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Nella tipologia del contratto di sub fornitura, una norma comunitaria del 1998, all’articolo 9, vieta

l’abuso della posizione dominante di una parte sull’altra: questa tipologia non prevede un accordo

fra un consumatore ed un operatore economico, ma fra operatori economici; il rimedio ed il trattamento che si

ricevono sono equipollenti alle tutele consumeristiche, e per questo si è soliti parlare di parte debole e non

unicamente di consumatore, parlando di Contratto consumeristico.

La dottrina, immediatamente dopo l’entrata in vigore della disciplina, ha voluto e ritenuto che il

divieto di abuso di posizione dominante dovesse essere ritenuto un concetto generale, non ristretto alla

tipologia del contratto di sub fornitura. Questo controllo funzionale è ritenuto da parte della dottrina come

arbitrario, in quanto il giudice deve giudicare secondo le norme giuridiche; ogni qual volta che il giudice

rinvenga nella causa del contratto elementi di distorsione dell’equilibrio sinallagmatico o di abuso di

posizione dominante, potrà ritenere di sanzionare quelle clausole: i giudici, discrezionalmente, sceglieranno

quale rimedio applicare. Il più delle volte si procede con la nullità relativa, altre volte si censura il

comportamento con l’ampliamento del risarcimento del danno, sanzionandolo come comportamento

scorretto; altre volte, inoltre, si sanziona come abuso del diritto.

La sentenza Renault ha permesso l’ingresso nel nostro ordinamento del concetto di abuso di

diritto: nel fatto, la casa madre aveva stipulato con dei concessionari dei contratti, tutti uguali, i quali, in

forza di quei contratti, vendono le auto Renault; fra le varie clausole, era previsto il diritto di recesso.

Inserito il diritto di recesso, la casa madre, in un determinato territorio, esercita il diritto di recesso dopo

che aveva provveduto alla fornitura delle auto, momento nel quale l’esercizio di quel diritto ne ha

comportato il fallimento del concessionario. La Cassazione ha censurato tale comportamento:

giuridicamente, la difesa era ineccepibile e se ci fosse stato un giudice di 30 anni fa, non ci sarebbe stata

storia; invece, la Cassazione nel 2009 ha ragionato in tal senso: poiché si ha il concetto teorico

dell’abuso del diritto e dell’abuso di posizione dominante, l’esercizio del diritto di recesso fatto in quel

momento ed in quelle posizioni non era conforme al principio di correttezza e ragionevolezza, ha

integrato l’abuso del diritto, la Cassazione ha deciso di censurare quel comportamento, in quanto

foriero di squilibri contrattuali.

Dice la giurisprudenza, per giustificare le sue posizioni nel sindacato di meritevolezza: esiste una

nozione di causa teorica, ma non vi è dubbio che da ogni fattispecie contrattuale si deve desumere la

nozione di causa in concreto, che è data non dall’insieme delle ragioni oggettive, ma dalle ragioni contingenti a

quelle fattispecie contrattuali si dovrà recuperare la causa concreta, a cui si potrà dare una tutela non solo in

base alle nozioni astratte.

Esistono, quindi, due nozioni del concetto di causa: in astratto ed in concreto, la quale aggiunge alla

nozione di causa astratta quel sostanziale avvicinamento dei principi al caso concreto, in quanto

facendo emergere anche le ragioni concrete si riesce ad avere, secondo la giurisprudenza, un concetto

ancora più completo.

Le ragioni concrete che differenza hanno con i motivi? Il dibattito in dottrina è ancora aperto!

La prassi negoziale si impone in genere al diritto, come diceva Carnelutti “il diritto nasce vecchio”:

ciò è evidente in un fenomeno riguardante la causa, ossia quel fenomeno contenuto e descritto mediante

l’analisi economica in cui vi era la presenza e la coesistenza di più contratti, ma in cui emergeva chiaro

che il risultato finale dell’intera operazione dovesse essere unico. Nella maggioranza dei casi, quando

l’operazione economica assume un certo rilievo, è sempre così che si fa: l’operazione in sé non è mai

basata su un unico contratto, ma su più rapporti tutti asserviti al raggiungimento di un unico scopo;

Tizio, che è imprenditore, deve acquistare un’azienda, ma non ha la liquidità per farlo. Dovrà quindi

ricorrere a dei finanziamenti, all’acquisto di macchinari, ovvero alla locazione degli stessi, all’assunzione

di un minimo di personale dipendente, acquistare o locare un immobile dove stabilire la sede

dell’azienda; è ovvio che si dovranno stipulare tanti contratti, quanti sono i rapporti economici utili al

fine di giungere al risultato finale. All’unicità del risultato, corrispondono più contratti: per raggiungere

l’unicità dello scopo è necessario di servirsi di più contratti, siano essi tipici o atipici.

Nel caso concreto, quando dovesse insorgere controversia fra i contraenti, quindi venir meno la

funzione economica sociale di uno dei contratti contemplati nell’operazione economica, cosa accadrà

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all’intera operazione? Le vicende di un contratto dovranno interessare tutti gli altri, oppure no?

Tizio contrae un finanziamento con gli interessi abbastanza elevati, obbligandosi a restituire

quando preso a rate; si rivolgerà poi al distributore di macchinari, andando a stipulare, ad esempio, un

contratto di leasing; infine, stipula un contratto di locazione dove installare la sede dell’azienda: questa è

l’operazione economica. La banca, dopo l’istruttoria, nega il finanziamento: nell’attesa, però,

l’imprenditore si era esposto a forme di responsabilità andando ad iniziare le trattative sia per il leasing

che per la locazione; l’azione della banca si ripercuote sugli altri contratti. L’impossibilità sopravvenuta della

prestazione in capo all’imprenditore negli altri due contratti sarà chiesta di essere riconosciuta dal

giudice; ciò in nome di un collegamento negoziale teleologico, quindi funzionale e legato alla funzionalità dei

contratti nell’intera operazione, fra l’accordo di finanziamento e gli altri due accordi.

Innanzi ai giudici, questa era una ricostruzione poco affascinante per la giurisprudenza; negli

anni ‘60, i giudici affermavano che non vi fosse alcuna norma a supportare ciò, anzi il contratto ha forza di

legge fra le parti; i giudici ritenevano queste ricostruzioni non accettabili. La dottrina, in particolare M.

Giorgianni, era affascinata da questa teoria, in quanto partiva dal presupposto della nozione di causa:

se noi, invece che guardare a operazioni di questo tipo come operazioni di più contratti, ma come

operazione contrattuale, caratterizzata sì da più contratti, ma finalizzata al raggiungimento di un solo

risultato, a cui tutti i contratti sono asserviti, non possiamo, diceva la dottrina, non intravedere, fra le

cause di questi singoli contratti, un collegamento funzionale. Con funzionale si intende un collegamento

fra le varie funzioni che i contratti andavano a svolgere.

È una sorta di pensiero ontologicamente strisciante: essendo tutti preordinati in ragione di un risultato

finale, va da sé che l’intenzione di un contraente è stipularli per avere quel determinato risultato finale;

non avrebbe senso altrimenti.

Quando quindi dei contratti presi singolarmente non hanno alcun tipo di funzione, che invece

hanno quando sono presi nel loro insieme, si può ravvisare un collegamento teleologicamente orientato delle

cause che ciascuno di questi contratti contiene e che sono destinati ad ottenere il medesimo risultato.

Simul stabunt simul cadent: così come stanno insieme, legati da questa funzione finale, allo stesso modo,

cadono tutti quanti gli altri.

La giurisprudenza per molto tempo ha quindi negato il fondamento di questa ricostruzione

concettuale, proprio per l’assenza di norme che consentono il raggiungimento di questo risultato;

l’affermazione più decisa di questa teoria si è avuta negli anni ‘90, quando i giudici più sensibili a questa

interpretazione si sono aperti all’accoglimento della teoria del collegamento. Applicarono in sede

applicativa il principio simul stabunt simul cadent, ma distinguendo fra operazioni economiche a

condizione che si rinvenisse e fosse sicuramente percepibile, in maniera indiscussa, che quella serie di

contratti era stata stipulata dalla parte volendo collegare le singole cause al raggiungimento finale di un

obiettivo. Nell’accordo, quindi nella dichiarazione di volontà, doveva emergere l’intento finalistico;

nello stipulare l’accordo di finanziamento, collegandosi all’esempio di prima, l’imprenditore dovrebbe

esplicare la sua intenzione di ottenere quel finanziamento al fine di aprire la sua impresa, andando così a

legare all’ottenimento di questo il contratto di leasing e quello di locazione.

Con questo principio, i contratti possono cadere tutti a vicenda, o restare in piedi tutti a

vicenda, a seconda di quale sia l’intento preminente delle parti, all’interno del contesto dell’intera

operazione economica: questo discorso può valere se le cause patologiche non riguardano la nullità.

La nullità, come sappiamo, non è mai sanabile: i giudici, in un’operazione di collegamento

contrattuale, sono più restii a salvare l’interesse dei contraenti, facendo restare in piedi l’intera operazione

economica; in tutti gli altri casi, invece, la giurisprudenza tenta di far restare in piedi l’intera operazione

economica, orientata ad ottenere un risultato più ampio rispetto al singolo risultato del singolo

contratto.

Vi sono alcune fattispecie tipiche in cui il legislatore ha sancito il collegamento contrattuale: la prima si

trova all’interno del contratto consumeristico, laddove il consumatore deve ricorrere al credito per

eseguire alcune operazioni economiche; capitava che l’acquirente di un’auto si rivolgesse al

concessionario, che consentiva il pagamento attraverso un finanziamento conferito da una banca. La

proprietà, tecnicamente, passava dal concessionario all’acquirente, che iniziava a pagare le rate: il

concessionario, affermava, magari con intento truffaldino, che l’auto dovesse arrivare da fuori; capitava

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che queste auto non arrivavano mai. Il concessionario otteneva il pagamento dalla finanziaria, e

l’acquirente doveva però pagare il finanziamento senza godere del bene che aveva acquistato; la

giustificazione era che i due contratti fossero separati: la banca affermava che l’acquirente dovesse

pagare le rate, in quanto a questa non doveva interessare la vicenda fra lui ed il concessionario.

Quando il privato, oggi, acquista un bene a seguito di un finanziamento, il contratto di credito al

consumo può essere stipulato nella stessa sede della vendita, in quanto per il legislatore questo è

strettamente collegato alla vendita; se non viene adempiuta la vendita, quindi la consegna del bene, il

consumatore non dovrà adempiere all’obbligazione di mutuo.

Gli effetti del contratto

Occorre vedere le vicende che possono toccare il contratto nel momento in cui si evolve il

rapporto. Quali vicende possono colpire la sorte dei contraenti. Quali sono gli effetti tra due parti che

hanno deciso di vincolarsi. Il tema degli effetti è un tema molto vasto. Che tipo di situazioni si può

creare tra le parti. La prima distinzione è tra contratti ad effetti reali e contratti ad effetti obbligatori.

Siamo oltre il momento perfezionativo, ma siccome sappiamo che i contratti reali sono solo 4 e sono

solo questi quelli che si perfezionano, per questo si dicono reali, tutti gli altri sono consensuali. Superata

questa fase ci poniamo il problema degli effetti.

Art. 1376. Contratto con effetti reali.

Nei contratti che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa determinata, la costituzione o il

trasferimento di un diritto reale ovvero il trasferimento di un altro diritto, la proprietà o il diritto si trasmettono e si

acquistano per effetto del consenso delle parti legittimamente manifestato.

effetti reali

Sugli abbiamo una norma cardine, l’articolo 1376 che contiene il c.d. principio

consensualistico Questa norma è dedicata agli effetti del consenso. Il vincolo è già nato. Gli effetti

.

possono essere reali e obbligatori: secondo l’art. 1376, il contratto produce effetti reali ogni qualvolta,

per effetto del consenso, esso ha prodotto l’effetto traslativo o costitutivo di un diritto reale.

Il credito è un diritto che lo accomuna ad una circolazione di diritti reali: anche nella cessione

del credito l’effetto è reale. Ogni qualvolta si trasferisce o si costituisce un diritto di proprietà o un

diritto reale, in tutte queste ipotesi il contratto ha prodotto effetti reali. Con gli effetti obbligatori non

circolano diritti da un patrimonio all’altro. Quando il contratto non trasferisce o non costituisce diritti

produce solo effetti obbligatorio, nascono solo prestazioni di dare, di fare o di non fare. In questa

tematica, spicca una figura di contratto ad effetti obbligatori molto praticata: il contratto preliminare.

A questa figura il codice civile dedica una sola norma: è una norma che stabilisce il contratto

preliminare deve avere la stessa forma del contratto definitivo ma NON ne dà la definizione, la ragione

ecc.. NON va confuso con gli accordi preliminari dove le parti cominciano a definire i termini della

proposta e i termine dell’accettazione: questi atti sono appartenenti alla fase delle trattative e restano atti

intenzionali unilaterali (una lettera contenente la disponibilità a contrarre ecc..).

Il contratto preliminare ha bisogno esso stesso di una proposta e una accettazione. Il fine del

contratto preliminare è che costituirà poi un vincolo a carico dei contraenti per la stipulazione

del contratto definitivo. Il contratto preliminare ha effetti obbligatori e solo obbligatori.

L’accortezza della norma (1351) è che il contratto preliminare abbia i requisiti di forma del contratto

definitivo. Art. 1351. Contratto preliminare.

Il contratto preliminare è nullo, se non è fatto nella stessa forma che la legge prescrive per il contratto definitivo.

Nel contratto preliminare troviamo: “Il promittente venditore si obbliga a trasferire al

promissario acquirente a trasferire…”

La stipula del contratto preliminare obbliga alla stipula del contratto definitivo pena

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l’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di contrarre. Nel VI libro troviamo un rimedio in

forma specifica all’art. 2932

Art. 2932. Esecuzione specifica dell'obbligo di concludere un contratto.

Se colui che è obbligato a concludere un contratto non adempie l'obbligazione, l'altra parte, qualora sia possibile e non sia

escluso dal titolo, può ottenere una sentenza che produca gli effetti del contratto non concluso.

Se si tratta di contratti che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa

determinata o la costituzione o il trasferimento di un altro diritto, la domanda non può essere accolta,

se la parte che l'ha proposta non esegue la sua prestazione o non ne fa offerta nei modi di legge, a

meno che la prestazione non sia ancora esigibile.

Al fronte dell’inadempimento di una parte, l’altra parte può chiedere al giudice di pronunciare

una sentenza di natura costitutiva che avrà il potere di produrre gli effetti che avrebbe potuto produrre

il contratto definitivo. Equivoci in sede d’esame:

1. spesso si risponde che la sentenza produrrà gli effetti del contratto preliminare. NO. La

sentenza produrrà gli effetti del contratto definitivo.

2. Altra risposta sbagliata: la sentenza del giudice condanna il contraente a stipulare il contratto

definitivo. NO. La sentenza prende il posto del contratto definitivo.

Il contratto preliminare è il rimedio che produce l’effetto reale.

Per i contratti preliminari aventi ad oggetto immobili da costruire o future creazioni è prevista la

trascrizione. Dove si trova la particolarità? Viene trascritto un contratto ad effetti obbligatori, UNICA

IPOTESI in cui la trascrizione si estende ad una figura ad effetti obbligatori. La norma (2645-bis), è

stata introdotta da una legge speciale a seguito di una prassi devastante che aveva colpito una serie di

acquirenti che avevano stipulato dei contratti preliminari con un costruttore, quindi in vista della

costruzione di un appartamento. Gli acquirenti versavano una certa somma, ma incassato il denaro il

costruttore spariva. Non solo, lo stesso costruttore prometteva lo stesso bene a Tizio, Caio, Sempronio

e Mevio. Da qui l’esigenza della trascrizione, dunque le parti hanno l’onere di trascrivere i

preliminari ad oggetto la stipulazione di contratti definitivi di immobili da costruire. Cosa si

ottiene con la trascrizione? La priorità della prenotazione, anziché la priorità dell’acquisto.

Art. 2645-bis. Trascrizione di contratti preliminari.

1. I contratti preliminari aventi ad oggetto la conclusione di taluno dei contratti di cui ai numeri 1), 2), 3) e 4) dell'articolo

2643, anche se sottoposti a condizione o relativi a edifici da costruire o in corso di costruzione, devono essere trascritti se

risultano da atto pubblico o da scrittura privata con sottoscrizione autentica o accertata giudizialmente.

2. La trascrizione del contratto definitivo o di altro atto che costituisca comunque esecuzione dei contratti preliminari di cui

al comma 1, ovvero della sentenza che accoglie la domanda diretta ad ottenere l'esecuzione in forma specifica dei contratti

preliminari predetti, prevale sulle trascrizioni ed iscrizioni eseguite contro il promittente alienante dopo la trascrizione del

contratto preliminare.

3. Gli effetti della trascrizione del contratto preliminare cessano e si considerano come mai prodotti se entro un anno dalla

data convenuta tra le parti per la conclusione del contratto definitivo, e in ogni caso entro tre anni (1) dalla trascrizione

predetta, non sia eseguita la trascrizione del contratto definitivo o di altro atto che costituisca comunque esecuzione del

contratto preliminare o della domanda giudiziale di cui all'articolo 2652, primo comma, numero 2).

4. I contratti preliminari aventi ad oggetto porzioni di edifici da costruire o in corso di costruzione devono indicare, per

essere trascritti, la superficie utile della porzione di edificio e la quota del diritto spettante al promissario acquirente relativa

all'intero costruendo edificio espressa in millesimi.

5. Nel caso previsto nel comma 4 la trascrizione è eseguita con riferimento al bene immobile per la quota determinata

secondo le modalità di cui al comma stesso. Non appena l'edificio viene ad esistenza gli effetti della trascrizione si

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producono rispetto alle porzioni materiali corrispondenti alle quote di proprietà predeterminate nonché alle relative parti

comuni. L'eventuale differenza di superficie o di quota contenuta nei limiti di un ventesimo rispetto a quelle indicate nel

contratto preliminare non produce effetti.

6. Ai fini delle disposizioni di cui al comma 5, si intende esistente l'edificio nel quale sia stato eseguito il rustico, comprensivo

delle mura perimetrali delle singole unità, e sia stata completata la copertura.

Solo l’atto definitivo sarà efficace e produrrà l’effetto traslativo, gli altri sarebbero viziati dalla

malafede. Il meccanismo della prenotazione non può durare a lungo, altrimenti si bloccherebbe l’attività

negoziale dell’accordo. La norma stessa stabilisce, dunque, che l’effetto prenotativo ha una durata

annuale, se non si stipula il definito entro un anno dalla stipula del preliminare o nei successivi tre anni

l’effetto prenotativo cade.

