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Riassunto esame Interventi a Sostegno della Genitorialità, prof. Cassibba, libro consigliato L'Affidamento Familiare

Riassunto per l'esame di Interventi a Sostegno della Genitorialità, basato su appunti personali e studio autonomo del testo L'Affidamento Familiare di Cassibba e Elia consigliato dal docente. Gli argomenti trattati sono i seguenti: un excursus storico, l’entrata in vigore del nuovo Codice civile (1942), la disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori, l’affido... Vedi di più

Esame di Interventi a sostegno della genitorialità docente Prof. R. Cassibba

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ESTRATTO DOCUMENTO

disoccupazione e insuccesso scolastico, tendono a mantenere uno status sociale basso e a contare poco

sul supporto sociale.

L’esperienza con la famiglia affidataria non necessariamente riuscirà a colmare le lacune che il bambino

presenta. Al termine di tale percorso, infatti, potrà trovarsi in due condizioni: aver acquisito due

famiglie, quella affidataria capace di fornirgli le cure necessarie e quella naturale che, avendo ritrovato

le energie e le capacità di assolvere alle sue funzioni genitoriali, potrà così reintegrare nel proprio nucleo

familiare; o, al contrario, aver perso due famiglie, quella affidataria incapace di reggere alle sfide che

l’affido presenta e quella naturale in difficoltà nel risolvere le sue problematiche. Sono gli adulti che

ruotano attorno al bambino a far sì che questi possa aver acquisito o perso qualcosa grazie

all’affidamento, in quanto il minore, spesso, svolge un ruolo passivo.

L’elemento che egli subisce maggiormente è la scarsa definizione dei confini temporali dell’intera

esperienza. Questa incertezza può rendergli difficile comprendere il suo ruolo rispetto alle due famiglie.

Separazione e attaccamento esercitano un ruolo importante sullo sviluppo del minore, essendo

fortemente interconnessi fra loro: il modo in cui vengono gestite le separazioni può influenzare il

successo nella costruzione o nella ristrutturazione dei legami affettivi dei bambini. Sebbene, spesso, la

qualità delle relazioni emotive instaurate con i genitori naturali non sia ottimale ma costituisca, anzi, il

motivo principale per cui viene predisposto l’affido, tali rapporti si configurano, comunque, per il

minore come modelli relazionali attraverso cui definire il sé e anticipare l’andamento dei legami

affettivi che verranno stabiliti con altre persone significative. La reazione alla separazione dai genitori

sarà caratterizzata, probabilmente, dal timore di essere abbandonato e potrà essere vissuta come

conferma di non essere amato a sufficienza dai propri genitori, generando rabbia e forte conflittualità nei

confronti degli operatori e dei nuovi caregiver. Un’altra modalità di reazione potrebbe essere quella di

idealizzare le figure genitoriali, identificandosi come vittima di un provvedimento vissuto come

intrusivo e perturbante. Vi è, inoltre, la possibilità che il minore che ha vissuto esperienze

particolarmente traumatiche abbia costruito dei modelli di relazione molteplici e reciprocamente

incompatibili. Queste interpretazioni contraddittorie del bambino circa il sé e l’altro, che si attivano

simultaneamente o quasi in situazioni stressanti o di pericolo, ostacolano lo sviluppo di un senso di sé

coerente e integrato, capace di attribuire un significato unitario alle esperienze vissute; per questa

ragione, è molto probabile che l’esito evolutivo di tale bambino, in assenza di fattori protettivi

alternativi, sia di natura patologica.

Di fondamentale importanza sarà il modo in cui gli adulti condivideranno con il bambino la scelta

dell’affido e come lo aiuteranno ad assimilare e elaborare il distacco dalla famiglia di origine.

La famiglia d’origine.

Bisogna distinguere tra fattori di rischio prossimali e distali. I primi esercitano un’influenza diretta sul

minore, nel secondo caso, invece, gli effetti sono indiretti. I fattori di rischio ambientali sul minore si

possono dividere in 5 macrocategorie che includono sia i fattori distali che quelli prossimali:

- processi familiari, tra cui clima emotivo negativo, scarsa qualità del rapporto coniugale,…

- caratteristiche genitoriali, tra cui malattia di uno o entrambi i genitori, basso senso di efficacia,

mancanza di risorse personali e basso grado di istruzione;

- mancanza di supporto della comunità;

- pari, ossia presenza di gruppi di pari con condotte antisociali;

- vicinato, tra cui basso status socioeconomico e basso livello di istruzione degli abitanti del

quartiere, bassa qualità della scuola e problematiche inerenti il quartiere.

Nella situazione italiana si evidenzia, come motivazione preponderante dell’allontanamento del minore,

la presenza di condotte abbandoni che e/o di trascuratezza grave da parte della famiglia di origine. Le

problematiche della famiglia di origine si differenziano anche rispetto alla tipologia di affidamento che

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verrà attivato. In particolare, si preferisce l’affido intrafamiliare nei casi di tossicodipendenza o di

detenzione di uno o entrambi i genitori, in quanto di fronte a problematiche individuali, la famiglia

allargata può costituire un fattore protettivo per il minore, riuscendo a sopperire alla mancanza della o

delle figure genitoriali. Quando, invece, le difficoltà sono più di natura ambientale, come nel caso di

grave deprivazione economica, si preferisce l’affido etero familiare, dato che il contesto familiare di

appartenenza non sembra poter offrire un contributo valido, in quanto le problematiche sono

probabilmente condivise con tutta la famiglia allargata. Possiamo distinguere tra situazioni per le quali è

più facile prevedere un recupero della famiglia naturale rispetto alle sue funzioni, come nel caso di

separazioni o presenza di difficoltà lavorative ed economiche, e situazioni in cui risulta più difficile

ipotizzare un cambiamento nelle dinamiche familiari, come nei casi di violenze e abusi. Spesso la

struttura familiare, durante il percorso di affido, subisce importanti cambiamenti: altri figli possono

essere allontanati perché è stato disposto un ulteriore affidamento o perché è stata dichiarata la loro

adottabilità, i figli più grandi possono uscire dal nucleo familiare o la famiglia può allargarsi con un

nuovo nato. Possono anche intervenire cambiamenti all’interno della coppia, che può andare incontro a

una separazione, un divorzio e conseguenti nuove unioni. Questi cambiamenti fanno si che non sia solo

l’allontanamento del minore ad alterare gli equilibri della famiglia. Comunque, la separazione del

bambino dal suo nucleo familiare di origine costituisce per i genitori biologici un fattore fortemente

traumatico in quanto minaccia l’equilibrio, seppur patologico, che il sistema familiare aveva costruito.

