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presentarono al porto facendo molto baccano, come tutti i marinai che tornano dopo un lungo

viaggio, sfoggiando tutti i loro tesori e anche sei Mori presi come schiavi. Uno di loro comprendeva

anche il latino, quindi cercava di tradurre ciò che dicevano gli uomini che lo accompagnavano,

sostenendo che sicuramente non sarebbero stati in grado di sconfiggere un Cristianità così bella e

forte. Infatti, come spiega l’autore, questi non avevano delle abitazioni belle come quelle in cui

abitavano i genovesi.

Qualche tempo dopo ne furono portati altri, più simili all’etnia dell’autore, vestiti come loro, di cui

cantava le imprese del Re, il quale era riuscito a espugnare l’ultimo baluardo saraceno ad Alcacuc.

Nessun Re poté superare Alfonso, veramente aveva tutte le virtù; l’unica rimostranza che gli si

poteva fare era che non amasse sua moglie, da cui ebbe però un bambino, per cui spesso fu

scomunicato dal Papa. Ma lui era innamorato di una bagascia ed era la sua ragione di vita, tanto che

l’unica risposta che diede al pontefice fu che se si fosse da lei allontanato allora sicuramente

sarebbe morto. (Alfonso XI morì di peste il 26 marzo 1350).

Capitolo Dodici.

Il capitolo parla principalmente di come venne cacciato da Firenze il duca di Atene, di come morì

Papa Benedetto e di come fu incoronato Papa Clemente.

Era l’anno Domini 1342 quando salì il fumo dal campanile di San Paolo, annunciando la morte di

Papa Benedetto XI, bianco, e l’annuncio del suo successore venne fatto nello stesso anno: Clemente

V, detto il monaco nero (Pierre Roger, Benedettino, eletto nel 1342 ad Avignone, dove morì nel

1352).

Era perfetto per questa figura, avendo ricoperto ogni carica ecclesiastica prima di questa, ed essendo

stato un ottimo studioso e oratore, tanto che quando teneva i suoi sermoni tutta Parigi accorreva. I

nobili gli chiesero anche di riportare gli anni del Giubileo da 100 a 50, poiché pochi erano coloro

che riuscivano ad arrivarci. (L’ambasciata che mosse da Roma sei mesi dopo l’elezione del Papa,

vedeva Stefano Colonna il Giovane e Iacopo precettore di Santo Spirito, tra cui spiccavano diversi

membri di famiglie nobili romane ed alcuni ecclesiastici. Lo scopo era quello di presentare

l’omaggio della città, di persuadere il Papa a tornare a Roma, e di convincerlo ad anticipare il

Giubileo. Vi era anche Cola, delegato dei 13 buoniuomini, che nel 1343 scrisse ai romani

informandoli delle concessioni ricevute).

Nello stesso anno, venne cacciato da Firenze Goffredo, conte di Brenna e duca di Atene, signore da

lungo tempo della città; a sorpresa i Fiorentini negoziarono con Mastino della Scala per Lucca, ma

vennero intralciati dai Pisani che assediarono la città, la recintarono e ne impedirono l’ingresso,

senza lasciare nemmeno la grazia al “missore” Malatesta. (Lucca era stata ceduta da Matino della

Scala per 250.000 fiorini, con un trattato concluso a Ferrara nel 1341, cadde nelle mani dei Pisani

nel 1342, dopo alcune vicende belliche. L’Anonimo, di queste, ricorda la sconfitta dei Fiorentini sul

greto del Serchio il 2 ottobre 1341).

Lo avevano catturato, infatti, aspettando che si riposasse venendo presso Lucca, costruendo intorno

a lui e ai suoi uomini un fossato in una notte; i Fiorentini, non sapendo cosa fare, chiamarono come

loro capo il signor Goffredo, conte di Brenna e duca di Atene, e quindi di discendenza francese.

Appena ebbe la comunicazione partì di gran carriera, riuscendo a riprendersi la signoria ma non

attaccando i Pisani; comunicò la cosa al re di Francia, Filippo di Valois, suo parente, il quale ne

chiese i dettagli, Goffredo aveva fatto mettere porte nuove alle città e costruire delle torre molto alte

e belle, a ciò il Re rispose che egli avrebbe dovuto comandare il popolo e non le torri; dopo poco

tempo anche Roberto di Napoli ebbe la notizia, e il Re chiese dove esso si riposasse, consigliando,

una volta saputo, di far cambiare alloggio ai capi della città di Firenze, portandoli nel suo palazzo e

proteggendoli. 16

Dopo 10 mesi, però, venne cacciato perché troppo crudele, uccideva senza ragione le persone,

aveva come compagno un uomo, Guglielmo di Assisi, molto violento, rosso spesso in volto, che

martoriava le persone e comandava al figlio di fare lo stesso e di percuoterle per il suo amore;

inoltre, cercavano di prendere tutte le monete che potevano, lasciando anche i gran signori di

Firenze con panni da straccione.

Aveva con un lui un uomo pessimo e crudele, nato a Firenze, ma che spesso era stato cacciato dalla

città per via dei suoi imbrogli; si erano incontrati perché compagni d’arme e aveva deciso di

ricondurlo nella sua città, si chiamava ser Errico Fegi. Era colui che doveva riscuotere i dazi ed era

così avido che toglieva i fiorini di mano dalle donne e per questo i mercati cominciarono a

svuotarsi.

Inoltre, il duca era lento in tutte le cose che riguardavano i fiorentini, tanto che non si udivano più

imprese in relazione ai pisani, non si metteva in comunicazione con Matino oppure non lo diceva al

popolo, prendeva tutto il denaro e stava preparando la costruzione di un gran castello, comprando

addirittura il Palazzo dei Priori.

Una sera, un uomo che faceva corazze, gli diede la novella che i fiorentini stavano tramando

qualcosa per ucciderlo, dicendo che lo aveva saputo da sua moglie, a cui l’aveva detto la moglie di

un prete; questo non poteva provarlo e quindi l’uomo venne messo in tenaglie fatto girare così per

la città, seguito dal prete su una mula con un copricapo di foglie d’ulivo e con guanti di camoscio in

mano. L’uomo venne impiccato e i fiorentini cominciarono a temere per la propria sorte.

Nel 1343, mentre stava per essere finito il castello, in piazza, si gridò “Popolo alle armi!”, riuscendo

a sgominare i soldati; tutti gli uomini del duca, lui compreso, si rifugiarono presso il palazzo. Il

popolo lo assediò e diede anche fuoco alla porta, ma il duca continuò a nascondersi fino a quando

l’odore dell’urina e dello sterco non fece tremare gli uomini; il popolo cominciò a chiamare il nome

di Guglielmo per farlo uscire e così venne mandato in pasto al popolo. Venne smembrato e poi la

sua carne venne messa in vendita al mercato e poi arrostita; anche il figlio non ebbe una fine

migliore, infatti vedendo la fine del padre era titubante a uscire dal palazzo e lo tiravano da una

parte e dall’altra fino a quando non si spezzò.

Al duca non venne fatto niente nella persona (tratto in salvo dal conte Simone di Casentino), al

contrario di tutti gli altri uomini, e si rifugiò prima a Bologna e poi presso il suo paese natio; morì

nella guerra dei Cent’anni.

Capitolo Tredici.

L’Animo comincia la sua narrazione in relazione alla Crociata in Turchia (Smirne) parlando della

suddivisione delle terre allora conosciute, ovvero Asia, Africa ed Europa, divise dal mare. L’Asia,

secondo l’Anonimo, è una piccola provincia, molto bella e ricca; tra le sue terre vi è la Turchia, la

terra più ricca, confinante con l’Europa.

La Turchia ha sette grandi città; Smirne (Esmirre n.t.), vicina al mare; la seconda si chiama “Aito

Luoco” presso cui san Giovanni, di cui vi è il sepolcro, scrisse l’Apocalisse; la terza è Pergamo,

dove nacque il grande medico Galieno (Galeno di Pergamo, maestro di medicina, spesso associato

a Ippocrate durante il Medioevo); la quarta Efeso; la quinta Filadelfia; la sesta Frigia; la settima

Panfilia. Un tempo queste erano tutte città cristiane, in cui erano stati costruiti vescovati per ordine

di San Giovanni, ma al tempo dell’Anonimo era rimasta cristiana solo Filadelfia.

Per la strada che portava in Romania, vi era un Imperatore di Costantinopoli, Parialoco, il cui figlio

aveva nome Catacucino (indica l’appartenenza alla famiglia Catacuzeno, di cui il principale

esponente fu Giovanni VI, che riuscì a scalzare per qualche tempo i Paleologi, facendosi

incoronare imperatore nel 1341); l’imperatore aveva molta fiducia in un cristiano, missore Martino

Zaccaria da Genova, molto bravo nella guerra e uomo nobile. Il territorio di Parialco era tutto quello

della costa, e Martino lo servì così onorevolmente che gli venne data in dono un’isola, Chio (l’isola

di Chio fu conquistata dai Genovesi il 13 settembre 1346), in cui viveva con la propria famiglia. 17

Accade, però, che i Turchi tolsero ai Genovesi una terra vicino al mare, Fogliara (Focea) Vecchia, e

in seguito Metellina (vicino Atene); così Martino decise di impedire ai propri cittadini di fare

scambi con questi demoni, armando le proprie galee e cominciando a combatterli.

Nelle province turche dominavano tre fratelli, Morbasciano (Umur Pascià, emiro di Aidin),

Cherubino e Orcano; il primo aveva imposto un dazio a coloro che passavano per mare vicino al

suo terreno, situato nella parte in cui i Veneziani costruirono la città di Smirne (La conquista di

Smirne avvenne nel 1344, e rappresentò un grosso passo avanti per la lega promossa da Clemente

VI). I Veneziani quindi si sentivano obbligati al pedaggio, anche perché questi non avevano rispetto

per nessuno, in particolare per i mercanti veneziani, e alzavano il pedaggio quando volevano;

nessuna lamentela smuoveva Morbasciano.

