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internazionale riguarda principalmente l’adattamento del diritto interno al diritto

internazionale: ovvero il procedimento di adeguamento dell’ordinamento interno agli

obblighi di diritto internazionale. Questi obblighi possono avere natura pattizia ovvero

consuetudinaria. Gli obblighi di natura pattizia possono derivare da veri e propri trattati o

da accordi di natura diversa, meno solenni. In diritto internazionale si chiama ratifica

l’istituto giuridico mediante il quale un soggetto (lo stato) fa propri gli effetti di un negozio

concluso con terzi dal proprio rappresentante. Nel caso dell’ordinamento italiano la ratifica è

atto presidenziale che in alcuni casi deve essere autorizzato con legge del Parlamento.

L’ADATTAMENTO NELL’ORDINAMENTO ITALIANO.

L’adattamento può aver luogo in forme diverse: 1) Con il ricorso a ordinari procedimenti di

produzione giuridica. 2) Con il ricorso ad una legge ad hoc che: autorizza la ratifica del

trattato; ordina il conseguenziale adattamento dell’ordinamento interno. L’ordine di

esecuzione può essere anche oggetto di un decreto del presidente della Repubblica. 3) Con

il ricorso ad un meccanismo peculiare in base al quale non vi è necessità di alcun apposito

atto statale per adattare l’ordinamento alle norme internazionale, in quanto l’adattamento è

previsto in forma automatica. Questo automatismo ha come effetto che l’adattamento è

immediato e diretto, completo e continuo.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE E LA PROTEZIONE DEI DIRITTI UMANI

A seguito della seconda guerra mondiale, il diritto internazionale ha conosciuto sviluppi

importanti, con particolare riferimento al grande campo della protezione dei diritti umani.

Il primo passo in questa direzione è dato dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo adottata

dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (1948). In numerosi casi accordi internazionali

sottoscritti da quasi tutti i paesi hanno avuto ad oggetto l’identificazione delle norme

consuetudinarie, cioè quelle che si devono considerare nome di diritto internazionale

generalmente riconosciute. Sotto il profilo processuale, nell’ambito di varie organizzazioni

internazionali si sono potute istituire procedure destinate ad assicurare l’osservanza da parte

degli stati dei precetti riguardanti la tutela dei diritti umani (tribunali di Norimberga e di

Tokyo).

LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

Le organizzazioni internazionali raccolgono più stati i quali si danno degli scopi comuni.

Di gran lunga la principale è l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) creata e retta

dalla Carta di San Francisco del 26/06/1945, sottoscritta da 50 paesi. L’ONU ha quali

organi principali: Assemblea generale, composta da tutti gli stati membri. Delibera a

maggioranza semplice e, per le questioni più delicate, a maggioranza dei due terzi.

Consiglio di sicurezza, composto di 15 membri di cui 5 permanenti, gli altri eletti per un

periodo di due anni. Consiglio economico e sociale, composto da 54 membri eletti

dall’Assemblea. Corte internazionale di giustizia, composta di 15 giudici, eletti per 9

anni. Segretario generale, il cui titolare è eletto dall’Assemblea per un periodo di 5 anni. È

l’organo esecutivo dell’ONU e svolge delicate funzioni di iniziativa e mediazione. Dopo la

seconda guerra mondiale si sono anche andate affermando organizzazioni internazionali

regionali, costituite da gruppi di stati allo scopo specifico del mantenimento della pace in

determinate aree sotto forma di alleanza nei confronti di stati non membri (modello

dell’Organizzazione del Patto atlantico del Nord – NATO – ). Esistono poi altre

organizzazioni a fini no militari, come ad esempio l’OAS, l’ASEAN, MERCOSUR,

NAFTA, la CEDEAO.

L’ORDINAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA

DALLE COMUNITÀ EUROPEE ALL’UNIONE EUROPEA.

L’Unione europea nasce il 1° novembre 1993 a seguito dell’entrata in vigore del Trattato

di Maastricht sull’Unione europea (TUE), frutto di un processo durato oltre 40 anni. Esso

di avvio con la firma del Trattato di Parigi, che nel 1951 dette vita alla Comunità europea

del carbone e dell’acciaio (CECA) fra Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e

Paesi Bassi. La nascita della CECA fu seguita dall’istituzione contestuale fra i medesimi

paesi, pochi anni dopo, dell’EURATOM e della Comunità economica europea (CEE). Ciò

avvenne a seguito del Trattato di Roma. Il Trattato della Comunità europea (TCU) mirava

alla costruzione di un area di libero scambio, alla creazione di un Fondo sociale europeo e di

una Banca europea degli investimenti, nonché in generale allo sviluppo di relazioni più

strette fra gli stati membri. Dalla Comunità europea si passa poi a un processo di

unificazione, all’Unione europea, mediante l’allargamento della comunità ad altri paesi: - nel

1973 entrano Danimarca, EIRE, Regno Unito; nel 1981 entra la Grecia; nel 1986 entrano

Spagna e Portogallo; nel 1995 entrano Austria, Finlandia, e Svezia. Altri 13 paesi sono

oggi candidati ad entrare. Nel febbraio del 1986 viene firmato dai membri l’Atto unico

europeo il quale detta l’obiettivo del mercato unico interno. Infine, nel febbraio del 1992 si

arriva alla firma del Trattato di Maastricht il quale, non solo modifica il TCE, ponendo le

basi della moneta unica, ma costituisce anche un trattato nuovo chiamato appunto

Trattato sull’Unione europea (TUE). Esso dà vita ad una struttura organizzativa peculiare

a tre colonne o pilastri: a) uno è costituito dalle pre-esistenti tre Comunità (CE, CECA,

EURATOM); gli altri pilastri da due nuovi settori: b) la politica estera e di sicurezza

comune; c) la giustizia e gli affari interni.

ORGANIZZAZIONE E ISTITUZIONI DELL’UNIONE EUROPEA

Gli organi di cui è composta l’Unione europea sono: 1) Il Consiglio europeo. È un organo

intergovernativo ed è formato dai capi di stato o di governo e dal presidente della

Commissione, si riunisce almeno due volte l’anno sotto la presidenza del capo di stato o di

governo dello stato membro che ha la presidenza, ed è il vero organo di indirizzo politico

dell’Ue. Esso non è un’istituzione comunitaria: è un organo intergovernativo che decide

all’unanimità. Organi comunitari sono: 2) Il Consiglio. Composto da un rappresentante per

ogni stato membro a livello di ministro, autorizzato a impegnare il proprio governo, il

Consiglio assolve funzioni sia nel quadro dell’Unione sia ne quadro comunitario. Attua le

politiche dell’Unione in materia di relazioni esterne, sicurezza, economia e sviluppo. Il

Consiglio esercita funzioni cruciali: su proposta della Commissione, da solo o in accordo

col Parlamento europeo, adotta la normativa comunitaria; adotta decisioni amministrative,

raccomandazioni e risoluzioni; insieme al Parlamento europeo adotta il bilancio; conclude

gli accordi internazionali; nomina i membri della Corte dei conti, del Comitato economico e

sociale, del Comitato delle regioni; garantisce il coordinamento delle politiche economiche e

ammette gli stati membri alla moneta unica. In tutti questi casi opera come istituzione

comunitaria e perciò, a seconda della materia, decide all’unanimità, a maggioranza semplice

o qualificata. Il Consiglio si riunisce in pratica quasi ogni mese, in composizione diversa a

seconda dei temi che deve affrontare. 3) Il Parlamento europeo. È oggi composto di 626

componenti. Essi rappresentano i popoli degli Stati membri e sono direttamente eletti per

cinque anni da tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni. I suoi membri si ripartono in

gruppi parlamentari che corrispondono alle grandi famiglie politiche del continente;

lavorano suddivisi in venti commissioni. Il Parlamento ha un proprio regolamento e di

norma delibera a maggioranza dei voti espressi. Non ha una sede unica! I principali poteri

sono: il potere di approvare: i trattati di adesione di nuovi stati; tutti gli accordi internazionali

che comportano spese; gli atti che possono portare sanzioni contro lo stato membro che

violi i principi fondamentali dell’Unione; il potere di concorrere alla funzione legislativa: sia

in riferimento all’iniziativa sia in riferimento alle decisioni; il potere di partecipare alla

procedura di bilancio insieme al Consiglio; il potere di controllo sulla Commissione:

approva la designazione del presidente e quella dei membri della Commissione; può

approvare una mozione di censura; i membri del Parlamento possono rivolgere

interrogazioni sia alla Commissione che al Consiglio e inoltre il Parlamento può istituire

commissioni di inchiesta. 4) La Commissione. Composta fino a tutto il 2004 da 20

membri, è l’organo esecutivo che agisce in piena indipendenza nell’interesse generale della

Comunità. Dura in carica 5 anni. Può formulare raccomandazioni o parerei, dispone di

potere decisionale proprio e concorre alla formazione degli atti del Consiglio e del

Parlamento europeo. I poteri della Commissione sono: una serie di poteri di iniziativa, di cui

i più importanti sono l’iniziativa esclusiva in materia legislativa, di bilancio e di negoziato

con paesi terzi; il potere di vigilanza sull’attuazione del diritto comunitario; la gestione del

bilancio comunitario; l’applicazione delle regole sulla concorrenza; pareri agli altri organi

comunitari. 5) La Corte di giustizia e il Tribunale di primo grado. La prima è formata di

15 giudici; sono tutti nominati dai governi per 6 anni fra personalità di indiscussa

indipendenza e competenza; eleggono al proprio interno un presidente. La Corte ha un

proprio statuto e un proprio regolamento. Essa giudica controversie fra gli stati membri, tra

la Comunità e gli stati membri, fra istituzioni comunitarie, fra persone fisiche e giuridiche e

la Comunità. Il Tribunale di primo grado è competente per le controversie fra la Comunità e

i propri funzionari, nonché per le azioni intraprese da persone fisiche o giuridiche contro atti

comunitari. 6) Esistono anche istituzioni comunitarie settoriali, la più importante delle quali

è la Banca centrale europea (BCE), dotata di personalità giuridica propria. 7) Altri organi

comunitari sono: la Corte dei conti; il Comitato economico e sociale; il Comitato delle

regioni; il Mediatore europeo (sorta di difensore civico nominato dal Parlamento

europeo).

