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ESTRATTO DOCUMENTO

L’acquirente, dopo la morte del pf disponente, dovrà provvedere a trasferire i vari cespiti

alle persone indicategli dal disponente.

In quanto atto tra vivi, e non a causa di morte, la mancipatio non è però idonea a istituire

un erede, e neppure ad assicurare la trasmissione di crediti, debiti e dei culti.

* * *

3.3. La forma del testamento per aes et libram

● Sono forse ancora i pontefici, verso l’inizio del II periodo, a elaborare una soluzione

ingegnosa di questi problemi, che si fonda su un versetto delle Dodici Tavole (VI.1):

“Come con la lingua ha dichiarato, così sia il diritto”, cioè così sia la situazione giuridica

concreta come viene regolata con parole da un pf in conformità delle regole vogenti.

Nella mancipatio familiae, la dichiarazione del disponente, tecnicamente la nuncupatio,

che finora conteneva le istruzioni date all’acquirente fiduciario (familiae emptor) sulla

destinazione dei beni per dopo la morte, viene ora ad assumere un rilievo giuridico

essenziale, perché viene impiegata per enunciare le disposizioni di ultima volontà, anzitutto

la istituzione di uno o più eredi.

L’acquirente del patrimonio (familiae emptor) non diviene più proprietario fiduciario

dei beni, ma pronuncia parole prestabilite che hanno la sola funzione formale di dare

validità all’atto.

Il patrimonio lo acquisterà più tardi l’erede designato, alla morte del testatore.

In questo modo viene costruito un negozio mortis causa, che, data la sua derivazione

dalla mancipatio, è detto testamento per aes et libram “compiuto col rito del bronzo e

della bilancia” (= della mancipatio).

E’ questo il testamento in uso per tutto il II periodo (e oltre).

La descrizione del rituale (testo 20) è nota da

Gaio 2.104: [1] Chi fa testamento, alla presenza, come nelle altre mancipazioni, di cinque testimoni

cittadini romani puberi e del reggitore di bilancia (lìbripens), dopo aver scritto le tavole testamentarie,

màncipa pro forma a un terzo il suo patrimonio (familia).

[2] Al proposito l’acquirente del patrimonio (familiae emptor) usa queste parole:

«Il tuo patrimonio familiare (familia pecuniaque), di cui assumo per tuo incarico la custodia affinché tu

possa validamente (iure) fare testamento secondo la legge pubblica, mi sia comprato con questo bronzo»,

discrezionalmente aggiungendo «e con la bilancia di bronzo».

Poi col bronzo percuote la bilancia, e lo dà al testatore a mo’ di prezzo.

[3] Poi il testatore, tenendo le tavole testamentarie, così dice: «Secondo quanto sta scritto in queste

tavole cerate, così io do, così lego, così testo, e voi, Quiriti, prestatemi testimonianza».

Ciò è detto nuncupatio (dichiarazione), poiché nuncupare significa “dire pubblicamente”; e non vi è

dubbio che quanto il testatore abbia specificamente scritto nelle tavole testamentarie lo si considera

enunciato e confermato dalla sua dichiarazione complessiva.

● La designazione dell’erede e altre disposizioni eventuali sono agli inizi formulate

oralmente. Ben presto, però, si ammette che il testatore possa scrivere, necessariamente

in latino, le sue volontà su tavolette cerate, da presentare ai testimoni durante la mancipatio,

quando dichiara che nelle tavolette è contenuto il suo testamento.

[Digitare il testo]

Gli altri sette partecipanti alla mancipatio (cinque testimoni, acquirente pro forma,

lìbripens “reggitore di bilancia”) garantiscono l’autenticità del testamento mediante

l’apposizione dei rispettivi sigilli. In proposito, nel I secolo un senatoconsulto (detto

neroniano perché fatto approvare dall’imperatore Nerone) stabilisce norme minuziose su

come legare assieme e sigillare le tavolette, al fine di impedire manipolazioni del testo.

Il testamento per aes et libram offre il duplice vantaggio di rispettare la segretezza

delle disposizioni, che l’ordinamento assicura senza però imporla, e di rendere più

agevole la prova della sua esistenza in un eventuale processo.