Accadde così […].

Intorno a Negroponte (Eubea, isola greca) venivano guastati gli olivi, le vigne e gli alberi da frutto,

e molta gente si trovava affamata; qui risiedeva il patriarca di Gerusalemme, don Emanuele

Camorsino, veneziano, frate di San Francesco, onesto e molto generoso, che non sapeva cosa fare e

come prendersi cura delle molte persone che morivano affamate. Per un po’ di tempo cominciarono

a vedere delle navi arrivare, dodici galee, su cui svettava lo stendardo di San Marco, comandate da

Pietro Zeno.

I Turchi, appena videro giungere le navi veneziane, decisero di fortificare Smirne, in modo tale che

non potessero farvi un campo; don Emanuele preparò i propri uomini, con le vettovaglie, e partì, ma

vedendo la città assediata preferì aspettare i Genovesi e i Veneziani presso l’isola di Cervia, dove

venne raggiunto dopo tre giorni. Si organizzarono per riprendere Smirne con molte galee, ma don

Emanuele non volle fermarsi solo a questo […].

Venne ricostruita la città, con abitazioni, fortificazioni e vi vennero fatte venire molte persone; le

navi non arrivavano fino alla città, perché anche i corsari turchi navigavano in quelle stesse acque.

La ricchezza cominciò a chiamare le genti vicine, fino a quando Morbasciano non si accorse che vi

erano i Veneziani; si cominciò quindi con una serie di scorribande, Veneziani e Turchi a turno. Gli

uomini potevano vedere i Turchi scendere dalle loro abitazioni sulle montagne, sopra i loro asini,

quasi correndo, con i loro vestiti solitamente bianchi e simili a quelli dei chierici, con i capelli

lunghi e bianchi, con le barbe folte. Attaccavano con lance e frecce, molto ben lavorate, anche con

fili d’oro, ed alcuni di loro avevano delle casacche rinforzate, molto decorate.

Iniziò così la guerra per terra e per mare, Pietro Zeno cominciò accerchiando la Turchia per mare e

facendo terra bruciata ovunque mettesse piede, decidendo anche di affondare alcuni lunghi legni dei

Turchi che sorgevano dal mare, da dove tirarono fuori un turco che sembrava dire di voler essere

battezzato.

La guerra continuava e quando Pietro Zeno attaccava per mare, don Emanuele attava per terra e

vice versa; erano capati franchi e sufficienti a ogni fatto, molto alti, secchi, bruni. L’unico difetto

dell’assetto cristiano era la mancanza di uomini a cavallo.

Così, Malerva, dopo la sconfitta di Parabianco, era costretto a partecipare alla battaglia con 25

cavalieri, con spese a suo scapito, per un anno, vi era missore Nolfo, nipote del re di Cipro (Ugo

IV), con 50 uomini a cavallo; oltre questi personaggi, vi era anche il patriarca, missore Emanuele

Camorsino di Venezia, fratello minore, e un nobile francese, Fiore di Belgioia.

Si ritrovarono a combattere presso le mura, ma i Turchi sembravano aumentare di giorno in giorno;

il giorno di Sant’Antonio, gennaio 1345, e si decise di non essere assolutamente timorosi davanti

all’avversario.

Riuscirono quindi a riconquistare la chiesa di san Giovanni, la quale si dice sia stata costruita

proprio da lui, e cominciò a dirvisi la messa; proprio in quel frangente, però, i Turchi sbarcarono,

avvicinandosi, nascosti, presso la Chiesa, entrando, anche durante la messa, e cominciando a 18

combattere con i Cristiani.

Qualcuno però diede un’altra versione all’Anonimo, dicendo di essere stato lì; seconda questa, la

messa terminò e il parroco diede forza ai cristiani che stavano sentendo la messa, questi decisero di

uscire, prepararsi per la battaglia e andare a sconfiggere i Turchi. Questi però non sapevano che i

Turchi erano in agguato da molto, e li sorpresero, aggredendo il seguito e lasciando da soli Pietro

Zeno, Martino Zaccaria e il patriarca. Vennero accerchiati e uccisi, e in seguito l’esercito trovò i

loro corpi; uscirono dalla folla Fiore Belgioia, Nolfo e Malerva il Tedesco, ma anche loro vennero

uccisi, i primi due sul posto, l’altro dopo essere stato catturato.

Molti Cristiani vennero uccisi, anche qualche turco, ma la prima fazione era in difficoltà, mancava

loro un capo.

La notizia giunse in Italia, a Venezia e a Roma, si decise di fare assemblea per comprendere come

trattare la questione; avevano bisogno del braccio papale, quindi i Veneziani andarono da Papa

Chimento ad Avignone, e questo indisse la crociata: la voce si sparse per tutta la cristianità, la

crociata doveva farsi, pena la vita.

Si mossero moltissime persone, chi con i soldi, chi senza ma cercandoli, donne, uomini, frati, preti,

tutti vestiti di bianco con una croce rossa di panno; erano moltissimi, e vedendo tale devozione,

Papa Chimento decise di dare loro un capo (Umberto II, delfino di Vienna; arrivò a Negroponte nel

dicembre 1346, ma gli insuccessi su Smirne e la perdita della moglie lo convinsero a tornare in

patria), ovvero il delfino di Vienna, missore Guido. Partì dalla Provenza, passando per Venezia e

arrivando ad Ancora, da cui partirono per raggiungere Negromonte; il viaggio fu così faticoso che la

moglie del delfino morì.

Mentre erano ancora in viaggio, i Veneziani mandarono un’ambasciata per chiedere una tregua, e

trovarono Morbasciano, seduto per terra mentre pranzava, grosso, con un ventre gonfio come una

botte; esso disse di avere grandi amici fra i cristiani, ovvero Guelfo e Ghibellino.

Appena giunto il delfino, cominciò la strage, molti Turchi vennero presi; il delfino fece costruire

mura molto forti e sconfisse i nemici, riprendendo Smirne e ridandola alla Cristianità. Ebbe così

fine la Crociata di Smirne.

Capitolo Quattordici.

Parla della sconfitta della Francia, dove morì il re di Boemia, e come il re di Francia venne sconfitto

da quello di Inghilterra.

Era l’anno 13[…?] quando il re di Francia, Filippo IV di Valois, venne dolorosamente sconfitta,

presso il monte di Cassis, dall’esercito inglese, il cui re era Eduardo III. La ragione della guerra tra i

due regni era sola una, secondo l’Anonimo.

Vi era un re in Francia molto saggio e buono, di nome Filippo il Buono, il quale non aveva eredi

maschi, ma solo una figlia, Isabella, data come moglie al re d’Inghilterra (allora Edoardo II).

Quando stava per morire, il Buono decise di lasciare un governatore al suo regno, ovvero a un suo

parente, Filippo duca di Valois; era un uomo saggio, intelligente e prode, dal momento che era stato

anche nel terreno della Lombardia. Il Buono lo scelse come suo successore e morì, e Filippo,

accordandosi con gli altri nobili francesi e con il Papa, si fece incoronare re di Francia, mentre il

figlio Giovanni diventava duca di Normandia.

Appena Edoardo III seppe tutto ciò, decise di muovere contro la Francia, dal momento che la madre

era la figlia del re francese defunto, sbarcando con molti della sua gente, ma anche con la moglie e

il figlio Edoardo; dopo un po’ disse ai suoi di rimbarcarsi per tornare a casa (Villani, più

precisamente, afferma che questa comunicazione venne fatta prima di partire), e questi gliene

chiesero il motivo, e lui rispose che non dovevano avere speranza di tornare ma che dovevano

essere prodi. Edoardo assediò e prese un forte terra lì vicino (Salluppo n. t.), per poi muoversi la

costa della Normandia, richiedendo castelli e ville, depredando e conquistando; così chiese al re

Filippo dove potersi scontrare e quando. Questo chiese un termine di 15 giorni, e intanto mandò al 19

figlio la comunicazione di ritornare in patria entro 15 giorni per poter combattere contro il re

d’Inghilterra, ma per quanto questo potesse cavalcare veloce, ci mise 30 giorni e non riuscì ad

aiutare il padre.

Intanto, Filippo, essendo a conoscenza del fatto che i suoi baroni non gli erano fedeli, e che davano

rifugio agli Inglesi, cercò i migliori uomini che potesse trovare; dalla sua parte aveva il re della

Boemia, Giacomo, il re di Maiorca (Giacomo III re di Maiorca, sconfitto e ucciso in battaglia nel

1349 dai soldati di Aragona, Pietro IV), Giovanni, il conte di Fiandra, Ludovico, Ottone di Oria e

Carlo dei Grimaldi.

Edoardo, intanto giungeva presso una valle, lontana otto leghe da Parigi, allocata tra il castello del

Monte Cassis e una villa molto grande di nome Albavilla, finendo di prendere posizione in nottata;

ma alcuni li videro e in mattinata, a Parigi, tutti sapevano che gli Inglesi avevano preso posto.

Quindi, tutti i nobili presenti in città cominciarono a prepararsi, mentre il comando veniva dato a

Giovanni re di Boemia; tutti i baroni uscirono dalla città. Gli Inglesi videro i loro elmi e le loro

bandiere, e il re cominciò ad affliggersi per il loro gran numero, invocando l’aiuto divino.