LE FONTI DEL DIRITTO

COSA SONO LE FONTI DEL DIRITTO

Si chiamano fonti del diritto gli atti o i fatti che l’ordinamento giuridico abilita a produrre

norme giuridiche. Requisiti delle norme giuridiche sono di regola la generalità e

l’astrattezza. La teoria delle fonti del diritto, in particolare si occupa sia delle regole che

individuano quali sono le fonti del diritto, sia delle regole che stabiliscono i modi di

produzione del diritto. Chiamiamo fonti di produzione del diritto quei fatti o quegli atti ai

quali l’ordinamento considerato attribuisce la capacitò di produrre imperativa che esso

riconosce come propri. Chiamiamo fonti sulla produzione quelle norme che disciplinano i

modi di produzione del diritto oggettivo, individuando i soggetti titolare di potere

normativo, i procedimenti di formazione, gli atti prodotti. Alle fonti sulla produzione è

affidata per definizione la funzione di individuare: i soggetti abilitati a stabilire norme

giuridiche mediante fatti o specifici atti fonte, le procedure che a tal fine questi soggetti

devono seguire, i modi mediante i quali le norme prodotte devono o possono essere portate

a conoscenza dei destinatari. A questo proposito si parla delle c.d. fonti di cognizione, ossia

degli atti che non hanno natura normativa ma svolgono unicamente la funzione di far

conoscere il diritto oggettivo. Quando l’ordinamento riconosce direttamente al corpo sociale

la capacità di produrre norme in via autonoma e dunque senza che siano seguite procedure

particolari ne che le norme stesse siano frutto di una ben individuabile ed espressa volontà

di parla di fonti fatto. Quando la norma è prodotta da un soggetto istituzionale portatore di

una precisa volontà e nel rispetto delle procedure previste dalle fonti sulla produzione si

parla di fonti atto. Nelle prime contano i comportamenti umani assunti come fati oggettivi,

nelle seconde invece la volontà del soggetto istituzionale espressa secondo un procedimento

di produzione del diritto prestabilito

LA COSTITUZIONE COME FONTE SULLE FONTI

La costituzione è la massima fonte sulle fonti, nel senso che essa legittima tutti i processi di

produzione del diritto. La costituzione in particolare contiene i criteri per individuare le fonti

del diritto e detta le regole per la produzione mediante le fonti previste delle norme

giuridiche che appartengono all’ordinamento. La costituzione però si limita a determinare i

processi di produzione più importanti quelli che permettono di adottare gli atti fonte primari.

Con riferimento a questi atti il sistema delle fonti del diritto deve considerarsi un sistema

chiuso. Ciò significa due cose: non sono configurabili atti fonte primari o fondamentali al di

fuori di quelli espressamente previsti dalla costituzione stessa, in secondo luogo il carattere

chiuso degli atti primari significa che ciascun atto normativo non può disporre di forza

normativa maggiore di quella che la costituzione ad esso affida. Agli atti fonte primari va

riconosciuta forza di legge. La forza formale di un atto fonte comprende due profili:

a) Profilo attivo: per cui la forza di legge è la capacità di innovare al diritto oggettivo

subordinatamente alla Costituzione intesa come fonte suprema, abrogando o modificando

atti fonte equiparati o subordinati. b) Profilo passivo: per cui la forza di legge è la capacità

di resistere all’abrogazione o alla modifica di atti fonte che non siano dotati della medesima

forza. Il concetto di forza di legge presuppone che il sistema delle fonti sia ordinato

gerarchicamente. La pluralità delle fonti del diritto richiede che siano predeterminati i criteri

medianti i quali l’ordinamento giuridico possa mantenere le caratteristiche di unità, coerenza

sistematica e completezza. L’unità dell’ordinamento significa che tutte le sue norme

possono farsi risalire al potere costituente. La coerenza sistematica significa che

l’ordinamento non tollera contraddizioni tra le parti che lo compongono. La completezza

dell’ordinamento indica l’assenza di lacune o di vuoti normativi, ossia di casi non previsti

dal diritto positivo.

I CRITERI PER ORDINARE LE FONTI DEL DIRITTO

Nel nostro ordinamento i criteri per ordinare le norme giuridiche prodotte dalle fonti del

diritto sono stabiliti dalla Costituzione, oltreché in talune disposizioni contenute nelle

preleggi al codice civile. La risoluzione delle antinomie è un’operazione svolta in sede di

applicazione del diritto ad opera dell’interprete. Nel nostro ordinamento i criteri per tale

operazione sono: 1. Criterio cronologico Di regola assume la successione degli atti

normativi nel tempo. In base ad esso, in caso di contrasto tra fonti equiparate, prevale e

deve essere applicata la legge posta successivamente nel tempo. In base al criterio

cronologico, la disposizione precedente nel tempo è abrogata da quella successiva:

l’abrogazione è la conseguenza dell’applicazione di tale criterio. L’abrogazione può essere

di tre tipi: abrogazione espressa; abrogazione per incompatibilità; abrogazione per nuova

disciplina dell’intera materia. Sono venute diffondendosi, in questo ultimo decennio, le c.d.

clausole di abrogazione espressa: con tale espressione si fa riferimento ai casi in cui certi atti

normativi prevedono che la disciplina da essi dettata non possa essere abrogata, derogata o

modificata se non modo esplicito. Tali clausole, quindi, rovesciano il criterio cronologico,

perché in caso di conflitto tra due disposizioni l’interprete dovrà dare preferenza e quindi

applicare la norma precedente

anziché quella successiva. 2. Criterio gerarchico Quando l’antinomia concerne norme poste

da fonti non equiparate ma aventi una posizione gerarchica differenti, non si può fare

applicazione del criterio cronologico, ma deve applicarsi il criterio della gerarchia: in base ad

esso il conflitto di norme va risolto nel senso che prevale la norma posta dalla fonte

superiore o sovraordinata. Nell’applicare la norma sovraordinata, la norma sottordinata non

si considera abrogata, ma è invalida, ossia viziata per non avere rispettato l’ordine

gerarchico delle fonti. Come tale, essa deve essere eliminata dall’ordinamento giuridico

mediante l’annullamento. L’invalidità, a differenza dell’abrogazione, ha efficacia retroattiva.

3. Criterio della competenza Il criterio cronologico, allo stesso modo, non può essere

utilizzato quando le fonti sono ordinata dalla Costituzione secondo differente competenza,

riferita o alla dimensione territoriale nell’ambito della quale l’atto fonte è destinato ad

operare, o alla materia ovvero al particolare oggetto disciplinato. In questo caso opera,

infatti, il criterio della competenza, secondo il quale le antinomie devono essere risolte

dando applicazione alla norma posta dalla fonte competente a disciplinare la fattispecie

concreta con esclusione di qualsiasi altro atto fonte. La norma non competente è una norma

invalida, che deve essere eliminata dall’ordinamento mediante l’annullamento.

L’INTERPRETAZIONE E L’INTEGRAZIONE DEL DIRITTO

I criteri che regolano lo svolgimento delle operazioni interpretative, nel silenzio della

Costituzione si trovano nell’art. 12 delle preleggi. Questa disposizione individua i seguenti

criteri: Interpretazione letterale o testuale, ossia secondo il senso fatto palese dal significato

proprio

delle parole; Interpretazione teleologica, ossia secondo il fine o l’intenzione del legislatore;

Interpretazione sistematica, ossia secondo la connessione delle disposizioni dell’atto

normativo in sé e nel quadro dell’ordinamento complessivamente considerato. Con

riferimento specifico alle lacune, esse si riempiono applicando lo strumento dell’analogia,

che consiste nell’applicare a un caso non previsto una disciplina prevista per casi diversi.

L’art. 14 delle preleggi stabilisce il divieto di analogia per le leggi penali e per quelle

speciali, per le quali vale il criterio di stretta interpretazione. Dall’attività di interpretazione

va tenuta distinta la c.d. interpretazione autentica, ossia l’interpretazione effettuata con legge

direttamente dal legislatore, con riferimento ad un testo legislativo già vigente di dubbio

significato.

LA COSTITUZIONE E LE LEGGI COSTITUZIONALI

La Costituzione è l’atto supremo in quanto posta dal potere costituente. L’art. 138 Cost.

prevede tra le fonti di diritto di rango costituzionale le leggi di revisione costituzionale e le

leggi costituzionali, dettando per entrambe le categorie la medesima disciplina. La differenza

tra le due specie di legge è, quindi, materiale: le leggi di revisione costituzionale hanno come

oggetto la modificazione, mediante emendamento, aggiunta o soppressione, di parti del testo

della Costituzione; le leggi costituzionali sono sia quelle espressamente richiamate da

singole disposizione della Costituzione, per integrare la disciplina di determinate materie,

c.d. casi di riserva di legge costituzionale; sia quelle che, tenuto conto dell’importanza della

materia e dei limiti stabiliti dalla Costituzione, il Parlamento decide di deliberare nelle forme

di cui all’art. 138 Cost. Esistono dei limiti alla revisione costituzionale, direttamente

connessi al concetto di rigidità, che segnano il confine tra modificazioni della Costituzione

(legittime) e mutamento della Costituzione (illegittimo). L’unico limite espresso è stabilito

dall’art. 139 Cost., secondo cui la “forma repubblicana non può essere oggetto di revisione

costituzionale”. Esistono poi, secondo la dottrina, altri limiti impliciti.

