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Prefazione

L’edizione critica di Giuseppe Porta è la prima integrale dopo quella di Muratori pubblicata nel 1740; è in merito alla Cronica, scritta verso la metà del '300 da autore rimasto anonimo, in cui si racchiude la massima espressione letteraria della Roma medievale. La Cronica fu molto vicina alle produzioni trecentesche toscane, nascendo da un cambiamento radicale del punto di vista consolidato da un’abitudine plurisecolare, alla quale l’intelligenza storica muratoriana si sottrasse solo parzialmente.

Riconducendo nel suo alveo naturale, quello di una porzione di cronica del tardo Medioevo, l’opera conosciuta sotto il titolo di “Vita di Cola di Rienzo” a partire dalle stampe del '600, destinate a un grande successo nell’Europa romantica e postromantica, si raggiunge non solo lo scopo di una ricostruzione filologica del testo, ma anche quello di individuare i caratteri originali nell’ambito di un genere che, nel momento in cui l’Anonimo decise di stendere queste memorie, doveva trovarsi al massimo del suo splendore.

Probabilmente lo scrittore apparteneva alla classe nobiliare cittadina, come si rileva da alcune parole, come mea ientilezza che emergono dal parziale restauro di una lacuna del primo capitolo, e aveva studiato medicina a Bologna, secondo quanto si rileva nella chiusa dell’XI capitolo; amareggiato per i soprusi delle grandi famiglie nobili, in particolare dei Colonna, a cui, in sostanza, attribuisce la caduta di Cola, e per la degenerazione del clero, fortemente pessimista sulle sorti del popolo di Roma, non incontra nel suo tempo esempi da proporre a quelli che verranno dopo.

Che l’ultimo capitolo coincida con la caduta del tribuno, non dipenderà certo dalla volontà dell’autore, ma non si potrà negare che nel contrasto che risiede tra la triste morte di Cola e l’esempio di virtù dell’amato Livio si debba riconoscere la più esplicita dichiarazione dell’atteggiamento dell’Anonimo nei confronti degli eventi a lui contemporanei. La differenza tra il suo stile e quello dei suoi contemporanei, come Giovanni Villani, per i quali lo stile annalistico costituiva unicamente la cornice, nell’ambito di una visione provvidenziale della storia, per l’esaltazione della potenza economica e politica di una città, non potrebbe essere più netta.

Nel prologo della Cronica, che non potrebbe essere più differente rispetto a quello doppio del suo contemporaneo e alieno fiorentino, si identifica una delle ragioni dell’opera con la virtù consolatrice della poesia e si giustifica la scelta del volgare come mezzo per una più ampia partecipazione a questo bene. Attraverso il confronto con altre croniche di diverse nazionalità e lingue si è appurata la veridicità dei fatti, non negando, ovviamente, il ricamo fattovi sopra da un narratore che vuole creare diletto nel lettore, processo che può derivare da una “memoria imperfetta” (capitolo II, como per suonno) dell’autore fanciullo in Santa Maria dello Piubico, dall’incontro indimenticabile con i testimoni di cose lontane (capitolo XI, i pellegrini spagnoli che mostrano le loro ferite), la suggestione di documenti misteriosi (lettera berbetana inviata a Stefano Colonna), oppure semplicemente per l’impressione di eventi al di fuori del comune.

Particolarità dell’opera è comunque l’attuazione di questa chanson de geste in prosa in diversi luoghi (come specifica nel XV capitolo) per poi tornare a parlare delle cose italiane, dimostrando quindi forte attualità, ed esaltando la figura del poeta, di cui la presenza è decisiva. Come ovvio che sia, gli avvenimenti, con il passare dei capitoli, si vanno sempre più concentrando in relazione alle azioni intorno alle vicende che hanno appassionato maggiormente l’autore, ovvero la storia di Cola di Rienzo; il risultato è, ovviamente, che questi capitoli risultino più lunghi e ricchi di particolari.

Da ciò deriva uno squilibrio intrinseco nella struttura della Cronaca; questo comporta, nei manoscritti e poi nelle stampe, l’isolamento di queste parti, contenute tra i capitoli XVIII e XXVII, e, in misura minore, nei capitoli XXIII e XXVI. Alcuni hanno considerato l’opera un’anticipazione della biografia umanistica, e, per l’epoca in cui è stata messa in circolazione, seconda metà del '500, una trasposizione del genere romanzesco. La sua circolazione così tarda può essere spiegata con la triste fine dell’esperienza di Cola; del resto l’aver cercato di istituire un’utopia in cui i poteri fossero uguali a quelli di qualsiasi altra potenza, con la partecipazione di una Chiesa vivificata, fu messa a tacere con il ritorno del Papa da Avignone, e l’opera non ebbe il successo che invece avrebbe dovuto avere, anche per via della documentazione dialettale ivi presente.