Dispose il campo, facendo circondare il proprio esercito con una specie di fossato, a ferro di

cavallo, così da controllare uscite ed entrate, poi fece preparare delle carbonaie dove il terreno lo

permetteva, e fece sistemare delle carrette in modo tale che il campo sembrasse una vera e propria

città murata.

Poi, sul lato sinistro, sulla parte di Carsì, vi era un rialzamento su cui cresceva anche il grano (era il

3 settembre, e in Francia si fa maturare il grano in questo periodo), fece nascondere 10.000 arcieri,

mettendo su ogni carretta un barile di frecce, e per ogni barile due balestrieri. Davanti all’esercito

vennero posti 500 cavalieri capitanati dal Principe del Galles Eduardo, suo figlio. Questa era la

prima parte dello schieramento.

Dietro a quei 500, vennero posti altri 500 cavalieri, sia sulla parte sinistra che su quella destra; dopo

questi altri 1000, questa era la terza parte. (Chiamasi campo trincerato).

Una volta fatto tutto ciò poté confortare i suoi e chiedere a Dio di proteggerli.

Da Parigi uscì il re di Boemia, ponendo il proprio esercito in prossimità di quello inglese, chiedendo

per prima cosa la disposizione dei nemici; venendone a conoscenza disse che avevano già perso,

che gli Inglesi avrebbero vinto, perdendo pochi uomini, ma con loro grande danno; chiese inoltre

che tempo facesse, e gli venne risposto che sopra i nemici l’aria era pulita come lo zaffiro, mentre

sopra i Francesi stava per piovere.

Il re di Boemia disse allora che la battaglia faceva per gli Inglesi e non per i Francesi e fece

recapitare le sue decisioni al re Filippo, dicendo appunto che non avrebbero combattuto ma

aspettato; Filippo gli rispose che vedendo il migliore capitano del mondo impaurito avrebbe voluto

gettarsi nel Senna. Ma questo non venne detto al re di Boemia, il quale risposte di non aver paura

ma che sarebbe stato peggio attaccare che aspettare.

Allora, dispose l’esercito in nove schieramenti, di cui furono famosi i primi tre; il primo sotto il

comando di Ottone de Oria e Carlo Grimaldi, il secondo sotto il re di Maiorca con il conto di

Fiandra, e poi il re di Boemia, accompagnato dal figlio Carlo.

Ai Genovesi, sotto il comando di Ottone e Carlo, vennero mandati sul dorso del monte per prendere

di soppiatto gli Inglesi, ma questi già avevano occupato il posto e avevano messo delle trappole,

così dovettero cambiare luogo; qui però aveva piovuto e la terra era molle, quindi non potevano

caricare le loro balestre. Si cominciò a diffondere, tra i Francesi, la voce secondo cui i Genovesi

erano dei traditori, che non volevano combattere perché non avevano ricevuto la paga, e che se alla

fine avessero lanciato delle frecce sarebbero state senza punta. Così, questi li raggiunsero e li

uccisero; Ottone lo comunicò al Re, il quale rispose che non avevano bisogno di pedone, dal

momento che avevano molte persone.

La seconda schiera invece dovette combattere contro la prima degli Inglesi, comandata dal principe 20

del Galles; risuonarono così tante urla e rumore che sembrava che le due montagne si urlassero

contro. Il principe si era addentrato parecchio all’interno della schiera nemica, e stava facendo solo

danni, quando il conte Valentino lo vide e lo riconobbe, agganciandolo alle maglie dell’armatura e

portandolo via. Allora lo vide il conte di Lancione, fratello carnale del Re di Francia (Carlo conte di

Alencon, fratello di Filippo VI, nella cronaca francese di Froissart che se ne ricorda in relazione al

conte di Fiandra, ma anche per la reazione indignata al comportamento dei genovesi), il quale

liberò Edoardo, suo cugino, uccidendo con una mazza chiodata il conte di Lancione; ma venne visto

dal conte di Fiandra, che, mentre il principe tornava contento al suo schieramento, comprendeva che

la corruzione era presente tra le schiere francesi e che il conte di Lancione aveva reso persa la

battaglia. Quando questo sentì le minacce del conte di Fiandra lo uccise con la sua mazza, e

nessuno, seppur lo aveva visto, disse niente; eccetto un suo domestico, che uccise il conte di

Lanciano colpendolo al ventre con una freccia. Questo poi venne portato davanti al re, e

raccontandogli quanto aveva visto, venne scagionato. Avevano perso la battaglia.

La tattica degli Inglesi era quella di far confluire sempre persone fresche, non ferite o vive a coloro

che nelle schiere davanti erano stanchi, feriti o morti; il re di Boemia parlò con i suoi baroni

dicendo loro di attaccare perché egli combatteva per la verità, i due acconsentirono a queste parole,

prima titubanti, e cominciò l’attacco. Avevano anche uomo di Lussemburgo e della Boemia, che

venivano posti sotto il comando di Carlo, lasciandoli indietro, mentre il re, legato con catene alle

corazze dei suoi due baroni, per morire o avere onore insieme, si mise nella parte inziale.

La battaglia iniziò, ma la conformazione dell’esercito inglese, il quale avevano un costante reflusso

di persone nuove, mentre il campo regale rimaneva fermo e protetto, li mise parecchio in difficoltà,

fino a quando non riuscirono a uccidere anche il re di Boemia.

Carlo (Carlo IV, figlio di Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia, era stato eletto dai Romani nel

1346, la cronaca francese di Froissart non riporta così tanti particolari), suo figlio, venendolo a

sapere, disse che sarebbero morti tutti quanti insieme a lui, ma i baroni lo presero e lo trascinarono a

forza dentro le mura di Parigi. Allora gli Inglesi rimasero fermi per tre giorni lì, senza muoversi,

togliersi le armi o scendere da cavallo; passati i tre giorni, senza che i Francesi facessero qualcosa,

cominciarono le ruberie, prendendo ciò che avevano conquistato, e riportando i corpi dei baroni

vicino Parigi, tra cui anche la maggior parte di quello del Re di Boemia, per poi togliere le tende e

dirigersi verso il castello di Calais (Calese n. t.) per assediarlo.

L’assedio durò 13 mesi (l’assedio, seconda grande impresa dopo Crècy, durò dai primi del

settembre 1346 fino ai primi di agosto dell’anno seguente), per terra e per mare, scavando fossati e

armando quello più vicino agli Inglesi in modo tale da ridurre le perdite; coloro che abitavano

Calais erano pescatori, uomini di mare, che solitamente saccheggiavano tutte le navi che passavano

tra Inghilterra e Francia. Ma questi riuscivano a resistere, mentre gli altri continuavano l’assedio,

ognuno dei due schieramenti con i propri trabocchetti per l’altro; ma la fame continuava a segnare

quei giorni, e dentro la città si cominciò a pensare di mangiarsi l’uno con l’altro, mentre i poveri già

mangiavano i cavalli.

Così, con il permesso di Edoardo, vennero mandate delle lettere al re di Francia, che accorresse per

soccorrerli; era tornato il figlio, duca di Normandia, e Filippo si apprestò a soccorrere i suoi

cittadini.

Ma arrivato presso il campo, vide solo fossati e tavole, e l’esercito inglese schierato alla perfezione;

mandò allora un messaggio a Edoardo, chiedendogli di uscire fuori dal suo campo, ma questo non

ne aveva la minima intenzione, poiché ne sarebbe uscito solo una volta conquistata Calais. Allora

Filippo gli disse di vergognarsi e che gliela donava lui, ma Edoardo non aveva bisogno che gliela

donasse, dal momento che la stava conquistando con la spada. Allora Filippo si ritirò a Parigi;

Edoardo aveva intenzione di uccidere tutti gli abitanti del castello, ma per le preghiere della regina e

di alcuni studiosi di teologia decise di perdonarli, e questi uscirono dal castello chiedendo pietà e

portando oro e argento e tutti i beni che avevano; da quel giorno il castello fu degli Inglesi. 21

Capitolo Quindici.

L’Anonimo, affermando di aver parlato di molti paesi, decide di ritornare a casa, nella penisola

italiana. Comincia quindi focalizzandosi sul diluvio che vi fu a Roma nel 13[…?] sotto il pontificato

di Papa Clemente VI, a causa del quale il Tevere uscì dai suoi margini.

Per tutta quell’estate infatti aveva piovuto molto, ma mai troppo, e nell’autunno, dopo aver colto

l’uva, nei giorni tra la festa di Ogni Santi e Natale, il Tevere continuava a crescere a dismisura.

Questo sommerso la maggior parte di Roma, in particolare nelle zone di Trastevere e Ostiense,

portando via con sé, verso il mare, se qualcuno non se ne appropriava prima, qualsiasi cosa, anche

carri con buoi e case in legno, da cui si poteva sentire un garzone che vi navigava sopra; questo

stato di cose durò per cinque giorni, al sesto il livello del fiume rimase stabile e dal settimo

cominciò a scendere.

Allo stesso modo, a Firenze, verso il 6 novembre dello stesso anno, il fiume ruppe i margini,

sommergendo tutto, fornai compresi, che non poterono lavorare per molti giorni, come i pozzi.

Capitolo Sedici.

Era l’anno 13[…?], quando una nave di mercanti, appartenente alla regina Giovanna. arrivò a

Roma, attraccando tra Ostia e Porto.

I marinai venivano da ponente e avevano caricato a Marsiglia e ad Avignone dei panni francesi; il

capitano e i suoi erano d’Ischia e a bordo vi erano anche napoletani. Questi erano passati per

Marsiglia, Monaco, Genova, Pisa, Piombino e Civitavecchia, ma una volta superata quest’ultima

vennero colti a sorpresa da grande raffiche di vento, tali da dover retrocedere; non volendo tornare

fino a Civitavecchia, allora i marinai decisero di tentare la sorte e di provare a cercare un attracco

romano entrando nella foce del Tevere. Una volta entrati, pensavano di essere in salvo, che il vento

non si faceva sentire forte come prima, ma rimasero incagliati nel letto del fiume, all’altezza di

Ostia e Porto.