Problema del c.d. preliminare ad effetti anticipati. Anche questo aveva il problema

dell’anticipo degli effetti del definitivo. Le parti spesso anticipano concedendo, a fronte di una parte del

prezzo, la disponibilità del bene. Ma chi ha la disponibilità del bene in che situazione si trova? Si trova

nella posizione del detentore. Questa fattispecie è atipica, ma esiste purché si definiscano le posizioni

delle parti. La detenzione è quindi una situazione di fatto non utile all’usucapione. La giurisprudenza

non ha mai visto di buon occhio la figura del preliminare ad effetti anticipati. Nella dottrina Angelo

Luminoso ha dimostrato come questa figura non sia utile all’usucapione. Oggi questa figura è rara, e se

viene praticata si utilizzano delle clausole. Non è tanto semplice avere a che fare con questa figura, se

poi viene lasciata in mano all’agenzia immobiliare… Bisogna essere certi di una cosa: che l’effetto sia

solo obbligatorio e se è prevista una forma di anticipazione delle somme sia imputata a titolo di caparra.

La caparra è compatibile con il preliminare.

Domanda all’esame:

l’inadempimento costituisce una ipotesi di responsabilità precontrattuale o da responsabilità

contrattuale? Spesso si risponde precontrattuale. NO. Se non viene adempiuto, dato che il

preliminare è un contratto, si può essere condannati anche al risarcimento del danno.

Gli elementi accidentali del contratto

Appartengono alla sfera del contratto anche gli elementi accidentali del contratto: sono gli

strumenti attraverso cui le parti scelgono di arricchire il contenuto del contratto; questi sono

condizione, termine e modo. termine

Termine e modo si spiegano quasi da soli: il è il tempo che le parti danno a sé stesse,

una volto perfezionato l’accordo, o per l’adempimento, o per la durata, o per una particolare modalità

dell’adempimento; può dare luogo al dies entro cui si deve adempiere, o si deve svolgere una parte della

prestazione. Esso può essere naturale, qualora segua la natura stessa della prestazione (la consegna

dell’abito da sposa deve essere fatta entro il giorno del matrimonio), oppure essenziale: quando si ottiene

questa qualifica, il dies ottiene un effetto di scioglimento del vincolo, un effetto risolutivo. Se in una

determinata clausola i contraenti conferiscono la caratteristica di essenziale, quella clausola si intende

come causa di risoluzione; le parti sono libere di stabilire ciò.

modo

Il è inteso nel senso latino, come onere, modus: rappresenta quasi sempre un elemento

accidentale dei contratti a titolo gratuito; si tratta di un peso, un condizionamento, che grava su un atto di

liberalità, come una donazione, perché pur ferma restando la gratuità dell’atto e quindi lo spirito di

liberalità della causa, attiva a carico del beneficiario un comportamento da tenere. Non è una

controprestazione: gli atti di liberalità non possono prevedere una controprestazione, in quanto sono

caratterizzati dalla caratteristica della gratuità; è semplicemente un comportamento da tenere affinché si

possa godere della donazione. L’esempio di scuola è la donazione di una biblioteca, sottoposta al modus

che questa sia aperta almeno 3 giorni a settimana; qualora il beneficiario non segua la volontà del

donante, potrebbe rischiare di perdere la proprietà del donato.

Se la condizione, il termine od il modo sono previsti nel contratto, e questi non si osservano,

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non vi è invalidità della fattispecie contrattuale, così come invece avviene per gli elementi obbligatori; la

ripercussione, in questo caso, avviene sul piano dell’efficacia. Intuitivamente si acquisisce che

l’elemento accidentale è meno rilevante e non intacca la sostanza del contratto, ma piuttosto gli effetti

dello stesso.

condizione

La è un elemento accidentale complesso, molto spesso presente nei contratti;

attraverso questa, le parti possono fare emergere i motivi che hanno determinato l’accordo e la loro

volontà di contrarre: ad esempio, io acquisto il tuo terreno se riuscirai a farlo diventare edificabile. Emerge, da

ciò, che l’unico motivo per cui voglio acquistare il terreno è che questo diventi edificabile, in quanto

voglio costruire una casa; altrimenti non sono interessato all’accordo.

Il motivo, che è differente dalla causa, dipende dalla condizione: nei manuali la condizione è

definita come un evento, futuro ed incerto (diversamente dal termine che è futuro, ma certo), al cui verificarsi

i contraenti fanno dipendere gli effetti del contratto: fanno dipendere in senso sospensivo, ovvero in senso

risolutivo/potestativo.

La condizione è sospensiva quando l’evento è futuro ed incerto e gli effetti del contratto non si

sono verificati, in quanto sono sospesi fino al momento in cui si verificherà l’ evento: la compravendita

non avrebbe efficacia immediata, ma attenderebbe il verificarsi della condizione.

La condizione è invece risolutiva quando il contratto produce immediatamente effetti, ma questi

possono essere interrotti al verificarsi di una particolare condizione: ti regalo l’orologio, ma se non ti laurei

alla fine dell’anno, il dono non è più da considerarsi effettuato; la donazione ha effetto immediato, l’orologio si

trasferisce nel patrimonio del donatario, ma se non si laureerà entro fine anno, egli dovrà ritrasferirlo

nel patrimonio del donante.

La condizione risolutiva/potestativa, per essere regolarmente apposta nel contratto, deve essere

lecita: qualora questa fosse illecita, o fosse contraria all’ordine pubblico o al buon costume, renderebbe nullo il

contratto; la condizione, inoltre, deve essere possibile, quindi si deve poter realizzare: qualora si

ravvisasse un’impossibilità, sia essa naturale o giuridica, della condizione, questa si considera come non

apposta, e quindi le parti dovranno negoziare senza la condizione, o rinunciare alla negoziazione. Anche

il testamento potrebbe ricevere questo genere di trattamento, all’insaputa dell’interprete: se ciò

avvenisse, e questa fosse illecita, anziché rendere nullo il testamento, andrebbe solo a cadere, andando

ad elidere il contenuto; questo in ragione del principio del favor testamenti.

La condizione è uno dei pochi casi in cui il nostro ordinamento tutela l’aspettativa: si può

utilizzare l’esempio del terreno da rendere edificabile; l’alienante, prima di procedere al trasferimento di

proprietà, dovrà renderlo edificabile: l’acquirente è in una situazione di aspettativa. Oltre ad essere

richiesto il comportamento in buona fede di entrambi, è prevista una forma di tutela dei contraenti che

può arrivare a prevedere delle ipotesi conservative sull’oggetto della compravendita; l’acquirente, quindi,

può ottenere un’azione conservativa, in quanto vi potrebbero essere dei creditori che potrebbero avere

delle pretese sullo stesso terreno.

L’interesse è in capo al venditore, qualora la condizione sia di tipo risolutivo: il venditore, infatti, ha

già perso la sua disponibilità del bene, che si trova nel patrimonio dell’acquirente.

La fase di pendenza della condizione è interessante proprio per la presenza di questa tutela

cautelare: si riconosce lo stato di aspettativa di un soggetto del contratto nei confronti dell’altro; la

sospensione e la risoluzione della sospensione determinano una particolare anticipazione o dilazione

nel tempo degli effetti ed incidono sul piano del trasferimento dei beni. L’avvenimento del fatto, ora

certo, prima ritenuto incerto, ha effetto retroattivo fino al momento della conclusione del contratto, e

quindi annulla, di conseguenza, la fase di pendenza: se vi sono stati degli atti di conservazione da parte

dell’acquirente, si richiederà la revoca degli stessi.

Se la condizione è risolutiva, e quindi l’interesse è contrario, il bene che si trova nel patrimonio

dell’acquirente e sottoposto, ad esempio, a sequestro, dovrebbe azionare una procedura forzata al fine di

far trasferire, nuovamente, il bene nel proprio patrimonio.

Questa fase, caratterizzata da aspettative incerte, ha dalla sua una rete di azioni a difesa delle

posizioni di aspettativa abbastanza forti.

Una delle caratteristiche principali dello stato di pendenza è la vicenda circolatoria che può

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subire il diritto oggetto del contratto, durante la fase di aspettativa; colui che lo fa circolare deve in buona

fede rendere palese lo stato in cui si trovano i contraenti. Se l’acquisto del diritto è condizionato, insieme

a questo, circola anche la condizione; in tal caso, il terzo acquirente dell’acquirente acquisterebbe un

diritto gravato dalla condizione.

Violando il canone di comportamento di buona fede, si andrebbe incontro non solo all’azione di

tutela del sequestro, ma anche all’azione di risarcimento del danno, in quanto si è violato il canone della

buona fede, appunto. Se si integra un comportamento in mala fede, quindi, si potrà dare inizio anche ad

un’azione di risarcimento del danno! La presupposizione

Di origine anglosassone, sconosciuta al nostro ordinamento, viene applicata per applicazione

giurisprudenziale e viene definita come condizione inespressa; la nozione di presupposizione nasce quando

nella città di Londra si svolgeva il corteo della Regina. Per assistere al corteo reale, nella città di Londra

si affittavano anche le finestre, le quali più erano in basse, più erano costose: un balcone, per il

pomeriggio della sfilata, poteva andare a 2000 sterline; nulla veniva specificato nel contratto fra i due

soggetti, ma semplicemente si usava il balcone per il pomeriggio e poi si pagava il corrispettivo. Un

anno, a seguito di problematiche atmosferiche, non si svolse il corteo, benché il proprietario avesse già

riscosso il prezzo: egli aveva messo a disposizione il suo balcone, e quindi riteneva di non dover

restituire alcunché; d’altra parte, invece, si affermava che il corteo era presupposto per l’utilizzo del

balcone, qualora l’evento si fosse svolto. La situazione generò una controversia e la giurisprudenza di

quei Paesi, meno legata agli schemi normativi e più propensa a costruire figure rispondenti ai canoni

dell’equity, ha creato la cd. presupposizione; i giudici hanno ritenuto fondate le pretese di colui che

aveva stipulato il contratto, ed ha ritenuto che quel contratto fosse invalido, o almeno soggetto alla

restituzione di quanto versato, in quanto sottoposto alla condizione del corteo, in quanto il prezzo

sarebbe stato altrimenti sproporzionato.

In Italia, i giudici, nel momento in cui veniva portato questo ragionamento, erano soliti a

rigettare le pretese, in quanto l’insegnamento era quello per cui i motivi delle parti non hanno rilevanza nel

nostro ordinamento; non avendo espressamente detto i motivi, i giudici ritenevano che non avessero

possibilità di analizzare i motivi stessi sottesi alla stipulazione del contratto. Vigendo la libertà contrattuale, i

giudici ritenevano che, quand’anche il prezzo fosse esorbitante, le parti avevano accettato e lasciato

sottesi i motivi: la parte aveva stipulato, sempre secondo i giudici, un contratto aleatorio. In una prima

stagione, quindi, la presupposizione era oggetto solo di studio di dottrina e aule universitarie, in quanto

mancava il dato normativo a supportare tale fattispecie.

Dagli anni ‘90, l’attività interpretativa ha tentato di ricostruire l’istituto cercando un fondamento

normativo e ragionando in termini di correttezza, buona fede, obblighi di protezione: innanzi a casi simili,

laddove la sproporzione era giustificata, ma una condizione era stata supposta, la giurisprudenza ha

iniziato a ragionare cercando di ricostruire la figura partendo dall’obbligo di protezione. Si diceva che nella

stipulazione del contratto, il principio di buona fede deve essere seguito, secondo quanto dice il Codice:

quando questo canone è richiamabile anche nella fase dell’esecuzione della prestazione e la parte

contraente che ha ricevuto una somma sproporzionata verifica che non può eseguire la sua prestazione

in quanto l’evento in sé è venuto meno, è supposto che la previsione da parte del contraente ha reso

impossibile l’esecuzione. Vi è un obbligo a far sì che l’altra parte, innanzi ad eventi imprevedibili, che

però pregiudicano solo la sfera giuridica di uno solo, e quella dell’altra parte di arricchisce in modo

ingiustificato, sia tutelata; si parla quindi di obbligo di rispettare la sfera giuridica dell’altra parte, come obbligo

accessorio, espressione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede.

Nell’esempio di cui sopra, la parte che locava il balcone non ha subito alcun pregiudizio, ma ha

piuttosto ricevuto una somma esorbitante: dalla parte che non ha alcun pregiudizio economico è

richiesto non solo il comportamento secondo buona fede, ma anche una protezione da parte del

contraente non pregiudicato della sfera giuridica altrui, che si estenda al punto di poter chiedere, ed

ottenere, quanto spropositamente versato.

La giurisprudenza ha coniato quindi la locuzione di condizione inespressa: i contraenti,

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consapevolmente, avevano stipulato il contratto, andando a presupporre che si verifichi un determinato

evento. È importante conoscere quali azioni esperire a tutela della presupposizione: l’azione di

risoluzione, che come dice il nostro istituto si può avere anche per eccessiva onerosità sopravvenuta della

prestazione, sarà quella migliore da utilizzare; essa ha in sé, come effetto conseguente, anche la

risoluzione della prestazione versata.

In Italia, quindi, la presupposizione non si può ritenere ormai un istituto estraneo al nostro

modo di concepire; si può spiegare affiancandola alla disciplina della condizione, andandola a ritenere

come inespressa, che l’ordinamento però tutela in quanto lesiva dell’equilibrio fra le parti, senza per

questo dover attendere che si integrino gli effetti per la rescissione.

L’articolo 1372 stabilisce che il contratto ha forza di legge fra le parti, e non può sciogliersi se non per

mutuo consenso; le parti, quindi, dovranno stipulare un secondo accordo che privi di efficacia il primo. La

forza di legge è accentuata ed un po’ esasperata dalla previsione, nel secondo comma, secondo cui gli effetti

vi saranno solo fra le parti e non a capo di terzi, se non nei casi espressamente stabiliti dalla legge,

come, ad esempio, il contratto a favore di terzi.

Quando gli effetti sono protettivi per la sfera giuridica di un terzo, perché non ritenerli efficaci

anche per i terzi?

Pensiamo al contratto di fidejussione o a quello di accollo: il fidejussore garantisce, con il proprio

patrimonio, il pagamento del debito del primo soggetto; formalmente, il terzo resta esterno in quanto

non deve prestare il consenso. Sostanzialmente, però, esso beneficia di quell’accordo: la dottrina, ma

anche la giurisprudenza ultimamente, sta cominciando a rivedere la perentorietà di cui al secondo

comma del 1372, andando ad affermare che non è possibile smentirlo, ma si deve andare a tutelare la

posizione del terzo, qualora ne possa avere un beneficio.

Una prima incrinatura della valenza, dell’efficacia della forza di legge fra le parti, si può rinvenire

laddove è contemplato il diritto di recesso: il legislatore dispone che i contraenti, se vogliono, possono

pattuire una parte a scapito dell’altro, ovvero una nei confronti dell’altro, di riservarsi il potere di

recedere dal contratto già perfezionato, e quindi già avente efficacia vincolante, a determinate

condizioni, ovvero entro determinati limiti, che se non esplicitati sono previsti espressamente dalla

legge. L’istituto del recesso è uno di quelli in cui le due figure divergono in maniera decisiva: nel

Codice Civile, il diritto di recesso è trattato, se voluto dalle parti, come la più alta espressione

dell’autonomia contrattuale: le stesse parti, secondo ciò, possono derogare, se vogliono, allo stesso

principio della forza di legge fra le parti espressa del contratto, andando a sottrarsi agli obblighi assunti

nel contratto; il diritto di recesso, nel Codice, è trattato come diritto potestativo: l’altra parte è in uno

stato di soggezione, non può che subirlo e non può, di conseguenza, difendersi. Il titolare ha il potere di

tirarsi indietro dal contratto, senza che l’altra parte abbia a disposizione delle azioni a sua tutela.

Il diritto di recesso può avere fonte convenzionale o anche legale: tutti i contratti di durata,

previsti dal legislatore, hanno in sé la potestà di recedere dal contratto, così come nel contratto di

lavoro; quando il legislatore riconosce il diritto al recesso, si dice che questo è legale, quando invece è

frutto di un accordo fra le parti, invece, si dice convenzionale. Il diritto di recesso può essere esercitato

dalle parti entro un limite, ossia entro il limite della fase esecutiva delle prestazioni: iniziate le prestazioni,

nemmeno il recesso convenzionale può essere utilizzato. La parte, dunque, pur essendosi riservata il diritto

di recedere, dovrà decidere se esercitarlo e se deciderà in tal senso, dovrà farlo prima dell’inizio delle

prestazioni. Questo limite non vale se si tratta di contratti ad esecuzione continuata, che prevedono

esecuzione delle prestazioni nel tempo: le prestazioni già eseguite restano intatte e non sono intaccate da

questo potere di recesso.

L’articolo 1373 è un’eccezione al principio di “forza di legge” fra le parti nel contratto.

Il recesso codicistico e consumeristico sono sulla stessa linea d’azione, sempre strumento che

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provoca lo scioglimento del vincolo, ma con funzioni diverse. Nel CC si afferma che le parti hanno

libertà di liberarsi da questo vincolo di forza di legge sciogliendosi dalle obbligazioni del contratto

o quelle conseguenti. Il recesso deve avvenire prima l’inizio di esecuzione delle prestazioni (dopo

l’inizio l’altra parte si crea un ragionevole affidamento). Da un punto di vista strutturale il diritto

di recesso è un diritto potestativo, che può essere esercitato da chi se l’è riservato senza che la

parte che lo subisce possa o debba fare alcunché, in stato di soggezione. Esempio classico è il

contratto di locazione, che contiene di norma come clausola tale diritto secondo formalità richieste

nel contratto. L’altra parte non può mai impedire l’effetto del diritto di recesso, che sarà lo

scioglimento del vincolo contrattuale; potrà al più pretendere, in casi di scorrettezza dell’altra parte,

un risarcimento del danno. Se l’esecuzione è immediata, il recesso deve essere fatto valere subito,

altrimenti più avanti (contratti a durata continuata/periodica, ad esecuzione continuata). Il diritto di

recesso svincola le parti quando esercitato e lascia salve le prestazioni già eseguite da entrambe le

parti. Il Codice del ’42 come situazione di deroga al principio della forza di legge del contratto

prevede anche il mutuo consenso (da alcuni definito invece “dissenso”); si tratta di un nuovo

accordo che le parti possono assumere dopo averne fatto un altro per negare la forza del vincolo

precedente. Diversamente dal recesso (unilaterale e recettizio), il mutuo consenso deve avere una

struttura bilaterale, e non è di certo previsto dall’accordo che si vuole sciogliere. C’è sempre

un’anima di conciliazione circa la libertà da un vincolo già dato. Il mutuo consenso è giustificato

dalle circostanze solitamente, dal cambiamento di rapporti tra le parti o di alcuni fattori precedenti.