Per stretto diritto, questo testamento rimane un atto orale, poiché i suoi effetti derivano

sempre dalla dichiarazione (nuncupatio), nella quale si considera trasfuso il contenuto

delle tavolette: pertanto, il testamento continua ad esistere anche se viene smarrito o

distrutto. In pratica, però, ciò che conta sono le tavolette, perché fuori di esse è difficile

avere certezza delle disposizioni testamentarie.

● Dopo la concessione generale della cittadinanza nel 212, il rigore formale di questo

testamento crea difficoltà ai nuovi cittadini, spec. a quelli delle province orientali,

culturalmente poco romanizzate.

Alla scarsa osservanza delle forme si aggiungono slittamenti di contenuto verso usanze

locali.

Dopo qualche timida difesa dei principî romani, le costituzioni imperiali, agl’inizi del

III periodo, con Costantino, prendono atto che le forme e, parzialmente, i contenuti sono

caduti in desuetudine e si limitano a ribadire la sola necessità inderogabile dell’inter-

vento di testimoni (non più necessariamente sette).

● Invece, già da molto tempo, a iniziare da Cesare (I secolo a.C.), i militari sono esentati

dall’osservanza di ogni formalismo esterno e interno, dal momento dell’arruolamento

fino un anno dopo il congedo onorevole (honesta missio): decorso l’anno, il testamento

va rifatto nelle forme ordinarie. * * *

3.4. Testamento per aes et libram e intervento pretorio (bonorum possessio secundum tabulas)

● Dalla tarda Repubblica (circa dal 100 a.C.) è il pretore a dare al documento scritto

un rilievo ancora maggiore: infatti, se l’erede istituito in un testamento presenta al

pretore le tavolette con il sigillo di sette testimoni (in senso lato), il pretore gli accorda

la bonorum possessio secundum tabulas “secondo le tavole”, senza indagare se il

rituale mancipatorio sia stato effettivamente compiuto.

(Lo stesso accade nell’ipotesi del testamento di una donna sui iuris compiuto senza

l’auctoritas del tutore [← Priv. I, n. 5.1]).

Tuttavia, la concessione di tale bonorum possessio può entrare in conflitto con le

aspettative degli eredi intestati secondo ius civile [← n. 2.1], i quali possono chiamare

in giudizio il possessore “secondo le tavole” e, se riescono a provare la invalidità civile del

testamento, vincono la causa.

[Digitare il testo]

Solo nel II secolo d.C. (con un rescritto imperiale) si consente al possessore convenuto

in giudizio di paralizzare con una eccezione (di dolo presente) la pretesa degli eredi

intestati [← Priv. II, n. 2.9, con F 23]. In questo caso la bonorum possessio diviene cum

re “con la cosa (= i beni)” [← n. 1.3].

● Il rilievo dato dal pretore alle tavolette produce una notevole conseguenza anche in

tema di revoca del testamento. Mentre, per ius civile, un pf può revocare il testamento

solo facendo un nuovo testamento, per diritto pretorio può revocarlo con la semplice

rottura dei sigilli o del documento: perciò il pretore respinge la richiesta di ottenere

la bonorum possessio “secondo le tavole” avanzata dagli eredi istituiti, e accorda quella

“senza le tavole” ai successori intestati nell’ordine previsto dal proprio editto.

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4. IL TESTAMENTO PER AES ET LIBRAM :

CONTENUTO NECESSARIO

4.1. La istituzione di erede

● Ogni testamento [→ n. 7 per un ottimo esempio] si apre con il nome del testatore

seguito dalle parole “ha fatto testamento” (testamentum fecit).

Vengono poi le disposizioni, che devono osservare un ordine interno e, ad eccezione

dei fedecommessi [→ n. 5.5], vanno espresse in modi formali.

Per prima deve comparire la istituzione di erede, che del testamento è il contenuto

necessario e, salvo la necessità di una diseredazione [→ n. 4.2], sufficiente: ne è

“principio e fondamento”, come scrive Gaio. Senza la istituzione non esiste testamento

e quindi non sono valide, se non eccezionalmente, neppure le altre disposizioni.

