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Istituzioni di storia medievale

Alma Poloni

Anno 2017-2018

20 febbraio 2018 (inizio lezioni)

Scopo del corso

C'è una forte discrepanza tra le conoscenze storiche del senso comune, anche a livello di manualistica scolastica, e il dibattito storiografico vero e proprio. Sussiste dunque un problema di divulgazione che non è dovuto al disinteresse del pubblico ma alle difficoltà, da parte degli storici, di trovare degli spazi del dibattito pubblico per poter spiegare i risultati delle loro ricerche. C'è una continua reinterpretazione, da parte degli storici, delle fonti note e di quelle ignote, sconosciute o utilizzate in maniera marginale. Tutto questo però non passa nel senso comune.

Il passaggio dall'età tardo-antica al medievo

Questo primo passaggio viene ancora denominato secondo il senso comune "invasioni barbariche" o "migrazioni barbariche". In generale l'espressione che viene utilizzata per sintetizzare i cambiamenti che avvengono tra la fine dell'età tardo antica e l'inizio del Medioevo (non ha una data precisa) è "trasformazione del mondo romano". Trasformazione del mondo romano era il titolo di un progetto di ricerca molto importante che ha caratterizzato gli anni 90 del 1900. Questa fase della storia antica è quella che ha subito un maggiore evoluzione, poiché le conoscenze comuni su questa fase della storia sono state sempre molto distanti dal dibattito storiografico vero e proprio.

Nuovi concetti storiografici sul passaggio età tardo-antica -> medioevo

C'è un'idea di trasformazione dal periodo tardo-antico a quello medievale, non ci sono rotture nette. C'è una forte messa in discussione del concetto di identità etnica, introdotta soprattutto dalla scuola di Vienna e dallo storico Walter Pohl.

Federati

Federati (foederati) è un termine che deriva dal latino foedus (trattato, patto): gruppi di barbari (il termine barbari è ancora utilizzato sebbene non sia propriamente corretto) che si insediano nell'Impero Romano con il bene placido dell'Impero stesso; trattandosi di un patto essi si dovevano impegnare ad aiutare militarmente l'Impero qualora ne avesse avuto bisogno.

Istituto dell’hospitalitas

Per hospitalitas si intende un istituto giuridico attivo nell'Impero romano giunto nella sua ultima fase, utilizzato per l'insediamento dei barbari all'interno dei confini. Tali popolazioni, in compenso, dichiaravano fedeltà all'imperatore e gli fornivano appoggio militare, rimanendo indipendenti.

  • Assegnazione di 1/3 delle terre dell’area occupata
  • Assegnazione di 1/3 dei tributi (posizione minoritaria)

Comunque, con tutta probabilità, l'istituto dell'hospitalitas non era un istituto così ferreo, poteva variare. Non c'erano regole ferree che stabilivano le donazioni da fare. I Visigoti avevano ottenuto dall'Impero di stanziare in Aquitania, Francia. Erano foederati.

Getica di Jordane (551)

Tratta della battaglia dei campi Catalauni (attualmente è la zona di Champagne in Francia).

Valentiniano III: Imperatore romano

Ezio: generale dell’Impero Romano

Attila: capo degli Unni

Teodorico: re dei Visigoti

Genserico: re dei Vandali

Unerico: figlio di Genserico

La figlia di Teodorico, re dei Visigoti, era sposata a Unerico, figlio di Genserico. Per il sospetto che ella avesse voluto avvelenare Unerico, viene rimandata in Gallia mutilata e deforme. Le avevano tagliato naso e orecchie. Temendo la vendetta di Teodorico, il padre della sfortunata, Genserico, con molti doni, indusse Attila a fare guerra ai Visigoti. Attila aveva già da tempo intenzione di far guerra ai Visigoti, e pagato da Genserico, mandò una ambasceria in Italia, all'imperatore Valentiniano per seminare discordia tra Romani e Goti.

Sosteneva di non voler rompere l'amicizia che lo legava all'Impero, che quella guerra sarebbe stata una guerra tra lui e Teodorico e si augurava che l'impero volesse rimanere neutrale. Aveva condito la sua lettera con le clausole di complimento e di adulazione, dando alla menzogna l'apparenza di verità. Poiché nel frattempo indirizzava a Teodorico un'altra lettera in cui lo esortava a abbandonare l'alleanza con i Romani. L'astuzia era una delle sue principali caratteristiche. Intanto anche Valentiniano inviava un’ambasceria a Teodorico, re dei Visigoti, in cui rivela di essere a conoscenza della pericolosità di Attila, colui che odia indistintamente tutti e si serve dell'inganno per raggiungere i suoi scopi. Esorta quindi i Visigoti ad unire le forze per difendere un impero di cui anche loro facevano parte. Teodorico rimase impressionato dalle parole di Valentiniano tanto da rispondergli dicendo che anche i Visigoti sarebbero stati nemici di Attila, temendo sopra ogni altra cosa la guerra che manchi di giustificazione.