In mattinata giunsero gli abitanti delle due città, ma la nave non poteva essere mandata in avanti

neanche con l’ausilio dei legni; vi era un nobile romano, Martino da Porto (un Annibaldi

imparentato con gli Orsini, nipote del cardinale Annibaldo da Ceccano e Iacopo Caetani

Stefaneschi; si racconta della sua fine, per volontà del tribuno, nel capitolo XVIII), che ordinò ai

suoi di far sgombrare la nave e di prenderne le vesti e le spezie. Queste poi vennero vendute, senza

tener conto alcuno dei proprietari della nave, sostenendo infatti che chi va in mare a cercare guai li

ha anche in terra, e che preferiva essere scomunicato piuttosto che ridare a qualcuno qualcosa.

Alla fine, però, Martino da Porto venne condannato.

Tra le persone presenti che erano sulla nave, vi era anche un fabbro di San Giovanni, Monreale

(Montrèal d’Albarno, capitano di ventura francese, capo della Grande Compagnia, noto in Italia

come Moriale, ospedaliero di San Giovanni in Gerusalemme. Coinvolto dai fratelli Arimbaldo e

Bettrone nelle trame di Cola, fu da questi fatto decapitare nel 1354), provenzale di Narba, che era

un cavaliere, con tanto di speroni d’oro, molto giovane. Questo, in seguito all’arenarsi della barca,

era rimasto senza nulla, ma entrò in terra romana e fece carriera, diventando anche il capitano della

Grande Compagnia; morì decapitato proprio a Roma.

Capitolo Diciassette.

Mancante. Si parlava forse di Leonardo di Orvieto.

Il 10 aprile 1346 Leonardo di Ranuccio di Simone, orvietano, veniva trascinato in giro per la città

su di un carro, mentre con le tenaglie gli si strappavano pezzi di carne; giunti davanti Castel

Sant’Angelo venne gettato nel Tevere. Questa sentenza intendeva vendicare l’uccisione di Matteo di

Poncello Orsini, avvenuta il 7 agosto 1343, da parte dell’esponente ghibellino che ne rifiutava la

signoria. 22

Capitolo Diciotto.

Si comincia a parlare di Cola di Rienzo, tribuno a Roma.

Cola di Rienzo nacque (intorno al 1313, la data precisa non è conosciuta) da un basso lignaggio, il

padre era infatti un proprietario di una taverna, di nome Renzo, mentre la madre, Maddalena, viveva

lavando i panni e portando l’acqua; la loro casa era nel rione Regole, vicino al fiume, trai mulini.

Ma lui crebbe come oratore, molto bravo nella retorica, appassionato nella lettura, specialmente di

Tito Livio, Seneca, Tullio, Valerio Massimo, ed era catturato tantissimo dalla figura di Giulio

Cesare (la passione per la cultura classica venne in seguito applicata alla lex regia, ma anche un

documento, oltre naturalmente agli spunti che si ricavano dalla lettere, nella cosidetta Descriptio

urbis Romae eiusque excellentiae, una delle prime sillogi epigrafiche, che attualmente si tende ad

attribuirgli). Era il primo a chiedere dove fossero questi grandi romani, che avrebbe tanto voluto

vivere al loro tempo; era un bell’uomo, molto sorridente. Ma un giorno suo fratello venne ucciso, e

per un po’ la sua morte rimase priva di vendetta; dopo tanto rimuginare, Cola decise di recarsi ad

Avignone per parlare con il Papa Clemente, il quale si innamorò subito del modo di parlare del

giovane (venne inviato come ambasciatore del governo popolare, rappresentato dai tredici

buoniuomini,). Egli gli disse che i baroni di Roma derubavano le strade, consentendo gli omicidi, il

rubare, gli adulteri, e aggiunse che il cardinale Giovanni della Colonna era così vecchio e infermo

che non gli sarebbe cambiato nulla andando in ospedale. (Si pensa che il repentino cambio di umore

di Giovanni Colonna fosse da doversi all’intervento diretto di Petrarca, amico del cardinale e

grande estimatore dell’eloquenza di Cola).

Così, Cola tornò a Roma come notaio della Camera (notaio della Camera Capitolina, conferito il

13 aprile 1344, tornò a Roma la seconda metà del 1344), molto contento, cominciò a usare il suo

potere con grazia; del resto, conosceva bene i giri orribili di coloro che stavano in Campidoglio.

Quindi, disse loro che non erano cittadini buoni, facendosi ricchi sulle spalle dei poveri senza

volerli minimamente aiutare, ammonendo ufficiali e rettori che dovevano provvedere al buon stato

della città.

Quando ne cominciò a girar voce, si levò contro Andreuzzo Colonna di Normandia, allora

camerlengo, e poi contro Tommaso di Fortifiocca, scribasenato; in secondo luogo disse ai retori e al

popolo di creare una similitudine davanti al Campidoglio (Lex regia de imperio, attualmente

conservata nel Museo Capitolino): si doveva dipingere un mare torbido, sulle cui acque navigasse

una piccola barca con sopra una vedova, vestita di nero, con i capelli sciolti in atto di pianto,

mostrante tutto il suo dolore, con un cartello con la scritta “Questa è Roma”. Attorno a questa,

dovevano esserci altre 4 navi più piccole, affondate, con le vele rotte come gli alberi, senza timone,

su ognuna delle quali doveva esserci una donna morta affogata; la prima si chiamava Babilonia, la

seconda Cartagine, la terza Troia e la quarta Gerusalemme. Il messaggio che dovevano riportare era

“Queste città furono messe in pericolo e vennero meno”; fra queste donne vi doveva essere una

lettera che dicesse “ti sei sopraelevata su ogni signoria, ora aspettiamo qua giù la tua rottura”.

Sul lato sinistro dovevano esservi due isole, una delle quali doveva essere l’appoggio di una

giovane vergognosa che rappresentasse l’Italia; sull’altra invece dovevano esservi 4 donne,

rappresentanti le virtù capitali (temperanza, giustizia, prudenza e forza), dicendo che la città era

stata accompagnata da ogni virtù, ma che ora navigava da sola.

Sula lato destro invece una sola isola, in cui una donna, rappresentante la Fede Cristiana,

domandando dove avrebbe risieduto lei, una volta caduta Roma.

Sul lato destro, in alto, dovevano esserci diversi ordini di animali, ognuno rappresentante uno strato

sociale romano:

1. Leoni, lupi e orsi: potenti baroni e retori

2. Cani, porci e caprioli: i consiglieri seguaci dei nobili

3. Pecoroni, draghi e volpi: falsi ufficiali, giudici e notai

4. Lepri, gatti, capre e scimmie: omicida, adulteri e spogliatori. 23

Nella parte del cielo, al centro, la grandezza divina, da cui uscivano due spade, da un lato San Pietro

e dall’altro San Paolo.

Ma Cola non si fermò qui, avendo ritrovato una tavola a San Giovanni in Laterano, in cui si

rappresentava la cessione dei poteri a Vespasiano, con lettere antiche che solo lui poteva leggere, la

fece esporre, facendo costruire anche luoghi in cui sedersi per poterla ammirare.

Chiamò presso di sé uomini saggi e potenti, come Stefano e Giovanni della Colonna, e sedeva in

mezzo a loro, vestito con una veste pesante, cappa tedesca, cappuccio fino alle guance di panno

bianco fino, e in capo un cappello bianco.

Sedutosi, un giorno, cominciò a dire che non poteva vedere dove era caduta Roma, perché gli

mancavano gli occhi, ovvero il Papa e l’Imperatore, che erano andati via dalla città a causa della

corruzione del popolo; faceva notare agli altri che un tempo era il Senato a dare il potere agli

Imperatori, che Roma navigava in cattive acque perché neanche ci si preparava al prossimo

Giubileo, e che le persone che sarebbero venuto, avrebbero mangiato per la fame anche le pietre di

Roma.

Dopo aver detto ciò, continuando sostenendo che molti gli andavano contro per via di ciò che

faceva o diceva, ma che essi erano rosi dall’invidia, e dal fuoco e dalla lussuria; una volta terminato,

e sceso dal trono, tutti furono d’accordo con lui.

Fece dipingere presso Sant’Angelo del Peschereccio un altro dipinto; nell’angolo della parte sinistra

vi era un fuoco molto ardente, di cui il fumo e la fiamma arrivavano fino al cielo. In questo fuoco vi

erano molti popolani ma anche persone di stirpe regia, alcuni sembravano vivi e altri morti; sempre

qui vi era una signora molto anziana, e per il calore due parti di questi erano anneriti e la terza no.

Sulla parte destra, invece, vi era una chiesa, con un campanile molto alto, da cui usciva un angelo

armato vestito di bianco, con una cappa rossa e la spada in mano. Questo era rappresentato in

direzione della signora anziana, dal momento che la voleva trarre fuori dal pericolo; infatti alla

stessa altezza del campanile vi erano san Pietro e san Paolo che chiedevano all’angelo di soccorrere

colei che aveva dato loro albergo.

Dal cielo cadevano al suolo dei falconi morti, mentre vi rimaneva una colomba bianca (certamente

Cola si rappresentava nella colomba, segno dello Spirito Santo, in cui egli collocava la sua idea di

una missione politico-religiosa nutrita di quell’escatologismo giochimita nel quale il Burdach

rilevava la sua fonte principale di ispirazione) con una corona di mirto nel becco, scacciando i

falconi, e ponendola in testa alla signora. La scritta diceva che il tempo della giustizia viene e che è

giusto tacere fino a quel momento.