La istituzione di erede va espressa in forma imperativa: “Tizio (mi) sia erede” o “Tizio

e Caio (mi) siano eredi”.

Tuttavia, la progressiva tendenza a dare rilievo alla volontà del testatore (favor testamenti)

consente l’uso di forme non imperative, finché, nel III periodo, si ammette qualunque

espressione da cui risulti in modo inequivocabile la volontà del testatore.

▪ La regola che vuole al primo posto l’istituzione di erede conosce qualche eccezione

dettata dalla logica: a differenza delle manomissioni ordinarie, la manomissione dello

schiavo proprio che s’intende istituire erede deve precedere l’istituzione; la disereda-

zione di sui “propri” va premessa alla istituzione di eredi altri [→ n. 4.2]; solo per i

giuristi della scuola proculiana [← mod. I, n. 16.3], può anteporsi anche la nomina di

un tutore, perché essa non ha contenuto patrimoniale (testo 22):

Gaio 2.229-231: [229] Prima della istituzione d’erede si lega inutilmente, perché i testamenti

prendono forza dalla istituzione d’erede, e perciò essa è considerata principio e fondamento (caput et

fundamentum) dell’intero testamento.

[230] ▪ Per la stessa ragione neanche la libertà può essere data prima della istituzione d’erede.

[231] ▪ I nostri maestri ritengono che in quel punto non possa neppure nominarsi un tutore.

▪ Invece, Labeone e Pròculo ritengono che lo si possa nominare, perché la sua nomina non intacca

l’eredità.

[Digitare il testo]

● Il testatore può istituire più di un erede (i coeredi), con o senza assegnazione di quote

(in dodicesimi): se le quote non sono indicate, l’eredità va ripartita in quote uguali.

Non è possibile, pena la nullità dell’atto, istituire un erede per un bene determinato [cfr.

però → n. 5.4, sub II], o ad esclusione di un bene determinato; tuttavia, i giuristi

classici, per salvare il testamento, considerano non apposta la menzione della cosa

determinata.

Dato che si verifica una successione universale, ogni coerede diviene titolare di una

quota dell’intero patrimonio ereditario, e non di singoli beni. I coeredi possono rimanere

in stato di comunione dei beni [→ Priv. V “Obbligazioni”, n. 11]; ma ciascuno di loro

può, in qualunque momento, chiedere la divisione con l’apposita azione divisoria

(analoga a F 4).

● Poiché vige la regola semel heres, semper heres “una volta erede, per sempre erede”,

la istituzione di erede non può sottostare a una condizione risolutiva, o a un termine

(iniziale o finale); mentre può sottostare a una condizione sospensiva, o a un ònere

(modo): per queste clausole, dette, in dottrina, elementi accidentali del negozio

giuridico, ← mod. I, n. 20 sub b].

► Un ònere o modo (modus) – clausola che impone un gravame al beneficiario del

negozio per lo più di liberalità – è contenuto nel testo seguente, noto dal Digesto, del

giurista tardorepubblicano (I sec. a.C.) Alfeno Varo [← mod. I, nn. 14.6 e 20 sub b], in

cui il testatore istituisce degli eredi con l’ònere di costruirgli un monumento funebre:

[I Caso] Nel testamento un tale aveva scritto che gli fosse fatto un monumento sul modello di quello

esistente sulla via Salaria per Publio Settimio Demetrio; altrimenti multava gli eredi di una grossa

somma di denaro. Non si trovava però nessun monumento di Publio Settimio Demetrio, mentre ce

n’era uno di Publio Settimio Dama sul cui modello, presumibilmente, il testatore aveva voluto che gli

fosse fatto il monumento.

[II Quesito] Perciò gli eredi chiedevano quale tipo di monumento dovessero fare e, nel caso non ne

facessero nessuno perché non trovavano su quale modello farlo, se fossero ancora tenuti alla penale.