La risposta di Teodorico viene acclamata da altri capi, molti lo imitano. Teodorico muove alla testa di una innumerevole moltitudine di Visigoti. La parte romana, capeggiata dal generale Ezio, su cui allora poggiava l'Impero Romano d'Occidente, era caratterizzata da forze non inferiori, riunite da più parti (franchi, sassoni, sarmati, etc, e truppe di origini celtiche e germaniche). La battaglia ebbe luogo ai campi Catalauni. Tra le fila dell'esercito al seguito di Attila c'era il contingente ostrogoto, capitanato da Valamiro, Teodemiro e Videmiro, tre fratelli più nobili del re ai cui ordini combattevano, poiché erano della stirpe degli Amali. Poi c'erano i Gepidi, il cui re Ardarico era così fedele ad Attila da indurlo a farlo partecipe delle sue decisioni. Ezio tuttavia fu capace di respingere l’attacco degli Unni.

Quella dei campi Catalauni è nota al senso comune come la battaglia tra Ezio e Attila, in realtà, come ci testimonia Getica di Jordane, in questa battaglia Ezio ricopre un ruolo marginale. Nel brano che abbiamo letto l'onomastica è molto importante, questo perché i Fatti venivano tramandati oralmente, erano quindi parte della memoria di quelle genti.

Fonte narrativa e fonte letteraria

Gran parte delle fonti dirette sull’Alto Medioevo sono fonti narrative. La fonte narrativa ha una connotazione letteraria. La fonte documentaria è costituita da documenti prodotti nella vita quotidiana che non veicolano immediatamente una interpretazione dei fatti.

Quando siamo di fronte ad una fonte narrativa bisogna porci delle domande:

  • Chi è l’autore?
  • Quando scrive?
  • Dove scrive?
  • Che origine ha?
  • Per chi scrive?
  • In che lingua scrive?
  • Qual è l’idea che vuole promuovere?

Jordane

Jordane aveva probabilmente origine gota ma aveva vissuto a Costantinopoli, dove aveva lavorato come scriba in ambito militare (il latino era lingua militare). Scriveva in latino e non in greco. Forse il latino era la sua terza lingua. Getica è scritto un secolo dopo i fatti narrati. La fonte è precedente: un’opera perduta, Storia dei Goti di Cassiodoro, completata forse prima del 526. Cassiodoro apparteneva ad una famiglia nobile di origine araba ma era nato in Sicilia. Era diventato poi un senatore. Altra fonte potrebbe essere Prisco di Panion, contemporaneo di Jordane, che partecipò ad un’ambasciata (448-449) fatta da Teodorico ad Attila. Quindi Giordane scrive utilizzando fonti precedenti e anche memorie della tradizione orale dei Goti, non sappiamo tuttavia quanto Jordane abbia modificato la storia dei Goti. Il racconto di Jordane probabilmente non è fedele ai fatti ma è un riflesso del modo di vedere il mondo di un intellettuale del III secolo. Sappiamo che sussistevano rapporti consolidati tra barbari e romani d’Oriente e d’Occidente. Attila stesso era solito mandare missive politiche e ambasciate sia a Oriente che a Occidente.

Bisogna tenere presente però, che Attila non voleva distruggere l’Impero, poiché esso era fonte di risorse, ovvero terre, donativi e tributi. I raid di Attila erano azioni dimostrative atte ad ottenere qualcosa. Attila si muove secondo logiche politiche, diplomatiche tipicamente romane. L’ambasceria di Valentiniano a Teodorico, re dei Visigoti, è ricca di carica retorica -> si fa infatti riferimento anche al topos della guerra giusta. In questa ambasceria la storia dei Goti di Cassiodoro.

La risposta del re viene acclamata dagli altri capi -> riflette la struttura dei gruppi che trovavano coesione attorno ai capi militari, legati al re da rapporti di fedeltà, capacità di distribuire ricchezza. La battaglia non è tra romani e barbari ma ha due contingenti formati entrambi da gruppi di origine barbarica. Nel V secolo romani e barbari NON appartenevano a popoli diversi. I contatti tra romani e barbari sono vecchi di secoli, dai primi secoli dell’impero. Il motivo principale di questi incontri era l’esercito romano. Era cosa comune che i capi fedeli delle tribù fossero ricompensati con cariche militari imperiali. Nel III secolo d.C. nell’Impero romano si avvertono sintomi di spopolamento demografico, come la difficoltà nel reperire truppe.