Talvolta lo svincolarsi comporta un’anima novativa, l’accordo precedente è sciolto ma se ne crea

un altro diverso.

Nel contratto consumeristico la situazione è diversa: alcuni dicono che il diritto di recesso

in questo tipo di contratto è erroneamente definito, in quanto è ben diverso dal nostro recesso

codicistico. Secondo alcuni è da considerare un “diritto di pentimento”; prima che tutte le

disposizioni a tutela del consumatore venissero aggruppate maldestramente nel codice del consumo

(tra fine anni ’80 e 2005), i contratti venivano disciplinati per oggetto, poi invece tutti assemblati in

un unico codice. Nel Codice del consumo si vedrà il diritto di recesso disciplinato in modo diverso a

seconda dei tipi di contratto (per modalità di esercizio, non per essenza). Non c’è una norma da

richiamare quindi, ma tante; ogni volta però che si trova la figura in tale codice, va appunto pensato

come pentimento. Occorre sempre tenere presente che esso non determina lo scioglimento del

vincolo contrattuale (che darebbe ripristino alla situazione quo ante), In alcune ipotesi, il diritto di

recesso si può esercitare persino dopo che le prestazioni soni state eseguite e il bene è pervenuto al

consumatore. Il pentimento è quello di aver contratto con un operatore economico che non si è

mostrato all’altezza di mantenere gli obblighi che aveva assunto. Non si tratta però di

inadempimento, il consumatore può recedere per ottenere qualcosa a seconda del tipo di contratto.

Se si tratta della vendita di un bene, le possibilità fornite dal legislatore vanno dalla riparazione, alla

sostituzione del bene o quando ciò è impossibile, al risarcimento del danno. Se si tratta di pacchetti

turistici ad esempio, il venditore dovrà trovare un’alternativa di livello uguale o superiore per il

turista, o sostituzione in altra località, o rimborso e risarcimento danni anche morali. Tutto ciò

richiede una forma particolare: il diritto di recesso dev’essere contenuto in una clausola del

contratto da formularsi necessariamente per iscritto con caratteri tipografici più grandi rispetto al

testo normale. La sanzione prevista per la mancanza di tale clausola è la nullità parziale,

sostituendo automaticamente la clausola negoziale con la previsione della norma del legislatore

speciale. Articoli 52 e 73 Codice del Consumo.

Il diritto di recesso del Codice civile, quando previsto dalla legge, conduce sempre allo

scioglimento del vincolo contrattuale. Le parti, se nulla aggiungono nel contratto, o nulla è aggiunto

dalla legge, con il recesso sciolgono il contratto e basta. Se le parti però volessero essere

compensate per l’esercizio del diritto, possono prevederlo, inserendo nell’accordo che stanno

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stipulando delle clausole con le quali stabilire un risarcimento/indennizzo per compensare gli

eventuali danni causati alla parte in soggezione. Il Codice prevede agli articoli 1382 ss. una serie di

strumenti che potremmo definire di autotutela, perché messi a disposizione delle parti a loro

discrezione. L’articolo 1386 è rubricato “caparra penitenziale”; se nel contratto è stipulato il

diritto di recesso per una o per entrambe le parti la caparra ha la sola funzione di corrispettivo per il

recesso, in questo caso il recedente deve perde la caparra data o deve restituire il doppio di quella

ricevuta. In tutti i casi in cui il diritto di recesso è quello codicistico, entrambe le parti possono

contemplare questa clausola nel contratto, dove prevedere con l’attribuzione di una somma ad hoc

la possibilità di essere compensate dalla penalità che hanno subito per un contratto che poi non

viene eseguito (cosa di cui però non può lamentarsi, in quanto il recesso era possibilità prevista). È

forse preferibile ritenere che non sia un risarcimento, quanto piuttosto un indennizzo, in quanto non

c’è un danno da risarcire, ma solo la conseguenza a un comportamento legittimo che le parti si

erano consentite. La somma X deve essere lasciata alla parte che subisce il recesso se a darla è stato

il recedente, ovvero deve ricevere due volte X se a subire il recesso è colui che non si era riservato

il diritto di recedere.

All’articolo 1385 si disciplina la caparra confirmatoria: le parti danno fondamento ad un

loro impegno. È problematico quando la caparra confirmatoria si trovi ad esempio in un

preliminare; se al momento della conclusione del contratto una parte dà all'altra, a titolo di caparra,

una somma di danaro o una quantità di altre cose fungibili, la caparra, in caso di adempimento, deve

essere restituita o imputata alla prestazione dovuta. Se la parte che ha dato la caparra è

inadempiente, l'altra può recedere dal contratto, ritenendo la caparra; se inadempiente è invece la

parte che l'ha ricevuta, l'altra può recedere dal contratto ed esigere il doppio della caparra. Se però la

parte che non è inadempiente preferisce domandare l'esecuzione o la risoluzione del contratto, il

risarcimento del danno è regolato dalle norme generali. La funzione di questa caparra non è tanto

quella di creare un contemperamento degli interessi dei contraenti, ma qui il vincolo c’è e produce i

suoi effetti, non compensa eventuali perdite, ma prevede un eventuale inadempimento: la

mancata esecuzione della prestazione dovuta. Se a non adempire è la parte che ha ricevuto la

caparra, dovrà pagare il doppio della caparra ricevuta; viceversa, la caparra è persa. Qui è presente

una funzione di risarcimento, prevista in anticipo dalle parti anziché andare dal giudice.

Vi è un terzo caso di clausola con funzione di autotutela per le parti, che con questi strumenti

possono anticipare la previsione di conseguenze di patologie dei loro rapporti senza ricorrere al

giudice. È il caso della cd. clausola penale, molto discussa in giurisprudenza, anche in Consulta,

con riguardo alla discrezione del giudice. È uno strumento di autotutela con cui le parti d’accordo

formano una clausola inserita nel contratto in forza della quale prevedono che ogni ritardo

nell’adempimento genererà a favore della parte pregiudicata un risarcimento di una sanzione

giornaliera. La penale può essere diminuita equamente dal giudice se l’ammontare sia eccessivo. Le

conseguenze della clausola penale sono quelle di determinare un possibile risarcimento anticipato di

un danno misurato dalle parti in fase di stipulazione dell’accordo. Articolo 1382 cc. Sulla congruità

della clausola penale c’è il sindacato del giudice, in caso che la sua entità sia eccessivamente

onerosa o viceversa, scarsamente soddisfacente rispetto al danno (non a stabile l’effettiva

efficacia, già decisa dalle parti).

Nell’ambito della sfera degli effetti, occorre tenere presente la fattispecie per cui un soggetto

nomini una terza persona affinché partecipi della decisione: si tratta dell’istituto della rappresentanza.

L’anno scorso si è già parlato di rappresentanza, intendendo quella organica e quella che si riscontra in

tutela e curatela.

La volontà espressa è quella del rappresentato: essa si può manifestare ed esprimere con due tipi

di atti diversi, la procura ed il mandato; la fonte della rappresentanza è la volontà, dacché la

nomenclatura è rappresentanza volontaria.

Il rappresentato può scegliere di conferire mandato in modo tale che gli effetti prodotti si

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ripercuotano in maniera diretta od indiretta nella sua sfera giuridica: la rappresentanza può quindi essere

diretta od indiretta, a seconda della volontà del rappresentato. Se la rappresentanza è diretta, gli effetti

si ripercuotono direttamente nella sfera giuridica del rappresentato; se è indiretta, il rappresentante vedrà

prodursi gli effetti nella propria sfera giuridica e dovrà poi trasferirli in quella del rappresentato.

La procura è un atto unilaterale, la differenza fra procura e mandato sta nella struttura degli

atti, essendo il mandato un contratto bilaterale; è un atto non ricettizio, in quanto serve a dirimere i

rapporti fra rappresentato e rappresentato. Non deve giungere al destinatario per essere perfetta, deve solo

conferire al rappresentante quel potere: il rappresentante ha bisogno della procura quando deve entrare

in contatto con i terzi, ma per essere perfetta non deve essere notificata al rappresentante.

La forma deve avere un determinato contenuto, e la scelta del rappresentato deve essere

oculato nel conferire poteri al rappresentante; la scelta della forma della procura segue il contenuto: la

forma della dichiarazione di volontà è richiesta per relationem, in base al contenuto dell’ampiezza dei poteri; se

nomino Tizio mio procuratore per acquistare un orologio d’oro, la procura può essere anche orale, in

quanto il legislatore non chiede una forma specifica a pena di nullità: l’atto finale, per relationem, seguirà

la stessa forma dell’atto di rappresentanza.

Quanto al contenuto, è necessario che si stabilisca se il potere deve essere circoscritto al

particolare atto finale da compiere, ovvero se nominare un rappresentante per la cura generale dei propri

affari, la cura a tutto campo dell’attività giuridica che il rappresentato dovrebbe andare a svolgere. Si

distingue infatti fra procura generale e speciale, a seconda che sia conferita per l’atto specifico,

ovvero per l’interezza degli atti giuridici. A seconda delle esigenze del rappresentato, si sceglierà quale

procura conferire al rappresentante.

La spendita del nome è quella situazione in cui nel dichiarare la volontà del rappresentante,

questo può negoziare in nome e per conto, dichiarando che l’interesse è del rappresentato e non del

rappresentante: in questo caso, di solito, si parla di rappresentanza diretta; quando invece il

rappresentante agisce in nome proprio ma per conto altrui, in questo caso si parla di rappresentanza

indiretta. Il rappresentante, agendo in nome proprio, ma per conto altrui, avrà l’obbligo di trasferire nella

sfera giuridica del rappresentato gli effetti che rientrano nella sfera della procura: questa forma di

rappresentanza, di solito, è conferita con mandato, in quanto l’obbligo principale del mandatario è

quello di trasferire gli effetti dell’attività giuridica compiuta nella sfera giuridica del mandante;

guardando al mandante, gli effetti della rappresentanza saranno indiretti.

Qualora il rappresentante non adempisse all’obbligo di trasferire gli effetti compiuti

nell’interesse del rappresentato, si applica la disciplina dell’esecuzione forzata dell’obbligo di

concludere il contratto: con l’articolo 1932, il rappresentato potrà rivolgersi al giudice, ed ottenere una

sentenza costitutiva con cui si produrranno gli stessi effetti che si sarebbero prodotti se il rappresentante

avesse trasferito da sé gli effetti dell’attività compiuta.

Questo rimedio può essere invocato quando il rappresentante indiretto dovrebbe compiere atti

su beni mobili; qualora fossimo nell’esempio di prima, quindi l’acquisto di un bene mobile, che rimane

nella sfera giuridica del rappresentante, il rappresentato ha uno strumento che è il medesimo del

proprietario, ossia la rivendicazione: la legge, quindi, lo ritiene già proprietario, che è stato spossessato

del proprio bene.

In fondo, anche nella rappresentanza indiretta, titolare dei beni è sempre il rappresentato:

l’adempimento è solo un modo per far circolare i diritti, ma non il riconoscimento di un diritto; il

rappresentato, pur senza mai essere entrato sostanzialmente nell’accordo, ha gli stessi strumenti di tutela

che ha il proprietario.

Se si guarda al problema della capacità d’agire, per stipulare contratti vi deve essere questa: vi

può essere il rappresentato nella situazione di incapacità, purché vi sia la piena capacità del rappresentante; è il

tipico esempio della tutela. Quando si tratta di questa fattispecie, bisogna guardare alla capacità del

rappresentante, in quanto è lui che deve manifestare il consenso: buona o mala fede si indagherà

nell’animo (b.f. soggettiva) o negli atti (b.f. oggettiva) del rappresentante. Quanto all’esercizio del potere,

esiste la figura del falsus procurator: se si va oltre i limiti del contenuto della procura, o se non si ha il

potere per mezzo di una procura, in linea di principio non si pone un problema di invalidità degli atti; la

carenza o l’eccesso di potere non inficia la validità dell’atto, in quanto quando si parla di validità, si

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intendono le carenze strutturali. Si pone piuttosto il problemi degli effetti, quindi dell’efficacia: l’atto si

intende valido ma inefficace nei confronti del rappresentato; questo ha però il potere di ratificarlo, quindi

di dichiarare di volere ricevere quegli effetti nel suo patrimonio.

Se il rappresentato non vuole ratificare l’atto si pone un problema di tutela del terzo e dell’efficacia

dell’atto tra i contraenti: l’atto non è né valido né efficace fra falsus procurator e terzo; il terzo che contrae

con un soggetto che si presenta come rappresentante di non può invocare la sua buona fede soggettiva: egli ha

l’onere di chiedere e visionare la procura. Tuttavia, egli si è affidato alle dichiarazioni del falsus procurator:

egli può chiedere un risarcimento del danno che però non sarà pieno, ma limitato all’interesse negativo.

L’interesse negativo riconosce solo le spese, i costi, alle energie personali utilizzate che però non hanno

portato alla conclusione di un valido ed efficace contratto: il contratto, però, non è efficace!

Il rappresentante potrebbe trovarsi in conflitto di interessi con il rappresentato: pensiamo il

caso in cui un bene del rappresentato interessi al rappresentato; questo è ammissibile? Nell’istituto della

rappresentanza, quindi esulando dal conflitto di interessi pubblicistico, questa fattispecie è trattata dagli

articoli 1394 e 1395: Art. 1394. Conflitto d'interessi.

Il contratto concluso dal rappresentante in conflitto d'interessi col rappresentato può essere annullato su domanda del

rappresentato, se il conflitto era conosciuto o riconoscibile dal terzo.

Si parla di possibilità! Non c’è doverosità di annullare l’atto: anzitutto, il conflitto di interessi

dovrebbe riguardare una situazione del rappresentato che il rappresentante dovrebbe negare;

immaginiamo l’acquisto di un immobile di pregio artistico: il rappresentante delega un critico d’arte,

affinché acquisti in nome e per conto del rappresentato, od in nome ma in conto proprio. Il critico vuole

però acquistare il bene per sé: quindi si crea un conflitto di interessi fra rappresentato e rappresentante; se il

rappresentante ha assoluto desiderio di avere quel bene, annullerà l’atto, soprattutto se il terzo si trovava

in mala fede. Ma se il rappresentato dovesse beneficiare, in seguito a questa preferenza, di un altro

privilegio o di un corrispettivo o di un altro bene di uguale rilevanza artistica ed accettasse, non dovrà

esperire l’azione di annullamento, ma dovrà lasciar correre e validare quell’atto di compravendita,

accontentandosi di soddisfare il suo interesse con un’altra operazione: il conflitto di interessi è quindi

sottoposto alla volontà del rappresentante.

Se il terzo è in buona fede, pensando che il rappresentante agisse per sé stesso e non in

rappresentanza di Tizio, il contratto non potrà essere dichiarato nullo: si preferirà tutelare

l’affidamento del terzo piuttosto che l’interesse del rappresentato, che dovrà comunque esperire

l’azione.

Il contratto con sé stesso: il rappresentante ha sia il ruolo di rappresentante che di controparte;

egli, quindi, stipulerebbe un accordo con sé stesso. Anche in questo caso il contratto sarebbe

annullabile, a meno che il rappresentato non lo abbia autorizzato specificamente: è sempre nella sfera delle

possibilità del rappresentato chiedere un eventuale annullamento.

Contratto con persona da nominare: si tratta di quel contratto in cui nel momento

perfezionativo dell’accordo, una parte si riserva la possibilità di nominare un terzo, andandola ad

indicare come possibile destinataria degli effetti di quel contratto; la particolarità sta nel fatto che vi è

uno sdoppiamento, in quanto chi dichiara di contrarre si riserva di nominare il terzo che riceverà gli effetti.

È un’eventualità che può verificarsi o meno, in quanto il terzo è all’insaputa della nomina, e potrebbe

quindi non accettare: non è che il terzo accetta il contratto, ma il terzo accetta la nomina. Il contratto lo

accetta lo stipulante!

Normalmente la persona indicata come da nominare, una volta eseguita la dichiarazione di

nomina e notificata al terzo nominato, deve accettare la nomina, non il contratto! Se rifiuta e quindi non

accetta gli effetti del contratto, questi si riproducono in capo allo stipulante: se il terzo accetta, al

momento della fase dell’efficacia, lo stipulante esce di scena. È quindi importante seguire la forma degli

atti: la dichiarazione di nomina non si può pensare che possa rimanere una dichiarazione di volontà

interna all’accordo; essa farà parte dell’accordo, ma dovrà atteggiarsi a dichiarazione di volontà

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recettizia ed unilaterale.

Se la persona nominata accetta la nomina e conseguentemente gli effetti, lo schema ci riporta a

quello della rappresentanza diretta: lo stipulante avrà agito come se avesse ricevuto prima della

stipulazione una procura; si dice che questa varrà come procura a posteriori. Non possiamo però dire

che sono le due stesse identiche fattispecie, in quanto vi potrebbe essere il rifiuto in questo caso: gli

effetti li prende nella propria sfera giuridica proprio lo stipulante.

Se fra A e B si dichiara espressamente che il contratto si sta stipulando solo ed esclusivamente a

vantaggio di una terza persona: una delle parti dichiaranti, colui che dichiara di contrarre a favore di

un’altra persona sa già che egli non riceverà nel suo patrimonio gli effetti: deve essere chiaro, però, che gli

effetti saranno favorevoli. Il modello, in tal senso, è quello che si riscontra nelle assicurazioni sulla

vita: a fronte del pagamento di un premio non si riceve niente; per ricevere qualcosa, dovrà avvenire

l’atto contro cui ci si è assicurati.

Sicché gli effetti sono sempre stati pensati come favorevoli verso altri, si dice che in questo

schema può rientrare qualsiasi cosa: ne è un esempio la lettera di patronage, una forma di garanzia

personale che di solito si affianca a contratti molto importanti, per la cui importanza è necessario che

un terzo assuma in forma più o meno forte obblighi di affidamento circa la consistenza patrimoniale di

colui che sta negoziando. Questo sistema di protezione della sfera contrattuale nel nostro sistema si

scontra con il principio della tipicità degli atti unilaterali di garanzia: spesso e volentieri è stato considerato un

principio di ordine pubblico, quindi insuperabile, una soglia di sbarramento verso le forme di garanzia

atipiche: Art. 1987. Efficacia delle promesse.

La promessa unilaterale di una prestazione non produce effetti obbligatori fuori dei casi ammessi dalla legge.

