Jacques Maritain
Parigi, Francia, 18 novembre 1882 – Tolosa, Francia, 28 aprile 1973
Jacques e Raissa Maritain, convertiti al cattolicesimo all’età di vent’anni, divennero entrambi messaggeri di Dio sulle strade del mondo. Impegnati nelle battaglie essenziali del loro tempo, hanno cercato di far prevalere in ogni luogo il primato dello Spirito. La coppia ha intessuto attorno a sé una tale rete di relazioni da considerarsi la più ricca e copiosa del secolo scorso. Uniti da un “amour fou”, i Maritain hanno consegnato nella totalità la propria esistenza a Dio.
Gli anni della formazione e della crisi (1882-1908)
Jacques Maritain nacque a Parigi il 18 novembre 1882 da una famiglia protestante. Il padre Paul è avvocato, la madre Geneviève Favre, è figlia di Jules Favre, deputato repubblicano, tenace oppositore di Luigi Napoleone. Jacques frequenta il liceo Enrico IV stringendo amicizia con Ernest Psichari, nipote di Ernest Renan, e manifesta subito una vivace vocazione intellettuale: «A dire il vero, non avevamo la minima intenzione di affrontare da dilettanti i dibattiti dello spirito. Una certa rettitudine istintiva, un vivissimo desiderio del reale e dell'oggetto, ci preservava dall'egotismo, come dalle vane chimere della falsa erudizione, ed Ernest non aveva bisogno di esaminare grossi libri per beffarsi di Wolff e per persuadersi dell'esistenza storica del vecchio Omero». Maritain riflette su questa sua esperienza liceale comprendendo la necessità di una educazione che non si limiti ad esercitare dilettantisticamente l'intelligenza, ma sappia soddisfarla, mettendola a contatto con il reale mediante l'universo della bellezza. In uno dei suoi primi scritti (1921) ricordando l'amicizia con Psichari, scrive: «Che strana truffa della natura il momento in cui l'anima inconsapevole dei suoi limiti si sveglia a tutte le bellezze del mondo e pensa, nella sua percezione ancora torbida e confusa, che deve solo manifestarsi per possedere tutto».
Dopo il liceo Maritain frequenta la Sorbona, laureandosi prima in filosofia e poi in scienze naturali, e in questo periodo conosce Raïssa Oumançoff, nata nel 1883 a Rostov sul Don da una famiglia di ebrei ortodossi, con la quale condivide la crisi intellettuale dovuta all'insoddisfazione dei corsi universitari, che impregnati di scientismo irridevano al bisogno dei giovani di trovare la verità. Lo stesso Maritain così descrive gli anni della sua formazione: «Nella mia infanzia, sono stato istruito nel "protestantesimo liberale". Più tardi ho conosciuto i diversi aspetti del pensiero laico. La filosofia scientista e fenomenista dei miei maestri della Sorbona aveva finito per farmi disperare della ragione. Per un momento avevo creduto di poter trovare la certezza integrale nelle scienze; Felix Le Dantec pensava che la mia fidanzata e io saremmo divenuti i discepoli del suo materialismo biologico; (ciò che di meglio devo ai miei studi di quest'epoca è l'avermi fatto incontrare, alla Facoltà di Scienza, quella che da allora ho avuto la fortuna di avere accanto a me in tutti i miei lavori in una perfetta e benedetta comunione). Bergson fu il primo a rispondere al nostro desiderio profondo di verità metafisica; egli liberò in noi il senso dell'assoluto. Prima di essere preso da s. Tommaso d'Aquino, le grandi influenze che subii furono quelle di Charles Peguy, di Bergson, di Leon Bloy; appunto un anno dopo aver conosciuto Bloy, e avendolo scelto come padrino, ricevemmo il battesimo cattolico. Fu dopo la conversione al cattolicesimo che conobbi s. Tommaso; io, che ero passato con tanto entusiasmo attraverso tutte le dottrine dei filosofi moderni e non vi avevo trovato che delusione e grandiose incertezze, provai allora come un'illuminazione della ragione; la mia vocazione filosofica mi veniva restituita in tutta la sua pienezza. Guai a me se non tomistizzo, scrivevo in uno dei miei primi libri. E per trenta anni di lavori e di lotte, ho camminato sulla stessa via, sentendo di simpatizzare tanto più profondamente con le ricerche, le scoperte, le angosce del pensiero moderno, quanto più cercavo di farvi penetrare la luce che ci viene da una sapienza elaborata dai secoli e che resiste alle fluttuazioni del tempo. Ho voluto parlare delle diverse esperienze attraverso le quali sono passato, perché esse mi hanno dato l'occasione di provare successivamente in me lo stato d'animo del libero pensatore idealista, del convertito inesperto, del cristiano che, via via che si consolida la sua fede, prende coscienza delle purificazioni che essa deve subire».
