando la legislazione popolare cadde in

disuso, il valore legislativo dei senatoconsulti era ormai riconosciuto. Un numero non

indifferente di senatoconsulti trasformò il diritto ereditario, e poi anche singoli settori del

diritto delle persone e del diritto delle obbligazioni. Come le leggi popolari prendevano il

nome dai magistrati che le proponevano, così anche i senatoconsulti dell’età imperiale

venivano di solito designati col nome del magistrato la cui proposta aveva provocato la

decisione del senato. La libertà di decisione del senato fu soffocata dalla posizione

dell’imperatore, sicché le leggi senatorie si trasformarono in semplici manifestazioni della

volontà imperiale. Così già nella seconda metà del II secolo si cominciò a citare il

messaggio imperiale di cui veniva data lettura durante la seduta del senato.

§ 2) Il valore legislativo delle costituzioni imperiali si basava sul principio secondo cui il

principe, con la lex de imperio, avrebbe ricevuto il suo potere dal popolo, quindi le sue

decisioni si baserebbero indirettamente sulla volontà popolare. Tra le varie forme

dell’attività normativa svolta dall’imperatore, quella che più corrisponde al modello

magistratuale è l’editto. Come titolare dei poteri magistratuali, il principe rivendicò a se la

facoltà di emanare gli editti. Poiché questi poteri erano vitalizi, anche gli editti imperiali

rimanevano in vigore per tutto il periodo di governo del loro autore; ma mentre gli editti dei

magistrati annuali repubblicani perdevano la loro validità, finito il periodo di carica del

magistrato stesso, quelli dell’imperatore continuavano a rimanere in vigore anche dopo la

fine del suo regno, sempre che essi non fossero poi abrogati dal suo successore. L’editto

44

era la forma usuale per tutte le comunicazioni al pubblico. Essi toccano questioni di diritto

privato e penale, l’ordinamento giudiziario e gli affari dell’amministrazione provinciale,

rapporti giuridici inerenti agli acquedotti o ai possessori fondiari dello stato, privilegi e

concessioni di cittadinanza. Agli editti si contrappongono i mandata, che sono istruzioni di

servizio interne del principe ai suoi funzionari. In origine essi erano indirizzati

personalmente ad ogni singolo funzionario, ma ben presto vennero redatti in un testo

identico per ogni branca amministrativa. I mandati comprendevano non solo i principi

generali riguardanti la condotta da tenere nel periodo di carica, ma anche un numero

considerevole di singole prescrizioni di diritto processuale e materiale, specie nel campo

del diritto penale. Anche nelle decisioni contenute nella corrispondenza imperiale si

riconobbe valore di legge. Si devono distinguere: la lettera imperiale (epistola) e la risposta

stilata dal principe in calce alla richiesta (subscriptio). L’epistula fu adoperata

principalmente nei rapporti con i funzionari, con le comunità e le assemblee provinciali, ed

in generale con tutte le personalità o gli enti più importanti; in essa il principe si manteneva

nello stretto stile epistolare in uso fra privati, per questo era impossibile fare una netta

distinzione tra la sua corrispondenza privata e quella ufficiale. Le richieste inoltrate da

persone di condizione inferiore venivano sbrigate mediante subscriptio: questa consisteva

in un parere posto in calce alla richiesta, il quale non veniva recapitato personalmente

all’interessato ma semplicemente affisso in pubblico, in modo che anch’egli potesse

prenderne conoscenza. Il contenuto dei rescritti, invece, era più vario degli editti. I rescritti

acquistarono importanza da quando anche i privati poterono rivolgersi direttamente

all’imperatore per un parere su questioni controverse. I rescritti emanati in risposta a tali

petizioni non erano delle sentenze: essi presupponevano sempre che la situazione di fatto

esposta dal richiedente fosse esatta, lasciando al giudice competente il compito di stabilire

se questi presupposti esistevano realmente; se così era, il giudice era vincolato al parere

imperiale, ed anzi la decisione contenuta nel rescritto costituiva un precedente vincolante

anche per i casi futuri. ‘uso dei rescritti si sviluppò con la stretta collaborazione della

giurisprudenza, i cui maggiori rappresentanti vi contribuirono in qualità di funzionari o

consiglieri dell’imperatore e furono molte volte i veri autori delle decisioni imperiali. I giuristi

cominciarono a citare in notevole quantità i rescritti imperiali ed anche a farne delle

raccolte. Della più antica di queste opere di cui abbiamo testimonianza è la raccolta di

costituzioni in 20 libri fatta da Papirio Giusto, di cui solo pochi frammenti ne troviamo nel