Un altro istituto che può incidere nella sfera degli effetti è la simulazione: tema un po’

singolare, sotto il profilo processuale dà luogo a numerosi problemi, dovuti dal fatto che non è facile

provarla. Simulazione di che cosa? Se si parla di contratto, è ovvio che la simulazione riguarda ciò che è

avvenuto fra le parti, che possono fingere di contrarre, senza per questo voler contrarre; nella

simulazione, la realtà manifestata all’esterno non corrisponde con la volontà dei dichiaranti.

Simulare significa fingere: così iniziano molti manuali la trattazione dell’istituto; talvolta, la

simulazione può avvenire anche nell’atto pubblico, in quanto è solo l’intimo convincimento delle

parti che sa se si sta simulando o meno; i terzi sono estranei a tutto ciò.

La simulazione, quindi, vi è nel momento in cui le dichiarazioni di volontà non corrispondono

alla reale volontà delle parti: accanto ad un accordo apparente, ovviamente, vi è un accordo relativo alla

simulazione, che si chiama accordo simulatorio; se le parti dichiarano qualcosa che non è vero, devono

essere d’accordo ad eseguire una dichiarazione non corrispondente al vero. Ma questo è un falso… Come

può l’ordinamento tutelare ciò? L’accordo simulatorio è un accordo sottostante, un accordo privato che non

si manifesta all’esterno, in quanto all’esterno si mostra l’accordo simulato.

Tizio, avendo due figli, ma essendo molto più affezionato ad uno di loro, decide di beneficiare di

donazione uno di questi: se egli facesse una donazione, sa che la donazione potrebbe essere dichiarata

inefficace. Sapendo questo, Tizio, decide di simulare una vendita al figlio: per fare questo, è ovvio che sia

Tizio che il figlio devono essere d’accordo nel fingere una vendita, ma volere in realtà una donazione;

ciò non è un falso rilevante ai fini penalistici, in quanto al Pubblico Ufficiale, le parti dichiarano di voler

acquistare al prezzo di.

La simulazione resta in piedi qualora non leda i diritti dei terzi: il Codice Civile, trattando della

simulazione, esordisce che la simulazione di un contratto rende il contratto stesso inefficace; bisognerà

distinguere fra simulazione relativa ed assoluta; nel caso di cui sopra ci si trova nella situazione di

simulazione assoluta, in quanto le parti sanno già che per l’accordo raggiunto non riceveranno gli effetti di

quel contratto stesso.

Gli effetti dell’accordo dissimulato potranno prodursi nelle forme del contratto che si voleva

realmente produrre: in questo caso, si parla di simulazione relativa; qualora le parti, nell’esempio di cui

sopra, dichiarano nell’accordo simulatorio che esse non vogliono gli effetti della compravendita ma quelli

della donazione, le parti fra di loro potranno beneficiare degli effetti sopra citati. Pagina | 46

La differenza si sostanzia nelle dichiarazioni all’interno dell’accordo simulatorio: qualora si dichiari

che gli effetti siano diversi, allora si parlerà di simulazione relativa; quando invece le parti non dichiarano

alcunché, oppure dichiarano che non vogliono alcun effetto, e la simulazione sarà assoluta.

La simulazione fra i contraenti e gli eventuali effetti simulatori fra l’accordo è un affare fra i

contraenti: le norme non si occupano di questo fenomeno, perché paradossalmente nella testa del

legislatore anche simulare un accordo rientrava nell’autonomia contrattuale fra le parti, libere di

amministrarsi e gestire il loro patrimonio, anche facendo finta di. Il problema si pone quando l’accordo

tocchi la sfera giuridica dei terzi, i quali possono essere ad esempio creditori, in particolar modo privilegiati

o chirografi; quando l’accordo simulato inizia ad intaccare la sfera giuridica dei terzi, ciò deve essere

risolto dall’ordinamento.

I terzi beneficiano di due principi: principio dell’apparenza degli atti giuridici, quindi la

situazione per cui i terzi non devono curarsi di verificare se l’accordo che appare corrisponde al reale

volere dei contraenti; i terzi, inoltre, beneficiano dell’affidamento. Immaginiamo che Tizio, in una

simulazione assoluta, aliena a Caio un immobile; Caio aliena a Sempronio l’immobile, che ha ricevuto

mediante un accordo simulato: Sempronio ha ottenuto la proprietà sull’immobile? Tizio ha perso la proprietà

del bene qualora l’accordo simulato sia stato trascritto nei Pubblici Registri: Sempronio trascriverà

l’acquisto e riceverà l’immobile. Il terzo, quindi, dalla simulazione non subisce alcun pregiudizio dalla

simulazione: anzi, potrebbe avere dei vantaggi, in quanto potrebbe acquisire dei diritti, il cui

trasferimento fra Tizio e Caio la legge invece dichiara inefficace.

La simulazione non è opponibile dalle parti o gli aventi causa: questa scusante è inopponibile

(articolo 1415); i creditori, rispetto al contratto simulato, sono terzi, e beneficiano dell’affidamento. In

un giudizio, bisognerà andare a definire se nel conflitto fra creditori dell’acquirente e dell’alienante: una

norma afferma che saranno preferiti quelli dell’alienante, qualora questi, mediante un onere, dimostrino

che essi sono creditori antecedentemente alla data del contratto simulato: articolo 1416. Si necessita

sempre di opporsi quando si vuole far valere la simulazione: c’è onere della prova estremamente rigoroso, in

quanto se non si raggiunge la piena prova con l’accordo simulatorio, l’alienante è come se facesse un

gioco d’azzardo, rischiando di perdere il bene che ha alienato ma solo in modo simulato.

Questa azione si incrocia, inoltre, con l’azione revocatoria: quando l’alienante simula

assolutamente una vendita, andando ad alienare il bene ad un terzo, dov’è il confine fra revocatoria e

quest’altra?

Le parti contraenti un accordo simulato possono dimostrare l’esistenza di un accordo simulato

solo attraverso una controdichiarazione: è bene che le parti si scambino immediatamente delle

controdichiarazioni, nelle quali si dichiarerà che vogliono gli effetti dell’accordo simulatorio, ovvero che

non li vogliono; senza questo, non potranno mai dimostrare che vi è un accordo simulato. Altrimenti,

prevarrà l’apparenza! Se Tizio, invece, più avvedutamente, si è fatto rilasciare la controdichiarazione,

esibendola in giudizio potrebbe riuscire a vincere la causa e quindi a non dover cedere il bene a

Sempronio, terzo esterno all’accordo.

I terzi non hanno limite alle prove: possono quindi utilizzare qualsiasi mezzo di prova; il limite

alle prove per i simulanti fa parte di quel rischio d’azzardo di cui si parlava poco sopra.

Occorre che i terzi per dimostrare la buona fede abbiano acquisito diritti su beni mobili, ovvero

pur avendo acquistato diritti su beni immobili, non hanno potuto ovviare mediante il principio della

continuità della trascrizione, e sempre che non abbiano riscontrato pubblicità di domanda giudiziale per

far valere la simulazione. Sempronio ha acquistato validamente e può giovarsi del principio di validità

della trascrizione: se però, Tizio accortosi che Caio ha venduto un diritto che simulatamente aveva

acquistato, instaura un giudizio volto al riconoscimento della simulazione, andando a trascrivere la

domanda giudiziale prima che Sempronio trascriva l’atto, quest’ultimo non potrà più trascrivere l’atto e

di conseguenza non sarà più ritenuto in buona fede.

I giudizi sono spesso rischiosi, in quanto sarà più facile facciano valere l’apparenza rispetto che

la simulazione, a meno che il giudizio sia esperito a tutela dei diritti dei terzi; dov’è il confine fra simulazione

e revocatoria? Chi è in grado di stabilire se quella sia una simulazione, o un atto di disposizione ammesso? L’unica

prova da esperire sarà l’accordo simulatorio o la controdichiarazione; se ciò non avviene, o se questa prova

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non si ha o non si riesce ad esibire, l’unica strada che resta da tentare sarà l’azione revocatoria, per

dichiarare inefficace l’atto pregiudicante gli interessi del terzo creditore. L’azione giudiziale avrà un

doppio petitum: alla domanda di riconoscimento della simulazione seguirà l’azione revocatoria; si dovrà

però dimostrare, per quest’ultima, che vi è stato un pregiudizio economico, come prescritto dal Codice.

Le due azioni sono molto vicine in quanto ad effetti: sarà onere dell’attore, di colui che agisce

come terzo pregiudicato, esperire sia l’azione di simulazione che revocatoria; rispetto al principio che

governa il processo civile che richiede una stretta corrispondenza fra chiesto e pronunciato, bene è per

l’attore richiedere tutte le azioni possibili. Al più, se il petitum è troppo alto, respingerà uno di essi, ma

non si troverà innanzi ad un caso in cui non può pronunciarsi per mancanza di domanda.

C’è un’ultima questione: se sia ammissibile la simulazione di atti unilaterali. È possibile simulare una

procura? La questione è risolta dall’articolo 1414, ultimo comma: “[…] Le precedenti disposizioni si

applicano anche agli atti unilaterali destinati a una persona determinata, che siano simulati per accordo tra il dichiarante

e il destinatario.”; l’atto unilaterale, per essere simulato, ha bisogno di un accordo simulatorio: quindi,

dichiarante e simulatario dovranno dichiarare l’uno di simulare l’atto, l’altro di aver ricevuto l’atto.

Infine, il rappresentato simulato dovrà magari ratificare ciò che il rappresentante simulato ha compiuto.

Se il falsamente simulato decida di ratificare l’atto con cui il falsus procurator ha simulato: ci vuole l’accordo in

cui si afferma che la dichiarazione di ratifica avrà (o non avrà) prodotto i suoi effetti. Il terzo dichiara di

avere ricevuto la ratifica, ma in realtà non la ha mai ricevuta: in questa logica, chi subisce il pregiudizio

maggiore? Il falsus procurator!

Dunque, a seconda della dichiarazione che si vuole simulare, l’altra parte può dichiarare o di

volere gli effetti, oppure di simulare gli effetti della dichiarazione, ma allo stesso tempo di non volerli,

facendo sì che quella dichiarazione perda la sua efficacia.

Inadempimento, eccessiva onerosità della prestazione e impossibilità sopravvenuta

danno luogo alla risoluzione del contratto: quando la causa del contratto si presenta già

funzionalmente inappropriata o difettosa in ogni caso, non si avrà la risoluzione del contratto, ma

piuttosto la rescissione. Rescissione e risoluzione sono due metodi messi a disposizione ai contraenti per

risolvere il funzionamento difettoso della causa del contratto, che magari nasce integra ma poi diventa

funzionalmente non adatta; i rimedi sono diversi a seconda che il difetto si riscontri al momento

dell’accordo, ovvero in un momento successivo.

Il difetto congenito, il malfunzionamento della funzione economico sociale, dà luogo a rescissione:

come mai l’accordo deve nascere anomalo in uno dei suoi elementi essenziali? In questi casi, si tratta di

fattori che colgono alla sprovvista le parti, pur essendoci il momento del perfezionamento coevo: si

tratta di situazioni in cui uno dei contraenti si trovi in stato di pericolo o stato di bisogno, e sia costretto a

negoziare con l’altra parte a condizioni inique. L’esempio da manuale, quando ricorre lo stato di

pericolo, è quello dello sciatore infortunato che non riesce a scendere autonomamente, il quale chiede

aiuto alla guida che chiede 400 invece che il consueto 100: la situazione di pericolo individua la situazione

psico-fisica del contraente, il quale contrae con un’altra parte, accettando una controprestazione

sproporzionata rispetto alla prestazione data, sproporzionata tanto da diventare un anomalo

funzionamento del sinallagma contrattuale. La guida che offre la sua prestazione per scendere a valle

normalmente 100, data l’urgenza ed il pericolo approfitta della situazione e chiede 3 volte tanto: quanto

il contratto nasce con una causa, che però si manifesta incongrua già al momento dell’accordo, può

essere rescisso su richiesta dalla parte in giudizio.

I termini sono di un anno dalla conclusione del contratto.

Nello stato di bisogno l’esigenza è legata non già ad un pericolo fisico del contraente o di persona

a lui vicina, ma l’esigenza di contrarre a condizioni inique per ragioni di necessità economiche: è il fenomeno

che è stato avvicinato, con legge speciale, all’usura. Si può immaginare anche un approfittamento in cui

una parte pone delle condizioni più elevati rispetto alla prestazione che sarebbe dovuta: pensiamo

all’esempio in cui Tizio ha necessità di una licenza di commercio, e Caio che già la ha, nel venderla,

sapendo che l’altra parte ne ha necessità assoluta, chiede il doppio della cessione di quei diritti.

Quando la necessità è di tipo solo economico e la prestazione supera più del doppio dei

Pagina | 48

canoni di mercato, l’azione di rescissione si proporrà al giudice per lesione: i requisiti sono leggermente

differenti rispetto alla precedente fattispecie; l’azione di prescrizione si estingue in anno, ed il dies a quo

parte dal giorno in cui il contratto si è stipulato, in quanto la causa squilibrata è coeva alla stipulazione del

contratto: entrambe le parti sanno che è così!

Il giudice, accogliendo l’azione, pronuncia la sentenza, andando a rescindere il contratto: tutte le

prestazioni già rese devono in qualche modo essere ripristinate; si può però dire: la guida ha già incassato e

lo sciatore è già sceso a valle, come ci si comporta? Si dovrà, quindi, domandare che la situazione ritorni al

momento antecedente alla stipulazione del contratto: quando il giudice si renda conto che ciò è

impossibile, con la stessa sentenza può riequilibrare le prestazioni, andando a ritenere una parte

ingiustificatamente avvantaggiata. È un risultato a cui non si dovrebbe attendere di giungere a sentenza:

quando affrontiamo questa fase patologica del contratto, si deve ritenere che vige il principio di

conservazione del contratto, che non è un principio generale, ma al contrario è codificato in una di

quelle norme sull’interpretazione del contratto. Il legislatore dà un’indicazione abbastanza forte: spesso

è più un pregiudizio economico affrontare un procedimento giudiziario qualora le prestazioni siano di

modica entità.

La seconda motivazione per cui si ritiene che non si arriverebbe a sentenza è la reductio ad

aequitatem, articolo 1450: Art. 1450. Offerta di modificazione del contratto.

Il contraente contro il quale è domandata la rescissione può evitarla offrendo una modificazione del contratto sufficiente per

ricondurlo ad equità.

Si tenta di evitare il procedimento giudiziale in quanto, sostanzialmente, alla parte danneggiata

interessa pagare in modo congruo la prestazione: il risultato concreto da raggiungere deve essere questo;

vale la pena agire in giudizio, quindi? Se non ci sono altre possibilità, ovviamente, si dovrà ricorrere in

giudizio, per quanto qualche dubbio si potrebbe avanzare: è veramente richiesta un’azione giudiziale per

passare attraverso la reductio, ovvero può avvenire anche in modo stragiudiziale mediante accordo fra i contraenti?

Sembrerebbe che l’azione di rescissione debba essere esperita, per come si esprime il legislatore, e quindi

che la reductio debba avvenire in sede giudiziale: non si può escludere del tutto che però questo possa

avvenire stragiudizialmente, in quanto la domanda può essere integrata da una vera e propria diffida,

che potrebbe giungere all’altra parte, che potrebbe chiedere di non fare alcuna azione, in quanto

intenzionata a conferire il di più.

Se l’altra parte risponde accettando, o ponendo delle condizioni, allora ci sarà accordo, che avrà

natura transattiva; ma se l’altra parte, ricevendo la domanda di controparte, esegue quanto deve per

ricondurre ad equità il sinallagma, la reductio ad aequitatem sarà avvenuta in modo implicito.

Vi è un orientamento per cui la reductio ad equitatem può tangere solo alcune clausole del

contratto ritenuto iniquo: ciò, però, non è accolta da tutti, in quanto vi è chi ritiene che il giudice non

possa entrare nel contenuto del contratto.

L’azione di risoluzione avviene per inadempimento o per impossibilità sopravvenuta (in quanto se

non fosse sopravvenuta si utilizzerebbe la rescissione): l’articolo 1318 ha già in sé la sanzione prevista per

un inadempimento, ossia il risarcimento; quando la fonte dell’obbligazione è il contratto, di fronte

all’inadempimento bisogna esperire l’azione di risoluzione. L’azione di risoluzione necessita anch’essa di

presupposti per essere esperita: deve trattarsi di un inadempimento grave, non deve esservi interesse

alla manutenzione del contratto. L’azione di risoluzione è ammissibile soltanto se non si sia già chiesto

l’adempimento forzato della prestazione dovuta.

Si potrà esperire una domanda con due petita, in cui si chiede innanzi tutto l’adempimento

forzoso, ed in seconda istanza la risoluzione; similmente si può ragionare con la manutenzione. Non ha

invece senso chiedere in seconda istanza l’adempimento, qualora la domanda principale sia la risoluzione.

L’azione di risoluzione, a seconda di come venga formulata, porta o all’adempimento forzoso,

oppure direttamente allo scioglimento del contratto: occorre dimostrare ovvero perlomeno allegare che

l’inadempimento è di grave entità; un inadempimento di secondaria importanza, invece, non sarebbe

giustificativo della risoluzione del contratto, così come stabilisce il Codice. Pagina | 49

L’azione in oggetto conduce ad una sentenza costitutiva con la quale dichiarerà sciolto il

vincolo contrattuale, ed opererà gli opportuni e conseguenziali effetti, qualora siano già state esperite

alcune prestazioni; la sentenza è costitutiva in quanto dovrà avere efficacia retroattiva e dovrà reintegrare la

situazione pregressa. L’articolo 1458 prevede gli effetti della risoluzione:

Art. 1458. Effetti della risoluzione.

La risoluzione del contratto per inadempimento ha effetto retroattivo tra le parti, salvo il caso di contratti ad esecuzione

continuata o periodica, riguardo ai quali l'effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite.

La risoluzione, anche se è stata espressamente pattuita, non pregiudica i diritti acquistati dai terzi, salvi gli effetti della

trascrizione della domanda di risoluzione.

La natura costitutiva quindi si rileva argomentando a contrario dalle disposizioni del 1458.