[III Risposta] Rispose che, se si riusciva a comprendere quale monumento il testatore avesse voluto

indicare malgrado l’errore nella scrittura, lo si doveva fare secondo la sua intenzione accertabile. Se,

invece, la sua volontà non era riconoscibile, la penale non aveva effetto alcuno, giacché non era rinvenibile

il modello su cui il testatore aveva disposto che gli fosse fatto il monumento. Tuttavia, in ogni caso

deve essere eretto un monumento secondo le sostanze (substantia) e il rango (dignitas) del defunto.

Dalla esposizione del caso (I) si apprende che il modello indicato dal testatore per il

monumento funebre non è identificabile.

Perciò gli eredi ‘modali’ pongono al giurista un quesito (II) – Alfeno, o verosimilmente

il suo maestro, come suggerisce “rispose” invece di “risposi” – perché temono di dover

pagare la penale anche nell’ipotesi di mancata costruzione del monumento per la impos-

sibilità di trovarne il modello.

Il giurista risponde (III) che gli eredi sono tenuti qualora la volontà del testatore appaia

accertabile; e tale parrebbe essere, considerando frutto di confusione lo scambio del

nome o per la via (Salaria invece di un’altra) o, più facilmente, per il cognomen di

Publio Settimio (Demetrio invece di Dama).

[Digitare il testo]

Altrimenti, gli eredi non sono tenuti alla penale: infatti, lo stesso Alfeno, in un passo

ulteriore della medesima opera, afferma che “le parole scritte in un testamento, delle

quali non sia comprensibile il significato, si considerano come non scritte”.

Da gran parte della dottrina, la frase finale (“Tuttavia, in ogni caso deve essere eretto un

monumento secondo le sostanze e il rango del defunto”) è ritenuta inconciliabile con il

ragionamento precedente del giurista, e perciò espunta come interpolazione.

Alcuni però ritengono sostanzialmente genuina questa frase, pur sospettando almeno un

accorciamento del testo originario, e pensano per lo più a un dovere di ordine morale e

non giuridico.

Più tardi, un altro giurista – il tardoclassico Papiniano [← mod. I, n. 16.5] – preciserà

che, in un testamento ‘modale’, la operatività dell’ònere (o modo) va comunque assicurata

tramite un intervento extra òrdinem della competente autorità religiosa o civile:

[1] (Se il testatore ha istituito eredi con l’ònere [modus] di costruirgli un monumento), la volontà

del defunto deve essere osservata ...

[2] Infatti, anche se in via di stretto diritto non si può agire contro gli eredi per la costruzione del

monumento, essi saranno comunque costretti al rispetto delle ultime volontà (del defunto) dall’auctoritas

dei pontefici o del principe. * * *

4.2. La diseredazione

● Un pf, se ha discendenti sui, anzitutto figli in potestà, ma vuole istituire erede un estraneo,

non può escludere i sui passandoli sotto silenzio: più tecnicamente, non li può preterire

(divieto di preterizione), perché – secondo la regola di ius civile – “i sui vanno istituiti

eredi o diseredati”.

Questo limite è però di pura forma, perché, per escludere i sui, è sufficiente che il pf

li menzioni inserendo la clausola di diseredazione, sempre in forma imperativa.

Essa deve essere nominativa per i figli maschi: “Tizio, mio figlio, sia diseredato”,

mentre per le figlie e per i discendenti diretti ulteriori di entrambi i sessi può essere

cumulativa: “Tutti gli altri siano diseredati”.

La diseredazione non sempre va contro gli interessi dei sui, poiché talvolta può evitare

loro l’acquisto di una eredità passiva (damnosa).

● In caso di preterizione di sui occorre distinguere.

Se essa riguarda un figlio maschio, il testamento è nullo, e si apre quindi la successione

intestata [← n. 2.1].

Se invece riguarda altri sui (figlie, nipoti di entrambi i sessi), il testamento rimane

valido, ma i sui ignorati concorrono con gli eredi testamentari per quote calcolate in

modo diverso a seconda che gli eredi istituiti siano degli estranei o dei sui, oppure

estranei e sui.

▪ Per i figli emancipati, che per ius civile non sono più sui ma estranei, è il pretore ad

esigere la loro diseredazione. Se essa manca, il pretore concede loro la bonorum possessio

“contro le tavole”, ripartendo i beni fra tutti i figli in base ai criteri da lui stesso fissati

per quella “senza le tavole” (successione intestata pretoria [← n. 2.2]).