Questa testimonianza di Jacques, che va completata con quella di Raissa, al di là del succedersi oggettivo dei momenti di formazione intellettuale, evidenzia psicologicamente l'ansia soggettiva di verità che animava i due giovani: «Questa filosofia della verità, questa verità ardentemente cercata, così invincibilmente creduta, era ancora per noi una specie di Dio sconosciuto; le riservavamo un altare nel nostro cuore, l'amavamo ardentemente senza conoscerla; fin da principio le riconoscevamo ogni diritto su di noi, sulla nostra vita. Ma non sapevamo ciò che essa sarebbe stata, per quale via, con quali mezzi poteva essere raggiunta. Vi era dunque in noi questa idea invincibile della verità, questa porta aperta sul cammino della vita. Fino al giorno indimenticabile in cui ascoltammo Bergson, questa idea della verità, questa speranza di scoperte insospettate era stata da tutti coloro, da cui aspettavamo qualche luce, implicitamente o esplicitamente schernita».
I primi anni di insegnamento (1909-1926)
Dopo aver superato la crisi intellettuale, che aveva portato i due giovani sulla soglia del suicidio, grazie alle lezioni di Bergson e alla filosofia di s. Tommaso, Jacques Maritain inizia la sua attività culturale collaborando a diverse riviste e la sua attività didattica insegnando al Collegio Stanislao e all'Institut Catholique di Parigi. La sua esperienza didattica al collegio Stanislao per l'impegno e l'originalità scandalizza il tradizionalismo dei suoi colleghi ed evidenzia un carattere deciso, «dolce di cuore ma duro di testa», che caratterizzerà per tutta la vita la personalità di Maritain. Così Raissa descrive le prime lezioni di filosofia con osservazioni, che purtroppo sono ancora attuali per tante scuole che pretendono di essere «cattoliche»: «In ottobre Jacques cominciò il primo anno del suo corso di filosofia al collegio Stanislao, dove era entrato per la presentazione del. padre Peillaube. Lasciò senza rimpianti i lavori della casa Hachette. Gli inizi del suo corso allo Stanislao non furono facili. Aveva deciso di fare della filosofia di Aristotele e di s. Tommaso il centro del suo insegnamento; ma il tomismo sembrava all'amministrazione del collegio, agli studenti ed alle famiglie, singolarmente dannoso per il successo finale degli studenti agli esami di diploma, cui si limitava tutta l'ambizione del pensiero (dopo il diploma sarebbe venuta la carriera, che importava assai più delle convinzioni filosofiche). Il direttore del collegio, il canonico Pautonnier, guardava Jacques con occhio preoccupato. Era il canonico Pautonnier che gli diceva con sorridente insistenza: "Mio caro amico, passerà, passerà questo ardore di neofita..."». "Non è passato, scriveva Jacques qualche anno più tardi nella prefazione dell'Antimoderne, al contrario è diventato col tempo più tenace e più determinato, perdendo, almeno lo spero, l'inutile asprezza della gioventù e dell'inesperienza".
Ma vi erano cose più terribili del suo tomismo: dal primo giorno Jacques volle incominciare la lezione con una preghiera - un'Ave Maria seguita da una invocazione a s. Tommaso -; prendeva sul serio, questo "neofita", la qualità di "cattolico" del collegio e dei suoi allievi. Tale non era l'uso allo Stanislao, soprattutto nella classe degli studenti di filosofia, che non erano più bambini e che seguivano dei corsi di religione, di "culto" come si diceva, ma che ritenevano la religione non avesse niente da fare nelle vere scuole, quelle che preparano agli esami. Il sistema di "compartimenti stagni" regnava allora... Un ragazzone, che divenne uno dei migliori scolari della classe e per il quale Jacques ebbe molta simpatia, si alzò il primo giorno e dichiarò che non poteva recitare la preghiera, "perché aveva fatto studi moderni e non sapeva pregare in latino"."Bene, rispose il professore, esca dalla classe; non vi rientrerà se non quando saprà abbastanza latino per dire una Ave Maria". Lo studente ed i suoi genitori andarono a lamentarsi presso la direzione, che cominciò a temere di perdere i suoi allievi. Tuttavia Jacques l'ebbe vinta. I racconti di questi incidenti davano a mia sorella e a me una gioia un poco preoccupata».