Le parti possono ottenere la risoluzione del contratto anche ex lege, ossia in modo automatico,

senza l’intervento giudiziario; ciò avviene in tre casi: se vi è una clausola risolutiva espressa all’interno

del contratto, se dopo l’inadempimento la parte ha eseguito una diffida ad adempiere, se nel contratto

è previsto un termine, che le parti hanno qualificato come termine essenziale. In questi tre casi opera

la risoluzione di diritto: questa locuzione implica che non è necessario ricorrere al giudice, in quanto

previsto in modo specifico dal giudice; la clausola risolutiva espressa è quella clausola inserita in modo

esplicito nel contratto, attraverso cui le parti stabiliscono che l’inadempimento ad una determinata

condizione, da sola è sufficiente a determinare la risoluzione del contratto. Questo si ha quando una

delle due parti tiene ad avere una particolare prestazione, con una sua specifica qualità, suo specifico modo

e svolgimento della prestazione: nel caso di un contratto di trasporto di un quadro di un pittore famoso,

la parte contraente potrebbe inserire una clausola in cui si specifica che il trasporto debba essere fatto

da parte di una ditta specializzata. Ogni qual volta che una prestazione che si riveli avere una particolare

importanza, è opportuno inserire una clausola che preveda che vi sia risoluzione di diritto qualora le

modalità di prestazione vengano disattese; la clausola deve contenere espressamente la specifica della

risoluzione. La norma chiede che una determinata obbligazione non sia compiuta secondo le

modalità stabilite affinché la risoluzione avvenga per diritto: non si può riferirsi a prestazioni

generiche, od ad un generico inadempimento; devono essere indicate le modalità di esecuzione; una

volta inserite.

Inoltre, è necessaria una formale dichiarazione, a seguito dell’inadempimento specifico,

all’altra parte, di volersi servire della risoluzione di diritto: io ti restituisco il quadro, ormai danneggiato, e

tu mi restituisci i soldi… Gli effetti sono gli stessi di una sentenza giudiziaria.

Può essere che intervenga un giudice circa la risoluzione di diritto: in particolar modo egli vaglierà

se vi è stato effettivamente o meno inadempimento che porterà alla risoluzione di diritto; la sentenza

avrà quindi solo funzione meramente dichiarativa.

La diffida ad adempiere: qualora il venditore del quadro tardi nella consegna, l’acquirente può

inviare una diffida, intimando a controparte di adempiere in un termine congruo; con congruità si

intende quando questo non sia inferiore a 15 giorni. Scaduto il termine posto, il contratto si riterrà risolto di

diritto: la parte inadempiente si vedrà risolto il contratto, allo stesso modo se vi fosse una sentenza

giudiziaria.

La diffida può avere gli stessi effetti della mora del creditore: quest’ultima però produce effetti suoi

propri quali il sorgere degli interessi di mora, mentre la diffida, qualora sia disattesa, provocherà anche la

risoluzione del contratto.

È molto interessante guardare ad un meccanismo anch’esso di autotutela previsto sotto forma di

eccezione di inadempimento: quando ad una parte viene richiesto di adempiere, se l’altra parte non è

stata adempiente, vi può essere un’eccezione di inadempimento, come descritto dall’articolo 1460.

Art. 1460. Eccezione d'inadempimento.

Nei contratti con prestazioni corrispettive, ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione, se l'altro

non adempie o non offre di adempiere contemporaneamente la propria, salvo che termini diversi per l'adempimento siano

stati stabiliti dalle parti o risultino dalla natura del contratto. Pagina | 50

Tuttavia non può rifiutarsi l'esecuzione se, avuto riguardo alle circostanze, il rifiuto è contrario alla buona fede.

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Eccessiva onerosità sopravvenuta può riguardare solo i contratti di durata o i contratti ad

esecuzione periodica; si presume che le parti, al momento dell’accordo, non fossero in grado di

prevedere eventuali fatti sopravvenuto, non ipotizzabili, tali da determinare, a danno di una di esse, una

sproporzione che poi è dovuta. Pensiamo a contratti legati ad indici di valutazione affidati a listini,

mercati, prodotti di settori di mercato, ad esempio la vendita di alcuni generi come il gas, il cui valore

oggi può esser 10, fra 5 anni, per effetto del meccanismo di adeguamento del valore del bene, diventa

150: vi è una sproporzione tale da determinare un forte squilibrio nel sinallagma funzionale e dovuto non

a comportamenti o fattori riconducibili alla volontà dei contraenti, ma piuttosto a valori esterni.

Qualora intervenisse una svalutazione di una moneta, nei contratti avverrebbe un cataclisma: se si

verificano situazioni di questo tipo, può esserci una risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta,

la quale determinerebbe lo scioglimento del vincolo, ferme le prestazioni già eseguite. Si deve quindi

parlare di eventi straordinari ed imprevedibili.

La particolarità è che oggi questo tema dà luogo ad una forma di trattazione della materia più

aperta anche in queste ipotesi alla conservazione del contratto: in molti contratti, i contraenti se

pensano di ritrovarsi in queste situazioni (affari in Paesi instabili, …) inseriscono nel contenuto del

contratto la cd. clausola di rinegoziazione, in modo da lasciarsi libero il campo, nell’ipotesi in cui si

determinino situazioni simili, dal dover risolvere il contratto, ma si andranno semplicemente ad

obbligarsi a rinegoziare il contratto, laddove l’evento lo ha trasformato, per riadattarlo alle loro

esigenze. Ci si chiede quale tipo di efficacia abbia questo tipo di clausola: qualora una di queste non

voglia rinegoziare, quale tutela si applica? Quella di un contratto preliminare (obbligo a contrarre), o

quella corrispondente alla violazione di un obbligo qualsiasi? Sin d’ora, si potrà dire che tutto dipenderà

dalle modalità in cui verrà scritta la clausola: troppo poca giurisprudenza vi è oggi per dare un’univoca

risposta.

Impossibilità sopravvenuta: è già causa di estinzione dell’obbligazione, come già visto; se

l’obbligo deriva da un contratto, si giustifica la mancata esecuzione, dovuta a fatti imprevedibili,

eccezionali, non governabili dalla parte. Questa può essere ritenuta una risoluzione di diritto, anche se la

discussione è ancora aperta: si discute se possa avvenire anche mediante una semplice dichiarazione fra

i contraenti. In quel caso è ovvio che se una parte, interessata all’altro adempimento, qualora ha già

adempiuto alla sua obbligazione, avrà diritto alla restituzione di quanto già fatto.

Invalidità del contratto

Quando si parla di invalidità non ci si pone alcun problema riguardo agli effetti, in quanto è una

problematica del tutto secondaria: ci si chiede infatti se il contratto sia conforme al modello disegnato dal

legislatore; è importante distinguere la sfera della validità e quella dell’efficacia. Non sono categorie

assimilabili: possono coesistere, ma non sono fungibili; quando si parla di validità, si presume che la

fattispecie dell’atto sia completa nei suoi elementi essenziali, mentre quando si parla di efficacia, non ci si

pone sul profilo della perfezione della fattispecie, ma si guarda a ciò che è nella sfera esecutiva il grado di

effettività di quel vincolo. Quasi sempre, se il contratto è invalido, sarà anche inefficace: al contrario, però, si

potrà avere un contratto valido ma inefficace.

Esistono due tipi di invalidità: nullità ed annullabilità; diversa è la disciplina processuale così

come diversa è la teoria che vi sta alla base.

La nullità ha il carattere dell’assolutezza: è la fattispecie più grave e la più dirimente circa le

sorti del contratto; dichiarato nullo un contratto, esso si considera tamquam non esset. La nullità è

assoluta, secondo quanto prevede l’articolo 1418: ha un contenuto suscettibile di ampliamento, ed il

legislatore speciale si è mosso proprio in tal senso.

Art. 1418. Cause di nullità del contratto.

Il contratto è nullo quando è contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga diversamente. Pagina | 51

Producono nullità del contratto la mancanza di uno dei requisiti indicati dall'articolo 1325, l'illiceità della causa, l'illiceità dei

motivi nel caso indicato dall'articolo 1345 e la mancanza nell'oggetto dei requisiti stabiliti dall'articolo 1346.

Il contratto è altresì nullo negli altri casi stabiliti dalla legge

Si dice che sia una causa di nullità virtuale: questi criteri possono essere richiamati qualunque sia

la disciplina richiamata! Vi è nullità quando non sono presenti gli elementi essenziali, così come prevede

il comma 2 del medesimo articolo; causa di nullità è anche l’illiceità della causa, che non deve essere

contraria al buon costume, ordine pubblico,…

L’oggetto, inoltre, deve essere possibile, lecito e determinabile: la nullità può riguardare un

contratto, qualora sia stato stipulato per un motivo illecito, comune ai due contraenti; questa forma di

nullità dovuta ai fattori strutturali della fattispecie ha individuato delle cause di invalidità che riguardano

l’essenza del contratto che si sta esaminando.

L’ultimo comma dell’articolo in analisi è una clausola residuale, andando a rinviare al legislatore

l’ampliamento dei casi di nullità.

L’ordinamento giuridico non tollera in alcun modo la sussistenza di un atto viziato da patologie

che lo rendono nullo: l’assolutezza della nullità si riverbera anche sulla legittimazione ad agire a chiunque

ne abbia interesse; chiunque abbia interesse a far valere una causa di nullità, è legittimato attivamente ad

esperire l’azione di nullità. Essa, addirittura, può essere rilevata d’ufficio dal giudice. La nullità può

essere fatta valere sempre e non si prescrive mai: una volta dichiarata ha una tale forza da far valere

l’atto tamquam non esset; il giudizio che si svolge è di mero accertamento: il giudice dovrà solo verificare se si

sono verificate le cause di nullità, ed eventualmente andare ad emettere una sentenza dichiarativa di

nullità con effetto retroattivo.

Non è concepibile che il contratto nullo possa sanarsi; questo avviene anche se le parti hanno

già eseguito le prestazioni; l’unica possibilità che si può avere è un altro istituto: la conversione. Non è

una modalità per sanare un contratto nullo, che è e resta insanabile; il contratto nullo, però, può

produrre effetti diversi di un altro contratto: qualora si riesca a dimostrare che le parti non si erano

accorte della causa di nullità e che se si fossero accorte di quella causa non avrebbero stipulato quel

contratto, se le parti del contratto sono valide, allora può operarsi la conversione. Il contratto resta

1424

invalido, ma cambiano i suoi effetti, ex articolo : si salvano solo gli effetti, e solo in presenza dei due

requisiti espressi dall’articolo 1424. Art. 1424. Conversione del contratto nullo.

Il contratto nullo può produrre gli effetti di un contratto diverso, del quale contenga i requisiti di sostanza e di forma,

qualora, avuto riguardo allo scopo perseguito dalle parti, debba ritenersi che esse lo avrebbero voluto se avessero conosciuto

la nullità.

La conversione non è né rinnovazione dell’accordo, né ripetizione delle dichiarazioni di volontà: è

una dichiarazione di accertamento, ossia una dichiarazione di volontà i cui effetti una volta emanate

sono quelli previsti dalla legge, detta di accertamento in quanto si limitano ad una sorta di ricognizione che

il dichiarante stesso fa o a sé stesso o ad altri in una determinata situazione presupposta per un

determinato effetto.

Atto di accertamento è il presupposto per l’applicazione della conversione.

L’azione di nullità è imprescrittibile: sotto il profilo pratico, occorre tenere conto di quanto

prevede l’articolo 1422: Art. 1422. Imprescrittibilità dell'azione di nullità.

L'azione per far dichiarare la nullità non è soggetta a prescrizione, salvi gli effetti dell'usucapione e della prescrizione delle

azioni di ripetizione.

Vi sono quindi due fattispecie per cui l’imprescrittibilità non si applica: quando si verifichi

usucapione e quando vi sia prescrizione delle azioni di ripetizione. Normalmente, quando una

prestazione è stata eseguita non in forza di un titolo giuridico sottostante, si dice che essa è nel

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patrimonio di una parte sine titulo: su ciò si basa l’indebito e di conseguenza le azioni di ripetizione. Quello

che si sa per certo è che qualunque sia l’indebito, l’azione di ripetizione si prescrive in 10 anni.

Il contratto può inoltre essere dichiarato nullo parzialmente, in modo tale che si possa salvare

il resto del contratto stesso: nel contratto consumeristico è definita nullità di protezione.

Art. 1419. Nullità parziale.

La nullità parziale di un contratto o la nullità di singole clausole importa la nullità dell'intero contratto, se risulta che i

contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto che è colpita dalla nullità.

La nullità di singole clausole non importa la nullità del contratto, quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da norme

imperative.

Il comma 2 prevede l’inserzione automatica delle clausole ex lege: pensiamo alla vendita di

prodotti con il prezzo imposto; la clausola che prevedesse un prezzo più basso andrebbe a cadere ed

essere sostituita automaticamente da un’altra.

Art. 36. Nullità di protezione – Codice del Consumo

[…] 3. La nullità opera soltanto a vantaggio del consumatore e può essere rilevata d'ufficio dal giudice.

4. Il venditore ha diritto di regresso nei confronti del fornitore per i danni che ha subito in conseguenza

della declaratoria di nullità delle clausole dichiarate abusive. […]

L’azione inibitoria è quella che viene avanzata al giudice affinché inibisca una parte a pregiudicare

l’altra: il procedimento si svolge in camera di giudizio, ed il giudizio è sommario; se riterrà la domanda

meritevole di accoglimento, inibirà l’altra parte a continuare a commettere il fatto pregiudizievole.

L’azione è riservata alle associazioni di categoria, e viene chiamata comunemente class action.

L’annullabilità è al contrario relativa: il contratto, fino a quando non viene dichiarato annullabile,

continua a produrre effetti, senza avere la prospettiva del tamquam non esset; pur essendo invalido

produce effetti.

Le cause di annullamento riguardano uno degli elementi essenziali, e non attendono alla sua

esistenza, ma piuttosto alla sua integrità: ci riferiamo all’accordo; l’accordo, ex articolo 1325, deve esserci.

Ai fini dell'annullabilità, l’accordo è viziato qualora sia manifestato da persona incapace naturalmente o

legalmente. Queste cause danno luogo ad una patologia relativamente grave: il contratto annullabile può

essere sanato.

L’azione di annullamento può essere esperita solo dalla parte che ne ha interesse (a differenza

della nullità, che può essere esperita da chiunque e persino d’ufficio) od al più dai suoi aventi causa;

oltretutto, è relativa anche perché può essere esperita entro 5 anni dal momento in cui l’accordo può

essere concluso: si prescrive quindi in 5 anni.

La relatività si guarda sia sotto il profilo soggettivo, sia sotto il profilo oggetto, del termine

prescrizionale, in quanto se non si esperisce entro 5 anni, la stessa si prescrive; la sentenza che avrà

natura costitutiva (a differenza di quella di nullità, che ha natura dichiarativa). Si deve dimostrare una

situazione giuridica che si è determinata, circa gli effetti del contratto invalido che ha comunque

prodotto: se la sentenza non ha natura costitutiva, essa non ha gli strumenti per consentire alle parti di

riconoscere gli effetti ante sentenza. La sentenza deve inoltre travolgere gli effetti del contratto

annullabile e deve consentire ai contraenti di ricreare la situazione precedente al contratto.

Se le parti non sollevano l’azione e questa non viene mai fatta valere, potrebbe essere che un

contratto nasce annullabile e finisce sanato, in quanto le parti hanno eseguito i comportamenti che di

fatto rendono l’accordo validamente eseguito: questo vale nel momento in cui le parti si rendono conto

che è meglio continuare ad eseguire le prestazioni del contratto, piuttosto che esperire un’azione

giudiziaria.

A seconda della causa, il giudizio innanzi al giudice è condizionato da diversi elementi, quali i

vizi della volontà: violenza, errore, dolo; sono fattori che producono la dichiarazione di volontà

deformata, non corrispondente alla realtà. Non in tutti i casi esse possono dar luogo al presupposto per

l’azione di annullamento. Pagina | 53

L’errore è una situazione rappresentatasi dalla parte stessa, che o per ragioni di fatto, o per

circostanze estranee alla sua sfera di azione, non corrisponde alla realtà rappresentata nel contratto,

sicché il consenso manifestato si è fondato su una manifestazione della realtà che non è tale, in quanto è

errata; io desidero acquistare un terreno per costruire una casa, e consultando le mappe catastali non mi

accorgo che quell’area non sarà mai destinata a zona edificabile: il mio consenso si è formato su una

rappresentazione errata della realtà. Non tutti gli errori possono dar luogo all’azione di annullamento:

riprende il vigore il principio della conservazione del contratto; si dice in tutti i manuali che l’errore,

per essere rilevante, deve essere essenziale e riconoscibile. Se si parlasse dell’errore tout court, ogni

contratto sarebbe sempre annullabile: l’errore, invece, dicono le norme che deve essere essenziale; il

contenuto del contratto, la qualità delle parti, possono mutare nel tempo, possono assumere rilevanza in

base al settore di mercato a cui ci si riferisce: sull’essenzialità dell’errore i giudici spesso si esprimono in

modo che va oltre il 1429. Art. 1429. Errore essenziale.

L'errore è essenziale:

1) quando cade sulla natura o sull'oggetto del contratto;

2) quando cade sull'identità dell'oggetto della prestazione ovvero sopra una qualità dello stesso che, secondo il comune

apprezzamento o in relazione alle circostanze, deve ritenersi determinante del consenso;

3) quando cade sull'identità o sulle qualità della persona dell'altro contraente, sempre che l'una o le altre siano state

determinanti del consenso;

4) quando, trattandosi di errore di diritto, è stato la ragione unica o principale del contratto.

L’accordo deve essere anche esatto e non basato su errore che sia stato reso riconoscibile alle

parti: sul carattere della riconoscibilità ci si deve chiedere chi deve riconoscere l’errore, la parte che sta

ricevendo l’accordo, o quella che lo sta proponendo; su chi grava la diligenza? Il 1431 riesce a fare luce su ciò:

Art. 1431. Errore riconoscibile.

L'errore si considera riconoscibile quando, in relazione al contenuto, alle circostanze del contratto ovvero alla qualità dei

contraenti, una persona di normale diligenza avrebbe potuto rilevarlo.

È un gioco delle parti, in quanto si deve vedere caso per caso chi doveva essere il più diligente: la

riconoscibilità va riparametrata in modo da capire chi fosse tenuto alla diligenza ordinaria, che essendo

ordinaria il grado è molto più lieve. L’azione, per essere esperita, richiede che l’errore abbia entrambi i

requisiti: non scusabile, riconoscibile, ed essenziale.

Il dolo è uno stato soggettivo, che può incidere su una dichiarazione di volontà e viziarla: il dolo

contrattuale rileva quando la dichiarazione di volontà che tende a concludere l’accordo si è basata su una

falsità, una falsa rappresentazione della realtà, che non è però oggettiva, ma è creata artatamente dall’altra

parte. Il dolo è quindi elemento per far valere l’annullabilità del contratto.