Diviene necessario distinguere tra le situazioni in cui è la famiglia d’origine che decide di allontanare il

minore e quelle in cui sono gli operatori sociali a sottrarre il bambino da un contesto familiare

inadeguato. Nell’affido consensuale l’evento critico, seppur doloroso, viene anticipato dalla famiglia di

origine, che ha la possibilità di elaborare l’evento e di trovare strategie che la aiutino a saperlo

fronteggiare. In tal caso, è probabile che il nucleo familiare viva sentimenti ambivalenti che oscillano tra

il desiderio di garantire condizioni migliori al proprio figlio e la difficoltà a gestire la separazione e a

prendere coscienza delle proprie difficoltà. Nel caso dell’affido giudiziario, invece, questo costituisce un

evento critico non prevedibile, per cui diventa più difficile la sua accettazione. La maggior parte di

queste famiglie non riesce a instaurare relazioni positive con gli operatori sociali, percepiti spesso come

ostili, motivo che porta la famiglia a un isolamento e a una chiusura spesso impenetrabili. Le difficoltà

che la famiglia d’origine maggiormente vive riguardano il mantenere i contatti con il proprio figlio e il

sentirsi esclusi rispetto alle decisioni concernenti il minore. I sentimenti che spesso accompagnano

questo evento saranno caratterizzati da incredulità, rabbia, senso di impotenza o competitività con l’altra

famiglia.

La famiglia affidataria.

Il profilo delle famiglie affidatarie si configura come abbastanza simile al prototipo di famiglia ideale,

costituita nella quasi totalità dei casi da una coppia (molto spesso coniugata) con eventualmente dei

figli. C’è anche una percentuale modesta di persone singole, specialmente nei casi di affido

intrafamiliare. In genere, sono le persone più grandi e mature a dichiararsi disponibili per l’esperienza di

affido. È possibile ipotizzare che gli affidatari, specialmente quelli di sesso maschile, si sentano maturi e

pronti ad affrontare il percorso di accoglienza di un minore all’interno del proprio nucleo familiare in

una fase più avanzata del ciclo di vita, quando si è raggiunta una maggiore stabilità lavorativa e

abitativa, per cui le energie non sono più focalizzate sull’affermazione sociale del sé ma vi è anche lo

spazio per l’apertura verso il sociale. Inoltre, le coppie affidatarie hanno già alle spalle numerosi anni di

vita in comune, molte coppie hanno già dei figli, spesso abbastanza grandi da permettere ai genitori

affidatari di convogliare tutte le energie emotive sul nuovo arrivato. La presenza di “fratelli” più grandi,

inoltre, può permettere al bambino affidato di non sentirsi in competizione con i figli biologici della

coppia affidataria. Anche rispetto alle caratteristiche socioculturali, le famiglie affidatarie si configurano

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come un contesto protettivo per il minore, in quanto sono caratterizzate da un grado di istruzione medio-

alto, un buon livello economico e hanno maggiori risorse per fronteggiare le difficoltà, sono capaci di

accedere alle opportunità presenti nell’ambiente e di costruire relazioni con l’esterno che garantiscano il

supporto nei momenti di difficoltà. Ci sono due rischi: il primo è che siano solo questi fattori relativi

alla sicurezza economica e lavorativa a essere presi in considerazione nella valutazione dell’idoneità di

una famiglia affidataria, sottovalutando le motivazioni sottostanti a una richiesta di affido. Infatti, ogni

famiglia esprime un bisogno nel momento in cui si dichiara disponibile ad accogliere un minore , ma

non sempre tali bisogni collimano con quelli del bambino da accogliere. Il secondo rischio è costituito

dal fatto che la famiglia affidataria possa essere considerata capace di risolvere in maniera autonoma e

senza un intervento specifico o un supporto da parte degli operatori tutte le problematiche connesse

all’inserimento e alla convivenza con il minore. Anche per la famiglia affidataria, infatti, l’affidamento

costituisce un evento che richiede una ridefinizione costante delle aspettative e dei ruoli dei suoi

componenti. L’arrivo di un nuovo membro implica un cambiamento nelle modalità di funzionamento

del sistema familiare e delle regole che lo governano. I cambiamenti si esplicano su un doppio livello,

uno legato a fattori di organizzazione dei tempi e degli spazi, l’altro connesso a un mutamento sul piano

delle relazioni. La legge prevede che le regioni determinino le condizioni e le modalità di sostegno alla

famiglia affidataria, erogando un contributo economico e un sostegno spese agli affidatari. Per quanto

riguarda il secondo livello, una famiglia non si trova a decidere se modificare le modalità relazionali o

mantenere l’equilibrio raggiunto, quanto piuttosto a considerare l’importanza di alternare i due processi,

allo scopo di garantire il benessere a tutti i membri coinvolti. La capacità di adattamento e la flessibilità

della famiglia affidataria saranno necessarie per aiutare il bambino a fronteggiare il vissuto di perdita

