Marcel Duchamp e il concetto di arte
“Si possono fare opere che non siano arte?”: con questo appunto inserito all’inizio della Scatola bianca, Duchamp delinea la sua idea di arte e del fare artistico. Le opere non d’arte erano il vivere artisticamente, assimilando il processo creativo dell’esperienza del quotidiano; erano anche i progetti non realizzati e pensati per “passare il tempo”. Ad essere rifiutati erano il progresso, la linearità della storia dell’arte, l’unicità dell’opera e del suo autore. Quella di Duchamp era un'arte di vivere, una relazione tra arte e vita che non rifiutava l’arte, ma considerava diversamente le sue possibilità.
I ready made e l'arte come apparizione
Con i suoi ready made, l’arte poteva appropriarsi di oggetti qualsiasi per modificarne la funzione o aprire nuovi possibili del senso. Duchamp si definì un non-artista, posto all’origine di tutte le rotture più radicali della storia dell’arte del Novecento. Per lui l’opera d’arte doveva rinunciare ad essere apparenza per diventare apparizione (cambio di prospettiva con cui si guarda un oggetto).
La Scatola verde si legge “pittura di precisione e bellezza d’indifferenza”, nucleo fondamentale di tutta l’opera di Duchamp. Egli prova a dissociare l’idea di arte connessa da sempre a quella di bellezza, distinguendo l’idea di opera d’arte e l’idea di piacere, per arrivare a pensare l’opera d’arte non come apparenza di una bellezza ma come apparizione, processo avviato attraverso l’indifferenza visiva, sia dell’artista che dell’osservatore.
L'approccio ai disegni
Cercava infatti di accostarsi alla realtà e di rendere significativo un modo di osservare con indifferenza, rinunciando al bello plastico (aspetto retinico dell’arte, fatto per i soli occhi e non per la mente) e privilegiando un’estetica dell’assenza di qualità, riferendosi al possibile come potenzialità dell’opera di restare inconclusa e senza scopo.
Le prime opere di Duchamp sono disegni, soprattutto di paesaggi e ritratti, con i quali si sofferma sulle cose più semplici: mentre i paesaggi erano un’esercitazione attraverso la quale Duchamp si misurava con quanto accadeva nell’arte, con il disegno studia, analizza, indaga la gente, i gesti e la vita di tutti i giorni.
Riservava attenzione alle cose comuni e semplici, agli oggetti qualsiasi, al banale, alla vita ordinaria, attraverso l’ironia e l’umorismo. Disegnava spesso in bianco e nero, con pochi tratti su fogli dove scriveva anche brevi iscrizioni, parole con le quali introduceva l’adiacenza tra parola e immagine. I primi disegni, realizzati tra il 1907 e il 1910, sono vere vignette, come quelle pubblicate sulle riviste umoristiche, in cui inseriva ambiguità, doppi sensi e giochi di parole.
Attraverso il comico e l’umorismo, Duchamp recupera gli aspetti essenziali del linguaggio. L’ironia, l’interesse per la cultura popolare, la curiosità per gli aspetti marginali della vita del suo tempo e l’introduzione di altri punti di vista si rivelano strumenti di provocazione.
L'evoluzione artistica e il cubismo
Per sfuggire all’arruolamento militare, prese la qualifica di “operaio d’arte”, acquisendo competenze litografiche e partecipando per la prima volta, nel 1907, al Salone degli artisti umoristi con cinque disegni. Incuriosito nello sperimentare tecniche diverse, Duchamp passa da dipinti verosimili alla realtà ad un approccio più espressionista, essendo rimasto colpito dai pittori fauves e poi dal cubismo, prendendo così le distanze da una resa oggettiva della realtà. Inizia a maturare l’idea che la pittura possa essere un modo di vedere personale, mentale; sperimentava, cercando di capire cosa la pittura potesse diventare.
Attraverso la lettura di poeti simbolisti, l’interesse per la parola diventa decisivo: il Simbolismo aveva tracciato nuove prospettive per l’arte, attraverso la convergenza di parola e immagine. La parola diviene veicolo di senso, per trasportare il visibile oltre di esso, verso regimi diversi del significato. L’arte si concentra sul significante, dinamico e in trasformazione.
La quarta dimensione e la prospettiva
A Puteaux il fratello di Duchamp cominciò ad organizzare degli incontri; il tema ricorrente era la quarta dimensione, un nuovo modo di pensare la superficie del quadro, la linea e i colori. Vennero messe in discussione tutte le certezze infallibili dei secoli precedenti: l’arte doveva diventare una cosa mentale e non retinica, e Duchamp si chiedeva come potessero essere mostrati l’invisibile, i processi della mente, il visibile a partire dall’assenza di figura. Accanto all’interesse per la quarta dimensione si accordava l’attenzione per la prospettiva, costruzione dello spazio che le prime avanguardie del secolo stavano demolendo.