LE FONTI COMUNITARIE

Il problema del collegamento tra fonti comunitarie e fonti interne ha ormai avuto soluzione,

sia pure a conclusione di un lento e graduale processo evolutivo. Oggi la Corte

costituzionale riconosce il primato del diritto comunitario. Di conseguenza, il contrasto tra

diritto comunitario e diritto interno viene risolto sulla base del principio di necessaria

applicazione del regolamento comunitario da parte del giudice comune, anche nel caso di

contrasto con disposizioni legislative nazionali precedenti o successive. Però, tale principio

di necessaria applicazione del regolamento comunitario non significa che il diritto interno

eventualmente in contrasto debba considerarsi come abrogato oppure invalido. Partendo da

presupposto che quello comunitario e quello italiano sono ordinamenti separati anche se

coordinati, la Corte costituzionale considera il diritto interno semplicemente non applicabile

quando esiste una disciplina comunitaria. Tutto ciò vale per i regolamenti comunitari. Per le

direttive, invece, occorre precisare che siccome esse hanno bisogno di essere recepite

nell’ordinamento interno con legge dello stato o della regione a seconda della rispettiva

competenza, avranno la collocazione nel sistema delle fonti che è propria dell’atto di

recepimento.

LA LEGGE ORDINARIA DELLO STATO

La legge ordinaria dello stato costituisce fonte del diritto per eccellenza. La legge è atto fonte

a competenza generale. Quelle riservate alla legge ordinaria sono materie che riguardano

interessi e valori generali, riferiti al popolo italiano nella sua totalità, che si estendono su

tutto il territorio nazionale. La legge può essere definita come l’atto fonte abilitato a produrre

norme primarie e dotato di forza di legge. Alla legge la Costituzione affida importanti

materie mediante le c.d. riserve di legge: tale istituto designa i casi in cui disposizioni della

Costituzione attribuiscono la disciplina di una determinata materia alla sola legge,

sottraendola così alla disponibilità di atti fonte ad essa subordinati, tra cui, soprattutto, i

regolamenti dell’esecutivo. La riserva di legge è contraddistinta da due aspetti: ASPETTO

NEGATIVO: divieto di interventi da parte di atti diversi dalla legge; ASPETTO

POSITIVO: l’obbligo per la legge di intervenire nella materie riservata. Ci sono vari tipi di

riserve di legge: Riserve semplici, quando la Costituzione si limita a rinviare la disciplina di

una materia alla legge senza ulteriori specificazioni. Riserve rinforzate, quando la

Costituzione stabilisce che l’intervento legislativo debba avvenire secondo certe procedure.

Riserve assolute, quando l’intera disciplina della materia è riservata alla legge. Riserve

relative, quando alla legge spetta la disciplina essenziale o di principio della materia in modo

da circoscrivere adeguatamente la discrezionalità dell’amministrazione nel dettare, mediante

regolamento, la disciplina ulteriore di dettaglio. Le leggi normalmente hanno come

contenuto nome generali ed astratte destinate ad alimentare, innovandolo, l’ordinamento

giuridico. Tuttavia vi sono dei casi in cui si verifica una dissociazione tra la forma e i suoi

contenuti. È il caso della legge di bilancio o delle leggi di autorizzazione alla ratifica dei

trattati internazionali. In questi casi si parla di leggi in senso (solo) formale. Sempre più

frequente, inoltre, è il caso di atti la cui forma è la legge ma il cui contenuto è dato da veri e

propri atti amministrativi; in questi casi si parla di leggi provvedimento. Le leggi

provvedimento devono ritenersi escluse in tutti i casi in cui la Costituzione richiede

specificamente leggi generali.

GLI ATTI NORMATIVI DEL GOVERNO EQUIPARATI ALLA LEGGE

La Costituzione, in deroga al principio di separazione dei poteri, attribuisce direttamente

poteri normativi di rango primario al governo, che può adottare decreti legislativi e decreti

leggi. Tali atti normativi hanno la medesima forza formale della legge ordinaria. La potestà

primaria del governo non è né autonoma né ordinaria, in quanto la Costituzione richiede

sempre l’intervento del Parlamento con legge in funzione di garanzia del legittimo esercizio

del potere governativo.

Decreti legislativi

Il procedimento di delegazione legislativa è un procedimento duale di produzione del diritto

che vede protagonisti sia il Parlamento, cui spetta approvare una legge di delegazione sia il

governo, cui spetta approvare sulla base della legge di delegazione il decreto legislativo

delegato. La legge di delegazione ha per oggetto il conferimento al governo del potere

normativo di adottare norme primarie aventi forza di legge. Per esse valgono i seguenti

vincoli: divieto di approvazione in commissione legislativa; devono contenere

l’individuazione dell’oggetto della delega chiaramente definito; devono stabilire i principi e i

criteri direttivi che il governo, nell’esercitare la delega, deve rispettare; devono indicare il

termine entro il quale la delega può essere esercitata. Esistono limiti alle materie delegabili

dal Parlamento al governo: la dottrina prevalente ritiene sottratte alla legge di delega tutti

quegli atti che presuppongono l’alterità politica ossia la necessaria distinzione dei ruoli tra

Parlamento e governo. Il decreto legislativo è approvato dal Consiglio dei ministri e

emanato dal presidente della Repubblica con proprio decreto. Un particolare tipo di fonte

sono i decreti del governo in caso di guerra. Essi possono essere adottati dal governo previa

deliberazione da parte delle Camere dello stato di guerra.

Decreto-legge

La nostra Costituzione consente che il governo adotti decreti legge. Tali atti sono

provvedimenti provvisori con forza equiparata alla legge ordinaria del Parlamento, deliberati

dal consiglio dei ministri ed emanati dal presidente della Repubblica. Il decreto legge: può

essere emanato solo “in casi straordinari di necessità ed urgenza”; devono essere presentati

alle Camere per la conversione lo stesso giorno in cui sono emanati; la loro efficacia dura

solo 60 giorni ed è dunque provvisori: se non sono convertiti in legge la perdono sin

dall’inizio. Appena emanato dal governo, il decreto diventa oggetto di un apposito disegno

di legge di conversione e in questa forma presentato in Parlamento. La legge di conversione

è l’atto mediante il quale il Parlamento si riappropria della funzione legislativa

eccezionalmente esercitata dal governo, ratificando il contenuto normativo del decreto legge.

L’abuso della decretazione d’urgenza, massiccio a partire dagli anni ’70, ha prodotto il

fenomeno della c.d. reiterazione dei decreti legge, ossia la riproduzione delle norme di un

decreto legge, nono convertito in legge, in altro decreto legge successivamente emanato.

Qualora il decreto legge decada, il Parlamento può adottare una legge regolatrice dei

rapporti e delle situazioni che si sono determinate nel periodo di provvisoria vigenza

dell’atto normativo.

LE FONTI SPECIALIZZATE

Le fonti specializzate non costituiscono una categoria scientifica autonoma: esse includono

fonti tra loro diverse, che nulla hanno in comune se non l’atipicità rispetto a tutte le altre

fonti primarie del diritto. Sono fonti specializzate quelle fonti che sono caratterizzate: da

procedimenti di formazione particolari; dal fatto che sussiste dissociazione tra forma e forza

dell’atto; dal fatto di essere chiamate a disciplinare in forma specializzata determinate

materie. Tra le leggi specializzate rientrano: leggi di esecuzione dei Patti lateranensi; leggi

che disciplinano i rapporti fra lo Stato e le altre confessioni religiose; leggi che staccano una

provincia o un comune da una regione per aggregarli ad un’altra; leggi di amnistia ed

indulto; leggi statali che stabiliscono i principi fondamentali delle materie di competenza

regionale, nonché in materia di autonomia finanziaria; leggi statali che stabiliscono “forme e

condizioni particolari di autonomia” alle regioni ordinarie. Queste leggi hanno natura

specializzata non solo quanto al contenuto, ma anche quanto al procedimento di formazione.

LE FONTI ESPRESSIONE DI AUTONOMIA DEGLI ORGANI COSTITUZIONALI

Regolamenti parlamentari. I regolamenti parlamentari sono atti fonte di rango primario a

competenza materiale riservata (riserva di regolamento parlamentare): essi, infatti,

disciplinano l’organizzazione e le funzioni spettanti alle Camere, regolano i rapporti delle

Camere con altri organi costituzionali e contengono previsioni che incidono su altri soggetti.

I regolamenti delle due Camere prevedono al loro volta l’adozione di regolamenti

parlamentari speciali. Regolamenti di altri organi costituzionali. La Corte costituzionale

adotta un regolamento interno, per disciplinare l’esercizio delle sue funzioni. In relazione

alla presidenza della Repubblica, è prevista la possibilità di adozione di regolamenti interni,

ma solo per quanto riguarda l’organizzazione ed il funzionamento amministrativo

dell’apparato burocratico servente, e non in relazione al più complessivo esercizio delle

funzioni presidenziali. Ancora diverso è il caso dei regolamenti interni all’istituzione

Governo.