La singolarità dell’opera deriva dalla sua stessa origine, dovuta alle scelte di un temperamento sostanzialmente poetico che adibisce il genere a funzioni fino ad allora mai esercitate, che il mancato verificarsi delle condizioni strutturali che accompagnano la nascita di ogni letteratura hanno ancora più accentuato. Queste singolarità saltano subito all’occhio del lettore per via del dialetto, particolare, usato in un contesto e in una sezione temporale inaspettati; anche la prosa adottata sfugge a tutte le classificazioni della prosa d’arte italiana come sotto il segno del patrocinio latino si era venuta affermando dall’esperienza dei volgarizzatori dei primi secoli fino alle prove dantesche e che poi dopo la prassi boccacciana e la codificazione bembesca dominerà incontrastata.

Nota bibliografica

Influsso capitale sulle edizioni successive è stato esercitato da quelle allestite dal tipografo Andrea Fei, ad istanza del libraio romano Pompilio Totti, a Bracciano nel 1624, con l’attribuzione dell’opera a Tomao Fiortifiocca Scribasenato; e quindi, in seconda edizione, priva della falsa attribuzione, con una diversa suddivisione in capitoli e con l’aggiunta di un piccolo glossario, sotto il titolo di “Vita di Cola di Rienzo (prima Renzo) Tribuno del Popolo Romano”, limitatamente a quei quattro capitoli che parlano del tribuno.

La seconda edizione braccianese, con modifiche e col corredo di varianti manoscritte, viene inserita da Ludovico Antonio Muratori nel contesto della prima edizione integrale della cronaca, accompagnata da una traduzione latina di Pietro Ercole Gherardi, pubblicata a Milano nel 1740, come parte del terzo tomo delle Antiquitates Italicae Medii Aevi, con il titolo “Historiae Romanae Fragmenta”.

Nel periodo successivo furono diversi i rimaneggiamenti e le modificazioni integrali al testo, con interventi divulgativi e puristici, come la traduzione in toscano eseguita da Zefirino Re per il Bordandini di Forlì nel 1828, con numerose note di carattere prettamente storico, poi ristampata a Firenze presso Le Monnier nel 1854, con il titolo invariato (preso in prestito dalla seconda edizione braccianese), o con la fantasiosa prefazione di Gabriele d’Annunzio (Vite di uomini illustri e di uomini oscuri).

La Vita di Cola di Rienzo, uscita a puntate sul Risorgimento, a Milano fra il dicembre 1905 e il gennaio 1906, venne più volte ristampata. Presso l’editore Oleschki esce nel 1928 l’edizione a cura di Alberto Ghisalberti, con il titolo “La vita di Cola di Rienzo”, con un ritorno alla versione manoscritta e con preoccupazioni di tipo filologico. Qui il testo viene seguito da un ridotto glossario e preceduto da un’utile introduzione nella quale, oltre ai dati sommari sulla lingua e alla descrizione dei manoscritti utilizzati, si forniscono i cenni essenziali per una storia delle edizioni e degli studi sulla Cronica, con riferimento pure a questioni ormai considerate oziose, eppure in passato molto dibattute, come quello in relazione all’autenticità dell’opera.

In seguito, l’unica che apporti un contributo preciso sul piano testuale, con note e introduzione, è quella più accurata di Arsenio Frugoni nel 1957 presso Le Monnier. Delle stampe parziali che non si riferiscono alla Vita e non rappresentano semplici riproduzioni di quella muratoniana si segnalano la pubblicazione dell’XI capitolo della Cronica presentata da Francesco Ugolini, come anticipo della sua edizione “Avvenimenti, figure e costumi di Spagna in una cronaca italiana del Trecento”.

Si aggiungono inoltre “Saggi sui rapporti storici, filosofici ed artistici fra le due civiltà”, uscito a Firenze nel 1941, e quella di Giuseppe Porta per l’Adelphi, uscita nel 1977, come commento ai soli capitoli XII e XIII, “Le vicende del duca di Atene e le gesta d’oltremare nella narrazione dell’Anonimo romano”. Precedentemente si era avuta l’edizione di alcuni estratti della parte conosciuta come Vita nell’antologia sansoniana di Gianfranco Contini, “Letteratura italiana delle origini”, uscito a Firenze nel 1970.