Il dolo in questi termini è quello definito malus, in quanto quello bonus è ovunque tollerato in

quanto fa parte dell’esaltazione della merce; il dolus bonus viene messo sotto la lente nel momento in cui

oltrepassa determinati limiti che vanno a ledere il diritto alla concorrenza.

La violenza è una forza che può raggiungere connotati fisici o psichici: quella che viene

qualificata come fisica, però, causa nullità del contratto! In questo caso, l’analisi del giudice dovrà essere

su quella psichica/psicologica, consistente nel timore reverenziale, nella costrizione psicologica in cui può

trovarsi il contraente che, per compiacere l’altra parte nei cui confronti ha il timore, accetta di contrarre.

La persona incapace non può compiere atti giuridici; quando si tratti di incapaci naturali bisognerà, in

questo caso, però dimostrare la malafede di un contraente, altrimenti il contratto è ritenuto valido.

L’onere della prova è su chi vuol far valere lo stato di incapacità.

Il contratto annullabile può anche essere sanato per facta concludentia: si può dire che vi sia stato

un adeguamento dei contraenti che, pur avendo consapevolmente preso atto dell’annullabilità, hanno

verificato di fatto che le prestazioni eseguite non fossero viziate. Partendo dal presupposto che il

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contratto annullabile produce effetti, le prestazioni effettuate possono per fatti concludenti convalidare

tacitamente il contratto; anche il decorso dei 5 anni viene convalidato e resta valido in tutti i suoi effetti.

La sanatoria mediante convalida può avvenire anche in via espressa, mediante delle dichiarazioni: la

convalida espressa è normata dal Codice; è un atto unilaterale ricettizio ed è sostanzialmente costituito

dallo scambio di volontà a riconoscere gli effetti di quel contratto. Il contratto si perfeziona di per sé,

nel momento in cui la dichiarazione esce dalla sfera giuridica del dichiarante.

Art. 1444. Convalida.

Il contratto annullabile può essere convalidato dal contraente al quale spetta l'azione di annullamento, mediante un atto che

contenga la menzione del contratto e del motivo di annullabilità, e la dichiarazione che s'intende convalidarlo.

Il contratto è pure convalidato, se il contraente al quale spettava l'azione di annullamento vi ha dato volontariamente

esecuzione conoscendo il motivo di annullabilità.

La convalida non ha effetto, se chi l'esegue non è in condizione di concludere validamente il contratto.

Art. 1445. Effetti dell'annullamento nei confronti dei terzi.

L'annullamento che non dipende da incapacità legale non pregiudica i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi di buona

fede, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di annullamento.

Gli effetti, nei confronti delle parti, vengono previsti già nella sentenza: nei confronti dei terzi,

l’azione di annullamento non riguarda gli effetti nei confronti dei terzi di buona fede.

Alle parti, da una sentenza dichiarativa di annullamento, in termini di interessi concreti ha senso

solo quando vi sia pregiudizio: se per fatti concludenti, invece, viene sanata la situazione, non avrà senso

recarsi in giudizio. La cessione del contratto

Quando si parla di cessione del contratto si parla della cessione di una parte contrattuale e tutto ciò

che è il centro di imputazione di quella parte; prevale l’interesse del contraente ceduto di partecipare alla

cessione, non solo assistendo, ma esprimendo consenso o comunque manifestando la propria volontà.

Il ceduto ha diritto ad aver notificata la scelta di cedere il contratto: se esso non conosce l’avvenuta

cessione, non vi può partecipare; la cessione si perfeziona quindi con l’accordo trilatero.

Rapporto fra contraente ceduto e cedente, ossia fra le parti contraenti:

Art. 1408. Rapporti fra contraente ceduto e cedente.

Il cedente è liberato dalle sue obbligazioni verso il contraente ceduto dal momento in cui la sostituzione diviene efficace nei

confronti di questo.

Tuttavia il contraente ceduto, se ha dichiarato di non liberare il cedente, può agire contro di lui qualora il cessionario non

adempia le obbligazioni assunte.

Nel caso previsto dal comma precedente, il contraente ceduto deve dare notizia al cedente dell'inadempimento del

cessionario, entro quindici giorni da quello in cui l'inadempimento si è verificato; in mancanza è tenuto al risarcimento del

danno.

Art. 1409. Rapporti fra contraente ceduto e cessionario.

Il contraente ceduto può opporre al cessionario tutte le eccezioni derivanti dal contratto, ma non quelle fondate su altri

rapporti col cedente, salvo che ne abbia fatto espressa riserva al momento in cui ha consentito alla sostituzione.

Art. 1410. Rapporti fra cedente e cessionario.

Il cedente è tenuto a garantire la validità del contratto.

Se il cedente assume la garanzia dell'adempimento del contratto, egli risponde come un fideiussore per le obbligazioni del

contraente ceduto.

Rispondere come un fidejussore significa rispondere in solido, quindi secondo le regole delle

obbligazioni solidali. Le fonti atipiche del rapporto obbligatorio Pagina | 55

Le fonti atipiche del rapporto obbligatorie sono quelle differenti da contratto ed illecito: vi è una fonte

atipica di obbligazioni che crea molti problemi all’interprete, non solo perché lo toglie dalla comoda

elencazione di fonti obbligatorie, che potrebbe essere prevista dal legislatore: sarebbe molto più

comodo avere un’elencazione. È l’interprete che deve capire se un determinato atto o fatto (anche non

giudico).

Solo quando decide la Corte di Cassazione sull’interpretazione di un determinato atto o fatto si

può dire di avere una ricostruzione utile ed efficace: l’interpretazione data dalla Cassazione, però,

sappiamo essere formalmente legge solo fra le parti.

Alcune figure atipiche provengono dal diritto romano, che però interessano tendenzialmente

meno in quanto sono già disciplinate: potrebbe sorgere la domanda sulla loro atipicità, che si ravvisa

sotto l’incertezza che si sostanzia nei presupposti per l’applicazione, sulla possibilità di ricondurla a

fattispecie precise, …

Qualche tempo fa, in occasione della trattazione della garanzia reale del credito ovvero anche della

fase esecutiva del contratto, abbiamo menzionato alcune figure negoziali che potrebbero essere richiamate

come fonti atipiche di obbligazioni: si trattava delle lettere di patronage, il garantievertrag, le forme di garanzie

personali attraverso l’uso della fidejussione. Queste figure sono già all’attenzione dei giudici italiani, che non

possono fare altro che vagliarli, in quanto vige il principio della atipicità delle fonti; esiste però un altro

fondamentale principio, che riguarda la teoria delle promesse unilaterali, la cui disciplina esordisce con

la tipicità di tali fonti: da un lato, nella prassi, abbiamo figure negoziali, atti unilaterali a contenuto

negoziale, che ben si allineano al principio dell’atipicità delle obbligazioni, dall’altra, nella teoria, la tipicità

che rende l’accoglimento di tali atti solo se caratterizzati dalla forma tipo prevista dall’ordinamento.

Art. 1987. Efficacia delle promesse.

La promessa unilaterale di una prestazione non produce effetti obbligatori fuori dei casi ammessi dalla legge.

La giurisprudenza, innanzi a queste ipotesi, come si comporta? Le lettere di patronage hanno la

funzione di assistere, attraverso una sorta di impegno esterno, a garanzia del debito assunto la posizione

passiva del rapporto obbligatorio, in termini di ulteriore obbligazione, quasi per rafforzare

l’obbligazione principale: Tizio e Caio stipulano un contratto di fornitura per ingenti quantità di

materiale; il fornitore, prima intraprendere questa operazione commerciale, fa delle indagini sulla

consistenza patrimoniale di controparte. Per operatori stranieri è molto più semplice pensare a quelle

forme di garanzie di terzi, che rafforzano la situazione debitoria a volte addirittura con impegno

personale nel subentrare nella situazione debitoria della parte.

Nel nostro sistema la lettera di patronage non è ammessa, ma fa sorgere comunque degli obblighi:

colui che garantisce a volte si limita a dare una garanzia al debitore (ha già negoziato con quell’operatore ed ha

avuto immediata solvenza); quali obblighi nascono, in tale fattispecie? Sin dall’inizio, per la giurisprudenza

italiana, le lettere di patronage si interpretavano come dei meri rapporti ulteriori rispetto al rapporto di

base: questa impostazione iniziale, che può valere per qualsiasi forma atipica di garanzia, ha ritenuto di

valutare tali lettere al pari delle lettere di presentazione. Verso la fine degli anni ‘80, invece, estendendosi

l’uso di tali lettere, anche con contenuti ben differenti integranti anche l’assunzione di veri e propri

obblighi e quindi garanzie di terzi, la giurisprudenza stessa ha iniziato a guardare con occhio diverso: tutte

quelle lettere che contenevano locuzioni quali mi impegno a, vennero viste come una solidarietà passiva,

forma conosciuta nel nostro sistema.

Per come è concepita la norma (articolo 1987), questa non è derogabile: non è dedicata alle parti

di un contratto, ma all’interprete; per uscire dall’impasse, si ricorre ad un altro schema: l’adempimento

del terzo; al di là del nomen juris, con questi modelli così generali, il modello trilaterale che non implica

l’accettazione di chi si impegna può essere adottato in questo caso. Nell’espressione dell’autonomia

negoziale dei privati non ci si può chiudere innanzi a figure atipiche, o meglio sostanzialmente integranti

ipotesi atipiche, prese in considerazione dagli interpreti, in particolar modo dalla giurisprudenza. Questi

atti di terzi, se a contenuto obbligatorio, se si ravvisa la volontà di assumere determinati obblighi, si

potranno intendere quali garanzie del terzo allegate al contratto.

La più diversificata tipologia contente obbligazioni che potrebbero essere dichiarate atipiche, poi

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tipizzate da leggi speciali, sono i titoli di credito: la più diversificata tipologia di promesse unilaterali, con

connotati propri, disciplinati da leggi speciali. Si basano sul principio dell’astrazione causale, perché questi

circolano con modalità differenti da una mano all’altra, a seconda che siano nominativi o che siano al

portatore, e perché sono assistiti da garanzie proprie tali da condurre direttamente il creditore non ad

instaurare un giudizio di cognizione ed accertamento prima di escutere il debitore, ma di andare

direttamente alla fase esecutiva: si può pensare alla cambiale, che se nelle mani di un creditore, fa saltare

la fase di cognizione, essendo ritenuto un titolo esecutivo innanzi al giudice delle esecuzioni.

Ci si concentrerà su gestione di affari altrui, pagamento dell’indebito, ingiustificato

arricchimento: il pagamento dell’indebito si rinviene ogni qual volta ci sia una prestazione già eseguita;

l’ingiustificato arricchimento è una fattispecie residuale, azione sussidiaria in quanto essa non è possibile che

venga esplicata se vi è un rimedio più diretto e consono al diritto che si sta vantando.

La gestione di affari altrui fa capire quanto ritardo vi sia nell’intervento legislativo: nella

gestione di affari altrui, un soggetto avvia e porta avanti un’attività giuridicamente rilevante nell’interesse di

un altro soggetto, che però non gli ha conferito alcun potere. Il gerente ha iniziato a compiere atti

giuridici rilevanti nell’interesse della persona a cui riferisce questa attività: colui che è gestito può anche

non sapere di questa attività avviata dal gerente, e magari ritrovarsi solo a posteriori all’interno di questa

attività iniziata.

Il primo carattere, quindi, è l’assunzione spontanea dell’attività nell’interesse altrui, senza

dunque che esista un vero e proprio rapporto giuridico sottostante: ciò ricorda l’espromissione; in

questo schema generale che parte dall’espromissione si aggiungono altri caratteri. Innanzitutto si

realizza un fenomeno tipico della rappresentanza: non vi è una procura od un mandato formalizzato fra le

persone interessate, con cui conferire i poteri, tuttavia le norme ci dicono che quando il gerente avvia

un’attività giuridicamente rilevante deve adeguarsi e risponde mediante le norme del mandato. Gli

effetti dunque sono quelli e sono quelli che provocherebbe la disciplina stessa se anziché esserci la

spontaneità vi fosse un conferimento di incarico vero e proprio: si dovrà distinguere, in quanto se il

gerente agisce in nome proprio, si produrranno gli stessi effetti che avrebbe prodotto la rappresentanza

diretta qualora vi sia una procura formale. Se il gerente dichiarerà che l’interesse è altrui, si produrranno gli

effetti della rappresentanza indiretta, ed egli avrà quindi l’obbligo di trasferire nella sfera del gestito i diritti

acquisiti. Il gestore deve avere la capacità d’agire.

Se egli porta avanti un’attività che si rivelerà utile per il gestito, il quale ancora non lo sa, il gestito

avrà l’obbligo di assumere su di sé tutte le prestazioni che sarebbero in capo al lui se avesse compiuto

quelle attività; colui che agisce non ha poteri e si sta comportando in modo spontaneo ed utile. Egli è

sottoposto, ci dice la legge, alle norme sul mandato, ed è quindi trattato come un mandatario.

Se il mandatario fosse richiamato al risarcimento dei danni per il suo operato, deve essere

considerato il fatto che egli ha agito spontaneamente e con l’intento di portare un miglioramento nella sfera

del gestito: la legge afferma quindi che deve essere tenuto in conto ciò e quindi la condanna dovrebbe

essere inferiore, in linea di massima. Egli risponderebbe a titolo di responsabilità contrattuale, qualora vi

fosse un formale mandato; ma il gestore, a che titolo risponde? La moderazione del risarcimento potrebbe far

pensare che sia esclusa la responsabilità di tipo contrattuale (secondo l’idea che deve esserci alla base un

contratto per utilizzare tale fattispecie): si deve ritenere che il gestore, nonostante non fosse obbligato

ad alcunché, tuttavia ha iniziato un’attività sul presupposto che questa sarebbe stata utile per il gestito, in

gergo poco tecnico a fin di bene. Se per negligenza o per non avere valutato bene, egli provoca dei danni

che è tenuto a risarcire, allora il giudice potrà tener conto del fatto che non essendovi obbligazione

alcuna derivante da contratto, il gerente può essere in qualche modo graziato nel quantum.

Art. 2030. Obbligazioni del gestore.

Il gestore è soggetto alle stesse obbligazioni che deriverebbero da un mandato.

Tuttavia il giudice, in considerazione delle circostanze che hanno indotto il gestore ad assumere la gestione, può moderare il

risarcimento dei danni ai quali questi sarebbe tenuto per effetto della sua colpa. Pagina | 57

La norma dice che quindi il gerente non può essere messo al pari di un vero e proprio mandatario:

il giudice può tenere conto di questo e moderare il risarcimento; è chiaro che se il giudice si trovi

innanzi ad un gerente che colpevolmente ha gestito male la situazione, l’entità del risarcimento sarebbe

piena e non moderato: tutto dipende dalla valutazione caso per caso e dal giudizio personale del giudice.

Se al contrario si è avuto un beneficio, colui che subentra, qualora lo faccia durante lo

svolgimento degli affari, dovrà solo subentrare ed eventualmente rimborsare il gerente; qualora invece si

inserisca ad affari conclusi, egli dovrà semplicemente ratificare gli effetti; la ratifica è quell’atto che si è

già incontrato durante l’analisi del falsus procurator.

La spontaneità della gestione è l’elemento caratterizzante di questo istituto: a ciò si deve quindi il

fatto che non sia assolutamente necessario un mandato formale.

Il pagamento dell’indebito presuppone quelle situazioni che, a seguito dello scioglimento di

un vincolo, abbiano lasciato nel patrimonio di un soggetto dei diritti; l’indebito è quella fattispecie in cui

si è pagato qualcosa che non andava pagato, ovvero si è pagato nelle mani di chi non era debitore: si

suole distinguere fra indebito oggettivo ed indebito soggettivo. Si ha indebito oggettivo qualora un soggetto

adempia ad una prestazione a cui non era tenuto ad adempiere, in quanto non c’era il titolo (pagamento di

un debito prescritto, prestazione effettuata in adempimento di un contratto poi dichiarato nullo); indebito soggettivo,

invece, si ha quanto la persona tenuta all’adempimento adempie ma nelle mani di altri, ossia di un

soggetto che egli crede essere creditore, ma realmente non lo è.

Il principio generale è che chi riceve una prestazione non dovuta ovvero non attesa è tenuto a restituirla:

tecnicamente, la restituzione si dice ripetizione; si parlerà, quindi, di azioni di ripetizioni

dell’indebito. Se l’indebito è oggettivo, non vi è dubbio che chi ha adempiuto senza che fosse tenuto,

ha diritto di ripetere la prestazione: egli deve ottenerla indietro da chi la ha riscossa; se dovesse essere

passato del tempo, e si parli di somme di denaro, e fra il momento del pagamento ed il momento della

ripetizione, la somma stessa avrà prodotto dei frutti (interessi). La ripetizione andrà fatta completa degli

interessi maturati dal giorno in cui si è eseguita la prestazione, qualora il soggetto ricevente se ne sia

accorto immediatamente e quindi si trovi in uno stato di malafede, mentre dal momento della domanda,

qualora il soggetto fosse in buona fede e non se ne sia accorto, ignaro dell’indebito.

Vi è quindi una legittimazione attiva nei confronti di colui che ha ricevuto la prestazione; chi

esperisce l’azione avrà diritto di ricevere la ripetizione della prestazione e dei frutti, distinguendo le due

ipotesi sopracitate a seconda che si tratti di situazioni in buona o mala fede.

In caso di indebito soggettivo si dovrà verificare il profilo soggettivo (la situazione di buona o mala

fede) in cui si trovi colui che esegue: in questo caso non si parla di buona fede oggettiva, ma piuttosto si

verificherà la buona fede oggettiva (ignoranza di ledere l’altrui diritto), che presuppone un elemento in più

da portare in giudizio. Innanzitutto vi sarà una presunzione di buona fede da parte di colui che adempie; in

l’errore scusabile

secondo luogo, non basterà affermare di ignorare l’altrui diritto, ma anche dimostrare .

Il soggetto deve quindi dimostrare di essere nella situazione di falsa rappresentazione della realtà.

La diligenza, però, è richiesta anche ex latere creditoris: per un indebito soggettivo, il creditore

beneficerà della buona fede, mentre il debitore dovrà dimostrare la mala fede del creditore e l’errore

scusabile, salvo che si inverta l’onere della prova a carico del creditore che dovrà dimostrare

l’inescusabilità dell’errore.

L’indebito non è ammesso nelle obbligazioni naturali, ossia quelle che non nascono dalla legge,

ma nascono da fatti spontanei che però una volta eseguite non possono più essere ripetute, qualora si

ravvisi l’errore: l’adempimento di un obbligo prescritto è un’obbligazione naturale, in quanto se il

debitore andrà comunque a pagare, non potrà pentendosi esperire l’azione di restituzione.