[Digitare il testo]

▪ Una speciale bonorum possessio “contro le tavole”, per metà del patrimonio, è concessa

al patrono di un liberto che, avendo fatto testamento, sia morto senza figli o diseredando

i figli o lasciando solo figli adottivi.

● Nel complesso, il regime successorio finora descritto offre una protezione debole ai

figli e agli altri discendenti, e nessuna protezione agli altri congiunti più stretti: infatti,

è sufficiente che il pf inserisca la clausola di diseredazione per rendere inattaccabile

la propria volontà.

▪ Tuttavia, dalla tarda Repubblica, la coscienza sociale ritiene iniquo un testamento che

contenga una ingiustificata diseredazione dei sui o, più tardi, ignori altri congiunti stretti;

lo sente contrario al dovere (officium, in latino) di affetto, a cui il pf è tenuto verso questi

familiari: perciò un tale testamento è detto inofficiosum “inofficioso” (non conforme al

dovere).

Sempre più spesso i giudici delle cause ereditarie sono inclini a dichiarare nullo il testa-

mento inofficioso, accogliendo il dubbio, insinuato dagli avvocati dei ricorrenti, che

l’equilibrio mentale del testatore fosse alterato da una patina di lucida follia.

Si apre così la successione intestata.

● Poi, durante il Principato, nella procedura extra òrdinem [← Priv. II “Processo”, n. 3],

è introdotta un’azione più snella, detta querela “lamento, lamentela” per tale testamento:

la possono esperire i congiunti più stretti che si ritengano trascurati senza giusto motivo,

ossia, nell’ordine, figli, genitori, e (assieme) fratelli e sorelle.

I querelanti risultano vittoriosi, conseguendo la quota loro spettante secondo la successione

intestata, purché non abbiano già ricevuto dal testatore, con qualunque suo atto di

liberalità, almeno un quarto della loro spettanza come intestati: tale “quarto” è detto

“porzione dovuta” (portio dèbita).

● Poco è noto degli sviluppi nel III periodo: certo è che, con Giustiniano, i congiunti più

stretti, se hanno ricevuto meno della “porzione dovuta”, detta ora “legittima”, possono

agire solo per la integrazione della loro quota, che viene elevata fino alla metà del

patrimonio, e non per la rescissione del testamento: è questo il precedente storico della

odierna quota legittima o di riserva (artt. 536 ss. c.c.).

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5. IL TESTAMENTO PER AES ET LIBRAM:

CONTENUTO POSSIBILE

5.1. La sostituzione

Dopo la istituzione di erede e, se occorre, la diseredazione – contenuto necessario e

sufficiente del testamento – il testatore può aggiungere altre disposizioni.

In ordine di trattazione: sostituzioni, manomissioni [5.2], nomine di tutori [5.3],

legati [5.4], fedecommessi [5.5].

Con la sostituzione il testatore chiama all’eredità, in subordine all’erede, un’altra persona

(o altre persone).

[Digitare il testo]

Tre sono i tipi di sostituzione, che rispondono a finalità differenti.

▪ Il primo, e più usuale, è la sostituzione volgare, ossia ordinaria, che consiste nella

nomina di un erede di secondo grado, qualora l’erede istituito non possa o non voglia

accettare l’eredità entro un termine prestabilito (100 giorni) con un atto di accettazione

solitamente imposto dal testatore (testo 21, clausola 4).

▪▪ La sostituzione del secondo tipo, detta pupillare, consente al pf testatore di nominare

un erede al figlio impubere al momento della confezione del testamento, per l’ipotesi

che il figlio, dopo essergli succeduto, muoia senza avere ancora raggiunto la pubertà e

quindi senza poter validamente fare testamento.

Disponendo una sostituzione pupillare, il pf prolunga ulteriormente la propria volontà

oltre la morte, per manifestarla in luogo del figlio ancora incapace di agire.