Il nudo e i ready made
Attraverso il tema del nudo Duchamp si avvicina alle questioni del corpo femminile, del desiderio e dell’erotismo. Il tema del nudo si ricollega anche ai ready made, come oggetti denudati della loro originaria funzione. Nei disegni e nei dipinti si osserva un crescente abbandono della figura, il nudo diviene gradualmente meno riconoscibile e si riduce ad altri aspetti, essenziali in quel periodo: la linea, usata sia per semplificare le fisionomie sia come segno di dinamismo e tensione, e i colori che si uniformano e deformano.
Le donne corpulente, il cui erotismo deriva dall’averle sorprese in gesti intimi, sono delineate da spesse linee, una sintesi dell’osservazione compiuta sui fauves (Paradis 1910 e Battesimo 1911). Duchamp pensa a come possa essere risolta in pittura la contraddizione tra superficie e fondo, tra vicino e lontano, tra linea, piano e profondità. I titoli dei suoi disegni erano non descrittivi: egli nel titolo non voleva descrivere l’opera, ma invitare l’osservatore a guardare oltre il retinico, un piano invisibile e irrappresentabile, cercando di raggiungere una dissociazione completa tra parola e immagine.
Dal 1911 Duchamp inizia a definire meno le figure, come in Giovane ragazzo e ragazza in primavera: i colori e le linee sono abbozzati, con l’intento di sperimentare la circolarità del significato (segno della concordanza).
La sfida al cubismo
Tra la fine del 1911 e l’inizio del 1912, Duchamp si avvicina al Cubismo, ne sfida le regole per poi prenderne definitivamente le distanze: si trattava di “de-teorizzare il cubismo per dargli una interpretazione più libera”. Così Duchamp iniziò a sperimentare sul movimento, pensando la dislocazione di figure e spazio diversamente dai cubisti. La decomposizione è pensata in maniera temporale, non spaziale: non lo interessa la deformazione che nasce dal pensare simultaneamente un oggetto da ogni suo punto di vista, ma la persistenza della situazione, l’appiattimento visibile del corpo demoltiplicato, trasformazione continua delle apparenze.
In Yvonne e Magdalene a brandelli 1911, le fisionomie delle sorelle diventano un intreccio di sagome e profili orientati gli uni verso gli altri, in una molteplicità di direzioni, con un ritmo orizzontale che indica la durata; due narrazioni diverse per le sorelle e una temporalità raccontata in parallelo al presente. In Dulcinea, una stessa figura femminile, sia nuda che vestita, viene ritratta in cinque posizioni differenti. In questi dipinti prevale la costruzione di sole linee tracciate velocemente, come anche in “Giovane triste in treno e Nudo che scende le scale n.1”. Il “Macinio da caffè 1911, introduce nelle ricerche del periodo il tema della macchina che diventa da allora una possibilità per azzerare la fisionomia di oggetti e figure, riducendoli a ingranaggi e funzioni.
Questo quadro mostrava le diverse fasi della macinatura del caffè e indicava il movimento della manovella attraverso una specie di cronofotografia delle diverse posizioni nella direzione indicata da una freccia e da una linea tratteggiata: è il primo quadro nella storia dell’arte in cui il movimento è suggerito concettualmente. Duchamp inizia ora a sperimentare la riduzione estrema di linee, colori e figure, per concentrarsi sul movimento come funzione che produce trasformazione. Scomponendo oggetti e figure cerca di mettere in movimento la staticità dell’immagine: la tecnica della demoltiplicazione (deformazione, scomposizione, frammentazione, riduzione, azzeramento della fisonomia e della riconoscibilità) viene usata per indicare una trasformazione, un passaggio. Si libera della rappresentazione del vero e delle fisionomie per inserire il tempo nell’immagine al fine di ottenere la rappresentazione statica del movimento.
L’attenzione per il movimento era anche una possibilità per considerare un oggetto o una parola non per quello che sono, ma attraverso una processualità che individua il loro divenire. “Giovane triste in treno” (gioco di parole “tr”) è in realtà una prima versione di “Nudo che scende le scale n.1”, sperimentazione che continua con il n.2: i punti di partenza erano ancora una volta la lacerazione delle figure e il movimento che imprimeva una tensione all’interno della rappresentazione statica.
Questi nudi sono pensati in maniera inedita: non è precisato il sesso ma il titolo indica solo l’azione. Furono rifiutati al Salone dell’Indipendenza, e Duchamp non cedette a cambiarvi titolo rifiutando così il suo riconoscimento non solo nel cubismo ma anche tra gli altri artisti del periodo.
La quarta dimensione e il concetto di casualità
Duchamp sperimenta l’idea che oltre la linea, il piano e il volume ci sia una quarta dimensione, un’ulteriore possibilità dello spazio. Il passaggio dal volume alla figura a quattro dimensioni avverrà per parallelismo elementare in quanto operazione geometrica che esige una conoscenza intuitiva del continuo a 4dim. In tal modo Duchamp inserisce, oltre al principio della casualità, anche una componente di variabilità, indeterminatezza, che talvolta coincide con le emozioni o con le passioni. Da uno stato all’altro della materia avvengono passaggi paralleli, ma non unidirezionali: ogni corpo 3dim.le è la prospettiva proiettata.