Sul piano degli studi dedicati alla Cronica, quello di Ugo Fancelli, “Studi e ricerche sui Fragmenta historiae romanae”, uscito a Roma nel 1897, è il primo che si propone come risultato di un esame diretto dei codici ed offre un materiale che dovrebbe essere preliminare all’edizione del testo. Nell’edizione di Porta questo studio sarà ampliato fino a dare un quadro delle discussioni intorno all’autenticità del testo dal '600 in poi e sulla sua fortuna, che si fa iniziare poco dopo la metà del '500.

Riassunto capitoli

Capitolo uno

Isidoro scrive nel libro delle Etimologie che il primo uomo di cui si hanno delle testimonianze scritte era un Greco di nome Cadmo (figlio di Agenore che introdusse fra i Greci le 17 lettere dell’alfabeto); prima di questo non vi erano testimonianze. Le donne, infatti, quando dovevano raccontare qualcosa non la scrivevano, al più la incidevano sopra a dei sassi che poi venivano posti in luoghi famosi, in cui si era sostenuta una battaglia, riscossa una vittoria, una sconfitta, o animali o gente armata.

Questa stessa usanza passò ai Romani, in Italia, in Francia e in particolar modo a Roma; spesso questi per far sapere le loro gesta ai propri successori costruivano archi di trionfo con battaglie, uomini armati, cavalli e altre cose, come se ne trovano in Persia e a Rimini. Da Cadmo le genti cominciarono a scrivere per la debolezza della memoria; come Tito Livio che scrisse un libro sulla fondazione di Roma fino a Ottaviano, come Lucano scrisse sulle gesta dei Cesari, come Sallustio e altri che non fecero morire le memorie prima di Roma.

Allo stesso modo anche l’Anonimo, di cui le origini gentilizie sono state volute da Dio, non può far morire la memoria delle cose magnifiche ed eccellenti che ha visto. L’opera dell’Anonimo ha diverse ragioni:

  • In modo tale che se succedessero le stesse cose le donne potranno appurare che il detto di Salomone è vero, ovvero “Non è cosa nova sotto lo sole, ché cosa che pare nova stata è”.
  • Nell’opera si potranno trovare molti esempi buoni e belli, che gli uomini potranno schifare o usare, in modo che l’opera possa avere sempre una buona utilità.
  • L’Anonimo vuole scrivere perché ha grande rispetto di quanto è accaduto, dal momento che se una cosa non è importante l’uomo la lascia stare, mentre se è importante allora la scrive.
  • È la stessa che ha mosso Tito Livio, il quale parlò del grande Alessandro, di cui dice anche che la grandezza non fu niente al confronto di quella dei Romani. A Tito fu spesso avanza la critica di parlare di Alessandro invece dei Romani, ma lui rispondeva che questa materia riusciva a calmare il suo animo, allo stesso modo l’Anonimo vuole scrivere per calmare il proprio animo.
  • Anche questa è la stessa descritta da Tito nei primi dieci versi della sua opera, ovvero che mentre scrive non vede le atrocità che per molto tempo ha dovuto vedere; allo stesso modo l’Anonimo in questo modo non vede né sente la guerra, il trambusto che lo costringe a cambiare spesso sede, le genti tramutate in miserabili.

L’opera, dice l’Anonimo, è scritta in volgare, anche se in realtà era stata iniziata in latino ma non veniva né dilettevole né ricca come in volgare, decidendo di usarlo anche in modo tale da poter essere letto da quelle persone che non sanno scrivere ma solo leggere. Segue un piccolo indice delle materie e degli avvenimenti trattati nei capitoli successivi, in modo tale da poter ritrovare gli accadimenti velocemente.

Capitolo due

La prima notizia di cui parla l’Anonimo è di come Iacopo Saviello, senatore del re di Napoli Roberto, venne cacciato dal Campidoglio dagli “scendichi” Stefano Colonna, signore di Palestrina, e Poncello Orsini, signore del castello di Sant’Angelo. Questi salirono sull’Arecoeli e suonarono la campana per radunare le molte persone a cavallo e a piedi.

Accorsero in molti, tutti armati, raggruppandosi presso il Campidoglio, dove stava Saviello (l’Anonimo dice di ricordarselo come per sogno). Colonna e Orsini accompagnarono Saviello per mano presso la piazza, alcuni chiesero a Colonna come potesse fare una cosa del genere a suo nipote, ma questi rispose che gli sarebbe bastati pochi soldi per rimpiazzarlo, soldi che non si trovarono mai. L’Anonimo ricorda anche il giorno in cui Colonna e Orsini furono scelti per entrare a far parte dei 28 (numero mai sicuro, ma si tratta quasi sempre di un multiplo di 13, come le regioni urbane nel XIV secolo) Buoni Uomini di Santa Maria dell’Aracoeli, una grandissima festa dopo essere stati bagnati con l’acqua santa.

