Che cos'è la filosofia politica?
Scienza politica
La filosofia politica si distingue fortemente dalla scienza politica perché non è una scienza ma un’arte e non è neanche il tentativo di trasformare in scienza l’arte della politica. La scienza politica è lo studio delle istituzioni e l’analisi dei comportamenti degli attori coinvolti nelle istituzioni. Essa è un’analisi del fenomeno politico che passa, in maniera preminente, attraverso il dialogo e l’adozione delle metodologie delle scienze empiriche.
Storia delle dottrine politiche
È il tentativo di ripercorrere, di ricostruire le varie modalità attraverso cui, nella storia del pensiero, è stato dato un volto e una conformazione istituzionale all’arte politica.
Filosofia politica
Rispetto alle due precedenti realtà, essa è il tentativo di riflettere sul progetto normativo della politica: la filosofia politica prova sia a dire la natura delle cose politiche, sia a riflettere su quanto la politica possa decidere di investire in un ordinamento definito “buono”. Il «progetto normativo» è un’espressione molto densa, perché al tempo stesso raccoglie la dimensione di qualcosa che dev’essere costruito ma si aggancia anche alla necessità che esso sia un ideale. Il «buon ordine politico», o «bene politico», è stata un’espressione a lungo emarginata nella riflessione filosofica; succede che nel passaggio tra '800 a metà del '900 la filosofia politica ha, a monte e a valle, due momenti che la pongono sotto attacco: a monte vede contrapporsi positivismo e storicismo, a valle essa si trova contro altre due realtà, il marxismo e i totalitarismi del Novecento, che ne mettono in crisi statuto, necessità e legittimità. Per motivi diversi, questi quattro ambiti (tre teorie e una pratica tragica) cambiano o decidono di rinunciare alla definizione del bene.
Positivismo
Il positivismo mette in crisi l’idea che la filosofia politica possa incarnare un progetto normativo, cioè avere una portata normativa, in quanto è logicamente impossibile una fondazione del dover-essere sull’essere. Ciò perché l’essere, una volta che venga fatto coincidere (come avviene nel positivismo logico) con la mera datità esplorabile attraverso il metodo empirico, non può più esprimere alcuna normatività e non può rivelare alcuna finalità. Insomma, alla filosofia politica non spetta la possibilità di dare alcun giudizio di valore.
Storicismo
Per certi versi quello storicista è un terreno simile a ciò che porta il positivismo a mettere in crisi un’attenzione filosofica alla politica, che dall’antichità fino alla modernità inoltrata aveva animato quasi tutti gli ideali classici del pensiero filosofico. Lo storicismo ne mette in crisi l’ambizione «sovra-storica», cioè quella possibilità che da Platone fino a Rousseau aveva animato molti filosofi (che si occupavano anche di politica) di immaginare una convivenza, un regno, una comunità, uno Stato che potesse essere idealmente capace di superare i problemi politici. L’opzione storicista così concepita induce a sostenere non solo che per comprendere un determinato sistema di valori è necessario ricondurlo al contesto in cui esso è sorto e si è affermato, ma anche che la validità di tali valori non supera questo contesto.
Marxismo
«La grande lacuna del marxismo, ai miei occhi, è di non aver accordato una finalità veramente distinta e parimenti una specifica patologia al politico, e ciò per la sopravvalutazione del ruolo dei modi di produzione nell’evoluzione della società. Per il marxismo ortodosso, si sa, le alienazioni politiche non possono che riflettere le alienazioni economiche. [...] Questa riduzione del politico all’economico è responsabile del disinteresse proprio dei pensatori marxisti per i problemi specifici posti dall’esercizio del potere» (Dal Paul Ricoeur). Allargando la prospettiva potremmo asserire che il disinteresse, oltre che ai problemi posti dall’esercizio del potere, si spinge anche alla plausibilità di una filosofia politica: la prospettiva del marxismo è la prospettiva di chi concepisce la sfera politica come essenzialmente negativa (coincidente con le dinamiche di sfruttamento economico) e soprattutto storicamente contingente, la politica è qualcosa che va superata per la liberazione dell’individuo e delle classi, è destinata a esaurire la sua funzione nella società senza classi.
