Introduzione alla sociologia
Lezione 7 ottobre 2013
La sociologia è lo studio scientifico della società, dunque dei fenomeni sociali (relazioni ed interazioni); gli esseri umani e l’ambiente sono le cosiddette “forme organizzate”. La società costituisce l’insieme di azioni, interazioni e relazioni (forme organizzate). Tra le forme istituite e gli individui vi è un’interdipendenza. L’essere umano è un animale comunicativo e agisce sui significati che egli stesso attribuisce alle cose, creando così delle finalità. Lo studio della società parte dall’azione sociale e dalle forme organizzate del sistema sociale: chi non è in relazione, è comunque in interazione con ciò che è altro da sé. La sociologia come concetto nasce nella modernità, fino al 1600 la “società” era intesa come “alta società”. La conoscenza sociologica è ben diversa dalla conoscenza di senso comune, in quanto quest’ultima non è articolata o sistematica: è messa in atto nella quotidianità (routine quotidiana, pratiche, rappresentazioni condivise con altri, eredità dei contesti culturali) ma è comunque alla base per la conoscenza sociologica.
È tipico della sociologia l’abitudine di inquadrare le azioni degli uomini come elementi di una più grande configurazione; cioè di un insieme non casuale di attori visti in un contesto di mutua dipendenza (reciprocità ed interdipendenza). La sociologia è a valutativa ed è basata su proposizioni documentate, il senso comune è l’esperienza della routine quotidiana. La sociologia si attiene a un discorso responsabile e si ispira a modelli e criteri scientifici; il suo “campo di indagine” è il vasto mondo vitale dell’uomo. La disciplina cerca di superare la tendenza umana a semplificare, per poter ricercare le cause profonde di quanto avviene: si pone domande, supera la routine, defamiliarizza quanto è a noi familiare. Analizzare, attribuire un significato all’esperienza per interrompere ciò che è dato per scontato. La realtà sociale è dunque analizzata da vari punti di vista dimensionali: dentro-fuori, vicino-lontano.
La sociologia si sforza di adeguarsi alle regole di un discorso responsabile e metodologicamente fondato, vede dunque il sociale nell’individuale e il particolare nel generale, attribuendo un senso alla condizione umana.
Origini della sociologia: contesto e terreno genetico
L’essere umano si interroga da sempre sulle organizzazioni sociali, i mutamenti radicali della convivenza sociale, delle condizioni per le quali non si può dare per scontato il mondo. La sociologia nasce dunque nella modernità (società industriale) ed è una disciplina che è la coscienza critica stessa del suo oggetto storico: la società moderna. Con la scoperta dell’America (1492), cambiano i confini del mondo e avviene una despatializzazione, si dilatano i confini dello spazio (commercio, conquiste e scoperte). Nasce il concetto di Stato: lo stato laico è composto da individui, soggetti o attori sociali slegati dalle loro appartenenze e raggruppati in un unico contesto (nuovi legami sociali).
Il terreno genetico della sociologia, come dice Nisbet, è costituito da due rivoluzioni: politica (Rivoluzione francese 1789) ed economica (Rivoluzione industriale fine ‘600 inizi ‘700), per via delle imponenti accelerazioni della storia. In Europa la società si inizia a stratificare in gerarchie sociali: nasce una nuova classe sociale, la borghesia, una classe sociale dinamica; la sfera pubblica non prevedeva il libero arbitrio, mentre la sfera privata sì. I borghesi portano avanti l’idea di “cittadino”, che rivendica i propri diritti (resistere al potere politico se oppressivo); il potere è qualcosa di cambiabile.
Il cambiamento sociale, attuato principalmente dalla nuova classe borghese, si svincola dall’appartenenza al ruolo da ascritta ad acquisita. Con l’avvento della Rivoluzione industriale, avvengono numerosi cambiamenti sociali: con gli ideali di progresso, il miglioramento delle condizioni, le nuove strutture economiche e le prime grandi migrazioni interne (campagna-città), nascono le imprese di tipo capitalistico (il denaro inizia a circolare). Nasce la classe operaia, l’industrializzazione, l'urbanizzazione e la modernizzazione, portano all’avvento dell’economia moderna.
Secondo l’economista e filosofo morale scozzese Adam Smith, la ricchezza di una nazione era correlata alla capacità della suddetta di produrre, e la produzione migliorava in base alla divisione del lavoro. Quest’attività si basava sulla specializzazione di ciascun individuo in una determinata attività. Il lavoro comportava dunque una divisione sociale e una divisione tecnica, dipendenti tra loro. L’utilitarismo è l’unità economica che definisce anche l’unità politica; le società evolvono per le tendenze allo scambio, per la divisione del lavoro e per la specializzazione del mercato.