Digesto giustinianeo. La maggior parte dei rescritti a noi noti ci è stata tramandata

attraverso il Codex Iustinianus e deriva da raccolte del periodo dioclezianeo; inoltre, alcuni

rescritti si sono conservati anche in iscrizioni e in papiri. Accanto ai rescritti, notevole

importanza ebbero come fonte di diritto anche i decreta imperiali. Questi erano vere e

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proprie decisioni giudiziarie, pronunziate a conclusione di un dibattimento orale dinanzi al

tribunale dell’imperatore.

§ 3) L’azione del diritto imperiale non fu così profonda e sovvertitrice come quella della

giurisdizione tardo-repubblicana. L’ordinamento giuridico non fu più riformato, se non in

punti singoli, anche se talora molto importanti; ma specialmente nel campo del diritto

ereditario, le innovazioni imperiali determinarono il sorgere di un gruppo completamente

autonomo di nuove norme giuridiche, il diritto dei fedecommessi. Del resto, il diritto

imperiale mancò per molto tempo di una veste unitaria, continuando a presentarsi nelle

varie forme in cui si esprimeva la produzione giuridica dell’imperatore. Il diritto imperiale

non fu considerato come un settore autonomo dell’ordinamento giuridico, bensì, come il

diritto giurisprudenziale, una parte dello ius civile. 46

L’EPOCA TARDO-ROMANA

CAP. 9) Stato, società e amministrazione della giustizia nel tardo impero

§ 1) All’inizio del III sec. d.C. , la magistratura e il senato avevano perso qualsiasi

importanza politica. Il principato era sentito come un’istituzione indispensabile che da

Settimio Severo in poi mostrava ormai il suo vero volto di monarchia assoluta fondata sul

potere militare. La sua organizzazione amministrativa si era consolidata ed aveva

acquistato dimensioni sempre più vaste. Nello stato e nella cultura continua a dominare il

modello romano, ma i suoi rappresentanti non provengono più dall’Italia, bensì dalle

province. Persino il senato romano è composto in maggioranza da provinciali, tra i quali gli

appartenenti alla parte orientale dell’impero diventano sempre più numerosi. La

supremazia economica dell’Italia è ormai scomparsa; la stessa Roma non è più un centro

di potere economico. Già verso la fine del II sec. notiamo che il gettito fiscale riusciva a

stento a far fronte ai costi dell’amministrazione e del dispendioso esercito mercenario, al

punto che oneri straordinari erano sufficienti ad infliggere un duro colpo alla prosperità

dell’impero. Nelle stesso periodo le finanze di numerose comunità si trovavano in un tale

dissesto che gli imperatori furono costretti a interferire nell’amministrazione municipale,

nominando speciali commissari governativi. Con questo stato di dissesto si assiste al

fenomeno per cui, gradualmente, si trasformano le cariche e i consigli municipali in uffici

obbligatori imposti nell’interesse dell’amministrazione fiscale dello stato. A causa del

generale declino della prosperità economica e della difficile situazione finanziaria di

numerose città, l’impero fu costretto a rendere gli organi dell’amministrazione cittadina

personalmente responsabili del gettito delle imposte. Questa responsabilità nei confronti

delle autorità tributarie, insieme alle enormi spese a beneficio delle comunità, costituiva

una grave minaccia al benessere dello strato più elevato della popolazione provinciale. La

carica onorifica si trasformò in una carica obbligatoria e l’autonomia amministrativa delle

innumerevoli comunità cittadine dell’impero cominciò a decadere. Questi fenomeni

segnano il primo passo della crisi, in seguito alla quale l’impero entrerà nell’ultimo capitolo

della sua storia. Questa crisi raggiunse però il suo apice nella seconda metà del III sec., in

periodo di anarchia politica ed economica, denso di gravi catastrofi. Mentre l’esercito si

erigeva a padrone assoluto dello stato acclamando imperatori tratti dalle sue file, e mentre

continue rivolte militari impedivano l’avvento di un governo ordinato, i popoli vicini

irrompevano da ogni lato nell’impero devastando ampie zone del suo territorio. La

popolazione contadina stremata dai tributi straordinari in natura destinati al mantenimento

dell’esercito, tentava di sottrarsi con la fuga a questa pressione insostenibili; così vasti

terreni fertili restavano nell’abbandono, mentre anche il commercio e la produzione

industriale languivano. Il bisogno di denaro e la mancanza di metalli preziosi indussero gli