Alcuni pensavano che Cola volesse riportare Roma allo splendore attraverso le figure, altri

credevano che quelle rappresentazioni avessero un profondo significato; ma il tribuno cominciava

ad avere favore tra il popolo, specialmente tra i cavalieri di buon lignaggio, discendenti da mercanti.

Affisse anche un manifesto alla porta della Chiesa di San Giorgio in Velabro (Santo Iurio della

Chiavica) avvertendo i romani che presto sarebbe tornato il buono stato (17 gennaio 1347, giorno

delle Ceneri). Continuò con le sue opere, discernendo bene per cosa riguardare i denari della cassa

dello stato (riunione a cui parteciparono principalmente esponenti della borghesia cittadina, in cui

Cola espose le sue idee sul piano finanziario, era il 18 maggio 1347, forse al monastero di San

Alessio sull’Aventino).

Ma Roma aveva alcuni problemi, dal momento che non aveva rettori, che si combatteva tutti i

giorni, da ogni parte vi era qualcuno che rubava o minacciava le virtù delle donne, neanche i preti

avevano salva la pelle, e le persone avevano come unica via di fuga il darsi a protettori di amici e

familiari vicendevolmente.

Una notte, disse a tutti coloro che non erano armati di raggiungerlo al suono della campana

approfittando dell’assenza di Giovanni della Colonna); a mezza notte suonò la campana di 24

Sant’Angelo in Pescheria e vi entrarono degli uomini, dopo poco tutti ne uscirono, compreso Cola,

armati fino ai denti, con diversi stendarti: il primo era rosso con lettere d’oro, con due leoni e il

mondo, rappresentante Roma, il secondo era bianco e vi era San Paolo con la spada in mano e la

corona della giustizia, mentre al terzo vi era San Paolo con le chiavi della concordia e della pace.

Così la processione arrivò al Campidoglio, con Cola davanti, reggente il primo stendardo: era il

1347. Il giovane era impaurito, ma cominciò comunque a parlare in relazione alla povertà in cui

verteva la sua città, che per amore del Papa e di Roma si esponeva al pericolo, e poi fece leggere

una lettera in cui erano segnati gli ordinamenti del buono stato.

Ma non a tutti piacevano queste osservazioni, tanto che Stefano della Colonna, tornato da poco a

Roma, aveva da ridire in merito; il giorno dopo gli giunse un consiglio a lasciare Roma da parte di

Cola; ma questo stracciò la lettera, dicendo che se poco gli avesse fatto venire un po’ di rabia, allora

lo avrebbe gettato fuori dalle finestre del Campidoglio. Ma Cola venne a sapere tutto ciò, e allora

fece suonare la campana a stormo; Stefano scappò verso Palestrina, dove vi erano la madre e il

fratello, ma Cola ordinò a tutti i messaggeri di uscire dai loro castelli, e già la mattina dopo erano

stati eliminati i ponti che portavano alla città.

Così Cola cominciò a punire duramente tutti coloro che giudicava colpevoli, e chiese mercè al

popolo dicendo che da quel momento lui e il vicario del Papa sarebbero stati chiamati tribuni del

popolo e liberatori. I signori di Roma decisero di mettere in atto una congiura, ma non ci riuscirono

a causa di discordie interne, e Cola li scoprì; mandò quindi un editto e tutti i baroni dovettero

presentarsi in Campidoglio, al cospetto di una gran parte del popolo.

Il primo tra questi fu Stefano della Colonna (figlio), il quale venne costretto a giurare sul Vangelo e

sul corpo di Cristo di essere fedele al popolo e al tribuno del popolo, di tenere le strade sicure, di

non accogliere ladroni e persone di mali intenti, di aiutare orfani e pupilli, di non fraudare il

Comune, e comparire con o senza armi a seconda delle disposizioni. In seguito, vennero chiamati

Rinaldo Orsini, poi Giovanni Colonna, poi Giordano e poi Stefano; in pratica tutti i baroni romani

furono costretti con la paura a giurare fedeltà al buono stato e a Cola, e di offrire i propri bene e le

proprie persone alla città.

Ma non ci si fermò a questo, con forte repressione, senza nessuna grazia, finendo per uccidere

anche un monaco, tutti coloro che appartenevano agli strati alti della società vennero chiamati a

prestare giuramento; così facendo cominciarono a cessare anche le schermaglie armate in giro per la

città. Poi, venne creata la casa della giustizia e della pace, a cui fu collegato lo stendardo di San

Paolo, il cui incarico venne lasciato alle persone più giuste del popolo; qui le persone si recavano

nel momento in cui vi era un dissidio, e, a seconda del giudizio della giuria, si sceglieva l’offeso e

colui che offendeva e si sceglieva una punizione adeguata. Tutti i malvagi scapparono da Roma, con

la paura di essere presi direttamente da casa loro per essere messi al martirio, e i buoi

ricominciarono ad arare, i pellegrini a viaggiare per la città e le persone erano più felici.

Accadde però che in quel periodo nacque un mostro; da una donna, infatti, venne partorito un

bambino morto, con due teste, quattro braccia e quattro gambe, come se il maggiore dei due fosse

legato al petto al minore.

Cola allora mandò diverse lettere (l’intitulatio con i titoli del tribuno tradotti fedelmente e il

riassunto del contenuto che fanno riferimento a lettere da identificare con quella a Viterbo del 24

maggio e, soprattutto, con la circolare del 7 giugno 1347 dimostrano che l’Anonimo aveva sotto gli

occhi le missive di Cola. L’Anonimo non lo dice nemmeno, ma questo è il momento in cui Cola

attuò la sua politica utopica che aspirava a superare le mura cittadine per farsi italiano, se non

mondiale) ai maggiori re della penisola, all’imperatore e al Papa, comunicando loro la correttezza e

lo splendore in cui era tornata Roma; questi messaggi vennero spediti attraverso missi particolari,

privi di armi ma con bastoni dipinti d’argento. Molti tornarono, comunicando come le persone

baciassero le aste con gratitudine e contentezza, e di come il Papa o il Cardinale avessero dato loro

dei soldi. 25

Presso Cola cominciarono ad arrivare anche i migliori scrittori di Roma per scrivere le sue lettere,

come anche buffoni e cantori.

In questo periodo vi era a Roma un uomo nobile e potente, Martino di Porto (capitolo precedente),

nipote del cardinale di Ceccano e del cardinale Giacomo Gaietano; un tempo era stato un uomo

giusto, ma con il tempo la sua baronia era diventata sempre più tirannia. Aveva sposato una donna

molto nobile, Mascia Alberteschi, molto bella e una volta vedova. Ma con questa ci stette forse un

mese, perché contrasse una malattia per cui aveva molta acqua nello stomaco; decise quindi di

andare in Campidoglio, dove venne legato, fatto confessare e inginocchiare ai piedi del leone

(statua del leone che azzanna il cavallo, simbolo di Roma, oggi conservata nel giardino del palazzo

dei Conservatori, di fronte a cui venivano eseguite le esecuzioni, in seguito anche quella di fra

Moriale e dello stesso Cola), e dove udì la sentenza della sua morte a causa dell’aver rubato alla

nave incagliata presso Ostia e Porto: condannato alla forca. Molti fecero la sua stessa fine.

Giunse da Bologna un uomo che un tempo era stato schiavo del sultano di Babilonia, il quale giunse

a Roma, presso Cola, dicendo di aver udito di un gran signore giusto e saggio, a cui venne risposto,

un po’ in dubbio, che Maometto e Elinason aiutassero Gerusalemme.

Questo uomo si fermò un po’ a Roma, durante il periodo di San Giovanni, festa molto sentita in

città, a cui partecipò anche il tribuno; andava in giro su un cavallo bianco, vestito di bianco con

rifiniture d’oro al rione Regola, il giorno dopo verso San Pietro Maggiore, con un vastissimo

seguito, con persone di alto rango come di più basso.

Il giorno seguente diede udienza alle vedove, agli orfani e ai desolati, a cui fece dare da due

scribasenato mille lire l’uno. In un primo momento quest’uomo visse una vita molto temperata, ma

poi si diede agli eccessi, moltiplicando cene e convivi; poi ordinò che fosse steccato il palazzo del

Campidoglio e che fossero eliminati gli steccati dei baroni, e che le loro tavole fossero portate al

Campidoglio a spese dei baroni. In seguito, punì tutti coloro che erano stati senatori per un anno con

una multa di mille fiorini, e fece arrestare Pietro di Agabito che, come fosse un ladrone, venne

picchiato dai maniscalchi a corte.

Cominciarono anche ad arrivare gli ambasciatori della Toscana, e allora Cola fece alcune modifiche

nell’assetto militare, facendo giurare fedeltà anche ai pedoni e ponendoli in giro per la città con gli

stendardi del proprio rione. Vedendo il gran numero di persone su cui poteva fare affidamento,

cominciò a prepararsi per dichiarare guerra ai più potenti; secondo il censo, impose delle tasse che

tutti pagarono, anche coloro che non erano direttamente sotto il controllo di Roma. Solo Giovanni

da Vico, un prefetto, tiranno di Viterbo, non volle obbedire; così Cola, dopo molto tempo che si

rifiutava di pagare, decise di toglierli pubblicamente la sua dignità e di accusarlo dell’omicidio del

suo stesso fratello. Mandò quindi Cola Orsino, signore del Castello di Sant’Angelo, il quale preso

campo presso Vetralla, in cui posero assedio per circa 60 giorni, andando per ogni piana intorno alla

città derubando. Volevano conquistare anche una grande rocca ivi presente, e vi posero, di notte,

un’asinella di legno, su cui fu però gettata una mistura e le venne dato fuoco; poiché i Romani

avevano fatta man bassa di tutto ciò che avevano trovato intorno alla città, allora Cola ordinò loro di

mostrare presso Viterbo la sua forza, distruggendo le vigne della città. Sentendo questo, allora, il

prefetto decise di obbedire, prima spedendo degli ambasciatori al Campidoglio, e poi recandovisi

personalmente; il suo debito con il popolo di Roma venne saldato e allora venne lasciato.