Totalitarismi
I totalitarismi come tragiche esperienze del Novecento contribuiscono ad eliminare la possibilità che la filosofia politica debba o possa parlare di un «bene politico», perché essi affidano al pensiero filosofico successivo (postmoderno) l’idea che parlare di un bene, organizzare una società in relazione ad una visione del bene, sia intrinsecamente totalitaria. Ciò perché significa non ammettere pluralismo, rendere possibile che qualcuno (se non uno) possa farsi interprete di quel bene e costringere alla sottomissione a quel bene chi, nell’ottica totalitaria, «non è in grado» di cogliere quel bene e quindi pensa che ci possano essere delle soluzioni alternative.
Riabilitazione della filosofia pratica
Nei primi anni della seconda metà del Novecento (intorno agli anni ‘60) in Germania un movimento, manualisticamente definito come «rinascita della filosofia pratica», cerca di trovare per la filosofia politica delle strade attraverso le quali ricollocarsi sulla scena, ridare dignità alla riflessione filosofica sulla politica. Nel tentativo di sintetizzare le linee comuni che riguardano la maniera in cui la filosofia politica, dentro alla più complessiva riabilitazione della filosofia pratica, si caratterizza, potremmo dire che le coordinate comuni sono essenzialmente due: il filone cosiddetto «neo-aristotelico», che si concentra intorno al concetto di linguaggio e di cui Perelman e la Arendt possono certamente essere considerati esponenti fortemente rappresentativi, e il filone «neo-kantiano», che si concentra intorno al concetto di giustizia e del quale Rawls e Habermas incarnano due diversi percorsi.
La filosofia politica si ripropone proprio a partire dal dilemma sulla metafisica, cioè di evitare un riferimento metafisico ma non per questo privarsi della possibilità di definire le condizioni dello stare insieme, e si dà due grandi ambiti: il tema della giustizia, quello che porterà sulla scena pubblica John Rawls, forse il filosofo politico più studiato e citato del Novecento, e il tema della sviluppato dalla Arendt non tanto sul versante del linguaggio, ma piuttosto su quello dell’azione pubblica. Ciò che li accomuna è il tentativo di poter definire le condizioni senza necessariamente ricorrere ad una qualche teoria metafisica, tanto che Rawls stesso dirà: «la filosofia politica deve occuparsi del giusto e non del bene», separando i due ambiti; altro elemento di comunanza, seppur la profonda distanza fra le diverse teorie, è l’idea che la filosofia politica deve diventare quella disciplina utile e preziosa (quasi indispensabile) per definire le condizioni dell’«accordo», cioè affinché si possa convenire.
Perelman
La teoria dell’argomentazione di Perelman (1912-1984) e la teoria dell’agire comunicativo di Habermas sono tentativi di mettere da parte due estremi, che vengono considerati dannosi, cioè il positivismo e il razionalismo. Secondo Perelman, filosofo di origine polacca, la filosofia politica deve portare ad una teoria dell’argomentazione, perché essa è l’antidoto a quello che è stato il male della modernità, cioè l’«imperialismo razionalista». «Da Descartes fino al neopositivismo contemporaneo le stesse esigenze nel campo conoscitivo hanno condotto progressivamente dall’imperialismo razionalista, in cui la ragione umana aspira a ritrovare la ragione divina, fino alla rinuncia ascetica del positivismo, che si confessa incapace di fornire alla nostra azione, oltre che una tecnica, un significato, gettando a mare l’ideale stesso di ragion pratica». Da Perelman inizia quel passaggio per cui la filosofia politica recupera la dignità di riflettere sul significato dell’azione umana, ma inizia ad interpretarne il significato in un senso più procedurale e sostanziale, che sottostà ad un mettersi d’accordo. Il criterio in base al quale sostenere una «teoria dell’argomentazione» non è la certezza assoluta, ma «il verosimile, il probabile», «ragionevole».