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imperatori a svilire ripetutamente la moneta, ma ciò ebbe come conseguenza il rincaro dei

prezzi. In alcune zone dell’impero scoppiarono rivolte delle masse popolari oppresse e si

ebbero perfino movimenti separatistici.

§ 2) L’assetto statale instaurato da Diocleziano, e poi sviluppato da Costantino il Grande

era ormai una monarchia assoluta, dotata di un proprio apparato burocratico e

caratterizzata da una spietata limitazione della libertà personale a vantaggio degli interessi

dello stato. L’impero era adesso un organismo cosmopolita con duplice cultura, greca e

romana, in cui l’equilibrio si spostò ben presto a favore dell’Oriente greco. Già Diocleziano

risedette per lo più a Nicomedia, in Asia minore. Costantino fondò poi in Oriente, la

seconda capitale, Costantinopoli. Delle antiche magistrature romane il consolato era una

mera decorazione concessa a personalità benemerite; le magistrature minori svolgevano

un ruolo solo a Roma, nell’ambito della vita cittadina, ma anche in questo spazio avevano

perduto ogni funzione amministrativa e giurisdizionale a favore del prefetto urbano

nominato dall’imperatore. Il senato non godeva ormai delle ben che minima influenza; fra

tutti i sudditi dell’impero, i suoi membri costituivano lo strato più elevato, al quale

appartenevano oltre i nobili romani anche i capi della burocrazia e dell’esercito; questi

ultimi ebbero un peso determinante nel nuovo senato creato da Costantino nella capitale

d’oriente. La popolazione dell’impero non si divideva più in cittadini romani e non, ma in

ceti professionali, separati l’uno dall’altro da barriere che diventavano sempre più

insormontabili. Ad ognuno di questi ceti venivano imposti degli oneri particolari e anche i

figli dovevano di regola rimanere nel ceto dei loro padri. Così per ovviare alla decadenza

dell’agricoltura, causata dalla fuga dei piccoli contadini, gli affittuatari furono trasformati in

coltivatori semiliberi ereditariamente legati alla terra. Gli artigiani, che si erano riuniti in

corporazioni, divennero operai legati in via ereditaria al lavoro in industrie statali o

controllate dallo stato. Un ceto ereditario gravato di oneri pesanti era quello formato dai

membri dei consigli municipali, che costituivano lo strato più elevato della popolazione

cittadina: essi erano responsabili per il gettito di tutte le imposte gravanti sul territorio della

città. Ceti privilegiati erano l’esercito, la burocrazia e il clero. L’imperatore si era circondato

di un fasto sempre maggiore. Ora egli appariva in pubblico solo nella vaste di porpora

ricamata d’oro e portava il diadema, una fascia di stoffa guarnita di perle, che era l’antico

simbolo orientale della dignità regia. Un minuzioso cerimoniale di corte regolava ogni

movimento in sua presenza, in particolare prescrivendo a chi gli si avvicinasse di prostrarsi

dinanzi a lui fino a terra. Da tutto ciò traspare chiaramente che l’imperatore non era più il

primo cittadino della comunità romana, ma il signore assoluto. Ad esprimere questa

differenza con il principato, la moderna storiografia ha derivato dal termine dominus,

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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Istituzioni di Diritto Romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Linee di Storia Giuridica Romana, Kunkel consigliato dalla docente Nasti. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la città-stato come punto iniziale dello sviluppo giuridico romano, i comizi curiati, i comizi centuriati, i comizi tributi, la monarchia, la nascita quale requisito per diventare cittadini.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Nasti Fara
Università: Cassino - Unicas
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cassino - Unicas o del prof Nasti Fara.

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