Una notte, mentre dormiva di primo sonno, Cola cominciò a gridare, e le guardie entrarono nella

camera, svegliandolo; egli aveva sognato che sarebbe venuto un frate, dicendogli di togliere la rocca

di Respampani. Accadde proprio così, giunse un frate che gli disse di togliere la rocca di

Respampani poiché si era raggiunta la pace, e il frate, Acuto di Assisi, andò per strada a comunicare

cosa era successo al popolo. Segue una lunga digressione sui sogni rivelatori nella storia latina

antica (cita Aristotele, secondo cui è normale che gli uomini vengano modificati dal comportamento 26

degli altri uomini, come l’acqua che si increspa dopo che qualcuno vi ha lanciato una pietra).

Cola aveva tutte le maggiori fortezze del Lazio, come i passi e i ponti che portavano a Roma; allora

chiese a Giovanni Colonna se vi fossero ribelli, ma non vi erano. (La campagna contro Giovanni

Colonna, portata avanti dall’esercito del tribuno, guidati da Nicola e da Giordano Orsini, durò dal

20 giugno al 16 luglio, data di sottomissione del prefetto).

Tutti coloro che avevano ricevuto le ambasciate provenienti da Roma, e anche non, mandarono

lettere e altri ambasciatori per ricevere la grazia di Cola di Rienzo, rientrando sotto la Chiesa con

umiltà, anche perché Cola aveva mandato via l’altro tribuno del popolo, ovvero il vescovo in carica

in nome del Papa. Sembrava che Roma fosse tornata al suo antico splendore.

L’Anonimo si sofferma su come Cola venne fatto cavaliere la notte di Santa Maria, a metà agosto;

la festa aveva come caratteristica il fatto che per molti giorni il palazzo del Papa fosse apparecchiato

per moltissime persone con cibo e bevande varie. Dopo qualche giorno, nella vigilia di San Pietro in

Vincoli, tutti, uomini e donne, si recarono presso San Giovanni per vedere la gran affluenza di

persone e mangiare alla stessa tavola del tribuno; prima arrivò la moglie con la madre,

accompagnate da moltissime dame di buona famiglia per fargli piacere, e poi il tribuno insieme al

vicario del Papa. In serata, tra notte e giorno, salì nella cappella di Papa Bonifacio e disse al popolo

che quella notte si sarebbe fatto cavaliere, e che l’indomani avrebbero sentito cose che avrebbero

fatto piacere a Dio in cielo e agli uomini in terra. (La solenne cerimonia si svolse la notte

precedente al primo agosto; quel giorno Cola, vestito delle armi da cavaliere, si affacciò al balcone

del Laterano per leggere il su decreto, che suscitò la protesta di Raimondo d’Orvieto. In seguito,

Cola e il vicario si riappacificarono, presero posto nel colossale banchetto; come si legge era il

giorno di San Pietro in Vincoli. A metà agosto, presso San Maria, si svolse invece la cerimonia di

incoronazione tribunizia).

Il mattino dopo uscì dalla chiesa vestito di rosso, con speroni d’oro e con la spada che gli aveva

ceduto Vico Scuotto; i Romani giunsero presso di lui, e Cola disse che avrebbero chiamato il Papa

Clemente, come anche l’Imperatore, presso la loro sede, e avrebbero chiesto loro che ruolo

giocavano all’interno delle elezioni, dal momento che aveva letto che questa ricadeva sui Romani.

Poi divise l’altare in tre parti come il mondo allora conosciuto e per ogni parte disse che era sua; a

tutto ciò assistette anche il vicario del Papa, che aveva affianco un suo notaio, e disse a Cola di non

poter fare tutto ciò perché necessitava del permesso del Papa. Il notaio avrebbe dovuto ripetere al

popolo, ma Cola fece alzare il volume a coloro che suonavano in modo tale che nessuno sentisse.

Per tutto il resto del giorno, per ogni fontana romana, uscì, invece di acqua, del vino rosso, e tutti

andavano a bere con felicità; accadde poi che le persone si recarono alla cena, e Cola risiedeva nella

tavola marmorea insieme al vicario papale.

Poi Cola, dopo aver disposto il pranzo, cavalcò verso il Campidoglio, dove fece una cassa con il

forame e si fece un cappelletto con penne, fu per questi vizi che in seguito perse la dritta via.

Un giorno fu invitato presso di lui a pranzo Stefano Colonna il vecchio, facendolo arrivare in

Campidoglio e trattenendolo; allo stesso modo chiamò la maggior parte dei baroni romani, dicendo

ad alcuni di necessitare di un consiglio, ad altri di pranzare insieme; alla fine della giornata il

popolo disprezzava i baroni e giudicava buono e corretto solo il tribuno. Allora Stefano Colonna

chiese cosa fosse meglio per un tribuno, se essere prodigo oppure avaro, e, avvicinandosi a Cola,

prese in mano le sue vesti, commentando che avrebbero dovuto essere meno pompose; il tribuno si

turbò a quello parole, e, visto che era giunta la sera, fece stendere tutti i nobili per dormire, mentre

portò Stefano Colonna in un’altra stanza, e lo fece stare tutta la notte senza letto.

La mattina seguente, ordinò che a tutti questi baroni fosse tagliata la testa, così che il popolo

romano potesse essere completamente libero da ogni male. Poi però, li fece presentare davanti al

pubblico e li fece scusare con loro a uno a uno, e a loro inchinare; poi stettero insieme a pranzo e li

portò con sé verso il centro della città, per poi lasciali liberi per la loro strada. 27

Ma, come girava voce, ormai aveva acceso un fuoco e una fiamma. I baroni andarono fuori Roma,

presso le loro fortezze; tra quelli i Colonna e i signori di Marino, Rinaldo e Giordano, cominciarono

a rinforzare le proprie fortezze e a tramare contro Cola. Quest’ultimo, per quanto stava tranquillo,

non disse niente e lasciò fare, cominciando però a comportarsi sempre peggio e diventando iniquo;

le persone cominciarono a mormorare, fino a quando il castello di Rinaldo e Giordano non fu

completamente armato, e si scoprì la loro ribellione al tribuno.

Così Cola ordinò loro di comparire a Roma, ma non si presentarono; mandò un secondo

avvertimento, pena la sua ira funesta, ma ottenendo la stessa risposta di prima; in seguito, ordinò

che venissero presi e portati in Campidoglio per i piedi.

Giordano cominciò a entrare a Roma, fino a San Giovanni, prendendo con sé donne, uomini e

vestiti; Rinaldo, invece, giunse fino a Nepi, dando fuoco a tutto ciò che trovava e derubando,

distruggendo case, castelli, e uccidendo anche una povera vedova. Sentendo queste notizie i Romani

si adirarono ancora di più; era il tempo della vendemmia, e il tribuno uscì dalla città con l’esercito

romano, assediando il castello di Marino, ponendosi in una selva, Maccantregola, che distava forse

un miglio dal luogo, e distrussero tutto quello che apparteneva ai due baroni.

Durante quel periodo arrivò a Roma un misso del Papa (legato pontificio Bertrando di Deux, con

l’incarico di richiamare Cola all’ordine), che necessitava di parlare con il tribuno; dopo aver

cercato di entrare all’interno del castello, tornò a Roma insieme all’esercito, poiché le lettere del

misso gli chiedevano sempre più un incontro.

Allora Cola si vestì con la dalmatica, che solitamente viene indossata dagli imperatori quando

vengono incoronati, con uno scettro e una corona in capo, al suon di trombe e vari strumenti, arrivò

dove era anche il legato; ma quando questo gli disse che vi erano delle notizie dal Papa, Cola

rispose alzando la voce la natura di queste notizie, egli fece cenno con il capo e Cola ritornò a

combattere con i Colonna. (Solitamente chiamata battaglia di porta San Lorenzo).

Ma il malcontento cominciava a serpeggiare tra il popolo, anche perché il tribuno aveva smesso di

pagare i soldati come invece aveva sempre fatto; i Colonna si radunarono a Palestrina e

cominciarono a far intendere a Roma che volevano tornare presso le loro case. Il tribuno ebbe

paura, non mangiava e non dormiva, ma qualche giorno dopo cercò di confortare il popolo,

dicendogli che gli era apparso in sogno San Martino, il quale gli aveva promesso che avrebbe

sconfitto i nemici di Dio. Qualche giorno dopo fece suonare a stormo la sua campana, radunando

tutti i suoi uomini, dicendo loro che gli era apparso in sogno Papa Bonifacio, il quale gli aveva detto

che in quel giorno avrebbe sconfitto i nemici colonnesi; con sé avrebbe portato anche il figlio

Lorenzo e avrebbero sconfitto i nemici, di cui sapeva la locazione grazie ad alcune spie.

I Colonna raggiunsero di notte Roma, cercando di convincere una guardia a farli entrare per tornare

a casa, dal momento che alcuni li avevano contattati proprio per farli passare dalle porte, ma le

guardie erano cambiate e quindi si riorganizzarono in modo tale da tornare a casa con onore.