L’azione di ingiustificato arricchimento non ha una condizione precisa che si deve verificare:

questa può essere esperita ogni qual volta non vi sia un rimedio specifico per chiedere tutela al giudice; essa è

sussidiaria, in quanto ha sempre bisogno di un’azione principale. Deve essere sempre preceduta da

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un’azione principale, così come visto nell’azione di nullità.

Il sistema è abbastanza generico e questo è un ricorso giudiziario generico il più ampio

possibile, ma molto utile ai fini pratici per chiunque voglia ripristinare le situazioni ante obbligazione.

La Responsabilità

Quando si parla di responsabilità civile non si intende solo la responsabilità da fatto illecito o

extracontrattuale, come fanno molti civilisti; invece, si deve intendere quel grande contenitore che

contiene la responsabilità extracontrattuale e quella da violazione contrattuale. Questa va tenuta distinta,

ovviamente, dalla responsabilità penale, branca completamente diversa, anche se il segmento derivante

dal fatto illecito si nutre della branca penalistica; la responsabilità civile risponde alla tutela dei rapporti fra i

privati, anche se una parte di essa, cioè quella derivante da fatto illecito, ha anche una valenza di tipo

sociale e quindi una valenza ed una rispondenza all’interesse generale. Quella penale è una disciplina

affidata a norme imperative di ordine pubblico, irrinunciabili ed inderogabili, tanto che l’azione penale è

obbligatoria per chiunque ne venga a conoscenza: vi è addirittura una parte processuale, stante il carattere

pubblicistico di interesse generale che la disciplina riveste.

La responsabilità da fatto illecito

L’illecito è la fonte delle obbligazioni che insieme al contratto rappresenta la parte più rilevante

da cui può originare un rapporto obbligatorio: il semplice vincolo fra le parti e la forza di legge che la

produce, nel contratto, origina una serie di obbligazioni. Il contratto, dunque, non è solo fonte di

obbligazioni, ma può generare tante obbligazioni.

L’illecito, invece, genera un obbligo, solo di tipo risarcitorio: l’illecito civile consiste in un

comportamento non iure e contra ius, tale da aver provocato un pregiudizio nella sfera giuridica altrui; il

principio del naeminem laedere origina dalla tutela Aquiliana romanistica: nessuno può essere intaccato

nella propria sfera giuridica. La norma principe, come noto, è l’articolo 2043, clausola generale del

sistema civilistico, proprio per l’astrattezza del dispositivo, tanto da aver generato un’evoluzione

giurisprudenziale del concetto di illecito che è tuttora in movimento. Tentare di definire e dare un

confine al concetto di illecito è stato sempre opera e attività caratterizzata da insufficienza, è stato

sempre impossibile definire una volta per tutte il concetto di illecito civile, essendo esso caratterizzato

dall’atipicità; la norma che lo contempla, per questo, è definita la più importante clausola generale del sistema

civilistico.

Vi è quindi una definizione incompleta di illecito, che molto probabilmente mai sarà integralmente

completa: da ciò consegue la atipicità del concetto stesso, ergo generalità del presupposto stesso.

Perché è difficile definire l’illecito civile? A differenza del sistema penalistico (nullum crimen sine legem),

dove vige un serrato principio della tipicità dell’illecito penale, l’illecito civile gode di una totale

generalità che consente agli interpreti di individuare il comportamento da perseguire in ogni

comportamento. L’articolo 2043, nella sua scarna semplicità, ha dato luogo nei millenni ad interi

trattati da parte degli studiosi ed ad un’interpretazione giurisprudenziale molto ricca: per far capire

come il 2043 è collegato alla sensibilità storica del momento, questo tipo di arricchimento concettuale si

muove molto velocemente soprattutto a partire dagli inizi anni ‘60. Nella concezione dominante nel

momento dell’entrata in vigore del Codice, la responsabilità civile era nettamente divisa in due grandi

categorie: responsabilità da inadempimento, che prevedeva un’azione a favore del creditore che a fronte

dell’inadempimento del debitore poteva esperire; questa azione veniva ritenuta, sostanzialmente, a tutela

del credito (articolo 1218). I diritti soggettivi assoluti, opponibili erga omnes, appartenevano alla categoria di

diritti da tutelare attraverso la seconda categoria, quindi quella della responsabilità extracontrattuale, ex

articolo 2043.

Vi era quindi un sistema binario, in cui le due sfere di azioni non interferivano con l’altra: la

giurisprudenza, nella sua sistematicità, applicava o una o l’altra fattispecie: oggi, invece, la situazione è

totalmente differente. Man mano che si sono evoluti i tempi, la lettura del 2043, entro questo sistema

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così binario e così settoriale, non è conforme alla ratio del principio del naeminem laedere: la dottrina più

d’avanguardia, dopo la rivoluzione dei costumi del ‘68, si sono accampate sempre più pretese

risarcitorie, quando il catalogo dei diritti si è amplificato e si è operato anche un cambiamento anche di

rotta da parte degli studiosi. Art. 2043. Risarcimento per fatto illecito.

Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga

colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

Una prima svolta della giurisprudenza si ebbe nei casi giurisprudenziali del Torino Calcio e

Meroni: nel primo caso, si agì oltre che per responsabilità contrattuale, ma anche per responsabilità

extracontrattuale, in quanto vi era una perdita ulteriore rispetto a diritti di credito nei confronti dei

calciatori, vantaggi della vittoria del campionato, sponsor, … lamentando la lesione di pretese creditorie che

vantava verso terzi. In questo caso, i giudici di Cassazione si sono mostrati sensibili però al

ragionamento del Torino Calcio, avanzando ipotesi di meritevolezza delle loro pretese: ragionando, non

nella decisione ma negli obiter dicta, si affermava che qualunque fatto potrebbe essere anche quel tipo di

lesione. Il caso di svolta fu il secondo, ossia il caso Meroni: all’assicurazione non si chiedevano solo i

risarcimenti legati alla morte del calciatore, ma la società chiedeva un risarcimento per lesione al diritto di

credito che essa vantava verso i calciatori; venendo meno il calciatore, sono venuti meno, secondo la

società, anche i crediti, e le aspettative di vincita del campionato. La Corte di Cassazione, in un obiter

dictum, stante l’atipicità dell’illecito civile, si deve riconoscere il diritto di credito, purché la parte che vanta

quel credito riesca in giudizio a dimostrare ed integrare tutti i presupposti e tutte le prove che sono

necessarie per un giudizio da responsabilità da fatto illecito.

Comincia a venire in crisi, quindi, la dicotomia responsabilità da fatto illecito e da illecito contrattuale:

un altro grande tema, che ha interessato la dottrina e poi conseguentemente la giurisprudenza, è la

lesione degli interessi legittimi; se essi venivano (o si ritenevano comunque) violati, inizialmente, si riteneva

che fosse prerogativa del giudice amministrativo decidere in tal senso. Invero, da una lesione degli interessi

legittimi, non c’è solo una violazione del principio di legalità, ma sorgono anche dei danni; il danno al

privato arriva tale e quale al danno che sorge da responsabilità extracontrattuale.

500/99

La sentenza a Sezioni Unite, , con puntuale e molto circostanziata motivazione, arrivò a

riconoscere fondamento a questa tutela in sede civile della lesione derivante dalla lesione derivante da

un interesse legittimo: si disse che il concetto di illecito è strettamente connesso al pregiudizio, nel senso

che è il pregiudizio, è il danno, che dà luogo al concetto di lesione, e a seconda del pregiudizio seguito,

si andrà a qualificare la situazione che si sta vantando. Perché, quindi, la lesione di un interesse legittimo

dovrebbe avere una tutela differente rispetto a quella fatta da un privato?

In sé, si dice che è facile individuare le modalità per applicare il 2043 all’interno delle lesioni

degli interessi legittimi: la Cassazione dice che è quindi possibile individuare un soggetto (in quanto si

avanzava l’obiezione per cui non ci fosse un soggetto in capo a cui imputare la responsabilità); il giudice

condannerà, eventualmente, la PA, che poi, con procedimento interno, eventualmente si rifarà sul

responsabile del procedimento.

Si è dovuto creare un nuovo sistema di giurisdizione nella materia del risarcimento del danno

nell’agire della PA, che da quel momento si è completamente dovuto riformare e riformulare.

Una nuova stagione si ebbe nel momento in cui la dottrina iniziò a domandarsi quale genere di

lesione ed in che termini dovesse quantificarsi la lesione in termini di risarcimento del danno; noi

sappiamo già che il danno ha dei criteri di misurazione: danno emergente e lucro cessante. Negli anni ‘80, la

dottrina diceva che vi sono delle lesioni che non possono essere ricondotti alla mera misurazione di

danno emergente e lucro cessante, perché ci sono situazioni giuridiche soggettive che se violate non

producono solo un danno patrimoniale, ma anche danni non patrimoniali: danni psichici, morali, danno

biologico, esistenziale, … Pagina | 60

Si trattava prevalentemente di lesione di interessi attinenti alla persona, quindi dei diritti della

personalità: se qualcuno lede il mio onore e la mia reputazione, non mi danneggia solo in termini

patrimoniali, ma vi è anche un danno incommensurabile, il danno morale. Il Codice Civile, con il 2043,

tutela in effetti il danno patrimoniale: si deve partire dall’articolo 2059, norma di chiusura della

responsabilità extracontrattuale e dell’intero libro IV.

Art. 2059. Danni non patrimoniali.

Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla

legge.

Si riteneva che il danno non patrimoniale fosse limitato a quelle situazioni in cui il fatto illecito

derivasse da un comportamento integrante l’ipotesi di reato; si diceva, prima degli anni ‘80, che la

condanna e quindi il riconoscimento di un reato, poteva aprire la possibilità ad un procedimento civile

di risarcimento del danno.

In determinate situazioni, si apre, all’interno del procedimento penale, automaticamente un

procedimento civile: ne è l’esempio l’ingiuria; il 2059, si diceva, lo si può applicare solo nel giudizio

penale; il danno non patrimoniale, si diceva, si può attivare solo quando prima si verifichi che il

comportamento ha integrato anche un reato.

Questa concezione, dagli anni ‘80, ha iniziato ad incrinarsi: si è iniziato a ritenere che il 2059

non si riferisce ai casi penali, ma ai casi determinati dalla legge; ogni lesione, si pensava, può dar luogo

all’applicazione del 2059. In quegli anni, quella concezione così allargata provocò un abuso della tecnica

ermeneutica, fino al punto di elaborare il concetto di danno biologico, danno esistenziale, danno da vita di

relazione, danno da patema d’animo, …

Nel 2008, le Sezioni Unite con le cd. sentenze di San Martino, intervenne questa sorta di deriva

risarcitoria che si era prodotta: in questo modo, a furia di accogliere ogni richiesta risarcitoria, si era

arrivati a situazioni paradossali. Si elaborò un concetto di danno non patrimoniale che fosse

comprensivo delle diverse istanze provenute nel tempo: certamente è sicuro che il risarcimento del

danno si può chiedere anche quando integra gli estremi di un reato; è già prevista, infatti, la

costituzione di parte civile: ci sarà sempre una lesione di qualche diritto soggettivo a seguito di un

reato. La Cassazione, piuttosto, si interroga quale invece sia la norma che riconosca tutte quelle

fattispecie quali il danno esistenziale, danno da vita di relazione, …

Il giudice deve verificare che determinate tutele richieste dalle parti trovino corrispondenza in

norme di legge, mentre dovrà non assolutamente dare tutela a tutte quelle fattispecie del patema d’animo

di tutti i giorni che non trovano tutela in leggi speciali.

Oggi, nonostante le sentenze di San Martino, non siamo in grado di tipizzare le fattispecie, in

quanto per altre Cassazioni successive devono essere ricomprese altre fattispecie; qualunque fatto è un

concetto talmente ampio che è in continuo divenire.

In un’impostazione sistematica si dovrà tenere conto dell’articolo 2043, norma di apertura nella

materia in oggetto, distinta da tutte le altre ipotesi particolari disciplinate dal legislatore speciale o

individuabili attraverso l’interpretazione delle stesse, che quindi non hanno un riscontro normativo.

Non per questo si deve immaginare un sistema avulso dai principi generali del 2043, anzi analizzando il

testo di Castronovo si rileverà quanta inconsistenza abbia la binarietà dell’illecito.

Esistono tante ipotesi di responsabilità extracontrattuali speciali: ciascuna presenterà delle

connotazioni e caratteristiche proprie che si distaccano dal modello generale del 2043; c’è un rapporto

di genus a species, ma per metodologia si sa che non si può capire la species se non si comprende il genus di

responsabilità extracontrattuale. La norma del 2043 va spiegata quasi parola per parola, dando significato ad

ognuna.

Qualunque atto doloso o colposo: elemento soggettivo in quanto dolo e colpa si riferiscono

esclusivamente alla caratterizzazione del comportamento dell’agente, ossia dell’autore dell’atto o fatto,

strettamente legato al comportamento umano quindi, o come vedremo ad un fatto che è sotto il

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controllo dell’uomo, ma che segnatamente vengono individuate come elemento soggettivo della

fattispecie generale. Non esiste, nel Codice, una definizione né del dolo né della colpa: si sono già

analizzate le fattispecie, il dolo come vizio della volontà, … Queste definizioni però non sono utili per

l’illecito ex articolo 2043.

In questa fattispecie è più utile utilizzare la definizione data dal Codice Penale, nel quale invece

dolo

troviamo appunto definizione: per , si deve intendere il comportamento dell’agente che

presuppone l’intenzionalità dello stesso di nuocere nella sfera giuridica altrui, di provocare un danno; se

distruggo la siepe del vicino di casa, perché voglio, per ritorsione, compiere o provocare un danno,

questo comportamento è doloso, in quanto caratterizzato dall’intenzione di nuocere.

colpa

Per quanto riguarda la , questa è più difficile da rinvenire: la colpa caratterizza un

atteggiamento non preordinato a provocare un danno, ma un atteggiamento piuttosto dovuto o a

negligenza (scarsa cura), imprudenza ed imperizia; a ciò si aggiunge anche la non applicazione di

norme e regolamenti. Non è necessario che si compia un’azione, basta anche un’omissione. Colui che

provoca un incidente stradale e causa lesioni ad una vittima, se lascia la vittima senza prestare soccorso,

incorre in una colpa omissiva, in quanto doveva agire ma non ha agito: azione od omissione comportano, di

sicuro, la gravità della colpa. La colpa, di conseguenza, subisce una gradazione: un comportamento sarà

più o meno colposo, a seconda della quantità e del grado di negligenza, imprudenza ed imperizia che vi è

stata nel causare quel danno. Ai fini risarcitori, questa gradazione avrà enorme rilevanza. Si suole

distinguere, a tal proposito, fra colpa grave, lieve e lievissima.

Nel 2043, dolo e colpa sono elementi essenziali che caratterizzano il comportamento

dell’agente: si parla di nesso di causalità, ulteriore elemento essenziale, ossia quel rapporto di causa ed

effetto che si deve creare fra comportamento doloso o colposo dell’agente (ovvero l’omissione dolosa o colposa) ed il

danno subito dalla vittima. Il nesso di causalità non è inteso nella stessa accezione dell’ambito penalistico,

dove il nesso deve essere diretto, quindi deve essere un rapporto letteralmente di causa ed effetto: se

colpisco Tizio con un pugno, e Tizio sviene, nell’ambito penalistico, per integrare il reato di lesioni personali, il pugno

intenzionalmente deve avere caratterizzato da solo lo svenimento. Nell’illecito civile, invece, il nesso non è inteso

in senso così stretto: è sempre un rapporto di causa ed effetto, ma circa l’elemento del diretto, man mano

che si è andati avanti nell’evoluzione del concetto, questo si è sempre più attenuato, andando ad

accogliere l’ipotesi per cui l’agente avrebbe potuto prevedere che dal suo comportamento si sarebbe

potuto creare un danno. L’area della causalità copre anche il cd. elemento prevedibile, nell’ambito

civilistico; l’area della prevenzione implica che nel comportamento dell’agente si richieda una maggiore

cautela, con una enorme ed aumentata rilevanza del senso della colpa, nel senso che si richiede

all’agente non una semplice attenzione dovuta alla perizia o diligenza, ma anche quell’attenzione che

deve valutare in via preventiva ciò che può causare un comportamento (od un’eventuale omissione).

L’oggettivizzazione della colpa è un concetto che si è sempre più sviluppato negli anni, tanto da

estendere sempre di più il raggio d’azione dell’illecito: se non ci fosse stata questa concezione

oggettivizzata, non si sarebbe mai potuta creare la fattispecie della lesione dell’interesse legittimo, trattato

sopra. Oggi, quindi, ci si è quasi totalmente staccati dalla concezione soggettiva della colpa.

Profilo dell’antigiuridicità del comportamento: un fatto doloso o colposo integra l’illecito civile qualora

vi sia nesso di causalità, non è sufficiente che il fatto sia antigiuridico; il danno, dunque, è l’elemento che

con la sua antigiuridicità fa in modo che il comportamento altrui sia considerato non iure o contra ius: in

questo sta l’antigiuridicità del comportamento e quindi il concetto di danno, perché la conseguenza

immediata o diretta, o la conseguenza dovuta alla scarsa prevenzione da parte dell’agente non sempre è

comportamento antigiuridico, ma solo quando provoca un danno. Si può trattare di danno nella sfera

patrimoniale, personale, … ma deve essere sempre un pregiudizio, dovuto ad un comportamento non iure

(contrario a leggi specifiche) o contra ius (contrario ai principi generali dell’ordinamento).

Il danno, inoltre, deve essere ingiusto: qualcuno potrebbe dire che è già insita nel concetto di

danno l’ingiustizia; occorre fare un bilanciamento degli interessi in gioco, dei beni e degli interessi tutelati.

Spetterà al giudice valutare caso per caso entro quali limiti un comportamento è ingiusto, ovvero integra

l’ipotesi di un danno, ma essendo giusto è da sopportare: in questo ultimo caso viene meno un

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elemento essenziale che rende inapplicabile il 2043.

Vi è un assetto di interessi sul quale tuttora si dibatte: nel corso delle elaborazioni di dottrina e

giurisprudenza si è detto, da un lato, nell’illecito civile la responsabilità ha la funzione riparatoria; in altre

interpretazioni, si dice invece, che la responsabilità è un deterrente per chi, sapendo della disciplina

dell’illecito, si ammonisca da solo nel non commettere l’illecito, nell’essere perito e diligente, …

L’ordinamento, quindi, tenta di riparare il danno attraverso l’apparato del risarcimento del danno.