Parallelamente all'attività di insegnamento Maritain svolge attività culturali collaborando a diverse riviste e tenendo conferenze in Francia e all'estero. Proprio da un corso di conferenze tenuto nell'aprile-maggio 1913 all'Istituto Cattolico nasce il suo primo volume: La filosofia Bergsoniana che segna non solo il distacco dal primo maestro, avendo i Maritain percepito la impossibilità di conciliare la loro fede cristiana con l'evoluzionismo bergsoniano, ma anche l'abbozzo di una trattazione organica dei problemi filosofici, come riflessione sulla relazione interpersonale tra l'uomo e Dio mediata dalla libertà. A questa prima impostazione Maritain resterà sempre fedele, per cui tutte le opere successive possono essere considerate un approfondimento ed un allargamento della tematica impostata nel 1914.
I Maritain che insieme avevano studiato la pittura nel museo del Louvre e l'architettura medioevale nella cattedrale di Chartres, incontrano nel pittore Rouault l'occasione per studiare insieme la genesi dell'opera d'arte, come Raïssa descrive: «Rouault fu da allora per noi la rivelazione dell'arte contemporanea; è da lui infatti che noi andammo a Cezanne, nel quale egli ha una reale filiazione, benché con una originalità assoluta; da lui andammo anche ai "fauves", ai quali si può avvicinarlo per alcuni principi assai generali soltanto, per che la sua arte ha un'altra ispirazione, un'altra forma, un altro colore di quelli di un Matisse, o di un Derain. Ma Rouault fu per noi soprattutto la prima rivelazione del vero e grande artista. E in lui, in concreto, che noi comprendemmo dapprima la natura dell'arte, le sue necessità imperiose, le sue antinomie e il conflitto dei doveri assai reale, e talvolta tragico, di cui lo spirito di un artista può essere teatro».
Il volume Arte e Scolastica, che tra il 1920 e il 1947 avrà ben 14 edizioni, rappresenta una prima teorizzazione della filosofia dell'arte secondo il tomismo e una proposta pedagogica per l'educazione alla produzione artistica e alla fruizione estetica. Il terzo argomento di interesse culturale presente fin dai primi anni alla ricerca maritainiana riguarda l'epistemologia, perché proprio dalla crisi dello scientismo nel quale era maturata la loro riflessione filosofica doveva nascere la ricerca della distinzione tra i diversi gradi del sapere, a partire dall'esperienza naturale, attraverso la matematica, fino alla riflessione filosofica e all'esperienza mistica. «Poco a poco - osserva Raïssa nel suo diario - la gerarchia dei valori spirituali, intellettuali, scientifici ci appariva e cominciavamo a comprendere che essi possono non essere in contrasto gli uni con gli altri. In grado diverso tutti questi valori partecipano al mistero in cui si conclude finalmente ogni scienza, tutti partecipano della luce da cui discende ogni conoscenza. E noi vedevamo chiaramente che la verità degli uni non potrebbe essere contraria alla verità degli altri».