LE FONTI SECONDARIE

Fonti di diritto secondario, ossia subordinate a quelle primarie, sono i regolamenti,

denominazione che include una categoria eterogenea di atti normativi di competenza del

governo, dei ministri, degli organi centrali e periferici della pubblica amministrazione, delle

regioni e degli enti locali. Regolamenti dell’esecutivo. Si distingue tra regolamenti del

governo, regolamenti ministeriali e regolamenti interministeriali. La potestà regolamentare

dell’esecutivo non deve essere prevista specificamente da una previa norma di legge,

essendo sufficiente a legittimare l’adozione dei regolamenti il riconoscimento operato in via

generale dalla legge. Regolamenti governativi: sono emanati con lo strumento del “decreto

del presidente della Repubblica” previa deliberazione del consiglio dei ministri. Sono di

vario tipo: regolamenti di esecuzione, emanati per rendere più agevole l’applicazione di

leggi; regolamenti di attuazione o di integrazione, per attuare e integrare le leggi; regolamenti

indipendenti, per disciplinare materie sulle quali manchi una normativa di

rango legislativo; regolamenti di organizzazione, per disciplinare organizzazione e

funzionamento delle amministrazioni pubbliche; regolamenti di delegificazione: tali atti, a

differenza di tutti gli altri regolamenti, in virtù di una legge di autorizzazione, hanno il potere

normativo di determinare l’abrogazione di altre norme di legge vigenti. L’adozione di simili

regolamenti, la cui disciplina deve riguardare materie non coperte da riserva assoluta di

legge, avviene secondo un procedimento tipico diviso in tre momenti essenziali:

deliberazione della legge parlamentare di autorizzazione del potere regolamentare di

delegificazione; emanazione del regolamento di delegificazione da parte del governo;

abrogazione delle norme legislative regolatrici della materia, disposta dalla legge di

autorizzazione, ma il cui effetto si produce con l’entrata in vigore del regolamento di

delegificazione. Regolamenti interministeriali e ministeriali. Per tali regolamenti è

necessaria un’apposita legge che autorizzi l’esercizio del potere regolamentare. La

differenza fra i due tipi di regolamenti è che i regolamenti interministeriali sono quelli in

materie di competenza di più ministri, i regolamenti ministeriali sono invece adottati nelle

materie di competenza di un ministro. Entrambi, peraltro, sono sempre subordinati ai

regolamenti del governo e devono essere comunicati al presidente del consiglio prima della

loro emanazione.

LE FONTI DEL DIRITTO REGIONALE

Sono fonti di diritto delle regioni: gli statuti delle regioni ordinarie; le leggi regionali; i

regolamenti regionali. A questi si aggiungono gli statuti delle regioni speciali che hanno il

regime delle leggi costituzionali. Statuti ordinari. I contenuti che può assumere e la

procedura di approvazione aggravata fanno delle statuto regionale un atto fonte

sovraordinato rispetto alla legge regionale. Legge ordinaria regionale. È approvata nelle

forme e nei modi previsti da ciascuno statuto regionale. Vi sono materie di competenza

esclusiva della legge dello Stato e materie di competenza concorrente fra Stato e regioni; con

riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato alle

regioni spetta una potestà legislativa esclusiva. Regolamenti regionali. In base all’art. 117

Cost. la potestà regolamentare “spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva, salva

delega alle regioni”, mentre per tutte le altre materie essa spetta alle regioni. Quanto alla

collocazione nel sistema delle fonti dei regolamenti regionali, si può ritenere che: sono

subordinati sia alla legge statale sia a quella regionale; possono intervenire nelle materie di

competenza degli enti locali, ma sono cedevoli qualora gli enti locali provvedano con propri

regolamenti. Statuti speciali. L’art. 116 Cost. stabilisce che il “Friuli Venezia Giulia, la

Sardegna, la Sicilia, il Trentino Alto Adige e la Valle d’Aosta dispongono di forme e

condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti adottati con legge

costituzionale”.

LE LIBERTÀ E I DIRITTI FONDAMENTALI NELLO STATO MODERNO

Il primo organico riconoscimento giuridico delle libertà fondamentali fu la Dichiarazione dei

diritti dell’uomo e del cittadino, con la quale i rappresentanti del popolo francese

proclamarono nel 1789 quelli che essi consideravano i diritti naturali, inalienabili e sacri

dell’uomo. Si affermarono così le libertà civili, cioè quelle libertà che erano fondate sulla

rivendicazione per l’individua di una sfera riservata. Fra esse: libertà personale, libertà di

domicilio, libertà economica, diritto di proprietà, libertà di manifestazione del pensiero,

libertà religiosa e così via. Successivamente, si stabilirono i c.d. diritti politici, quali: diritto

di voto attivo e passivo, diritto di associazione in partiti e sindacati, diritto di riunione. Nella

prima metà del Novecento si reclamano i diritti sociali, quali: diritto all’istruzione, diritto alla

salute, diritto alla previdenza sociale e così via. Per indicare i diritti e le libertà rivendicati

più di recente, si utilizza l’espressione nuovi diritti. Tali libertà, che possono essere anche

definite diritti della persona, riguardano soprattutto la dignità dell’uomo in un’accezione

particolarmente ampia che tiene conto delle problematiche legate alla procreazione artificiale,

alla bioetica, alla tutela dell’ambiente, all’informazione, alle nuove tecnologie.

LE SITUAZIONI GIURIDICHE SOGGETTIVE

Vi è la necessità di assicurare ai diritti fondamentali una complessa tutela attraverso

specifiche e variegate “istituzioni per la garanzia delle libertà”. Rientrano in tali tecniche di

garanzia diverse autorità garanti, istituite allo scopo di realizzare più efficaci mezzi di tutela

per i diritti dei cittadini. Sono soggetti di diritto coloro che godono della capacità giuridica,

coincidente con l’attitudine ad essere titolari di situazioni giuridiche. Il nostro ordinamento

riconosce come soggetti di diritto sia le persone fisiche sia le persone giuridiche. Le

situazioni giuridiche nelle quali un soggetto può venirsi a trovare si dividono in: Situazioni

giuridiche favorevoli: i poteri, i diritti soggettivi, gli interessi legittimi; Il potere giuridico è

la possibilità astratta di ottenere determinati effetti giuridici. Il diritto soggettivo è una

situazione soggettiva attuale e concreta. I diritti si dividono a loro volta in diritti assoluti e

diritti relativi. L’interesse legittimo designa una situazione soggettiva di vantaggio il cui

titolare gode di poteri strumentali rispetto alla tutela del proprio interesse. Situazioni

giuridiche non favorevoli: gli obblighi, i doveri, le soggezioni. Gli obblighi ovvero

comportamenti che un soggetto deve tenere per rispettare un diritto altrui. I doveri ovvero

comportamenti dovuti indipendentemente dall’esistenza di un corrispettivo diritto altrui, in

funzione di tutela di uno specifico interesse. Le soggezioni descrivono la situazione di chi è

soggetto ad un potere.

IL PRINCIPIO DI EGUAGLIANZA

Eguaglianza e libertà. La Costituzione italiana, all’art. 3, stabilisce due principi

fondamentali: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge,

senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di

condizioni personali e sociali” (uguaglianza formale); “è compito della Repubblica

rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e

l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della personalità umana e

l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale

del paese” (eguaglianza sostanziale). L’eguaglianza formale è propria della cultura liberale

che riconosce la condizione di eguaglianza nei punti di partenza, ossia intesa come pari

opportunità per tutti. L’eguaglianza sostanziale, invece, è espressione che richiama

un’attività volta alla promozione dell’uguaglianza. I significati di eguaglianza Dall’art. 3

Cost. è possibile ricavare differenti significati del principio di eguaglianza, che possiamo

elencare: Eguaglianza davanti alla legge. Significa che la legge si applica a tutti. In questa

accezione, il principio di eguaglianza riguarda l’efficacia della legge, ossia traduce il

principio per cui la legge deve avere forza nei confronti di tutti. Nella Costituzione italiana,

corollari del principio di eguaglianza formale sono i principi di indipendenza del giudice e il

principio di imparzialità della pubblica amministrazione. Inoltre, la disciplina e la

giurisprudenza considerano il principio di uguaglianza valido per tutti gli uomini, cittadini e

stranieri. Eguaglianza come divieto di discriminazioni.

Il divieto di discriminazione concerne: Il sesso: uomini e donne devono essere trattati in

modo uguale. Lo stesso principio deve valere anche contro possibili discriminazioni in base

a orientamenti sessuali di uomini e donne. La razza: è vietato distinguere sulla base di

differenti origini razziali o etniche. La lingua: la legge non può fare distinzioni in base alla

lingua conosciuta dai soggetti

dell’ordinamento. La religione: la legge non può fare distinzioni in base alla confessione

religiosa del soggetto. Le opinioni politiche: tale divieto di discriminazione deve essere

collocato in relazione alla libertà di manifestazione del pensiero. Le condizioni personali e

sociali. Eguaglianza come divieto di parificazioni e di differenziazioni irragionevoli.

L’eguaglianza giuridica è un concetto di natura relazionale, in quanto valutarla presuppone

la messa a confronto di almeno due elementi. Il giudizio di costituzionalità in cui si discute

della violazione del principio di uguaglianza ha carattere triangolare, ossia poggia su tre

elementi necessari: la norma impugnata per violazione del principio di uguaglianza; la

norma di confronto; la norma parametro. Il principio di eguaglianza in senso formale non

significa che tutti devono essere trattati allo stesso modo dalla legge, ma più propriamente

che la legge deve trattare in modo eguale situazioni ragionevolmente eguali e in modo

diverso situazioni ragionevolmente diverse. Così inteso, il principio di eguaglianza si

trasforma in principio di eguaglianza ragionevole. Questo principio vieta leggi

ingiustificatamente discriminatorie e, per converso, leggi ingiustificatamente parificatorie.

La promozione dell’eguaglianza. Il fondamento della promozione dell’uguaglianza sta nella

consapevolezza dell’insufficienza dell’eguaglianza formale, dato che le realtà dei rapporti

materiali presenta situazioni di profonda diversità: perciò la Costituzione impone che la

Repubblica intervenga, al fine di rimuovere gli ostacoli che si frappongono al godimento

concreto dei diritti da parte di tutti. La struttura logica della disposizione è molto complessa.

Essa individua: un compito, spettante alla Repubblica, volto alla rimozione degli ostacoli di

ordine economico e sociale che di fatto limitano l’estensione di libertà e uguaglianza a tutti

ed un fine, che consiste nel “pieno sviluppo della persona umana”, e nell’“effettiva

partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

Il compito di promuovere l’uguaglianza si colloca in una posizione intermedia tra

egualitarismo (a ciascuno secondo i suoi bisogni) ed eguaglianza delle opportunità (a

ciascuno secondo i suoi meriti).