conseguente all’allontanamento dal suo nucleo familiare di appartenenza, ma anche per costruire con lui

una nuova relazione emotiva. Spesso gli adulti affidatari vivono l’ambivalenza tra accettazione del fatto

che il bambino abbia una storia relazionale passata e legami che dovrà mantenere con il nucleo familiare

di appartenenza e il desiderio, a volte inconscio, di volerlo salvare sostituendosi a dei genitori ritenuti

incapaci e inadeguati rispetto al loro ruolo. È frequente che i genitori affidatari riportino un incremento

delle condotte aggressive o la presenza di comportamenti regressivi del bambino nei giorni seguenti

all’incontro con i genitori naturali. Le difficoltà principali che devono affrontare consistono

nell’attribuire un significato a tali comportamenti, riconoscendo in queste reazioni una modalità per

esprimere la sofferenza e il disagio rispetto alla situazione che il minore sta affrontando, evitando di

colpevolizzare se stessi, il minore o la famiglia d’origine. In molti casi, i genitori affidatari sono

impreparati rispetto alle modalità da utilizzare per affrontare tali difficoltà, provando un senso di

inefficacia e di impotenza. Ciò avviene soprattutto quando l’interpretazione che essi danno al

comportamento del bambino è inadeguata. Un’altra difficoltà che spesso i genitori affidatari lamentano

è legata alla scarsa conoscenza del passato del minore. È necessario che essi conoscano la storia di vita

del minore, in quanto non appartiene solo al suo passato, ma anche al suo presente. Di norma, i minori

allontanati dal nucleo familiare di appartenenza hanno sperimentato uno stile educativo controllante e

coercitivo. Spesso, questi minori, in particolare gli adolescenti, appena giunti nella nuova famiglia

tendono a voler subito stabilire le gerarchie, cercando di imporre il loro modo di agire. Per il genitore

affidatario la difficoltà maggiore consiste nel dimostrare che esistono modalità diverse per rapportarsi. Il

tentativo, quindi, è quello di spostare l’attenzione dal potere di chi determina le regole di vita quotidiana

al contenuto delle stesse e all’importanza che esse rivestono al fine di garantire una buona convivenza

tra i membri della famiglia.

Gli operatori sociali.

Gli enti che si occupano di affidamento familiare sono il Comune, l’ASL o altri tipi di enti. I compiti di

questi enti consistono principalmente nella valutazione dell’idoneità della famiglia di origine,

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nell’analisi delle problematiche del minore e nella valutazione delle famiglie che si candidano per

l’esperienza di affido. Inoltre, l’ente locale risulta impegnato anche sul versante della preparazione degli

attori sociali coinvolti nel progetto di affido. Molti affidatari sono insoddisfatti del lavoro svolto

dall’equipe, percependosi scarsamente informata e supportata dagli operatori durante l’intero percorso.

Poiché il grado di soddisfazione delle famiglie affidatarie nei confronti dei servizi è predittore della

disponibilità a ripetere un’esperienza di affido, diviene cruciale lavorare affinchè possa realizzarsi una

maggiore collaborazione tra gli enti locali e gli affidatari.

L’equipe, di norma, è costituita da assistenti sociali e psicologi, che, in alcune realtà italiane, sono

affiancati da neuropsichiatri infantili ed educatori professionali per collaborazioni occasionali. La

difficoltà maggiore, per l’operatore sociale, consiste nell’assumersi la responsabilità dell’allontanamento

del minore dal suo nucleo familiare di origine.

Un’altra questione al centro di un vivace dibattito riguarda la scelta di un’unica equipe o di due equipe

distinte che seguano, in maniera distinta, le due famiglie. Il rischio di utilizzare una sola equipe consiste

nella possibilità che l’operatore crei un’alleanza con una delle due famiglie e, conseguentemente si

schieri da una delle due parti, seppure inconsapevolmente. La possibilità di mantenere un punto di vista

obiettivo rispetto alle dinamiche che si attivano in ogni operatore potrebbe essere garantita dall’utilizzo

di due equipe in grado di seguire separatamente la famiglia affidataria e quella di origine, purchè si

lavori in sinergia con l’intento comune di salvaguardare gli interessi del minore.

CAPITOLO 3 LA VALUTAZIONE DELLE FAMIGLIE E IL PROCESSO DI ABBINAMENTO.

La valutazione della recuperabilità della famiglia di origine.

Il primo passo del percorso di valutazione consiste nel cogliere le problematiche presenti nel contesto

familiare, ponendo attenzione non solo agli indicatori esterni, ma soprattutto ai giochi relazionali in atto.

Nei casi più gravi, in presenza di un abuso o di una grave trascuratezza, la tempestività della valutazione

svolge un ruolo importante. Il rischio di effettuare una valutazione solo delle problematiche della

famiglia, tuttavia, è quello di non prendere in considerazione altri aspetti che possono essere importanti

al fine di comprendere le possibilità che ha quel nucleo familiare di trovare un nuovo equilibrio. Perché

sia possibile effettuare una valutazione, gli psicologi gli psicologi dell’equipe che gestisce l’affido

devono creare uno spazio terapeutico che metta la famiglia nelle condizioni di nutrire un certo grado di

fiducia verso l’operatore. Nel caso dell’affidamento familiare alcune condizioni alla base della relazione

psicoterapeuta-paziente vengono meno, in particolare, il vincolo alla segretezza, infatti, sia lo psicologo

che i familiari sono perfettamente consapevoli che tutto ciò che emergerà durante i colloqui sarà

comunicato al magistrato incaricato di seguire il caso. È, quindi, comprensibile che la strategia attuata

dalle famiglie sarà da un lato quella di rivelare il meno possibile, dall’altro quella di mostrare gli aspetti

positivi presenti, rendendo così arduo il compito dello psicologo. L’obiettivo della prima fase dei

colloqui dovrà essere quello di motivare la famiglia di origine a collaborare con gli operatori.