Decisero quindi di abbattere le porte ed entrare, ma dopo un po’, con pochi feriti, Giovanni Colonna

si trovò da solo e venne attaccato dai Romani e, pur chiedendo di non essere spogliato delle sue

armi, venne svestito e ucciso con tre colpi. Venne fatte altre uccisioni e poi Stefano Colonna

cominciò a chiedere dove fosse il figlio, ma nessuno lo aveva visto; entrò quindi anche lui e lo vide

in mezzo a molti altri corpi. Dopo poco, mentre stava cercando di uscire, venne colpito il suo

cavallo, che lo disarcionò, e morì così anche lui.

Vennero uccisi tutti, lasciti là, in modo che tutti potessero vederli; il tribuno, davanti a questa scena,

chiese unicamente a Dio se lo avesse tradito; visto che la vittoria era stata del popolo, fece risuonare

le trombe e si recò presso Santa Maria in Aracoeli (Arucello n. t.), dove lasciò il bastone e la

corona. Ma più combatté con questi due oggetti, né sotto un vessillo.

I corpi di Giovanni e Stefano Colonna, e quello di Pietro di Agabito, vennero portati in città dai

monaci e messi presso la loro cappella, ma le donne scapigliate cominciarono a urlare per la 28

disperazione; il tribuno disse che non meritavano le esequie, e se qualcuno avesse continuato allora

avrebbe gettato quei corpi maledetti nel fosso con gli appesi, che erano peggiori e non meritavano

di essere sepolti. Allora, di notte, di nascosto, vennero portati presso San Silvestro e, senza urla,

vennero sepolti. Cola giurò di non combattere più e di lasciare dentro la guaina la sua spada.

Viene inserita una digressione in relazione ad Annibale, il quale molto aveva vinto sul suolo italico,

ma non seppe utilizzare la sua vittoria e alla fine venne sconfitto.

Allo stesso modo, se Cola avesse usato la sua vittoria e avesse continuato nel prendere il castello di

Marino, e quindi Giordano, forse il popolo romano sarebbe rimasto libero senza problemi.

Cominciò la sua caduta. Un giorno chiamò presso di sé i componenti della sacra milizia, e disse loro

di volergli dare il doppio della paga e di seguirlo; nessuno sapeva cosa avesse in mente. Con lui

aveva portato anche il figlio Lorenzo, giunsero dove era morto Stefano Colonna, dove era rimasto

un po’ del suo sangue, e nominò suo figlio cavaliere della vittoria. Rivolto ai suoi, disse che ora

erano liberi e che era loro compito combattere per la patria; ciò turbò molto i cavalieri, che da allora

non vollero più imbracciare le armi.

Dopo tutto ciò, il tribuno cominciò a tirare presso di sé odio, ma a mangiare e a dormire meglio, a

prendere peso; le persone non avevano più fiducia in lui e nella sua persone, andavano al

Campidoglio come volevano. Quando Cola decise di imporre delle tasse per pagare l’esercito,

Giordano di Marino aveva ripreso le sue scorribande, il prezzo del grano cresceva; ci furono anche

dei disordini di carattere civile, e quando la campana di Sant’Angelo in Pescheria suonò e i Romani

non si presentarono, Cola cominciò a piangere, non sapendo cosa fare.

Dopo molto aver ragionato, salì sul suo cavallo e si diresse verso Castel Sant’Angelo e decise di

abbandonare il suo tribunato, dopo sette mesi; i suoi uomini piangevano, come anche lui. I baroni

non tornarono comunque subito a Roma, aspettando almeno tre giorni per quanto avevano paura.

Molti dei suoi vennero presi e appesi, ma segretamente, Cola andò in Boemia, presso l’imperatore,

e stette per un po’ a Praga, per poi recarsi presso il Papa ad Avignone, il quale decise di nominarlo

senatore di Roma. In questo periodo fece grandi cose, e dopo otto anni sarebbe morte impiccato in

Puglia.

Capitolo Diciannove.

Mancante. Parlava della morte di Atreasso re della Puglia, il quale venne appeso, come e perché.

L’assassinio di Andre d’Ungheria, duca di Calabria, avvenne ad Aversa nel 1345. Lo

strangolamento, in cui tra l’altro era immischiata anche la moglie Giovanna, viene narrata dal

Villani, che tramanda, nel capitolo seguente, anche i particolari della catena di esecuzioni

sommarie con le quali, soprattutto per iniziative del Papa, si tentò di vendicare il misfatto.

Capitolo Venti.

Mancante. Della venuta del re di Ungheria in Italia e della morte del duca di Durazzo.

Prima spedizione in Italia di Luigi il Grande, signore di Ungheria dopo la morte di Caroberto nel

1342, di cui il primo fatto rilevante fu l’ingresso all’Aquila (Cronica aquilana di Buccio Ranallo,

che si conclude con un brusco ritorno in Ungheria l’anno seguente) nel 1347.

Uno degli eventi più importanti durante questo soggiorno era stata la decapitazione del duca Carlo

di Durazzo avvenuta nel 1348. Del duca ne parla l’Anonimo ancora nel XVIII capitolo.

Capitolo Ventuno.

Mancante. La crudeltà della morte per tutto il mondo e delle scale di Santa Maria dell’Aracoeli.

La ricostruzione delle scale di Santa Maria dell’Aracoeli durante la peste del 1348 viene riferita

anche da diarista Gentile Delfino, che tramanda il nome dell’architetto, Rienzo Simone, e il numero

delle elemosine necessarie alla realizzazione del progetto. 29

Capitolo Ventidue.

Mancante. Sul terremoto che vi fu in Italia.

Resta la descrizione particolareggiata di Matteo Villani sulle distruzioni provocate in molte città

d’Italia dai terremoti del settembre 1349. Anche il Petrarca in una lettera descrive le sue sensazioni

e riporta alcuni danni alle rovine romane.

Capitolo Ventitré.

Parla del 50° giubileo di Roma e del viaggio del re di Ungheria presso Roma e la Puglia.

Era il 1350 quando Papa Clemente concedette ai Romani l’anno dell’indulgenza universale;

dunque, quell’anno tutta la cristianità si mosse verso Roma. Tra questi vi furono il cardinale di

Bologne-sur-mer (figlio di Roberto conte di Auvergne e di Maria di Fiandra), legato della

Lombardia, Annibaldo di Ceccano (vicario di Clemente VI nel giubileo del 1350; morì il 17 luglio

dello stesso anno in viaggio verso Napoli per riparare i guasti prodotti dalla guerra mossa da Luigi

d’Ungheria contro Giovanna d’Angiò e il marito Luigi di Taranto), cardinale legato a Roma per il

Papa. Quest’ultimo, discese per la Lombardia, dove incontrò Giovanni Visconte, arcivescovo di

Milano e tiranno della Lombardia, che uscì per andargli incontro e per omaggiarlo; quando lo vide,

però, gli chiese per quale motivo andasse in giro con delle vesti così ben decorate e sfarzose, e

quello gli rispose che voleva far intendere al Papa che aveva sotto di sé un chierichetto che poteva

qualche cosa.

Annibaldo tornò a Roma con dei cavalli bellissimi, grandi, per vedere in che situazione vertessero i

pellegrini; questo aveva quattro caratteristiche non raccomandabili, ovvero era di campagna, che

vedeva male, che era molto pomposo, pieno di vanagloria, e la quarta viene invece taciuta

dall’Anonimo.

Annibaldo entrò in contrasto con i Romani, questo perché egli aveva un cammello, per i trasporti di

bagagli, che sostava davanti al chiostro del suo palazzo; la gente quindi andava lì per vederlo, per

accarezzarlo, alcuni anche per cavalcarlo, e la guardia cercava di dissuaderli, anche minacciandoli.

Così la folla si agitò, cominciò a prendere le pietre dal suolo per lanciarle verso la casa, entrandovi;

il legato stava al piano di sopra e riusciva a vedere tutto, cominciando a chiedersi che cosa mai

avesse potuto fare, cosa aveva fatto per meritare tutto questo, e a rivolgersi ai Romani, dicendo che

il Papa a ragione non risiedeva più a Roma. Alla fine, Giovanni di Lucca (precettore dell’ospedale

di Santo Spirito in Sassia), commendatore dello Spirito Santo.

Diverse furono le cose attuate dal legato, come il fatto che tolse due bei panni che erano nella chiesa

di San Pietro per metterne uno presso San Giovanni, e l’altro presso Santa Maria Maggiore, poi

dava assoluzioni e penitenze, nominò cavalieri, diceva la messa come fosse un Papa. Un giorno,

muovendosi da San Pietro dei Pesci a Sant’Angelo delle Scale, due balestrieri cercarono di

ucciderlo, uno mancandolo completamente e l’altro prendendo solo il cappello; da uomo pomposo

quale era, credette fosse meglio tornare a essere piovano ad Avignone piuttosto che essere un grande

prelato presso la città eterna. Non riuscì mai a individuare i due uomini che avevano attentato alla

sua vita, ma pensò che fosse Cola di Rienzo.

Mandò quindi diverse lettere al Papa lamentandosi di come si avesse attentato alla sua vita, di come

volessero entrare a forza in casa sua, scrisse essenzialmente il vero, aggiungendo però che dietro a

tutto vi era Cola, e che era un patarino e che lo scomunicava. Cominciò a girare per la città con

protezioni per tuto il corpo, sapendo, comunque, che un uomo di Chiesa avrebbe dovuto dimostrare

invece pietà e perdono; venne per dargli conforto anche il cardinale di San Grisignano, uomo di

Francia, il quale gli disse che l’unico modo per correggere Roma era distruggerla e rifondarla.