I SOGGETTI DELLE DECISIONI POLITICHE E LA FORMA DI GOVERNO

Secondo i canoni del costituzionalismo moderno, la funzione di individuare i fini politici e

tradurli in comandi generali e astratti (leggi), la funzione di eseguire tali comandi, in via

amministrativa-esecutiva, e, infine, la funzione di garantirne l’applicazione in caso di

controversie o di contestazioni, in via giurisdizionale, devono essere attribuite ad organi

diversi (separazione dei poteri). Nel tempo, tuttavia, è emerso chiaramente che una rigida

separazione è opportuna, rispetto alle altre, solo per la funzione giurisdizionale la cui

caratteristica sta proprio nella terzietà dei soggetti che la esercitano. Il modo come, in un

determinato ordinamento, viene organizzato ed esercitato il potere politico è ciò che si usa

chiamare forma di governo. La forma di governo attiene al modo come tra gli organi di una

comunità politica organizzata si distribuisce il potere di indirizzarla verso determinati fini

generali.

LE FORME DI GOVERNO: STORIA E TIPOLOGIA TRADIZIONALE

La tipologia tradizionale delle forme di governo in sintesi prevede: Governo presidenziale:

capo dello stato elettivo che è titolare del potere esecutivo in regime di rigida separazione

rispetto a un legislativo che non lo può sfiduciare né può da lui essere sciolto. Governo

direttoriale: capo dello stato collegiale che è anche titolare del potere esecutivo; è eletto dal

legislativo ma resta in carica per l’intero mandato perché il legislativo non può sfiduciarlo

né venire sciolto. Governo parlamentare: capo dello stato con funzioni limitate ed esecutivo

che si poggia sul rapporto di fiducia col legislativo; il legislativo può sfiduciare il governo e

questo può scioglierlo anticipatamente. Governo semi-presidenziale: capo dello stato con

funzioni rilevanti anche di indirizzo politico, per lo più elettivo, ma compresenza di un

esecutivo legato al legislativo da rapporto fiduciario; il legislativo può essere sciolto dal

presidente.

LE FORME DI GOVERNO OGGI: UNA TIPOLOGIA AGGIORNATA

Le forme di governo attuali si possono classificare secondo lo schema che segue: Forme di

governo a direzione monocratica. Che si tratti di forme di governo presidenziali o

parlamentari, sono caratterizzate dall’emergere di un vertice monocratico direttamente o

indirettamente rappresentativo, il quale assume la direzione politica del governo, dettandone

le scelte di fondo, scegliendo i ministri che collaborano con lui e assumendone la

responsabilità davanti al corpo elettorale e al parlamento. La responsabilità davanti al

parlamento viene fatta valere con le forme classiche della sfiducia che obbligano alle

dimissioni o che comportano revoca immediata; la responsabilità davanti al popolo viene

fatta valere in qualche raro caso mediante il ricorso a istituti come la revoca diretta mediante

referendum, quasi sempre mediante le elezioni politiche ordinarie. Le forme di governo a

direzione monocratica possono prevedere modalità diverse di investitura: Direttamente

elettiva: è il caso del governo presidenziale, secondo il modello americano; è il caso in cui

eletto direttamente è il presidente del consiglio. Non direttamente elettiva: è il caso del

classico governo parlamentare di legislatura. In questo caso l'investitura del primo ministro

è spesso presunta e comunque determinata dal voto popolare; in ogni momento il

parlamento può sfiduciare il primo ministro; quanto allo scioglimento, in alcuni casi esso è

rimesso al capo dello stato, ma per lo più è affidato direttamente o indirettamente allo stesso

primo ministro il quale ha un forte strumento istituzionale per tenere disciplinata la propria

maggioranza. Forme di governo a direzione ripartita e duale. Il caso principale è quello

del modello semi-presidenziale nel quale convivono un presidente con rilevanti poteri

costituzionale anche di indirizzo e un capo del governo vertice dell'esecutivo e responsabile

davanti al Parlamento. Questo assetto implica due possibilità: che presidente e governo

siano espressione di una sola identica maggioranza politica; che il presidente eletto e il

governo siano ciascuno espressione, invece, di maggioranze politiche diverse. Quando vi è

una doppia distinta maggioranza, la caratteristica strutturale del semipresidenzialismo tende

ad emergere prepotente: per cui si raggiunge un'intesa su ciò che ciascuno può e deve fare

oppure il rischio di conflitti si fa molto forte. Forme di governo a direzione collegiale o

plurima. Si tratta di forme di governo nelle quali una direzione monocratica da un lato non

è prevista dalla costituzione, dall'altro non si è affermata in via di fatto. Per cui la

collegialità, propria di quasi tutti gli esecutivi moderni, non conosce gerarchizzazione, e le

scelte principali sono affidate tutte alle deliberazioni dell'organo collegiale ovvero ad altre

forme di composizione negoziata dei diversi interessi rappresentati all'interno dell'organo

esecutivo (caso della Svizzera).

LA FORMA DI GOVERNO IN ITALIA: LA COSTITUZIONE E LA PRASSI

Nonostante l'impegno assunto in sede di sottomissione quando si trattò di decidere a quale

forma di governo ispirarsi, la nostra Costituzione risultò al riguardo particolarmente

lacunosa, limitandosi allo stretto essenziale. Secondo la Costituzione, è il presidente della

Repubblica a nominare il presidente del consiglio, senza alcuna indicazione sul

procedimento da seguire. Il governo necessita della fiducia di entrambe le Camere; ciascuna

Camera può approvare una mozione di sfiducia. Si può dire che nella Costituzione e nella

prassi la forma di governo italiana è stata una forma di governo parlamentare a direzione

plurima. Sempre i governi furono governi di coalizione o, comunque, che si fondavano su

una maggioranza parlamentare composita che raggiunse anche sei o sette gruppi di vertice.

Si parlò, infatti, di governi a direzione plurima dissociata.

LA FORMA DI GOVERNO IN ITALIA: LE TRASFORMAZIONI

Tentativi di invertire una tendenza degenerativa attraverso appropriate riforme istituzionali

furono avviati negli anni Ottanta, ma furono in parte tardivi e in parte inefficaci. Efficienza e

stabilità nell'azione di governo cominciarono ad essere percepiti come condizioni

indispensabili di sviluppo, difficilmente compatibili con il governo a direzione plurima.

Trasformando in maggioritario il sistema proporzionale su cui quella della forma di governo

si era fondata si pensava di poter raggiungere più scopi: instaurare una competizione

bipolare per permettere l'investitura popolare diretta di maggioranza e governo; imporre un

salutare ricambio di classe politica; porre fine al correntismo che minava dall'interno i partiti;

moralizzare la vita pubblica; semplificare il sistema dei partiti .Una somma di ulteriori fattori

hanno concorso nel contempo a far emergere la figura del presidente del consiglio. Si può

dire, in conclusione, che, con riferimento alla forma di governo, l'ordinamento italiano,

fermi restando gli aspetti strutturali, si va orientando a vari livelli territoriali, con sufficiente

coerenza verso governi di legislatura a direzione monocratica, fondati su coalizioni.

LA SOVRANITÀ POPOLARE

LA SOVRANITÀ APPARTIENE AL POPOLO

"La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della

Costituzione": così recita il secondo comma dell'art. 1 Cost. e raramente una carta

costituzionale ha voluto affermare in modo più netto il principio della sovranità popolare.

Secondo quanto previsto dalla Costituzione: il popolo è titolare in senso giuridico della

sovranità; il popolo di essa mantiene continuativamente il possesso; il popolo non vi può

rinunciare e non può dunque trasferirla a nessun singolo individuo e a nessuna parte di sé.

Una tale affermazione della sovranità popolare indica che l'ordinamento italiano si fonda sul

principio che il popolo costituisce la fonte di legittimazione di ogni potere costituito. Il

popolo, in senso giuridico, è l'insieme di tutti coloro che sono legati all'ordinamento

giuridico da un vincolo particolare che si chiama cittadinanza. Invece, la popolazione è data

dall'insieme di tutti coloro che si trovano entro i confini di un qualsiasi ente territoriale.

Diverso ancora il concetto di nazione che identifica non un rapporto giuridico, ma un

vincolo sociale e, a volte, politico: quello che unifica e accomuna per tradizioni, storia,

lingua, religione, origine etniche un insieme di persone fisiche. Il vincolo di cittadinanza

determina un vero e proprio status giuridico, vale a dire una somma di diritti e di doveri che

da esso derivano: in particolare, i diritti e i doveri politici, sono quelli più direttamente legati

alla cittadinanza.

IL POPOLO CHE VOTA

Che si voti per eleggere o che si voti per deliberare direttamente, il nostro ordinamento

conosce una serie di norme di carattere generale che dettano la disciplina di questa

fondamentale forma di partecipazione politica e di esercizio della sovranità. Le fonti sono la

Costituzione e una serie di leggi specifiche. Del diritto di partecipare alle votazioni, e del

voto, tratta innanzitutto l'art. 48 Cost., il quale stabilisce 4 principi fondamentali: Sono

elettori tutti i cittadini che hanno la maggiore età; Specifiche limitazioni al diritto di voto

possono essere previste, ma solo dalla legge, ovvero per chi non ha la capacità di agire

ovvero infine come pena accessoria in caso di sentenza penale definitiva; Il voto è

circondato da una serie di garanzie ed è definito "dovere civico"; L'esercizio del diritto di

voto di chi risiede all'estero è disciplinato in forme specifiche. Già adesso, la legge estende

l'elettorato attivo e, con eccezioni, l'elettorato passivo a tutti i cittadini non italiani

dell'Unione europea. Inoltre, la legge prevede che non godano dell'elettorato attivo: coloro

che sono falliti; coloro che sono sottoposti a misure di prevenzione in base alla normativa

c.d. antimafia; coloro che sono sottoposti ad analoghe misure di sicurezza detentive o non

detentive; coloro che sono stati condannati all'interdizione perpetua o temporanea dai

pubblici uffici. Non sono elettori, inoltre, per espressa previsione costituzionale, i membri e

i discendenti di casa Savoia. Quanto alle garanzie, la Costituzione vuole che il voto sia:

personale; eguale; libero; segreto. Il riferimento al voto come dovere civico, invece, è il

frutto del compromesso che permise di superare una delle contese più aspre che

caratterizzarono l’intero dibattito sulla legislazione elettorale nella seconda metà degli anni

Quaranta. Il terzo comma dell'art. 48 Cost. è stato introdotto solo grazie ad una legge del

2000. Con esso si è voluto espressamente prevedere una disciplina specifica e derogatoria

per i cittadini italiani residenti all'estero.