Di norma, durante i primi incontri devono essere recuperate una serie di indicazioni concernenti la

struttura e la storia della famiglia oggetto di valutazione. Verranno, quindi, raccolte informazioni

rispetto ai singoli membri del nucleo familiare. È consigliabile condurre questi incontri a domicilio, in

modo tale che l’operatore possa integrare le informazioni che la famiglia fornirà con l’osservazione

diretta dell’abitazione, delle condizioni di vita e del quartiere in cui essa vive.

In una seconda fase, invece, il lavoro degli operatori sarà volto a individuare le problematiche presenti

nella famiglia. Ci sono varie modalità, tra cui il colloquio o altri strumenti psicodiagnostici come il test

di Rorschach. Utilizzare questi test può aiutare lo psicologo a individuare le aree problematiche, ma non

deve costituire l’esito della valutazione stessa. Inoltre, si può valutare ogni membro della famiglia

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osservandolo individualmente o nell’interazione con gli altri familiari. Coloro che propendono per un

orientamento sistemico-relazionale sostengono maggiormente l’utilità di incontrare tutti i familiari

contemporaneamente, mentre altri potrebbero ritenere più utile effettuare gli incontri separatamente.

Attraverso incontri individuali è possibile conoscere la percezione di ogni soggetto della situazione, se

questa è condivisa da tutti, e se vi siano o meno segreti familiari. Attraverso una valutazione congiunta

di tutti i componenti della famiglia, invece, è possibile cogliere le dinamiche relazionali, i giochi di

potere che si sono innescati e i ruoli che ogni membro ricopre.

Un ulteriore passo da compiere è quello di formulare una prognosi di recuperabilità delle funzioni

genitoriali. Non è possibile determinare degli indicatori obiettivi per effettuare una prognosi, tuttavia,

alcune indicazioni utili possono essere rintracciate nelle linee guida fornite dal Coordinamento italiano

dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia. Gli indicatori sono suddivisi per aree

tematiche:

• Coppia genitoriale

- caratteristiche disfunzionali della relazione di coppia;

- presenza/assenza di legami irrisolti con le rispettive famiglie di origine;

- congruenza/incongruenza nella ricostruzione della propria infanzia e nel rapporto con i propri

genitori;

- riconoscimento e consapevolezza delle carenze subite e della propria sofferenza.

• Profilo di personalità dei genitori

- capacità/incapacità di aderire alla realtà;

- capacità/incapacità di controllo degli impulsi;

- capacità/incapacità di tollerare le frustrazioni;

- capacità/incapacità di modulare la relazione affettiva.

• Rapporto col minore

- tipo di investimento attivato da ciascun genitore nei confronti del figlio;

- caratteristiche dell’alleanza genitoriale stabilita dalla coppia;

- presenza/assenza di riconoscimento dei bisogni psicologici e di accudimento del bambino;

- presenza/assenza dei confini generazionali;

- capacità/incapacità della coppia di mantenere i confini generazionali con i figli;

- flessibilità/rigidità delle relazioni affettivo-educative nei confronti dei figli;

- qualità dei legami nella fratria;

- capacità di attenzione e ascolto del bambino;

- capacità di contenimento emotivo;

- capacità di mettere in parola sentimenti, emozioni, esperienze.

• Trattabilità terapeutica del nucleo familiare

- riduzione dei meccanismi difensivi di negazione;

- comprensione e compartecipazione alla sofferenza del figlio;

- capacità di comprensione del danno arrecato al figlio attraverso la condivisione con gli operatori

della rilettura dei significati individuali e relazionali dei comportamenti pregiudizievoli;

- capacità di assumersi le proprie responsabilità e attivare comportamenti riparativi in funzione

del cambiamento;

- capacità iniziale di condividere un progetto di intervento riparativo.

Non è solo la possibilità di recupero delle funzioni genitoriali che deve essere valutata, ma anche il

tempo necessario alla famiglia perché possa produrre i cambiamenti attesi. È opportuno, in caso di

prognosi negativa, non cercare a tutti i costi di preservare i legami tra il minore e la famiglia d’origine.

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Il reclutamento e la valutazione della famiglia affidataria.

I mezzi utilizzati per reclutare le famiglie affidatarie sono, spesso, campagne pubblicitarie attraverso i

mass-media o l’organizzazione di incontri presso le parrocchie.

Quando giunge all’ente locale la disponibilità da parte di una famiglia a intraprendere un percorso di

affido, l’idea è che tutto il nucleo familiare sia in egual misura convinto e motivato a fare questa

esperienza. È importante, tuttavia, che l’operatore comprenda chi per primo abbia elaborato l’idea di

assumersi questo impegno sociale; tale informazione può essere un indicatore dei bisogni e delle

motivazioni sottostanti a tale scelta. In una buona percentuale di casi è la donna a prendere l’iniziativa.

Il primo passo da compiere dovrebbe essere quello di raccogliere informazioni sul nucleo familiare e, in

particolare, sulla composizione anagrafica e sulle caratteristiche della famiglia.

Nella fase successiva, si dovrebbero illustrare alle famiglie, in maniera più dettagliata, le finalità

dell’istituto dell’affido. A questi incontri sono presenti anche genitori che hanno già alle spalle

esperienze di affido; ciò permette alla famiglia che si propone per l’esperienza di accoglienza di

integrare le informazioni ricevute dagli operatori con i racconti delle esperienze maturate da altre

persone. Può accadere che alcune famiglie si rendano conto, già durante questi incontri, di non essere

pronte ad assumere questo ruolo, decidendo di ritirare la domanda.