Il danneggiato sarà creditore di un risarcimento del danno; non sempre è sufficiente arrivare ad

integrare questi elementi per arrivare al risarcimento del danno: esistono delle situazioni che, più che far

perdere al danno l’antigiuridicità, esonerano il risarcimento per un danno, che però viene comunque

ritenuto ingiusto.

Legittimità difesa si configura nel momento in cui un soggetto reagisce ad un altro, rischiando

a sua volta un danno: si parla di causa esimente, che permette al soggetto di esimersi dal risarcimento;

qualora non si ravvisi la legittima difesa, entrambi saranno nella situazione di danneggianti.

Lo stato di necessità è un’altra situazione esimente: lo necessità da reagire in modo tale da creare

un danno ad altri deriva dal pericolo che si sta subendo, personalmente o nei confronti di familiare,

sicché l’autore del danno o reagiva in quel modo o subiva egli stesso un danno e quindi un altro danno.

Lo stato di necessità implica la costrizione, l’inevitabile comportamento dannoso che serve per salvarsi.

Nell’ambito civilistico, l’incapace naturale non può essere esonerato solo per allegare la sua condizione:

l’incapace naturale risponde e si esonera solo nel momento in cui dimostra che il fatto che ha causato

l’incapacità non è stata causata da lui stesso (ubriaco).

Mentre il danneggiato, nell’azione ex articolo 2043, il danneggiato ha l’onere di provare tutti i

requisiti per il riconoscimento del danno, il convenuto può e deve al più difendersi adducendo una

causa di esonero o destituendo di fondamento le prove addotte dall’attore. La prescrizione è di cinque

anni. Anche il nesso di causalità può essere destituito di fondamento; esiste, inoltre, il cd. concorso

di colpa: colui che è chiamato a rispondere di un fatto illecito eccepisce sostanzialmente che non è

l’unico responsabile; è procedura usuale nelle controversie riguardo incidenti stradali: il concorso di colpa

tende a distribuire sul comportamento dello stesso danneggiato parte della responsabilità. La previsione

è contenuta nel articolo 1227, dedicata al concorso di colpa del creditore, che può essere applicata

anche al danno extracontrattuale. Il danneggiante, qualora accolta la sua eccezione, potrà quantomeno

ridurre il risarcimento del danno: l’esempio tipico è quello del pedone che attraversa fuori dalle strisce

ed in tal modo ha causato egli stesso, in modo totale, il suo danneggiamento, violando le norme del

Codice della Strada; riscontrato il suo concorso di colpa, avrà il risarcimento del danno riparametrato

alla quota di responsabilità sua.

I possibili soggetti più esposti ad azione di responsabilità extracontrattuale possono

volontariamente o devono obbligatoriamente stipulare un’assicurazione, che permette al soggetto di non

pagare egli stesso il risarcimento, che sarà invece corrisposto dall’assicurazione.

Si tratta di ipotesi speciali in quanto gli elementi della fattispecie non sono tutti coincidenti con la

normativa del Codice, ovvero la disciplina si atteggia diversamente riguardo l’onere della prova: le

fattispecie trattate nel Codice sono la responsabilità per fatto illecito compiuto da incapaci, da circolazione di

veicoli, … Il Codice aveva una sorta di catalogazione, ed il legislatore sapeva già che le forme speciali di

responsabilità non sarebbero state limitate a quelle del Codice; oggi abbiamo la trattazione degli illeciti

ambientali, informatici, … Ogni fattispecie va analizzata nella sua autonoma esistenza e sempre

parametrata al 2043, in modo da individuare le differenze ed analogie rispetto alla disciplina generale.

Ci sono delle situazioni in cui si ravvisa una responsabilità oggettiva, in quanto quella

funzione svolta si considera ex se, autonomamente, idonea di creare un danno o di assumere il ruolo di

risarcitore, senza che vi sia la necessità dell’elemento del dolo o della colpa; l’ articolo 2049 riguarda la

situazione di padroni e committenti.

Art. 2049. Responsabilità dei padroni e dei committenti.

I padroni e i committenti sono responsabili per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell'esercizio

delle incombenze a cui sono adibiti. Pagina | 63

In questa fattispecie non vi è alcuna menzione del dolo o della colpa, ma non potrebbe essere

altrimenti, in quanto il fatto illecito è compiuto da un terzo; nessuna questione di rilevanza del profilo

soggettivo si pone in questo caso. È necessario, si desume dalla norma, che colui che commette l’illecito

lo commetta nel momento in cui sta eseguendo le sue mansioni; se l’illecito lo compie mentre si reca a

casa dal lavoro, quello si compie fuori dall’area di rischio in cui il padrone risponde.

Un illecito commesso al di fuori delle proprie mansioni o facendo qualcosa che non rientra nei

propri compiti istituzionalmente previsti o contrattualmente previsti può generare un illecito non

sempre imputabile al padrone, in quanto basta che il sottoposto faccia qualcosa che non doveva fare per

accollare in capo al sottoposto la piena responsabilità. Anche in questa situazione, è prevista

dall’ordinamento la possibilità che un soggetto stipuli delle assicurazioni al fine di tutelarsi da queste

responsabilità.

In ogni caso, o ricorrono tutti i requisiti richiesti da queste fattispecie, ovvero la responsabilità

cade; nel 2049, inoltre, si nota l’assenza dell’elemento soggettivo, ovvero la volontà del padrone di

arrecare danno ad altri. La norma si chiude senza via di scampo per il chiamato a risarcire; in altri casi,

invece, la norma si chiude in modo differente, che permette al soggetto a cui si sta imputando la

responsabilità di esonerarsi dal risarcimento. Il 2049, nel Codice Civile, è l’unica norma che non permette

inversione dell’onere della prova ed esoneri.

Se si verifica un illecito causato dagli altri incapaci (non analizzati sopra), quali quelli legali, cosa

avviene? L’articolo 2048 fissa il principio della vigilanza e del controllo: si presume che, per ogni incapace,

ci sia un rappresentante legale (genitore, curatore, tutore, …), il quale non è lì solo per stipulare atti giuridici,

ma deve dedicarsi anche alla cura della persona dell’incapace: questa cura si estende a poteri di controllo

e di vigilanza, fino al punto che potrebbe anche essere chiamato a rispondere.

Art. 2048. Responsabilità dei genitori, dei tutori, dei precettori e dei maestri d'arte.

Il padre e la madre, o il tutore, sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle

persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all'affiliante.

I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un'arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro

allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza.

Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non avere potuto

impedire il fatto.

Responsabilità per fatto altrui implica che un soggetto che non ha alcun collegamento e alcun nesso

di causalità con il fatto e che stava da tutt’altra parte deve rispondere: anzi, questa deve proprio

rispondere perché si trovava da altra parte e perché non sta svolgendo la propria azione in modo

corretto. Infatti, qualora riuscissero a dimostrare di avere compiuto il proprio compito in modo

corretto, esse si libererebbero dalla responsabilità; questi soggetti quindi rispondono tout court, ma

qualora dimostrassero che la vigilanza era piena e che non sono riusciti ad impedire il fatto illecito,

riuscirebbero a liberarsi: il fatto illecito resta, quindi, senza alcun responsabile ed il danneggiato senza

possibilità di risarcimento.

Il terzo comma dà proprio la possibilità di fuga ai soggetti che sarebbero altrimenti imputati a

rispondere della responsabilità.

Pasquino ritiene che di responsabilità oggettiva si possa parlare solo ed unicamente riguardo al

2049: più oggettivo di così non può essere; in tutte le altre ipotesi in cui si permette ad un soggetto di

liberarsi dalla responsabilità, ogni qual volta l’autore del danno o chi deve rispondere al suo posto ha la

possibilità di liberarsi, non c’è responsabilità oggettiva, in quanto può esserci il rischio che la vittima

non si soddisfi e non riceva un risarcimento.

La responsabilità da attività pericolosa: l’esercente è solitamente un imprenditore che produce

prodotti pericolosi, come gas, carburante, rifornimenti, … L’esercente ha in capo una responsabilità, in

quanto se accade un illecito e questo provoca un danno ad altri, egli sarà chiamato a rispondere a

prescindere dal dolo o dalla colpa, ma sarà chiamato a rispondere per il fatto di operare quell’attività; ha

la possibilità di esonerarsi, comunque, qualora dimostri di avere intrapreso tutte le azioni a tutela di

Pagina | 64

quella attività. In questa ipotesi l’onere della prova ha un contenuto positivo, in quanto non dovrà solo

dimostrare di non aver potuto impedire il fatto, ma anche di avere adottato tutte le misure di sicurezza

atte ad evitare quei rischi. In realtà, questa tutela, si applica al giorno d’oggi a tutte le attività lavorativa:

basta pensare alla copiosa normativa in materia di sicurezza sul lavoro. Questa norma si applica anche a

coloro che conservano e trasmettono dati personali.

Questa è una responsabilità a metà fra quella oggettiva e quella di chi è chiamato a vigilare: non

è, tendenzialmente, molto difficile difendersi dalla chiamata a rispondere; solitamente, chi non riesce a

difendersi è perché non stava svolgendo bene la sua attività. In questa fattispecie si parla di responsabilità

indiretta o di culpa in vigilando.

Se si riesce a dimostrare il caso fortuito, si riesce a liberarsi; già in questa carrellata di situazioni,

volendosi rappresentare la condizione processuale della vittima, va notata oltre l’assenza della colpa e del

dolo e la scarsa rilevanza del nesso di causalità, in tutti questi casi, il danneggiato che opera in giudizio non

deve fare alcunché, a differenza della norma generale del 2043. Vi è un’inversione dell’onere della prova

che si determina in giudizio carica in capo al convenuto tutto l’onere probatorio.

La conduzione dei veicoli, dalla fine degli anni ‘60, è una delle ipotesi per cui, proprio per la gravità

della responsabilità che si assume, è diventata oggetto di disciplina speciale che ha previsto una forma di

assicurazione obbligatoria; l’evoluzione normativa ha creato addirittura un Codice delle Assicurazioni, che

contempla tutte le possibilità di assicurazione, che continuamente viene aggiornato. A seguito di questo

è stato anche modificato il Codice della Strada.

La conduzione di veicoli è ritenuta un’attività che presuppone responsabilità aggravata: il 2054

individuava il responsabile nel conducente, a prescindere del titolo con cui conduceva il mezzo (ladro,

prestito, …); se Tizio in salita parcheggia l’auto e non mette il freno a mano, e questa danneggia un negozio, egli dovrà

rispondere in quanto conducente. Nel caso di scontro, si presume fino a prova contraria, che entrambi i

conducenti abbiano concorso al danno: è la prima eccezione che fanno normalmente le compagnie

assicuratrici per essere manlevate dagli obblighi risarcitori.

Al comma tre si afferma che il proprietario non si può esonerare dalla responsabilità in solido con

il conducente: la vittima del danno provocato dalla circolazione agisce in giudizio avendo innanzi a sé

non solo un responsabile, ma bensì tre soggetti chiamati a rispondere: proprietario, conducente e assicuratore.

L’assicuratore, invero, garantisce il pagamento: l’unica possibilità di non essere chiamato in giudizio per

il proprietario, o comunque di esonerarsi, è di dimostrare che la circolazione è avvenuta contro la sua

volontà, dunque perché l’auto è stata rubata, ad esempio. Nel Codice delle Assicurazioni, ormai

definitivamente redatto per il susseguirsi delle leggi in materia, resta fermo il principio del concorso di

colpa e della solidarietà.

La responsabilità sui prodotti difettosi giunge in Italia alla fine degli anni ‘80 in attuazione di una

direttiva europea: la disciplina ora è confluita negli articoli 114 e seguenti del Codice del Consumo.

Art. 114. Codice del Consumo - Responsabilità del produttore

1. Il produttore è responsabile del danno cagionato da difetti del suo prodotto.

In deroga all’articolo 114, vi sono una serie di esclusioni che si trova nell’articolo 118; nell’articolo

120, inoltre, si trovano gli oneri della prova. La prova ha come oggetto gli stessi, sostanzialmente, che si

ravvisano nel 2043.

I criteri di quantificazione per il risarcimento sono pari alla responsabilità per inadempimento:

esso, sotto il profilo delle regole di commisurazione, si limita ad un rinvio ed ad un richiamo implicito

delle regole della responsabilità per inadempimento: si è creato l’equivoco di pensare ad un doppio

sistema di responsabilità extracontrattuale, una che puntasse a risarcire il danno ex articolo 2043, l’altra

che puntasse a tutelare i danni non patrimoniali, mediante il 2059. Questo sistema binario ha suscitato

degli equivoci: per i danni non patrimoniali non era necessario allestire tutto quell’apparato probatorio,

in quanto il danno è in re ipsa; questo si considerava tale in quanto nell’articolo 2059 si diceva che questa

fosse una norma dedicata al danno non patrimoniale. Pagina | 65

Si è passati da una lettura ristretta del significato di questa norma verso una interpretazione più

allargata ed estesa, ad opera della dottrina e poi della giurisprudenza: il legislatore è arrivato, invece, più

tardi; la personalità era al centro delle teorie dottrinali. La dottrina del tempo riteneva che la riserva del

2059, ritenuto applicabile al danno non patrimoniale solo se si fosse dimostrato che vi era stato un reato

e che quindi c’era stato un giudice che aveva accertato un comportamento delittuoso che avesse

comportato un danno, solo in quel caso si riteneva ci fosse diritto al risarcimento. Negli anni ‘80, questa

interpretazione è stato oggetto di critiche di parte di dottrina, che riteneva molto ristretto l’ambito di

applicazione del 2059, in quanto esistono molti ambiti della persona, entro i quali di per sé si provoca

sia danni fisici che morali. Esemplare è stato il caso della lesione patita da una persona che a seguito di

un incidente stradale subisce notevoli danni fisici che dopo tre giorni lo portano alla morte: articolo 5,

danno all’integrità fisica della persona e conseguente fatto morte; gli avvocati della vittima affermano che

sia impossibile quantificare il danno solo in riferimento all’integrità fisica, in quanto il fatto dopo alcuni

giorni ha provocato anche la morte. Il danno, quindi, è anche quello derivante della perdita della vita e

quello dei familiari per la perdita del congiunto: si diceva che il diritto quindi era iure proprio e iure ereditario; la

Corte Costituzionale (184/1986) elabora per la prima volta la risoluzione dell’estensione

dell’applicazione della tutela del danno, ragionando sulla base del fatto che i danni non fossero solo di

tipo civilistico, ma addirittura di livello costituzionale. La sentenza è celebre, e peraltro relatore ed

estensore fu Mengoni: per la prima volta, quindi, si iniziò a porre il problema del danno all’integrità

fisico, elaborato nella sentenza sotto la locuzione di danno soggettivo non patrimoniale. All’interno di questo

si fece rientrare il patema d’animo dei familiari, derivante dalla morte, conseguente ad un danno,

conseguenza a sua volta di un fatto illecito: successivamente, dopo questo autorevole viatico, nel 2003

interviene nuovamente la Consulta con un’altra sentenza (233/2003), anch’essa evolutiva del pensiero

espresso dalla 184/1986, con la quale compie un passo ulteriore: la dottrina affermava che non era

necessario seguire il profilo processuale del 2043. Si diceva che se il danno riguardava una persona,

anche il regime processuale non può essere lo stesso: se si qualifica il danno come lesione all’integrità

della persona, il danno è in re ipsa, non c’è necessità di dimostrarlo; è un danno evento, in quanto già la

lesione della sfera personalissima è un danno, e quindi non è necessario dimostrare la colpa e l’ingiustizia,

quindi l’elemento soggettivo. Il danno non patrimoniale, sotto il punto di vista processuale, si diceva

andava concepito esattamente al contrario rispetto a quello del 2043: l’attore, quindi, non doveva

provare alcunché, semmai era il danneggiante che doveva provare o la non imputabilità, o la non

riconducibilità dell’evento alla sua sfera d’azione, …

Qui è la dottrina che prospetta questa possibilità, a differenza di tutte le altre situazioni in cui è

il legislatore a prevedere l’inversione della prova: la giurisprudenza ha seguito questa interpretazione in

modo anche eccessivo a volte, andando a creare, come già visto, delle sentenze abnormi; si era giunti,

inoltre, con questa interpretazione, a riconoscere la risarcibilità di voci di danno quasi inconcepibili. In

tal senso, per arginare il problema, vi sono state le cd. sentenze di San Martino, già analizzate sopra: la

distorsione nel sistema che si andava creando era quella per cui si andavano a risarcire qualsiasi tipologie

di anni; la sofferenza, filosoficamente parlando, appartiene all’esistenza umana e le Sezioni Unite sono

intervenute per arginare questo riconoscimento tout court di qualsiasi patema d’animo.

Le Sezioni Unite, inoltre, intervennero per arginare una distorsione del mercato delle

Assicurazioni, che a seguito di questa evoluzione giurisprudenziale, o non assicuravano più alcuni danni

ovvero proponevano prezzi altissimi delle polizze: la categoria più colpita fu quella dei medici, i quali

erano nell’impossibilità materiale di trovare una compagnia assicuratrice che riconoscesse un insieme

ampio di responsabilità; per i chirurghi si arrivò a eliminare le polizze a loro tutela, ovvero ad elevare il

prezzo fino ad 1/3 del loro stipendio annuo. Il giudice, inoltre, giudicava attraverso equità e si arrivava

quindi spesso a valori abnormi.

Anzitutto, le Sezioni Unite ritengono che il danno non patrimoniale, pur consentendo

all’interprete di compiere una lettura costituzionalmente orientata della norma, quindi una lettura del

2059 che tenga conto anche dei diritti costituzionalmente garantiti, i diritti personalissimi, … questa

non poteva essere caratterizzata da migliaia di voci: non era una procedura né giustificabile, né

ammissibile secondo le norme in materia. Nelle sentenze delle Sezioni Unite si afferma che esiste il

concetto di danno non patrimoniale: eventuali declinazioni di questo, devono servire solo a fini descrittivi

circa il profilo di danno subito, ma non si può avere una quantificazione economica per ogni singola

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti delle lezioni di Istituzioni di Diritto Privato II, tenute dalla Prof. T. Pasquino, Università degli Studi di Trento, della Facoltà di Giurisprudenza, del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza.
Programma: Libro IV (Delle obbligazioni) e Libro VI (Della tutela dei Diritti), comprensivo dell'analisi del Codice del Consumo e delle recenti modifiche in materia. Negli appunti è compresa la lezione svolta dal prof. Scogniamiglio, riguardo l'interpretazione del contratto.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Interdonato.Marco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Pasquino Teresa.

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