IL POPOLO CHE ELEGGE

Il fatto che sovrano sia considerato il popolo comporta che, a tutti i livelli di governo in cui

scelte di natura politica devono essere compiute, quella parte di esso cui l’ordinamento

riconosce la capacità di concorrere alle decisioni collettive (il corpo elettorale) lo può fare,

oltre che in forma diretta, anche e soprattutto attraverso la selezione di propri rappresentanti,

i quali eserciteranno, legittimati dall’investitura popolare che hanno ricevuto, le funzioni che

l’ordinamento attribuisce all’organo di cui sono chiamati ad essere componenti. I moderni

ordinamenti preferiscono la selezione per elezione fra candidati che non si differenziano

tanto per le doti personali quanto anche, e soprattutto, per la diversa connotazione politica.

Di tutto ciò partiti e simboli sono la rappresentazione. Nel nostro ordinamento il corpo

elettorale elegge: i 630 deputati che compongono la Camera dei deputati; i 315 senatori

elettivi che, insieme ai senatori a vita, compongono il Senato della Repubblica; i presidenti

delle regioni e i consiglieri regionali; i sindaci e i consiglieri comunali; i presidenti delle

province e i consiglieri provinciali; i consiglieri circoscrizionali e i consiglieri municipali;

elegge altresì i componenti italiani del Parlamento europeo. A tale fenomeno di elezione,

particolarmente imponente, è consacrato un complesso normativo altrettanto imponente che

costituisce nel suo insieme la legislazione elettorale, della quale il sistema elettorale, con

particolare riferimento ai meccanismi applicati per trasformare i voti espressi dai cittadini in

seggi nelle diverse assemblee rappresentative, è solo una parte, sia pur rilevante.

IL POPOLO CHE DELIBERA

Il nostro ordinamento costituzionale prevede numerose forme di decisione popolare diretta

mediante referendum. Un referendum consiste in una votazione deliberativa sulla base di un

quesito che viene sottoposto alla valutazione del corpo elettorale in forme varie e con effetti

diversi. Per quanto riguarda gli effetti, vi sono referendum che hanno carattere meramente

consultivo; ed altri che si possono definire decisivi o deliberativi nel senso che incidono di

per sé sull’ordinamento. La caratteristica di tutti i referendum è che sono giochi a somma

zero: nel senso che la volontà di coloro che prevalgono diventa la volontà del popolo senza

mediazioni. La Costituzione italiana prevede due principali tipi di referendum di ambito

nazionale, più altri di portata e oggetto più limitato che coinvolgono solo parte del corpo

elettorale; altri referendum ancora sono previsti da fonti diverse: l’ordinamento sugli enti

locali, gli statuti delle regioni. Caratteristica essenziale e innovativa dei referendum previsti

dalla Costituzione è che possono essere richiesti su iniziativa popolare. Referendum

costituzionale (art. 138). Può essere promosso entro tre mesi dalla pubblicazione di una

legge costituzionale, nel caso in cui questa non sia stata approvata dalla maggioranza dei 2/3

dei componenti di ciascuna Camera, nella seconda votazione. Titolari del diritto di chiedere

il referendum sono: un quinto dei componenti di ciascuna delle due Camere; 500.000

elettori; 5 consigli regionali. Quando ciò accade l'ufficio centrale per il referendum decide

con sua ordinanza sulla legittimità della richiesta. Successivamente il presidente della

Repubblica, previa deliberazione del consiglio dei ministri, indice il referendum. Possono

prendere parte alla votazione referendaria tutti i cittadini elettori della Camera. Quale che sia

il numero dei partecipanti, se la legge ottiene la maggioranza dei voti validi ciò viene

attestato dalla Corte di cassazione e il presidente della Repubblica promulga. Se prevalgono

i "no", la legge non è promulgata ed è come se il Parlamento non l'avesse mai approvata.

Per il referendum costituzionale non è previsto un quorum strutturale. Referendum

abrogativo (art. 75 Cost.) Titolari del potere di richiederlo sono: 500.000 elettori; 5

consigli regionali. La disciplina di questo procedimento è complessa, in quanto la

Costituzione prevede una serie di limiti sotto forma di oggetti che non possono essere posti

sotto referendum. Di garantire la legittimità del procedimento si occupa l'ufficio centrale per

il referendum presso la Corte di cassazione. Sono inammissibili i referendum aventi per

oggetto: leggi tributari; leggi di bilancio; leggi di amnistia e di indulto; leggi di

autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Costituiscono ulteriori limiti

all’ammissibilità di referendum abrogativi: La Costituzione e le leggi formalmente

costituzionali; gli atti legislativi ordinari aventi forza passiva rinforzata, ossia le fonti

specializzate in ragione della loro particolare competenza; le leggi collegate strettamente a

quelle vietate dall’art. 75 Cost.; le leggi a contenuto costituzionalmente vincolato, ossia

quelle leggi per le quali la Costituzione detta l’unica disciplina possibile; le leggi a contenuto

“comunitariamente” vincolato, ossia quegli atti normativi per i quali la discrezionalità del

legislatore nazionale è vincolata al rispetto del diritto comunitario; le leggi obbligatorie o

necessarie, ossia quelle leggi che devono necessariamente esistere nell’ordinamento

giuridico o perché direttamente previste dalla Costituzione, o perché indispensabili per il

rinnovo o il funzionamento di organi costituzionali. In quest'ultimo ambito si colloca la

discussione a proposito dei referendum su leggi elettorali, leggi necessarie per il

funzionamento degli organi costituzionali, ma a contenuto libero. Tali leggi, ha affermato la

Corte, possono essere sottoposte a referendum quando la richiesta colpisca solo alcune

disposizioni e a condizione che la disciplina residua dopo l’abrogazione permetta comunque

agli organi costituzionali di poter funzionare. Ulteriori vincoli riguardano la formulazione

del quesito referendario. Al fine di garantire la libera e consapevole espressione del voto da

parte del cittadino elettore, la richiesta, per essere ammissibile, deve essere omogenea,

chiara e univoca. In buona sostanza la Corta ritiene che una richiesta sia omogenea quando

il quesito sottoposto agli elettori, nonostante riguardi una pluralità di disposizioni, oppure

proposizioni linguistiche o addirittura singole parole, è riconducibile ad un unitario

principio abrogativo in grado di tenerle tutte insieme. Una volta che la Corte costituzionale

abbia dichiarato ammissibile il quesito referendario (entro il 10 febbraio di ogni anno), il

presidente della Repubblica, come sempre su deliberazione del consiglio dei ministri, indice

il referendum che si deve tenere fra il 15 aprile e il 15 giugno. Perché la consultazione abbia

un esito favorevole all’abrogazione non è sufficiente che i “sì” prevalgano sui “no”, ma

deve aver partecipato la metà più uno degli aventi diritto. L’ufficio centrale per il

referendum presso la Cassazione verifica e proclama i risultati del referendum: se è

favorevole, il presidente della Repubblica emana un decreto col quale dichiara abrogata la

legge o la parte di legge sottoposta alla consultazione. Un effetto ce l’ha anche il prevalere

dei “no”: in questo caso non si può proporre referendum sulle medesime disposizioni prima

che siano passati 5 anni. Tale vincolo non si applica se il quorum non è stato raggiunto; in

questo caso, semplicemente, la consultazione non ha esito.

Referendum relativi a modificazioni territoriali (art. 132 Cost.) Ve ne sono di due tipi:

il referendum che, in caso di voto favorevole, costituisce il presupposto di una legge

costituzionale per la fusione di più regioni o per la costituzione di una nuova regione; il

referendum che, in caso di voto favorevole, costituisce il presupposto di una legge ordinaria

che consente a una provincia o a un comune di staccarsi da una regione e aggregarsi a

un’altra. Referendum regionali e locali. Quando a regioni ed enti locali, ai rispettivi statuti

è rimessa la disciplina di referendum regionali e locali, entrambi caratterizzati dal fatto che

debbono avere ad oggetto “leggi e provvedimenti amministrativi della regione” i primi,

“materie di esclusiva competenza locale” i secondi. Altri referendum. Un singolare

referendum che può essere definito di indirizzo si tenne nel 1989 in occasione delle elezioni

per il rinnovo del Parlamento europeo: oggetto fu il conferimento di un mandato costituente

al Parlamento di Strasburgo.