Un ulteriore compito degli operatori dovrebbe essere quello di analizzare quali bisogni la famiglia stia

cercando di soddisfare con l’affido. Per comprendere ciò, occorre far riferimento al compito evolutivo

che la famiglia si trova ad affrontare nel momento in cui offre la sua disponibilità e alle strategie di

coping che ha attivato per fronteggiare le difficoltà che possono eventualmente emergere. Per esempio,

per una coppia sposata da poco, un compito di sviluppo da affrontare è quello connesso alla generatività.

Se i genitori non riescono ad avere figli, è plausibile prevedere che, diventando affidatari, non sappiano

gestire la doppia appartenenza del minore, che cercheranno di allontanarlo dalla sua famiglia d’origine

nella speranza che possa restare con loro. Un altro compito che le famiglie si trovano ad affrontare

riguarda l’acquisizione dell’autonomia dei figli divenuti grandi. Il rischio diventa allora, quello di non

saper adattare e modificare il proprio comportamento sulla base delle specifiche necessità del bambino

e di sperimentare disillusione rispetto all’esperienza dell’affido stesso. Alcuni nuclei familiari, invece, si

trovano a gestire una situazione di grave crisi interna, per cui intravedono nell’affido la possibilità di

mantenere coeso il nucleo familiare e di raggiungere un nuovo equilibrio. Trattandosi, però, di una

motivazione esterna e non interna alla coppia, spesso la crisi non viene superata per cui può accadere

che essa venga rimandata al momento della conclusione dell’affido o che i due partner giungano

ugualmente a separarsi, mettendo il minore nella condizione di dover affrontare un’altra situazione

problematica. È anche possibile che alcune famiglie si candidino all’esperienza di affido in conseguenza

di un lutto di un membro del nucleo familiare, per esempio un figlio. In questo caso, è probabile che essi

utilizzino il figlio in affido per fronteggiare i sentimenti di perdita e per elaborare l’esperienza di lutto. È

anche possibile che essi ricerchino nei gusti e negli atteggiamenti del bambino somiglianze con il figlio

perso, con ricadute negative sul minore in affido.

Un altro obiettivo importante consiste nell’indagare le relazioni fra i membri della famiglia e la capacità

di questi ultimi di costituire un fattore protettivo per lo sviluppo del minore. Bisogna individuare la

capacità, da parte dei genitori, di fornire le cure fisiche e emotive adeguate alle esigenze del bambino

accolto e di individuare strategie utili a fronteggiare le problematiche che si potrebbero presentare. Un

buon grado di coesione all’interno della coppia, la capacità di essere flessibili e di utilizzare il supporto

della rete sociale sono elementi considerati predittori affidabili di una buona genitorialità. Accanto a

questi aspetti, è necessario che l’operatore si soffermi anche sulle caratteristiche di personalità e sulle

rappresentazioni mentali che l’individuo si è costruito di sé e delle sue figure significative, sulla base

delle esperienze infantili avute con i suoi genitori. 37

Il processo di abbinamento.

La fase di abbinamento ha inizio nel momento in cui si cerca di individuare, tra le famiglie pronte ad

accogliere un bambino, quella più idonea per il progetto ipotizzato per il minore e per la sua famiglia di

origine, e terminerà con l’inserimento del bambino nella famiglia affidataria. I criteri che gli operatori

dell’ente locale utilizzano per procedere alla fase di abbinamento tengono conto sia del minore sia della

sua famiglia d’origine, sia della famiglia affidataria.

Per quanto riguarda il minore, l’attenzione va posta soprattutto sulle problematiche che il bambino

presenta, infatti, alcune condotte particolarmente aggressive o devianti, ad esempio, possono risultare

difficili da gestire per una famiglia affidataria che non ha mai avuto figli. Un altro aspetto da valutare è

la storia del bambino e l’età del minore. Solitamente gli affidatari sono più disposti ad accogliere un

bambino piccolo, dichiarando maggiori difficoltà ad accogliere un preadolescente o un adolescente. Di

particolare rilevanza sono anche gli aspetti legati alle caratteristiche temperamentali del bambino.

Per quanto riguarda le famiglie affidatarie, è importante che gli operatori si interroghino sulla

motivazione sottostante la richiesta di affido. Se una famiglia affidataria ha fantasie adottive, bisognerà

evitare di colludere con tali aspirazioni, abbinandola, ad esempio, a un minore per il quale sia previsto

quasi certamente un rientro a breve nel nucleo familiare di origine e il mantenimento dei rapporti

regolari con i genitori durante l’intero percorso. Non sempre è necessario evitare di soddisfare le

aspettative e le richieste dei genitori affidatari: qualora non siano incompatibili con il progetto di vita del

bambino, potrebbe essere utile assecondare le preferenze della coppia affidataria poiché potrebbero

rispecchiare le risorse realmente presenti in quel nucleo.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è lo stile genitoriale prevalente della famiglia affidataria.

Anche la presenza nella famiglia affidataria di eventuali figli è un elemento importante da considerare

per l’abbinamento. Occorre chiedersi che significato avrà per questi l’inserimento di un nuovo bambino.

Sarebbe opportuno evitare che si creino le condizioni per cui si possa attivare un atteggiamento di

competizione, da parte dei figli, nei confronti del minore affidato; a tal fine sarebbe auspicabile abbinare

minori con una differenza di età apprezzabile rispetto ai figli della coppia affidataria, scegliendoli,

possibilmente, di sesso diverso. È necessario prestare attenzione anche alla posizione che il minore

ricoprirà all’interno della fratria: in particolare, sarebbe opportuno che un bambino che era primogenito

nella famiglia di origine e che, probabilmente, aveva molte responsabilità, diventi ultimogenito o venga

collocato in una posizione intermedia nella famiglia affidataria, così da evitare di fargli assumere la

responsabilità di essere primogenito anche nella nuova famiglia. Anche un elevato divario nelle

condizioni socioeconomiche e culturali tra la famiglia affidataria e quella di origine può ostacolare il

buon esito dell’affido. Se il bambino deve anche affrontare orientamenti e valori promossi dalla famiglia

affidataria troppo diversi da quelli del contesto di provenienza, è probabile che si senta smarrito e in

conflitto rispetto ai valori da perseguire. Può anche accadere, in questi casi, che la famiglia di origine

veda nella famiglia affidataria un’antagonista e una minaccia.