Rivoluzione scientifica e culturale
La Rivoluzione scientifica, lungo il corso del '700, cambiò radicalmente la visione del mondo: l’essere umano era capace di poter vedere ed esaminare la realtà e la natura, e la scienza, insieme di strategie che conducono all’osservazione metodica, afferma la sua autonomia; ovvero si autofonda. Il metodo scientifico che consente di spiegare tutto, senza dover ricorrere alla metafisica, disincanta il mondo. In sintesi, la Rivoluzione scientifica corrisponde al binomio razionalità-ragione/illuminismo-empirismo. Il mondo sociale diventa oggetto di studio scientifico e di interventi ispirati dalla ragione: per poter intervenire occorre studiare la società. Il progresso non coincide più con lo sviluppo di Uomo e Dio, ma è inteso come progresso materiale, scientifico ed economico.
“Una scienza della società deve attenersi ai dati riscontrabili empiricamente.” A. Ferguson – empirismo scozzese.
La società è un insieme di individui uniti da vantaggi comuni, e questi vantaggi sono le istituzioni sociali.
Il terreno genetico della sociologia è scisso in tre grandi rivoluzioni: quella politica (rivoluzione francese), quella economica (rivoluzione industriale) e quella scientifico-culturale.
La modernità e il suo percorso
Con l’individualizzazione, la centralità dell’individuo, l’individuo assume un ruolo importante nella vita sociale: ambivalenza della liberazione dalle appartenenze strette, ma anche atomizzazione e isolamento; tensione tra individuo e appartenenza sociale. L’astrazione, distacco dal dato empirico, si frappone tra l’individuo e la natura (conosco molto di più di ciò che faccio). La natura è dominabile, ma anche potenziale minaccia, cambiano i valori, sono dunque più astratti. La generalizzazione, la tendenza a pensare in termini di aggregati omogenei, le persone sono definite ed incasellate, ovvero membri di una classe che si scrollano di dosso pian piano le caratteristiche particolari di un individuo, e assumono a tutto tondo il ruolo di un attore sociale.
La modernità va avanti su due binari: razionalizzazione e individualizzazione. La società non è più qualcosa di naturale o scontato, ma viene successivamente considerata origine del bene (ciò che è utile e aiuta allo sviluppo della società) e del male (ciò che nuoce al completamento della società). I binari della modernità, ragione ed individuo, si sono poi espressi nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Contrattualisti
L’individuo e la società sono entità staccate. Il contrattualismo è una teoria filosofico-giuridica secondo la quale la società (e lo Stato) poggia su un contratto stipulato tra gli individui; non deriva da un’idea, non nasce per volere divino, ma pone alla sua base un contratto tra gli individui che decidono di uscire dallo stato di natura (tipo di convivenza regolato da leggi non razionali, dove l’uomo è spogliato della sua cultura).
Secondo il filosofo britannico Thomas Hobbes: La vita non è sociale, e di conseguenza l’essere umano non è socievole, è mosso da pulsioni egoistiche, ma è comunque razionale, mosso dal principio dell’utilità. Tutti sono contro tutti – Homo hominis lupus. Razionalmente l’uomo cerca poi di costruire un’entità che convogli tutte le volontà comuni, una macchina che imponga leggi, un vero e proprio patto di soggezione col sovrano, al fine di trovare pace e sicurezza. Gli uomini non si associano, dunque, per amore o benevolenza, ma per bisogno o ambizione. Lo stato moderno diventa una macchina fredda, la violenza viene usata per domare la violenza, e opponendosi al “sistema” creatosi si ritorna allo stato di natura.
Secondo il filosofo britannico John Locke: Gli esseri umani sono socievoli e per natura si muovono verso altro: si supera dunque così la rigida visione di Hobbes. Attraverso il patto di unione, si garantiscono le caratteristiche e i diritti dell’uomo nello stato di natura. Vi è dunque bisogno di un giudice imparziale che garantisca gli stessi diritti naturali. La persona è intesa come essere intelligente, pensante, possessore di religione e ragione, e capacità autoriflessiva.
Secondo invece il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau: il filosofo di stampo romantico sostiene che nello stato di natura vi sia uguaglianza tra gli uomini: questo ipotetico stato di libertà non può essere ignorato.
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