Nel IV secolo, sotto Teodosio, assistiamo ad una politica di assimilazione di Goti, prevalentemente, all’interno dell’esercito regolare e all’utilizzo di bande armate di barbari in campagne militari specifiche. I Goti vennero integrati dal 451 all’interno dell’esercito romano. Il far parte delle gerarchie dell’esercito romano significava entrare a far parte di un orizzonte culturale/militare romano. Il salario, i doni erano risorse che influivano ed alteravano la loro dinamica etnica. Nel V secolo i barbari sono completamente integrati nell’esercito romano. I capi avevano la capacità di agire secondo i canoni tipici romani. I Visigoti erano guidati da Ezio, gli Ostrogoti da Attila.

Gli Unni non sono un popolo, sono una congerie formata da gruppi diversi in quanto inglobavano i gruppi di barbari che incontravano sul loro cammino, gruppi di lingua e cultura diversa. Alla morte di Attila gli Unni si disgregano in quanto nessuno avrà mai il carisma tipico di Attila. Gli Ostrogoti arrivano poi in Italia con un trattato con l’Impero d’Oriente.

Giordane

Giordane introduce le differenze tra Ostrogoti e Visigoti. Secondo Peter Heather la differenza è successiva. I Visigoti assumono questo nome solo con Alarico (V secolo), acquisiscono una identità definita e separata dal resto dei popoli solo nel momento del loro insediamento. Alarico riesce a creare questa identità per tenere insieme questa congerie. Nel IV secolo gli Unni cominciano a spostarsi verso Occidente. Alcuni entrano in territorio romano attraverso il Danubio, un’operazione massiccia che i romani non riescono più ad arginare cosicché il conflitto sfocia nella battaglia di Adrianopoli del 378, che vedrà i Goti vincitori. Altri Goti non attraversano il confine, il Mar Nero, e vengono poi integrati dagli Unni, gli Ostrogoti.

Paolo Diacono

Paolo Diacono ha scritto la principale fonte sui Longobardi che ci è pervenuta, la Historia Longobardorum. Nel 568-569 i Longobardi arrivano in Italia. Paolo Diacono scrive nell’ VIII secolo, dopo l’integrazione del regno longobardo nella compagine franca. Diacono ha degli obiettivi: vuole veicolare un messaggio. Paolo Diacono si rifà probabilmente alla Historiola dell’abate Secondo di Non (morto nel 612) degli inizi del VII secolo e a tradizioni orali longobarde. Diacono fu maestro di grammatica alla corte carolingia, molto colto e conoscitore dei classici. Prima della morte si ritira a Montecassino, in stretto contato con la corte longobarda (i ducati di Spoleto e di Benevento non vengono aggregati all’Impero carolingio fino all’arrivo dei Normanni nell’XI secolo). La sua è un’opera di celebrazione nostalgica di quello che era successo.

Rosamond Mckitterick

Rosamond Mckitterick è una medievista britannica. Studia i testi come sono composti nei manoscritti. Il manoscritto è un’operazione culturale di raggruppamento di testi. La Mckitterick ha ipotizzato che la Historia longobardorum sia stata composta alla corte franca di Pavia e non a Montecassino. Secondo questa ipotesi il testo di Diacono assumerebbe tutt’altro significato. I carolingi erano usurpatori; erano funzionari delle corti merovinge che avevano successivamente usurpato la regalità merovingia. Le opere carolinge quindi servivano a legittimare la loro regalità. Per esempio, l’Annales regni francorum (741-829) è un’opera ideologica in cui non vengono raccontati i fatti così come sono realmente avvenuti ma è un’opera celebrativa della grandezza carolingia. Il periodo merovingio, tuttavia, non fu un periodo così negativo ma di fioritura economica. Quindi per R. Mckitterick l’obiettivo di Diacono era quello di dimostrare la grandezza dei longobardi favorendo la continuità con i franchi.

Continua istituzioni di storia medievale

Alma Poloni

Anno 2017-2018

27 febbraio 2018

Storia dei longobardi

Paolo Diacono scrive la Storia dei Longobardi più di 200 anni dopo.

Capitolo 23, I libro

Questo capitolo tratta dell’ostilità che sussisteva tra Gepidi e Longobardi. Quando questa ostilità viene alla luce, si scatena una guerra. Nel mezzo della battaglia si fanno avanti Alboino, figlio di Audoino, re dei Longobardi, e Turismodo, figlio di Turisindo, re dei Gepidi. Alboino uccide con un colpo di spada Turismodo. Quando i Gepidi vedono ucciso il figlio del loro re si danno alla fuga, mentre i Longobardi attaccano e ne uccidono quanti più riescono. Quando i Longobardi rientrano alle loro sedi suggeriscono a Audoino che Alboino diventi il suo convitato, dato che per merito del suo valore avevano ottenuto la vittoria. Alboino risponde che non può farlo perché per tradizione della sua gente il figlio del re non può mangiare con il padre prima di aver ricevuto le armi da un re straniero.