IL PARLAMENTO

ALLE ORGINI DEI PARLAMENTI

I parlamenti di oggi sono organi molto diversi rispetto a quelli cui fu per la prima volta dato

quel nome. La trasformazione di queste assemblee in qualcosa di vagamente simile a ciò che

noi conosciamo, che avvenne dapprima in Inghilterra, durò vari secoli e fu segnata dalla

successiva conquista di garanzie per i membri dell’assemblea, del potere di liberarsi dei

funzionari del re colpevoli di qualche misfatto ai loro danno, del diritto di autoconvocarsi, di

una certa garantita periodicità del potere di stabilire quali materie trattare. Quando il

parlamento inglese conquistò il potere di stabilire l’ordine di successione a trono, allora

nacque il parlamento moderno che si proclamava sovrano. Già da tre secoli esso si era

diviso in due camere assumendo carattere bicamerale; da una parte i conti, i vescovi e i

titolari di antiche baronie (house Of Lords), dall’altra i rappresentati delle città e ,poi, la

borghesia (House Of Commons). Nel corso del 700 il parlamento inglese affermò la

propria forza nell’influire sulla scelta da parte de sovrano dei ministri ed in particolare del

primo ministro. Così accanto al potere di fare le leggi, anche il potere di influire

sull’applicazione di esse venne progressivamente sottratto alla corona a vantaggio del

parlamento e in particolare di quel ramo che rappresentava la parte più larga della società, la

Camera dei Comuni. Con il suffragio universale, i parlamenti diventarono assemblee

espressione di tutta la società e crocevia istituzionale dello stato democratico di derivazione

liberale. La capacità di rappresentare la società di cui erano espressione era stata la prima

funzione dei parlamenti: infatti i parlamenti fra 700 e 800 avevano affermato il proprio ruolo

in conflitto costante con l’esecutivo del re. Ciò spiega la tendenza di quel periodo a

concepire in modo rigido la separazione dei poteri. Il suffragio universale, la

democratizzazione delle istituzioni, il ruolo assunto dai partiti politici, tuttavia finirono col

ridimensionare il ruolo dell’assemblee rappresentative. In questo modo il governo, di fatto

diventò il comitati direttivo in grado di guidare l’attività del parlamento; stabiliva cosa

dovesse fare, dettandone l’ordine del giorno e, come, imponendo le proprie proposte e

permettendo, al più, ai parlamentari della sua maggioranza un’azione di integrazione e

correzione.

IL PARLAMENTO IN ITALIA FINO ALLA COSTITUENTE

Il nostro parlamento è il diretto erede del parlamento dell’Italia monarchica il quale a sua

volta altro non era che il parlamento subalpino previsto dallo statuto concesso da Carlo

Alberto, re di Sardegna, nel marzo 1848. Quello statuario era un parlamento bicamerale

costituito di una camera sede della rappresentanza nazionale e di una camera alta tutta di

nomina regia. Quello statuario era pensato come bicameralismo differenziato ma anche

tendenzialmente paritario, senza cioè che uno dovesse prevalere sull’altro, tuttavia la storia

ci insegna che così non fu. Infine durante il fascismo il parlamento divenne camera dei fasci

e delle corporazione, organo di nomina governativa e partitica, volto a rappresentare i ceti

produttori di una logica organicistica. Quando alla Costituente si pose la questione di come

organizzare il futuro parlamento repubblicano, era passato poco meno di un secolo dallo

statuto e il costituzionalismo nel mondo aveva fatto molti passi avanti. Inoltre una parte

delle forze politiche di cui i gruppi parlamentari alla costituente erano espressione aveva

maturato la convinzione che fosse opportuno rifondare lo stato sulla base di una

redistribuzione territoriale del potere politico. Il senato del regno dopo il referendum del 2

giugno 1946 era scomparso, per il resto gli uni volevano un parlamento monocamerale, gli

altri un parlamento ancora bicamerale. Il compromesso fu raggiunto dando ragione a coloro

che volevano in ogni caso due camere, ma tacitando nel contempo i timori dei

monocameralisti con la scelta di renderle entrambe espressione della sovranità popolare. Si

venne incontro, ai fautori della rappresentanza su base regionale, a coloro che ne volevano

fare un’assemblea di riflessione e anche a coloro che volevano l’elezione uninominale.

Tutto ciò premesso, se ne dedusse, quasi come cosa inevitabile, l’identità di attribuzioni e

funzioni. Ecco come si spiega la naturale di bicameralismo paritario e indifferenziato,

ovvero anche paritario, nel senso appunto che si fonda su due camere poste sullo stesso

piano.

COM’E’ COMPOSTO IL PARLAMENTO ITALIANO

Il P Italiano è in organo costituzionale complesso formato da due camere ce durano

ciascuna 5 anni: la camera dei deputati che consta di 630 componenti, tutti elette dai cittadini

maggiorenni e il senato della repubblica che consta di 315 membri eletti dai cittadini che

abbiano compiuto 25 anni, più un ristretto numero di senatori a vita. L’elezione avviene a

suffragio universale e diretto. Possono essere eletti (elettorato passivo) tutti i cittadini che

abbiano compiuto nel giorno delle elezioni rispettivamente 25 anni per la camera e i 40 per il

senato e che siano elettori, 12 deputati e 6 senatori per eleggere i quali sono state istituite

due speciali circoscrizioni estero, rappresentato i cittadine che non risiedono in Italia.

LA DURATA IN CARICA

Le camere durano in carica 5 anni e non possono essere prorogate se non per legge solo nel

caso in cui il paese sia in stato di guerra (art. 60). Tale previsione va letta insieme a quella

dell’art. 78, il quale attribuisce alle camere stesse il potere di deliberare lo stato di guerra. I

poteri delle camere, sono prorogati fino al momento n cui non si riuniscono le nuove

camere e ciò all’ovvio scopo di far si che in ogni caso sia garantita la continuità

dell’esercizio delle funzioni parlamentari. Non si pensi all’attività ordinaria, ma per

esempio, al caso in cui il governo adotti un decreto legge: eventualità nella quale è obbligato

dall’art. 77 a presentare alle camere, anche se sciolte, i disegno di legger per la conversione

il giorno stesso. Spetterà poi alla valutazione politica del parlamento decidere se procedere

subito, ovvero lasciare che se ne occupino le nuove camere con il rischio che il decreto

decada. Questa istituto di chiama prorogatio e si distingue dalla proroga: questa consiste

nello spostamento in avanti di un termine; quella è un istituto che viene dal diritto romano e

serve a coprire il vuoto che potrebbe altrimenti verificarsi nell’esercizio di funzioni affidate

a organi per i quali l’ordinamento prevede la periodica sostituzione delle persone fisiche che

vi sono preposte. Una o entrambe le camere possono essere sciolte in anticipo.

IL PARLAMENTO IN SEDUTA COMUNE

Il P. in seduta comune, formato dai membri delle due camere,si riunisce per tradizione

sempre nell’ala della camera dei deputati, ai soli scopi già definiti in Costituzione: elegge,

con il concorso dei delegati regionali, il presidente della Repubblica, assiste al suo

giuramento e lo può mettere in stato di accusa; a quest’ultimo fine riferisce all’assemblea

uno speciale comitato costituito dai componenti delle due giunte della camera e del senato

competenti per le autorizzazione a procedere, elegge un terzo dei componenti del consiglio

superiore della magistratura, elegge un terzo dei componenti della corte costituzionale

nonché i 45 cittadini fra i quale estrarre i giudici aggregati ai fini del giudizio d’accusa

contro il presidente della Repubblica. Il P. in seduta comune è presieduto dal presidente

della camera, egli indice l’elezione del nuovo presidente della repubblica; ciò non comporta

preminenza di un ramo sull’altro del parlamento, ma risponde forse alla volontà del

costituente di sottolineare l’equilibrio fra i due organi, stante il fatto che supplente del

presidente della repubblica è invece, il presidente del senato.

LA DISCIPLINA COSTITUZIONALE DELLE DUE CAMERE

L’organizzazione e il funzionamento delle due camere sono disciplinati da fonti

costituzionali, regolamentari e, in piccola misura, legislative: il complesso di tali

disposizioni, nonché delle consuetudini e delle prassi instauratesi costituiscono quella

branca del diritto costituzionale che va sotto il nome di diritto parlamentare. Ciascuna

camera elegge fra i suoi componenti presidente ed ufficio di presidenza, ciascuna camera

adotta il proprio regolamento e lo fa a maggioranza assoluta dei propri componenti: la prima

disposizione vuole garantire l’indipendenza di ciascun ramo del parlamento nei confronti

dell’altro, la seconda vuole da un lato indicare che si tratta di regole che è opportuno siano

condivise da un numero di deputati o senatori più ampio di quello che è richiesto per le

decisioni ordinarie, dall’altro che in nessun caso possano essere decise da una minoranza

che si trovi ad essere maggioranza per le altrui assenze. Le sedute sono sempre pubbliche, a

meno che non sia deliberata la seduta segreta; le sedute segrete sono nella prassi rarissime

dal momento che la pubblicità e connaturata al ruolo stesso delle assemblee rappresentative;

per ogni seduta vengono redatti un processo verbale e i resoconti sia in forma integrale sia

in forma sintetica; le decisioni sono di norma assunte con il voto favorevole della

maggioranza dei presenti (quorum funzionale) purché sia presente la maggioranza dei

componenti di ciascuna assemblea (quorum strutturale o numero legale). Il numero legale è

particolarmente elevato: la metà più uno dei componenti salvo congedi autorizzati. Il

quorum funzionale è quello della maggioranza semplice costituita dalla metà più uno di

coloro che votano, salvo che la costituzione preveda una maggioranza qualificata. La più

piccola delle maggioranza qualificate è quella assoluta costituita dalla metà più uno non di

coloro che votano, ma di coloro che compongono il collegio. A conferma dei due diversi

regolamenti parlamentari, alla camera coloro che, presenti dichiarano di astenersi non

vengono considerati al fine di stabilire se la maggioranza per le deliberazioni è stata

raggiunta; al senato invece si, per cui mentre alla camera gli astenuti concorrono a formare il

quorum strutturale, ma non quello funzionale, al senato vengono considerati per calcolate

sia l’uno sia l’altro, con l’effetto che astenersi è come votare contro. I membri del governo

hanno diritto di assistere alle sedute e di essere ascoltati ogni volta che lo richiedano; hanno

altresì l’obbligo di farlo se richiesti (art. 64). La costituzione disciplina poi direttamente il

complesso dei diritti e dei dovere che formano il nucleo dello specifico status giuridico del

parlamentare stabilendo che: non si può appartenere ad entrambe le camere, i titoli in base ai

quali una persona diventa parlamentare e il sopraggiungere nel corso del mandato di cause

di ineleggibilità o incompatibilità sono giudicati dalle stesse camere, ciascuna per i propri

membri. Provvedono all’istruttoria apposite commissioni chiamate alla camera giunta delle

elezioni e al senato giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari; i parlamentari

rappresentano l’intera nazione ed esercitano le loro funzioni senza che di ciò debbano

rispondere ad altri che alla propria coscienza; ogni parlamentare riceve un’indennità stabilita

per legge (art. 69). Ad essa si aggiungono svariati benefici aggiuntivi volti ad agevolare il

lavoro parlamentare; i membri del parlamento godono di una serie di immunità volte a

garantire il libero esercizio delle loro funzioni, si vuole tutelare al massimo la libertà del

parlamentare ed evitare il rischio di prevaricazioni da parte del potere giudiziario. Le

immunità si distinguono in: insindacabilità, per come votano e per ciò che dicono

nell’esercizio delle loro funzioni, i parlamentari non possono essere in alcun modo chiamate

a rispondere ed inviolabilità: i parlamentari non possono subire alcuna forma di limitazione

della libertà personale a meno che la camera di appartenenza non la autorizzi. Al riguardo

esistono però eccezioni: il caso in cui il parlamentare sia colto nell’atto di commettere un

delitto per il quale l’arresto è obbligatorio e il caso in cui abbia subito una condanna passata

in giudicato.