In genere, la nomina di questo sostituto è disposta in tavolette separate da quelle

testamentarie e dette “seconde tavole”, che vanno aperte soltanto in caso di morte

dell’impubere. Tale cautela è comprensibile, giacché il sostituto, venendo a sapere della

propria nomina a erede di secondo grado, potrebbe attentare alla vita dell’impubere, così

da poter succedere in sua vece.

Un interessante caso, noto dal Digesto giustinianeo, su di una sostituzione pupillare è

discusso da un giurista classico (Trifonino, II secolo d.C.):

Un tale, che aveva due figli impùberi, sostituì Tizio a quello (dei due figli) che morirà per ultimo.

I due impùberi morirono contemporaneamente (in un incidente) sulla stessa nave.

Si chiese se, e l'eredità di chi, si deferisca al sostituto.

Dopo ampia riflessione, il giurista conclude ritenendo preferibile la soluzione che il

sostituto sia erede e lo sia di ambedue i figli impùberi, benché la formulazione della

clausola non prevedesse l'ipotesi di commorienza (morte contemporanea) dei due figli.

▪▪▪ Introdotto dalla legislazione imperiale nel III periodo – dapprima per singoli casi, poi

generalizzato da Giustiniano – è il terzo tipo di sostituzione, detta quasi pupillare (o

esemplare), con la quale l’ascendente (padre, nonno, bisnonno) di un infermo di mente

può nominargli un erede per il caso in cui l’infermo stesso muoia senza recuperare la

ragione. * * *

5.2. La manomissione

La manomissione testamentaria di uno o più schiavi propri va disposta in forma imperativa,

con le parole “Stico, mio schiavo, sia libero (liber esto)”, oppure “Ordino (Iubeo) che

Stico, mio schiavo, sia libero (liber esto)”.

Essa è valida se lo schiavo si trova in proprietà del testatore almeno in due momenti:

quello della confezione del testamento e quello della morte del testatore.

Non sono consentite manomissioni cumulative, come, ad es., “Dieci dei miei schiavi

siano liberi”.

Lo schiavo validamente manomesso acquista la libertà se e quando l’erede, o almeno

uno dei coeredi, accetta l’eredità (se si tratta di uno o più eredi volontari [→ n. 6.2]).

[Digitare il testo]

Se però la manomissione è sottoposta a una condizione sospensiva (come nel testo 21,

clausola 11 [→ n. 7]), lo schiavo sarà libero soltanto se la condizione si avvera.

Altrimenti, in entrambi i casi (mancata accettazione e mancata condizione), la mano-

missione cade.

Con Augusto, come visto sopra [← Priv. I “Persone e famiglia”, n. 2.3], sono approvate

leggi restrittive delle manomissioni. Per converso, dopo di lui, alcune costituzioni

imperiali mostrano la tendenza a dare efficacia alle manomissioni disposte in un

testamento invalido. * * *

5.3. La nomina di tutori

Qualora il testatore abbia la potestà su discendenti impuberi (maschi o femmine) e/o

abbia la manus sulla moglie può nominare loro un tutore [← Priv. I, n. 5.1], impiegando

anche in questo caso una forma imperativa: “Tizio sia tutore di mio figlio (o di mia

moglie)”, oppure “Do a mio figlio (o a mia moglie) Tizio come tutore”.

Il tutore testamentario diviene tale ipso iure (automaticamente) appena l’erede accetta

l’eredità, ma – a differenza del tutore legittimo (previsto dalla legge delle Dodici

Tavole) – può rifiutare la nomina con un atto apposito (abdicatio tutelae).

Se l’eredità non viene accettata dall’erede istituito, la nomina a tutore conserva validità,

ma risulta priva di efficacia (= non produce effetti).

* * *

5.4. I legati

La più frequente tra le disposizioni possibili di un testamento è il legato, che consiste in

un lascito a titolo particolare in favore di una persona per lo più diversa dall’erede, detta

legatario. Si tratta di singoli beni (o cespiti) o di singoli diritti, che vanno a diminuire

il patrimonio destinato all’erede o che sono posti a carico dell’erede.