Capitolo 24, I libro

Alboino, con quattro suoi uomini, si reca da Turisindo e gli spiega il motivo per cui è venuto. Allora Turisindo lo fa sedere alla sua mensa e lo fa sedere alla sua destra, dove soleva sedere il figlio Turismodo. Turisindo vedendo l’uccisore di suo figli seduto al suo fianco sospira e non riesce a trattenere la sua amarezza. L’altro figlio del re, sollecitato dalle parole del padre, comincia ad offendere i Longobardi paragonandoli a delle cavalle buone a nulla. I Longobardi mettono mano all’elsa della spada ma interviene Turisindo, mettendosi tra le due compagini, a calmare gli animi, affermando che avrebbe punito chi avesse mosso battaglia, perché non piace a Dio la vittoria di chi uccide l’ospite in casa sua. Sedata la lite il convicio procede con serenità; Turisindo prende le armi del figlio Turismodo e le consegna ad Alboino rimandandolo alla casa del padre. Tornato dal padre Alboino diventa commensale e racconta quello che gli era capitato presso i Gepidi ricevendo molte lodi.

Capitolo 27, I libro

Audoino + Rodolinda = Alboino

Alla morte di Aldoino, con i voti di tutti venne eletto Alboino. Poiché il suo nome era famosissimo e illustre, Clotario, il re dei Franchi, diede in sposa ad Alboino sua figlia, Clotsuinda. Ne nacque una figlia, Albsuinda. Nel frattempo, morì il re dei Gepidi, Turisindo, e fu succeduto da Cunimondo, che desideroso di vendicare i torti subiti dai Gepidi ruppe il patto con i Longobardi e mosse loro guerra. Alboino aveva stretto però un patto con gli Avari (Unni) e mentre i Gepidi marciavano contro di lui, gli Avari invadevano i territori di Cunimondo. Cunimondo fu chiamato a fare una difficile scelta, e decise di sconfiggere prima i Longobardi e poi tornare e scacciare gli Unni dai suoi territori. I Gepidi tuttavia vennero massacrati. Alboino uccise Cunimondo e con il suo capo fece una coppa per bere, del tipo che da loro è chiamato “scala” e in latino patera. Fece prigioniera anche sua figlia Rosmunda che poi sposò poiché Clotsuinda era morta. Da allora i Gepidi non ebbero più un re, o furono assoggettati dai Longobardi o sono sottomessi agli Unni che invasero la loro patria. Alboino fu invece celebrato per la sua liberalità, la fortuna in guerra, la gloria e il valore.

Non sappiamo se le vicende di Alboino siano totalmente vere. I Gepidi furono un gruppo barbarico assorbito poi dai Longobardi. Li seguiranno anche in Italia dove poi nasceranno i regni romano-barbarici.

Capitolo 26, II libro

Alboino arrivò in Italia e dilagò per ogni parte. Aveva condotto con sé una moltitudine di genti, di stirpi diverse, che altri re o lui stesso aveva sottomesse. La città di Pavia resistette valorosamente oltre tre anni sopportando l’assedio dei Longobardi ma alla fine cedette e si consegnò ad Alboino. Alboino varcò la porta di San Giovanni ma improvvisamente il suo cavallo stramazzò al suolo e anche se incitato non si alzò più. Alboino aveva fatto voto di sterminare quell’intero popolo perché non aveva voluto arrendersi ma non appena ebbe promesso l’indulgenza a tutti il cavallo si riprese ed egli entrò nella città mantenendo la sua promessa.

Capitolo 28, II libro

Dopo che Alboino ebbe regnato in Italia per tre anni e sei mesi, fu ucciso dalla moglie. Mentre era seduto a convito, più allegro del dovuto, ordinò che fosse portato alla moglie del vino nella coppa che lui aveva ricavato dal cranio del suocero, il re Cunimondo, e la invitò a brindare con suo padre. Lo stesso Paolo Diacono afferma di aver visto un certo re Ratchis brindare con la patera in mano ad un convivio. Nacque in Rosmunda il desiderio di uccidere il marito e insieme ad Elmichi, scilpor, ovvero scudiero e fratello di latte del re, preparò un piano per ucciderlo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lunardiangela di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Poloni Alma.
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