Proprio nella prospettiva dell'educazione intellettuale Maritain scrive nel 1924 un'altra opera fondamentale Riflessioni sull'intelligenza e sulla sua vita propria in cui, contro ogni forma di fenomenismo illuministico e di idealismo romantico, presenta la teoria gnoseologica, del «realismo critico» affermando che la mente umana è in grado di conoscere la realtà e va educata a cogliere l'essere intelligibile nella realtà. In questo senso Maritain si presenta come «antimoderno» perché rifiuta tutto il soggettivismo della filosofia contemporanea derivato da Lutero sul piano teologico, da Cartesio sul piano filosofico e da Rousseau sul piano politico-pedagogico, ma non nel senso di rifiutare lo sviluppo della storia della cultura e della società che ha permesso l'autonomia - nella distinzione, non nella separazione - della scienza dalla filosofia, della politica dalla morale, e della cultura dalla religione. «Se siamo antimoderni non è certo per gusto personale, bensì perché il moderno uscito dalla rivoluzione anticristiana ce ne costringe con il suo spirito, perché esso stesso fa dell'opposizione al patrimonio umano la sua propria specificità, odia e disprezza il passato, adora se stesso, e perché noi aborriamo e disprezziamo quest'odio e questo disprezzo e questa impurità spirituale. Se bisogna però salvare e assimilare tutte le ricchezze d'essere accumulate nei tempi moderni, ed amare lo sforzo di coloro che cercano, e desiderare i rinnovamenti, allora noi non desideriamo nulla quanto essere ultramoderni». Sempre Maritain conserverà questo atteggiamento polemico e comprensivo verso la società contemporanea, accusando i modernisti di «neolatria» nel 1922 e i neomodernisti di «cronolatria» nel 1966.
Come la filosofia dell'arte, anche l'epistemologia maritainiana non nasce per deduzione logica, ma attraverso una riflessione sull'esperienza, a contatto con gli scienziati. In questa ricerca epistemologica Maritain individua anche il posto della pedagogia, considerata come una scienza che dipende ma non deriva dalle altre scienze antropologiche e che, come riflessione poietica sulla esperienza educativa è di natura filosofica. Infatti accetta di fare la prefazione alla traduzione francese dell'opera del pedagogista fiammingo Frans de Hovre, Saggio di filosofia pedagogica, condividendone il pensiero. D'altra parte Maritain si era anche interessato di didattica, accettando di scrivere per gli studenti liceali ed universitari due libri di iniziazione filosofica con annotazioni metodologiche per la formazione intellettuale. Gli Elementi di filosofia: I. Introduzione generale alla filosofia, II. Piccola logica, pubblicati nel 1921 e nel 1923, ebbero numerose edizioni e diverse traduzioni nelle principali lingue europee.
Il periodo di Meudon e i Circoli tomisti (1921-1939)
La vocazione intellettuale dei Maritain come testimonianza della filosofia cristiana nella cultura contemporanea si definisce in due volumi dedicati al pensiero e all'opera di s. Tommaso, il primo di Jacques Il dottore Angelico, espone le grandi linee del pensiero di s. Tommaso a confronto con la filosofia moderna, il secondo di Raïssa L'Angelo della scuola è una biografia dell'Aquinate scritta per i fanciulli ed illustrata con disegni di Severini. Nella prefazione al volume Jacques definisce le linee portanti del tomismo in alcuni punti fondamentali: «C'è una filosofia tomista, non c'è una filosofia neo-tomista. Il tomismo non vuole essere un ritorno al medioevo. Il tomismo usa la ragione per distinguere il vero dal falso, non vuole distruggere ma purificare il pensiero moderno e integrare tutte le verità scoperte dai tempi di s. Tommaso. Il tomismo non è né di destra né di sinistra. Il tomismo è una saggezza. Tra lui e le forme particolari della cultura debbono regnare scambi vitali incessanti, ma in se stesso nella sua essenza è rigorosamente indipendente da queste forme particolari. Giudicare il tomismo come un abito usato che si portava al XIII secolo e oggi non si porta più, è ritenere che il valore della metafisica sia una funzione di un certo tempo, e un modo di pensare propriamente barbaro. È un modo puerile giudicare la metafisica in funzione di uno stato sociale da conservare. La filosofia di s. Tommaso è in se stessa indipendente dai dati della fede e nei suoi principi e nella sua struttura non si rifà che alla esperienza e alla ragione, per cui questa filosofia, pur restando perfettamente distinta è in comunicazione vitale con la saggezza superiore della teologia e con la saggezza della contemplazione». A questo giudizio sul valore e sul significato della filosofia tomista espresso nel 1930, Maritain resterà fedele durante tutta la sua ricerca, confermandolo ripetutamente nelle opere successive fino al suo ultimo lavoro Approches sans entraves del 1973 nel quale, in alcune osservazioni sull'insegnamento della filosofia,