L’ORGANIZZAZIONE DELLE CAMERE

Le due camere sono organizzate in modo sostanzialmente uguale sulla base di quanto

dettano i rispettivi regolamenti. Organi interni delle camere sono seguenti: il presidente

dell’assemblea ha il compito di rappresentare all’esterno la camera e di assicurare si il buon

andamento dei suoi lavori sia l’amministrazione interna: fa osservare il regolamento e dirige

le sedute. E’ coadiuvato da alcuni vicepresidenti e per le funzioni amministrative dai

questori, per il processo verbale è assistito dai segretari e viene eletto a maggioranza

qualificata. L’ufficio di presidenza, composto in modo da rappresentare tutti i gruppi

parlamentari, ha i compiti amministrativi, compiti attinenti alla disciplina interna e compiti di

natura politico organizzativa. La conferenza dei presidenti dei gruppi assiste il presidente in

ordine a tutto ciò che riguarda lo svolgimento dei lavori dell’aula e delle commissioni. E’

composta dai presidenti di tutti i gruppi parlamentari e il governo può sempre inviarvi un

proprio rappresentante. In particolare, decide in ordine al programma dei lavori, al

calendario e all’ordine del giorno delle singole sedute: cosa si fa e quando, il che è

assolutamente essenziale per qualsiasi assemblea politica contemporanea. La conferenza

delibera all’unanimità al senato e a maggioranza qualificata dei tre quarti alla camera. Nel

caso in cui non sia in grado di decidere, provvede da solo il presidente, il quale deve però

tener conto di ciò che propongono il governo e la maggioranza, riservando nel contempo

una quota di tempo a ciò che chiedono i gruppi di opposizione. Alcuni organi collegiali

svolgono funzioni specifiche: la giunta per il regolamento da pareri al presidente quando si

tratta di interpretare il regolamento e assolve a un fondamentale ruolo di proposta ai fini

della sua modifica; la giunta delle elezioni svolge il lavoro istruttorio nei confronti dell’aula

in relazione alle eventuali contestazioni contro la regolarità delle elezioni e in ordine alla

verifica dei poteri e le cause di incompatibilità e ineleggibilità dei singoli parlamentari; la

giunta delle autorizzazioni a procedere riferisce in ordine all’applicazione dell’art. 68

quando l’autorità giudiziaria richieda provvedimenti nei confronti di parlamentari, al senato

vi è un’unica giunta delle elezioni e delle immunità, infine ma solo alla camera, un comitato

per la legislazione a composizione paritetica maggioranza opposizione ha il compito di

esprimere pareri in ordine alla qualità, omogeneità, semplicità e chiarezza delle proposte in

esame. Le commissioni permanenti, suddivise in base all’oggetto della loro competenza,

svolgono funzioni essenziali e costituzionalmente necessarie ai fini vuoi del procedimento

di formazione delle leggi, vuoi delle procedure di indirizzo, di controllo e di informazione.

E’ fondamentale sapere che la composizione delle commissioni permanenti rispecchia la

proporzione dei gruppo, per cui ogni gruppo avrà in commissione un peso commisurato

alla percentuale di parlamentari che ad esso aderiscono. Ciascuna camera può poi sempre

istituire commissioni speciali o ad hoc, con compiti specifici, prassi un tempo seguita per

istruire progetti particolarmente complessi. Esistono inoltre numerose commissioni

bicamerali, cioè miste, sempre costituite da un numero uguale di senatori e deputati, al fine

di coinvolgere entrambi i rami del parlamento evitando duplicazioni e dualismi. Una sola di

queste è prevista direttamente in costituzione ed è la commissione per le questioni regionali.

Un ruolo determinante è svolto dai gruppi parlamentari. Costituiscono lo strumento tipico di

organizzazione della presenza dei partiti politici all’interno delle camere. Gli eletti devono

dichiarare a quale gruppo appartengono; se non lo fanno o se per qualsiasi ragione non

sono accettati da alcun gruppo, confluiscono nel c.d. gruppo misto. Il numero minimo

prescritto è di 20 deputati e 10 senatori: sono possibili deroghe che in passato erano spesso

concesse per i partiti organizzati su tutto il territorio nazionale. A seguito della riforma

elettorale del 1993 si sono formati anche gruppi composti da eletti di partiti diversi, ma

nell’ambito della stessa coalizione. Ciò ha indotto a introdurre una disciplina delle c.d.

componenti politiche per conferire una qualche autonomia a raggruppamenti di almeno 10

deputati all’interno del gruppo misto. I presidenti dei gruppi fanno valere una serie di

prerogative sull’andamento dei lavori e sui dibattiti; sono i gruppi a designare candidati

quando si debba procedere a comporre altri organi; è ai gruppi, prima dei singoli che le

camere riconoscono risorse. Ma soprattutto è il tempo d’aula risorsa fondamentale, ad

essere ripartito fra i gruppo; inoltre in alcune fasi del procedimenti relatori e governo a

parte, interviene di norma un solo parlamentare per ogni gruppo, da questo designato

COSA FA IL PARLAMENTO ITALIANO

La costituzione affida alle camere l’esercizio della funzione legislativa alla quale non a caso

dedica intera una delle due sezioni. Compiti del parlamento in seduta comune a parte, altre e

non meno rilevanti funzioni derivano dal rapporto fiduciario e da tutti i poteri che le camere

possono esercitare e tutte le facoltà di cui si possono avvalere, in base alla costituzione, alle

leggi e ancor prima ai loro regolamenti, direttamente o indirettamente connesse sia

all’esercizio della funzione legislativa sia al rapporto con il governo. Si parla così di

funzioni di indirizzo, di funzione di controllo, di funzione di informazione. Inoltre le camere

si trovano in limitati casi, ad assolvere compiti che per la loro natura sono per lo più

attribuiti ad altri poteri dello stato: funzioni giurisdizionali e funzioni amministrative.

PROCEDIMENTO LEGISLATIVO

Il procedimento legislativo consta di diversi momenti o fasi: fase dell’iniziativa, fase

istruttoria, fase deliberativa, fase della promulgazione e fase della pubblicazione.

Iniziativa. Titolari del potere sono il governo, ciascun consiglio regionale, il consiglio

nazionale dell’economia e del lavoro, il popolo mediante proposta firmata da almeno 50

mila elettori e naturalmente ciascun membro del parlamento. Mentre i parlamentari possono

presentare proposte alla sola camera cui appartengono, gli altri titolari dell’iniziativa hanno

facoltà di scelta senza limitazione alcuna. Assegnazione in commissione e scelta del

procedimento. L’istruttoria in commissione non è fase che possa essere evitata, essendo

esplicitamente richiamata dall’art. 72, dunque ogni progetto necessariamente redatto in

articoli secondo la fora tipica della legge, viene assegnato dal presidente a una delle

commissioni a seconda delle rispettive competenze per materia. Il ruolo delle commissioni

dipende dal tipo di procedimento prescelto. Vari tipi di procedimento legislativo. Esistono

tre diversi procedimenti, che possono in parte intersecarsi fra loro: nel senso che è possibile

che nel corso dell’esame della proposta si deliberi di passare da un procedimento all’altro.

1) Il procedimento ordinario o in sede referente è quello che attribuisce alla commissione

un compito esclusivamente istruttorio, in vista del seguito in aula. Il presidente della

commissione o più spesso un relatore da lui nominato, riferisce alla commissione sul

progetto e questa, acquisiti i necessari elementi informativi sulla base di una griglia

prestabilita e della relazione tecnica che può chiedere al governo, prima lo discute in via

generale, poi lo esamina articolo per articolo, per pervenire a un testo che invia

all’assemblea, dando mandato al relatore di riferire sulla base di una relazione. 2) Alla

commissione può essere invece conferito il compito di formulare un testo semidefinitivo,

cioè un testo che approvato dalla commissione, l’aula voterà come tale senza possibilità di

proporre, discutere e votare modifiche. Si tratta del c.d. procedimento misto o in sede

redigente. 3) Infine, in attuazione di quanto prevede l’art 72.3, se non vi si oppongono il

governo oppure 1/10 dei componenti della camera o 1/5 di quelli della competente

commissione, progetti di legge che non riguardino questioni di speciale rilevanza generale

possono essere esaminati ed anche approvati in commissione, seguendo le stesse modalità

dell’esame in assemblea senza passare da questa. E’ il procedimento in sede legislativa o

sede deliberante il quale dunque è di fatto possibile solo quando vi è un largo consenso.

La discussione in aula. Se il procedimento è quello ordinario, l’esame in assemblea del

progetto di legge predisposto dalla commissione in sede referente, accompagnato da una o

più relazioni, si sviluppa attraverso tre momenti. Innanzitutto la discussione generale, nel

corso della quale a nome dei gruppi o a titolo personale i deputati o i senatori dibattono

sull’opportunità stessa di legiferare sull’oggetto della proposta; salva deliberazione in


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Gnes Matteo
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Gnes Matteo.

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