Habermas
Alle parole di Perelman fa eco ciò che scrive Habermas: «l’agire politico non può fondarsi razionalmente e realizza piuttosto una decisione tra ordini di valori e potenze di fedi concorrenti, che sfuggono ad argomenti cogenti e restano inaccessibili a una discussione vincolante». La conseguenza è inevitabile: «la razionalità nella scelta dei mezzi è accompagnata dalla dichiarata irrazionalità della presa di posizione rispetto a valori, fini e bisogni». La teoria, cioè, è sempre strettamente legata alla prassi. La filosofia politica ritorna sulla scena pubblica soltanto se recupera una confidenza con il tema del significato, del senso e dei valori, e li interpreta non sul versante della possibilità di dire attraverso di loro e su di loro una parola ultima, perché quei valori, quel senso e quel significato non sono assoluti, ma solo probabili, non sono razionalisticamente fondabili, ma ragionevolmente argomentabili.
Rawls
Rawls fa, sul versante della giustizia, un’operazione analoga, sostenendo che se vogliamo cogliere il senso per cui esistano certe istituzioni politiche dobbiamo renderci conto che la prima virtù della politica è la giustizia. Alla base di questa tesi c’è un parallelismo molto forte: «La giustizia sta alla politica come la verità sta ai sistemi di pensiero», cioè non è il bene l’oggetto della politica, ma il giusto, così come la verità è l’oggetto del pensiero. Ciò lo spinge ad elaborare, in opere centrali nella storia della filosofia politica del Novecento come Una teoria della giustizia e Liberalismo politico, una distinzione fra bene e giusto, che Rawls sente di distinguere per una serie di motivi: anzitutto perché la nozione di bene elimina il pluralismo, il bene come fine non si declina al plurale e quindi è qualcosa che va in controtendenza rispetto al resoconto della storia moderna (scontri tra visioni del bene, disaccordi sul bene, conflitti per affermare una visione del bene), mentre il giusto è qualcosa su cui si può trovare un accordo. I tribunali sono luoghi in cui ci si accorda sul giusto anche tra visione del bene differenti. La distinzione tra giusto e bene viene peraltro motivata anche sul piano morale, cioè alla luce della testi, di chiara ascendenza kantiana, secondo cui il rispetto dell’autonomia della persona richiede che ogni individuo sia posto nella condizione di perseguire i suoi progetti di vita (quindi di attenersi a ciò che ritiene sia il bene per lui) e di coltivare le proprie preferenze in piena libertà, dentro all’unica cornice possibile, cioè nell’ambito di princìpi di giustizia consensualmente accettati. Non a caso Rawls è una di quelle figure che, dentro agli schemi con cui vengono ordinati pensatori e pensieri, vengono definite «neo-contrattualiste», secondo cui il giusto si costruisce insieme.
Arendt
In questo quadro, la Arendt aggiunge un recupero non metafisico del paradigma greco, concentrandosi sul tema della polis. «La politica è lo spazio pubblico del comunicatio», come l’agire politico, l’essere politici, il vivere nella polis voleva dire che tutto si decideva con le parole e la persuasione e non con la forza e la violenza. La politica è proprio l’arrivare ad una decisione parlando, cioè mettendo sulla scena pubblica opinioni e non considerando questo esercizio soltanto una premessa inutile o superabile dalla necessità che poi arrivi l’elemento di forza. Il tema riguarda allora l’azione umana, ma non l’azione del singolo uomo, la Arendt ragiona su che cosa significhi l’azione fatta insieme.
Politica e politico
Spazio politico
È uno degli ultimi canali in cui è passata la riflessione sulla filosofia politica, sebbene si nutra anche di riferimenti di autori novecenteschi; la distinzione linguistica appare in varie aree (francese, tedesca, inglese, italiana). Si è provati ad evidenziare come riflettere sulla politica, in un’ottica di filosofia politica, soltanto parlando della «politica», significa correre il rischio di schiacciare la politica sul versante della scienza politica, cioè di darne soltanto quella chiave interpretativa che è stata prediletta dal mondo anglosassone. In questo modo, riflettendo esclusivamente sulle istituzioni, ci si dimentica qualcosa che precede la politica non può fare a meno, cioè lo «spazio politico», così come la dimensione del politico non può fare a meno della politica. La filosofia politica si deve preoccupare soltanto del potere delle istituzioni o anche del concetto di “istituzione”, cioè dell’”istituire” come modalità politica? Istituire è differente da istituzionalizzare? Il secondo è un verbo che appartiene propriamente alla politica, mentre istituire è un verbo del «politico», cioè dello spazio del politico (dell’homo politicus).