Un altro fattore da prendere in considerazione è la capacità della famiglia affidataria di gestire i rapporti

con il nucleo familiare di appartenenza del minore.

Infine, un’ultima caratteristica da considerare riguarda la capacità o meno della famiglia affidataria di

adattarsi alle incognite che l’affido presenta, in particolare, alla capacità di convivere con l’eventuale

incertezza della durata dell’affido.

Ci sono numerose famiglie che risultano, in maniera continuativa, parzialmente inidonee a esercitare le

funzioni genitoriali. In questo caso si parla di semiabbandono permanente, per il quale non è previsto un

inquadramento legislativo specifico, dato che lo stato di adottabilità prevede una inidoneità permanente

della famiglia di origine. Qualora il minore non possa tornare in famiglia a conclusione dell’affido, si

parla di “adozione mite”, che dà la possibilità al minore collocato per molti anni presso una famiglia

affidataria di essere adottato da quest’ultima attraverso un procedimento di adozione non legittimante. Il

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minore viene riconosciuto a tutti gli effetti come figlio della coppia affidataria, tuttavia, esso continua a

mantenere i rapporti con la famiglia d’origine.

CAPITOLO 4: L’INTERVENTO DI ACCOMPAGNAMENTO ALL’AFFIDAMENTO

4.1 Introduzione

Quando si predispone un affidamento familiare si intendono raggiungere almeno 3 obiettivi:

1. Innanzitutto ci si preoccupa di offrire al bambino modelli di relazione ben funzionanti, per

sviluppare le proprie potenzialità. Perché un individuo possa interessarsi al mondo esterno e

presenza di una

acquisire fiducia nelle proprie capacità di affrontare i problemi è necessaria la

base sicura, costituita da adulti che lo accudiscono con dedizione, sensibilità e affetto. Nei casi

in cui ciò non si verifica a causa di un ambiente poco attento alle esigenze del bambino, lo

sviluppo della sua personalità ne risente fortemente. Per ovviare a questo problema,

l’affidamento familiare intende offrire all’individuo la possibilità di disporre di cure adeguate da

parte di una famiglia integrativa. Se il contesto di cure sostitutivo è sufficientemente adeguato,

superata la crisi iniziale sarà possibile per il bambino creare legami significativi anche con adulti

diversi dai genitori che, contribuiranno a promuovere il suo sviluppo.

2. Un secondo obiettivo che l’affidamento familiare intende perseguire è quello di far recuperare

in questi bambini eventuali ritardi, distorsioni o blocchi legati al suo sviluppo cognitivo,

affettivo-relazionale e sociale. In questo caso le famiglie affidatarie sono chiamate a mettere in

atto strategie finalizzate a consentire nuovi apprendimenti e a “smantellare” eventuali carenze,

modelli di relazione disfunzionali.

3. La validità e l’efficacia di questi 2 obiettivi sono connesse al raggiungimento di un altro

risultato, quello di aiutare la famiglia del bambino ad acquisire e incrementare le proprie

capacità genitoriali, per favorire il rientro del minore in famiglia.

4.2. l’intervento nella fase iniziale: il distacco del bambino dalla famiglia e il suo collocamento

presso gli affidatari

L’intervento a sostegno dell’affidamento dovrebbe partire dal momento in cui si decide

l’allontanamento del bambino dal nucleo familiare. In questo breve arco di tempo, genitori e figli si

trovano ad affrontare una serie di problematiche emotive, che necessitano di un sostegno immediato

degli operatori.

1. Affrontare il trauma del distacco

- L’allontanamento del bambino costituisce un evento traumatico per tutti i membri della

famiglia, si vengono a spezzare i legami affettivi che, sebbene caratterizzati da forti carenze, si

sono già stabiliti tra il bambino e i suoi familiari. Indipendentemente dalla qualità del contesto

affettivo, ogni bambino nasce predisposto geneticamente a sviluppare legami emotivi con chi si

prenderà cura di lui: il pianto, il sorriso, il gattonare, sono tutti comportamenti che permettono di

stare in prossimità della figura adulta che potrà provvedere alla sua sopravvivenza finisca e

fornire tenerezza e affetto. Più l’adulto offrirà tale supporto più il piccolo maturerà la fiducia

nella propria capacità di richiamare l’attenzione dell’adulto in caso di necessità, di comunicare i

suoi bisogni, di sentirsi meritevole del suo amore. Laddove l’adulto non costituirà una base

sicura adeguata per il bambino, non significa che il bambino non nutrirà affetto e dipendenza da

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quella figura. Un bambino abusato, ad esempio, pur di mantenere la relazione con proprio

genitore, sarà portato ad addossarsi la colpa del comportamento dei genitori. Il bambino quindi

sviluppa strategie di relazione poco funzionali per il suo sviluppo, che costituiscono per lui

l’unico modi di poter vivere con quei genitori in quella famiglia.

- Un altro aspetto che rende traumatica l’uscita del bambino dalla sua famiglia riguarda il

cambiamento nella gestione della vita quotidiana e nel modo di vivere il proprio ruolo

all’interno e all’esterno della famiglia. Il bambino che lascia la propria famiglia si trova ad

affrontare il nuovo contesto che lo accoglierà con un doppio handicap: non potrà contare sulla

presenza dei genitori per conoscere la nuova situazione e non potrà nemmeno contare sulla base

sicura interiorizzata che possa guidarlo in assenza dei genitori, in casi di storie relazionali

distorte. Anche per i genitori e i fratelli che restano in famiglia l’allontanamento del bambino

costituisce un trauma che richiede nuove forme di organizzazione e adattamento. La rete dei

parenti e il vicinato, possono manifestare reazioni differenti, offrendo sostegno alla famiglia in

questo momento di difficoltà o al contrario, allontanandosi e negando ogni supporto, dato che

essa non corrisponde all’immagine di famiglia “nella norma”.