La frequenza dei legati si spiega con un tratto caratteristico della mentalità del tempo,

che induce a voler essere ben ricordati anche dopo la morte da un grande numero di

persone, che in vita erano state amiche, o parenti, o importanti per le ragioni più varie:

nell’esempio di autentico testamento sono disposti quattro legati [testo 21, clausole 6, 8,

9, 10: → n. 7].

A differenza dell’erede, che è un successore universale, il legatario succede a titolo

particolare e pertanto non risponde dei debiti ereditari.

L’acquisto del legato è subordinato all’acquisto dell’eredità da parte dell’erede, e,

qualora si tratti di erede volontario, che può accettare o rifiutare l’eredità [→ n. 6.2],

occorre distinguere due momenti.

Nel primo, il diritto al legato si acquista sùbito, alla morte del testatore, e quindi, se dopo

l’apertura del testamento anche il legatario muore, il diritto si trasmette ai suoi eredi.

Nel secondo, il legato diviene esigibile solo quando, e se, l’erede compia l’accettazione

dell’eredità (rispettivamente, dies cedens e dies veniens nel linguaggio giurisprudenziale).

* * *

[Digitare il testo]

Quattro sono i tipi fondamentali di legato, ciascuno dei quali va disposto secondo

una forma sua propria:

I) per vindicationem “per rivendica”;

II) per praeceptionem “per precapienza” (il cd. prelegato);

III) per damnationem “per imposizione di obbligo” a carico dell’erede;

IV) sinendi modo “per obbligo di permettere”, ossia obbligo a carico dell’erede di lasciar

prelevare al legatario l’oggetto del legato.

I primi due, dai quali inizia l’illustrazione, hanno effetti reali; gli altri due, effetti obbligatorî.

I) Il legato per vindicationem “per rivendica” dispiega effetti reali, in quanto trasferisce

al legatario la proprietà civile di un singolo bene o di un dato cespite, oppure in suo

favore costituisce un diritto reale limitato, come una servitù prediale o un usufrutto.

Legati per rivendica, tutti consistenti in una somma di denaro sono disposti nel testamento

di Antonio Silvano: testo 21, clausole 6, 8-10.

Diffuso è il legato di usufrutto disposto a favore della moglie non in manu rimasta vedova:

dei beni costituenti tale diritto la vedova godrà e percepirà i frutti per tutta la vita, fermo

restando che proprietario dei beni è l’erede del defunto marito.

Quanto alla forma, è richiesto l’impiego delle parole Do lego “Do in legato” a Tizio,

con l’indicazione della cosa o del diritto lasciato, benché sia ritenuto sufficiente dai giuristi

anche uno solo dei due verbi (do o lego).

La cosa oggetto di questo legato deve appartenere al testatore almeno quando fa testamento

e quando muore.

Poiché la proprietà della cosa passa direttamente al legatario, egli può rivendicarla nei

confronti di chiunque la possieda con la normale azione di rivendicazione (formula in F 1).

Parimenti, con la relativa azione in rem, egli può far valere il proprio diritto alla servitù

prediale o all’usufrutto (formule in F 5).

▪ Di un legato “per rivendica”, a proposito della erronea descrizione del suo oggetto,

discutono i giuristi classici nel testo incontrato all'inizio del corso e qui solamente

riprodotto, con rinvio a quanto detto a suo luogo per il commento [← mod. I, n. 20, sub d]:

Giavoleno, D.: [1] (Nel testamento) un tale – padrone degli schiavi Flacco il lavandaio e Filònico il

fornaio – aveva lasciato in legato alla moglie “Flacco il fornaio”.

[2] Quale di loro è dovuto? Lo sono forse entrambi?

[3] (Labeone) ritenne che ▪ anzitutto era stato lasciato in legato lo schiavo che il testatore aveva avuto

l’intenzione di lasciare.

▪ Se però l’intenzione non era accertabile, si doveva dapprima indagare se il padrone conoscesse gli

schiavi per nome.

▪ Se li conosceva, era dovuto lo schiavo indicato col nome [= Flacco], malgrado l’errore sul suo mestiere.

▪ Se invece i nomi degli schiavi gli erano sconosciuti, si riteneva legato “il fornaio” [= Filònico], come

se al fornaio il nome non fosse stato aggiunto.