Si ricorda essere successo nel 1300, e vorrebbe anche iniziare a raccontare da questa, ma al tempo egli era troppo giovane; preferisce parlare dalla sconfitta del Principe della Morea.

Capitolo tre

Era il settembre 1328, alla vigilia di Sant’Angelo della Vendemmia, quando i Romani subirono la sconfitta a Porta Castello. All’epoca gli elettori della Germania avevano eletto Imperatore il duca di Baviera, Ludovico, il quale non assecondava gli ordini di Papa Giovanni; giunse la voce che sarebbe giunto in Italia, e il Papa, insieme al Re di Napoli Roberto, cercarono di prepararsi.

Il misso Giovanni della Ragione (Giovanni di Gravina, principe d’Acaia, o della Morea, secondo la denominazione invalsa nel basso Medioevo, poi duca di Durazzo, fratello di Re Roberto), principe della Morea, fratello del re di Napoli, e il misso Giovanni Gaitano (Giovanni Gaetano Orsini, cardinale legato), legato in Toscana, si mossero con molta gente verso Roma per aiutare alla difesa della città, radunandosi a Narni. (Questo avvenimento, ovvero l’attacco alle mura di Roma, fu molto disastroso per le forze dei fedeli agli Angioini e alla famiglia Orsini. Avvenne tra la notte del 28 e il 29 settembre, festa di San Michele Arcangelo).

Ve ne erano molti appartenenti alla famiglia Orsini; appartenente alla famiglia Colonna era invece quello che venne posto a capo dei Romani, Sciarra, il quale occupò velocemente le fortezze di Roma e Castel Sant’Angelo. Gli uomini del Legato entrarono a Roma alla vigilia di Sant’Angelo per la città Leonina, non attraverso la porta, la quale era sorvegliata, ma abbattendo un muro, arrivando fino a San Pietro; a mezza notte Sciarra fece suonare le trombe e i romani scesero al Campidoglio per combattere.

Sciarra divise la gente in due parti, una capitanata da lui e l’altra da Iacopo Saviello, mandato verso Porta Maggiore. Ma quando Iacopo arrivò lì per combattere non trovò nessuno, mentre Sciarra combatteva ferocemente insieme a sette rioni, fino all’alba. Durante la guerra accadde una grande impresa; Giovanni Manno Colonna portava il vessillo della gente di Roma, giunto presso dove i nemici erano penetrati nella città leonina, ovvero presso il buco che avevano creato nel muro, gettò il vessillo nel pozzo. Questo decretò la fine della battaglia e la sconfitta del popolo di Roma.

Mentre il principe cercava di tirar su di morale la propria gente, un uomo giovane, Cola de madonna Martomea Aniballi, provò a ferirlo, caricando nella sua direzione con il proprio cavallo; ma il principe, con la sua mazza chiodata, riuscì a ferire il suo cavallo. Gli mancò la presa e cadde nel fossato presso l’Ospedale del Santo Spirito. La lotta non terminò così, ma ancora per molti giorni, in cui spesso si trovavano uomini morti o feriti presso tutte le strade, o presso le vigne; il principe della Morea tornava trionfante presso il Campidoglio.

È in questo periodo che nascono Guelfi e Ghibellini a Firenze; una sera due cani lottavano tra di loro, strattonandosi forte, uno di nome Guelfo e l’altro di nome Ghibellino, e la gente cominciò a tifare per l’uno o per l’altro.

Capitolo quattro

Mancante, parla di Papa Giovanni e della venuta di Ludovico di Germania a Roma, della sua partenza e dell’incoronazione dell’Antipapa. Parla di Papa Giovanni XXII (Jaques d’Eue dea Cahors), eletto il 7 agosto 1316, e dei fatti di Ludovico il Bavaro a Roma, dove, entrato il 7 gennaio 1327, veniva incoronato il 17 dello stesso mese in San Pietro, il 18 deponeva il suo avversario, e il 12 maggio eleggeva nella persona di Pietro da Corvara, Niccolò V antipapa.

Capitolo cinque

Presso una città vicino Bologna, ovvero Ferrara, vennero cacciati gli appartenenti della famiglia Fontana, perché giunsero presso la città una famiglia originaria di Venezia. Al tempo dell’Anonimo i signori di Ferrara erano gli Este, sostenuti dai tiranni della Lombardia; la famiglia Fontana chiese al legato di poter tornare presso la propria città in capo a tre anni, pagandogli per ogni anno 14 mila fiorini. Dalla sola città, gli Estensi conquistarono in poco tempo il resto del contado; ma il ca

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/13 Filologia della letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Muriko95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Campanelli Maurizio.
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