Relativamente ai comportamenti di genitori e bambini all’allontanamento del minore, alcuni autori

hanno richiamato le fasi tipiche del lutto.

1) Nella prima fase sono presenti “shock e negazione”: genitori e bambini sono sopraffatti dalla

perdita e tendono a rifiutare o minimizzare il riconoscimento della perdita e i sentimenti di

dolore ad essa associati.

2) Nella seconda fase, di “protesta”, la perdita è ormai riconosciuta, ma genitori e bambini si

sentono ancora incapaci di fronteggiare l’irreversibilità della perdita.

3) Nella terza fase, contraddistinta da un sentimento di “disperazione”, comincia il confronto con

la realtà della perdita e col suo significato. Ne consegue uno stato di profonda tristezza, collera e

disperazione.

4) Nell’ultima fase, quella del “distacco”, genitori e bambini riescono finalmente a riorganizzarsi:

In base a questi

il senso di speranza per il futuro prende il posto della disperazione precedente.

dati è importante tener conto che i vissuti del bambino e del genitore al distacco saranno quelli

tipici della prima fase di reazione alla perdita. Il bambino potrà rifiutarsi di ammetterli o

riconoscere i sentimenti di rabbia e tristezza della separazione, oppure intraprendere diverse

attività per evitare di affrontare la perdita e il lutto, anche se il malessere può emergere sotto

forma di incubi notturni, problemi respiratori, sonnambulismo, insonnia. Allo stesso modo i

genitori potranno negare l’importanza dell’allontanamento del figlio, potranno ricorrere all’uso

di sostanze o alcool per alleviare il dolore oppure dimenticarsi del bambino e delle visite

prefissate. Pertanto favorire gli incontri tra genitori e bambini in queste prime fasi può aiutarli

a realizzare che l’allontanamento non corrisponde all’abbandono, in modo tale da mantenere

saldi gli attaccamenti tra i membri della famiglia.

2. Aiutare il bambino e la sua famiglia a dare un senso all’affidamento

Una volta predisposto l’affidamento, l’intervento dovrà aiutare genitori e bambini a comprendere e

accettare le motivazioni che hanno portato all’affido e alle finalità dell’affido stesso. Nel tentativo di

dare un senso all’esperienza che stanno vivendo, i genitori possono essere portati ad attribuire

all’esterno o se stessi le cause delle avversità che si trovano ad affrontare. Martin a tal proposito, ha

individuato 3 diverse strategie per spiegare l’allontanamento del minore dalla famiglia:

I. attribuire a un fallimento personale la necessità dell’affidamento; 40

II. ricorso alla propria incapacità di vivere secondo le aspettative degli altri,

III. attribuire la responsabilità agli altri.

Uno studio di Jenckis e Norman ha individuato 3 diverse reazioni delle madri di fronte

all’allontanamento del bambino:

1. la maggior parte di esse manifestava forti sentimenti di rabbia e rancore verso i servizi sociali

o verso il bambino, ritenuto poco collaborativo e affidabile, o verso se stessa. Nella maggior

parte di questi casi l’affidamento era stato deciso non consensualmente ma dal tribunale, a

causa di abusi o trascuratezza dei genitori.

2. Quando la decisione dell’affidamento era stata raggiunta consensualmente, in seguito a scarsa

controllabilità del bambino o problemi di salute della madre, le madri sentivano un senso di

sollievo e gratitudine nei confronti dei servizi sociali.

3. Una terza tipologia di madri, invece, reagiva con forti sensi di colpa per la propria incapacità di

prendersi cura del figlio, a causa di problemi mentali.

Ci si può aspettare che, laddove il provvedimento di affido sia stato deciso con il consenso dei genitori,

diventa più facile anche per il bambino trovare una spiegazione accettabile a questa esperienza. Pertanto

l’intervento in questa fase dovrebbe aiutare i genitori a maturare la coscienza della necessità dell’affido

e sostenerli nei chiarire ai figli le motivazioni di tale decisione. A seconda dell’età del bambino,

l’operatore può aiutare i genitori a sviluppare un piano appropriato per aiutarlo ad affrontare con meno

ansia tale momento, ad esempio permettendo al bambino di portare con sé alcuni oggetti transizionali e

fotografie dei familiari. La sfida che gli operatori affrontano in questa fase è quella di riuscire a

sviluppare una relazione “terapeutica” con la coppia genitoriale, riuscendo ad essere empatico con

loro.

3. Sostenere l’adattamento del bambino e degli affidatari alla nuova situazione

Il primo compito che il bambino deve affrontare, una volta uscito dalla propria famiglia d’origine, è

l’adattamento alla famiglia affidataria. Oltre a elaborare il lutto e la perdita, il bambino deve imparare

a conoscere e abituarsi a regole e abitudini diverse riguardo al sonno, al cibo, all’igiene, all’attività di

vita quotidiana, deve adattarsi alle modalità comunicative della nuova famiglia. I teorici

dell’attaccamento sottolineano come qualsiasi situazione nuova attivi negli individui il bisogno di

rassicurazione e protezione da parte degli adulti di riferimento a scapito dell’esplorazione. Anche nel

caso del bambino in affidamento la situazione nuova attiverà inizialmente il suo bisogno di protezione

piuttosto che di esplorazione. In questo caso però, il bambino si trova a dover affrontare la novità in