II) L’altro tipo di legato con effetti reali è il cd. prelegato (legato per praeceptionem

“per precapienza”), che costituisce un diritto di proprietà in favore di uno dei coeredi, il

quale preleva per sé un bene prima della divisione ereditaria (prae-càpere “prendere

prima”).

[Digitare il testo]

Nel relativo giudizio divisorio (un’azione con formula analoga a quella in F 4,

esaminata sopra ← Priv. II “Processo”, n. 2.4, sub e), competerà al giudice assegnargli

la cosa, prima di procedere alla ripartizione dei beni ereditari fra tutti i coeredi, secondo

le quote stabilite dal testatore o, in assenza di esse, in quote uguali.

La funzione di questo legato risiede nella possibilità, esclusa per la istituzione di erede

[← n. 4.1], di lasciare a uno degli eredi una cosa determinata, che il testatore sapeva

essergli particolarmente cara o comunque voleva fargli pervenire.

III) Dei due legati con effetti obbligatorî, il più importante, perché largamente impiegato,

è il legato per damnationem “per imposizione di obbligo”, con il quale a carico

dell’erede sorge l’obbligazione di compiere, in favore del legatario, una prestazione di

carattere patrimoniale, che può consistere in un dare (dare) o in un fare (fàcere).

Creditore è il legatario, che può pretendere quanto gli è dovuto con un’azione in personam,

come tale esperibile solo nei confronti dell’erede, debitore inadempiente.

Dispiegando effetti obbligatorî, il legato consistente in un dare può avere ad oggetto una

cosa appartenente al patrimonio del testatore o dell’erede o di un terzo.

Se la cosa appartiene a un terzo che non intende privarsene vendendola all’erede

(ovviamente, il terzo non può essere costretto a venderla), l’erede è tenuto a pagare al

legatario una somma di denaro equivalente al valore della cosa.

Amplissima è l’operatività di questo tipo di legato, comparabile con quella della stipulatio

nei negozi tra vivi.

Quanto alla forma, è richiesto l’impiego delle parole Titius heres meus damnas esto

dare / fàcere “Tizio, mio erede, sia (inderogabilmente) tenuto a dare / fare” qualcosa in

favore del legatario.

▪ A un legato “per imposizione di obbligo” si riferisce un caso riferito anch’esso da

Giavoleno e discusso da giuristi di età augustea, in cui l’erede è gravato dalla obbliga-

zione di dare degli alimenti alla vedova del testatore (cd. legato di alimenti), sulla entità

dei quali, in mancanza di istruzioni del testatore, verte la questione dibattuta:

Giavoleno, D. [1] Tramite un legato con effetti obbligatorî (per damnationem) un tale aveva imposto

all’erede di dare alla propria moglie vino, olio, frumento, aceto, miele, carne salata.

[2] Trebazio diceva che, delle singole cose, non era dovuto più di quanto l’erede avrebbe voluto dare

alla donna, poiché (il testatore) non aveva aggiunto quanto di ciascuna cosa si dovesse dare.

[3] Ofilio, Cascellio e Tuberone ritengono che il legato comprendesse tutto quanto il pater familias

(testatore), morendo, aveva lasciato. Labeone approva questo parere, che è adeguato.

Di là dai nomi dei cinque giuristi coinvolti nel dibattito, non rilevanti in questa sede,

si confrontano due opinioni diverse sulla interpretazione della volontà del testatore.

L’opinione destinata a soccombere sostiene che spetta all’erede decidere quanto degli

alimenti menzionati nel legato dare alla legataria, poiché il testatore non ne ha indicato

la quantità.

Prevale l’altra opinione, che ritiene chiare, e quindi non suscettibili di interpretazione (in

claris non fit interpretatio “nelle situazioni chiare non si fa luogo a interpretazione”,

suona una massima, discussa e discutibile, dei giuristi medievali), le parole del testatore,

che nulla ha precisato proprio perché intendeva lasciare l’intera quantità dei beni elencati,

presenti nella dispensa alla sua morte.

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mattepu

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mattepu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Viarengo Gloria.

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