Politica e antropologia
«L’abitare è il modo in cui i mortali sono sulla terra» (M. Heidegger), l’abitare è oggi una delle grandi cifre su cui si sofferma molta riflessione filosofico-politica, perché si cerca di recuperare quella modalità dello stare insieme che dà senso agli uomini. Scrive Simmel: «I primi uomini che segnarono la strada tra due luoghi, portarono a termine una delle più grandi imprese dell’umanità: essi potevano andare e venire da entrambi i luoghi, avendoli collegati per così dire in modo soggettivo. Sarebbe stato loro necessario, però, incidere visibilmente sulla terra il percorso affinché i due luoghi fossero collegati anche oggettivamente: in questo modo la volontà di connessione diviene configurazione delle cose, che si offrono ogni volta di nuovo a tale volontà, senza che questa dipenda dalla frequenza o scarsità dei nuovi percorsi. Quella di costruire un camminamento è una prestazione specificamente umana; anche gli animali superano di continuo le distanze e spesso lo fanno in modo più abile e articolato, tuttavia per essi non c’è un collegamento tra la fine e l’inizio di un percorso, essi non operano mai il miracolo del cammino: far coagulare il movimento in una struttura stabile, che inizia e finisce in esso. È con la costruzione del ponte che questa capacità raggiunge il suo punto più elevato. Qui sembrano opporsi alla volontà umana di connessione, non solo la resistenza passiva dello spazio esteriore, ma anche la resistenza attiva di una particolare configurazione fisica. Superando questi ostacoli, il ponte rappresenta l’estensione della sfera della nostra volontà allo spazio. Per noi esseri umani, e soltanto per noi, le sponde del fiume non sono semplicemente esterne, ma sono anche “separate”; e questo concetto di separazione non avrebbe alcun significato se non le avessimo prima collegate nei nostri pensieri finalizzati, nei nostri bisogni e nella nostra fantasia. In tale occorrenza la forma naturale sembra volere sposare questo concetto con intenzione positiva, e la separazione, che sembra sussistere solo tra gli elementi presi in sé e per sé, viene superata dallo spirito con la sua attività di unificazione e conciliazione». Il politico è la maniera di riflettere sull’abitare prima dell’istituzionalizzazione.
Scrive Carl Schmitt: «Si può raggiungere una definizione concettuale del "politico" solo mediante la scoperta e la fissazione delle categorie specificamente politiche. Il "politico" ha infatti i suoi propri criteri che agiscono, in modo peculiare nei confronti dei diversi settori concreti, relativamente indipendenti, del pensiero e dell’azione umana, in particolare del settore morale, estetico, economico. Il "politico" deve perciò consistere in qualche distinzione di fondo alla quale può essere ricondotto tutto l’agire politico in senso specifico. Assumiamo che sul piano morale le distinzioni di fondo siano buono e cattivo; su quello estetico, bello e brutto; su quello economico, utile e dannoso oppure redditizio e non redditizio. Il problema è allora se esiste come semplice criterio del "politico", e dove risiede, una distinzione specifica, anche se non dello stesso tipo delle precedenti distinzioni, anziché indipendente da esse, autonoma e valida di per sé. La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione di amico e nemico».
Se cominciamo a riconoscere alla filosofia politica la possibilità di recuperare una dimensione più ampia della politica, capace di tenere insieme politica e politico, e non soltanto una riflessione sulle istituzioni, ma sull’azione stessa dell’istituire, ci accorgiamo che l’elemento essenziale di ogni riflessione filosofico-politica è un dialogo aperto con la dimensione antropologica.
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