essenza delle figure genitoriali che dovrebbero rassicurarlo o non potrà contare neanche su qualche

forma di sicurezza interiorizzata. L’intervento in questa fase dovrà innanzitutto preparare il bambino a

ciò che succederà: ciò che è conosciuto fa meno paura e aiuta a munirsi delle strategie necessarie per

affrontarlo. Il bambino andrebbe preparato rispetto ai sentimenti dolorosi che proverà, deve essere

rassicurato sul fatto che ciò che sente è già conosciuto dagli adulti che lo circondano, i quali sono

disponibili e capaci di aiutarlo. Preparare l’ingresso del bambino al nuovo ambiente vuol dire rendere

noti le abitudini della famiglia affidataria, la collocazione degli spazi, i ritmi della giornata, la stanza del

bambino, attraverso una possibile fase di inserimento con l’accompagnamento del bambino, nei primi

giorni, da parte di un genitore. Dal canto loro, i genitori affidatari dovrebbero essere aiutati a

conoscere le dinamiche di questa fase di affidamento per favorire l’adattamento del bambino

attraverso un atteggiamento tollerante verso le sue espressioni iniziali di disagio. Ad esempio, è

importante rassicurare gli affidatari sul fatto che è improbabile, nelle fasi iniziali, che il bambino possa

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esprimere loro gratitudine per l’accoglienza e l’affetto dal momento che li vive come persone estranee,

ciò non vuol dire però che il bambino non si affezionerà a loro, offrendogli la possibilità invece di

esprimere liberamente i suoi sentimenti. Questo atteggiamento pone le fondamenta per la realizzazione

di una base sicura nella nuova famiglia. Infine, l’esperienza di accoglienza richiede una

riorganizzazione degli spazi dei ritmi e delle routine anche da parte degli affidatari (riduzione delle

uscite, del tempo dedicato a se stessi, cerchia di amici e parenti più ristretta).

4. La definizione del progetto di intervento e coinvolgimento dei genitori

Una volta predisposto l’affido, sarà necessario strutturare il progetto di intervento per attivare i

cambiamenti che la famiglia dovrà realizzare perché il bambino possa farvi rientro. Secondo alcuni

autori il progetto di intervento andrebbe inteso come una sorta di contratto sottoscritto da servizi e

famiglia in cui viene esplicitato ciò che i genitori dovranno fare, i tempi in cui tali risultati devono

essere raggiunti, i supporti di natura economica e psicologica che la famiglia dovrà ricevere ,le modalità

con cui saranno gestiti i contatti col bambino e le possibili soluzioni alternative al rientro del bambino in

famiglia nel caso in cui non vengano raggiunti i risultati attesi. La partecipazione dei genitori alla

definizione dei cambiamenti da raggiungere ha lo scopo di renderli coscienti degli obiettivi

dell’affidamento e a capire quali sono le componenti di quella genitorialità “sufficientemente buona”

che si intende promuovere. Per fare ciò, è necessario che il progetto sia steso in maniera chiara, concreta

e comprensibile ai genitori, che i suoi obiettivi siano realistici rispetto ai cambiamenti realizzabili dai

genitori, rispetto ai tempi e alle risorse disponibili.

4.3. L’intervento nel corso dell’affidamento: promuovere cambiamenti permanenti nel bambino e

nella famiglia

Una volta avvenuto l’inserimento nel nuovo nucleo familiare, il bambino la famiglia e gli affidatari

devono lavorare parallelamente e congiuntamente, per il raggiungimento dei diversi obiettivi

dell’intervento. Si tratta di proseguire nel lavoro di elaborazione del lutto, ma anche garantire da una

parte la permanenza del bambino presso gli affidatari, dall’altra assicurare al bambino la possibilità di

mantenere un forte senso di relazione con i propri genitori. Infine anche gli affidatari hanno il bisogno di

essere supportati nel compito di contenere le ansie del bambino e fargli raggiungere le tappe evolutive

proprie dell’età.

1. Continuare a sostenere il bambino e i suoi genitori nell’elaborazione dei vissuti di perdita

Anche dopo che il bambino è stato trasferito nella famiglia affidataria, il processo di elaborazione del

lutto per il distacco degli affetti consolidati continua il suo corso. Se il bambino non risolve queste

problematiche, si possono verificare problemi sul piano cognitivo, nel rendimento scolastico e nella

capacità di relazionarsi con adulti e pari. I bambini inoltre possono mantenere una visione dei loro

genitori del tutto idealizzata e distorta rispetto alla realtà: ciò può indurli a vedere solo gli aspetti positivi

della propria famiglia e a rifiutate la famiglia affidataria, considerandola “cattiva. Perché il bambino

possa intraprendere il percorso di elaborazione della perdita, deve poter contare sulla guida, sulla

comprensione di una persona di cui si fida. Questa funzione di nuova base sicura potrà essere svolta

dalla famiglia affidataria se questa saprà mostrarsi affidabile e capace di tollerare le espressioni di rabbia

e tristezza che il bambino manifesterà. Nel caso di preadolescenti e adolescenti, alcuni studi hanno

dimostrato la possibilità e l’utilità di affrontare queste tematiche in incontri di gruppo per ragazzi in

affidamento. Anche i genitori dei bambini, attraverseranno la fase di protesta al distacco, manifestando

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Interventi a Sostegno della Genitorialità, basato su appunti personali e studio autonomo del testo L'Affidamento Familiare di Cassibba e Elia consigliato dal docente. Gli argomenti trattati sono i seguenti: un excursus storico, l’entrata in vigore del nuovo Codice civile (1942), la disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori, l’affido del minore, le due forme di affido: consensuale e giudiziaria.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica dello sviluppo e delle relazioni
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxx86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Interventi a sostegno della genitorialità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Cassibba Rosalinda.

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