Il Papa ordinò ad Annibale di lasciare Roma, per vedere lo stato in cui la Puglia, che a quel tempo

navigava in cattive acque; per strada si fermò diverse volte, fermandosi anche presso la sua famiglia

presso San Germano, dove bevve molto vino, essendo uno dei più grandi bevitori della Chiesa, poi 30

cenò insieme alla sua famiglia. Vide qui due medici, quali Guido da Prato e Matteo da Viterbo, e

parlando con loro volle serbare l’abitudine di bere del latte di capra, facendolo mungere

direttamente per lui. Dopo averlo bevuto tutto fino a gonfiarsi il ventre (il sospetto

dell’avvelenamento viene confermato anche da Villani, che riferisce la voce secondo cui le botti

erano state avvelenate d Aquino; nel capitolo precedente, infatti, il cronista fiorentino spiega come

i Romani avessero mal accolto il cardinale), mangiò la cena, principalmente cetrioli. Dopo andò a

dormire, ma non riuscì a prendere sonno a causa dell’indigestione; la mattina dopo ripartì, ma non

riuscendo a cavalcare si fermò a San Giorgio, dove vi rimase per la notte. Morì qui, nel sonno.

Capitolo Ventiquattro.

Mancante. Come Peroscini assediò Bettona, togliendo i fondamenti dalla terra, e tagliando la testa a

Crispolto traditore.

L’episodio si inserisce nel quadro dei contrasti fra l’arcivescovo Giovanni Visconti e i Fiorentini,

culminante con la capitolazione di Bettona nel 1352, dopo un assedio di tre mesi e l’esecuzione di

Crispoldo Crispoldi, rettore di questo antico possedimento perugino. Come traditore, viene narrato

da diversi cronisti dell’epoca, come Metteo Villani e Pietro Azario.

Capitolo Venticinque.

Mancante. Come arsero le campane di San Pietro, come il Papa perse la signoria del senato e come

morì Papa Clemente.

Capitolo Ventisei.

Parla di come il senatore venne lapidato dai Romani, delle grandi cose che fece Egidio Conchese di

Spagna (legato cardinale) per recuperare il Patrimonio e le marche di Ancona e Romagna.

Morto Papa Clemente VI, venne eletto come successore Papa Innocenzo VI (Stefano Aubert, eletto

Papa il 18 dicembre 1352), al quale venne mostrato da Dio come si sarebbe vendicato contro coloro

che gli avevano tolto il Senato.

Era l’anno 1353, di quaresima, un sabato di febbraio, quando per il mercato di Roma cominciò a

risuonare un’invocazione ai romani “Popolo! Popolo!”, allora tutti cominciarono a lanciare pietre

verso i palazzi, in particolare verso i cavalli del senatore.

Sentendo tutto questo trambusto, il conte Bertollo degli Orsini, pensò di andarsene e di salvarsi in

casa; si preparò indossando tutte le sue armi, l’elmo ben disegnato, e scese montando a cavallo, ma

venne colpito duramente con i sassi, tanto da essere stordito; cadde e il popolo, senza pietà,

continuò a colpirlo, uccidendolo. Stefano Colonna invece si salvò sfuggendo dal Campidoglio.

Ciò accadde perché vi era carestia a Roma e lui, insieme a Stefano Colonna, mandavano il grano,

molto caro all’epoca, al di fuori della città; una volta eliminatone uno, la carestia cessò.

Una delle prime cose che voleva fare Papa Innocenzo era proprio far restituire ai tiranni le proprietà

della Chiesa; a questo scopo mandò in Italia Egidio Conchese di Spagna, il quale era stato prima

cavaliere e poi arcidiacono di Conche.

Egli era a Tarifa, in Spagna, e viaggiò fino al Patrimonio, giungendo a Montefiascone; qui visitò

tutti i luoghi sotto il dominio di Giovanni di Vico, ovvero Viterbo, Teramo, Amelia (provincia di

Terni), Narni, Orvieto, Marta e Canino. Vedendo poche terre mal gestite, decise di parlare con il

prefetto, che aveva il difetto di promettere tanto ma di non mantenere niente; gli disse che voleva

tutti i patrimoni della Chiesa indietro, ma gli venne risposto che egli aveva abbastanza ragazzi suoi

quanti preti in giro per i paesi. Accadde così che i Romani insorsero contro il pretore, rovinando tre

quarti delle culture viterbesi, comandanti allora da Cola di Rienzo, capitanati da Giovanni di

Valmontone.

Così, il prefetto, non fidandosi dei suoi stessi sudditi, i quali lo guardavano a loro volta con

sospetto, decise di rimettersi alla Chiesa, ridando tutti i territori non suoi, quali Viterbo, Orvieto 31

Marta e Canino.

In seguito, i suoi possedimenti vennero ancora limitati, ed egli si lamentò; quindi il legato fece

costruire presso Viterbo un grande castello che sarebbe rimasto luogo sacro alla Chiesa.

Dopo aver cercato di sistemare la situazione presso questa parte del Lazio, il legato si incamminò

per far abbassare la cresta ai Malatesta, dal momento che doveva riprendere possesso anche della

Marca di Ancona. Qui parlò direttamente con Galeotto Malatesta (Gentile da Mogliano, signore di

Forlì, usato dal Villani come esempio di tiranni incostanti romagnoli e marchigiani), il quale gli

venne incontro, esercito contro esercito, ma cominciarono a scambiarsi lettere per vedere come

scontrarsi; alla fine il legato aveva richiesto un incontro solo loro due, ma il Malatesta mandò un

suo uomo, Nicola di Buscaretto, il quale gli comunicava che aveva perso, perché nessuno aveva

cuore di combatterlo. Quindi, il legato cominciò a perseguitare ancor più duramente i Malatesta.

In quei giorni vi era a Roma anche l’Imperatore Carlo, il quale dava a disposizione del legato anche

i suoi uomini tedeschi; il legato insieme ai suoi uomini e agli uomini dell’imperatore scese in

campo, trovando il Malatesta presso un campo tra Ancona e Macerata, detto Paturno (battaglia

presso il castello di Paderno, 29 aprile 1355).

Vedendo tutte quelle persone atte alla guerra, che non smettevano di camminare, il Malatesta si fece

confessare, fece confessare tutta la sua gente, e chiese la grazia al legato, ridando indietro Ancona e

tutte le terre che facevano parte della Marca; in risposta il legato, costruendo ad Ancona due

bellissime rocche, e dando Macerata a un suo nipote, provvide al futuro dei Malatesta, lasciando

loro Armino (Rimini), Fano, Pesaro e Fossambruno, e li fece capitani della Chiesa contro i ribelli.

In Romagna, invece, vi era un cane patarino, il quale era stato scomunicato da trent’anni e aveva

diverse città sotto il suo dominio (Forlì, Cesena, Forlimpuopolo, Castrochiaro, Brettonoro, Imola e

Giazolo); si chiamava Francesco ed era un uomo disperato, sempre in contrasto con i prelati e con la

Chiesa. Infatti, quando udì le campane che lo scomunicavano, fece suonare le sue campane,

scomunicando a sua volta i vescovi e il Papa.

Don Egidio (Albornoz) Conchese di Spagna bandì allora la crociata, promettendo a chiunque

prendesse la croce l’assoluzione dalle pene e dalle colpe, muovendo contro questo Francesco di

Ordelaffi; il legato gli mandò diversi uomini, ed Egidio pose il proprio campo a Cesena.

Quando ci si stava preparando al combattimento, però, il Papa richiamò don Egidio in Provenza, a

causa del Savoia che stava distruggendo qualsiasi cosa incontrasse sul suo cammino, e venne quindi

sostituito da un altro legato, francese, abate della Borgogna (Androin de la Roche, abate di Cluny).

Francesco aveva due figli, Giovanni e Ludovico, e quest’ultimo disse al padre di non andare contro

la Chiesa e contro i legati, ma di osservare i comandi, e poiché questi avevano già trattato bene i

Malatesta, sicuramente avrebbero fatto lo stesso con loro. Il padre gli rispose, superbamente, che lui

non era suo figlio; questo, sentendo queste cose, si volse per andarsene, ma il padre gli lanciò un

coltello lungo, ferendolo all’altezza dei reni: morì prima di mezzanotte.

Intanto, don Egidio lasciò alcuni suoi uomini al campo con il legato-abate e si apprestò a tornare in

Provenza.

A Cesena vi era una donna, Cia, moglie del capitano di Forlì; quest’ultimo le scrisse alcune lettere,

dicendole di prendersi cura di Cesena e di uccidere quattro uomini (Giovanni Zaganella, Giacomo

dei Bastardi, Palazzino e Vertonuccio) perché guelfi su cui la Chiesa aveva qualche dubbio. La

donna si rimise al giudizio di due amici del marito, i quali aveva seguito gli uomini e aveva

compreso che non erano effettivamente malvagi. La donna quindi rispose al marito che non li

avrebbe uccisi per il momento, poiché, senza giustificazione, il popolo sarebbe insorto.

Accadde però che questi cercarono di rovesciare la città, prendendo possesso delle porte principali e

assediando il palazzo di Cia, che, sentito il rumore degli uomini per strada, vi si era barricata.

Entrarono in gioco i Malatesta, i quali cercarono di dare soccorso alla città; ma Cia, irata, non

sapendo cosa fare, imprigionò gli uomini su cui dubitava di più in una torre, dicendo che se fosse 32

caduta sarebbe caduta sopra di loro.

Don Egidio passava per quelle strade, cercando di capire la situazione della città, e vennero verso di

lui le donne di Cesena, urlando che i loro mariti, fratelli e figli, erano stati imprigionati; comprese

quindi che Cia, dubitando di sé stessa, rotta nell’animo, avesse agito così. Il legato entrò nella torre

con Cia per una mano e i nipoti per l’altra e andò a liberare gli uomini.

A Forlì, invece, dopo tutti questi tumulti, il legato preparava il suo esercito, lasciando Cia presso

Ancona con una guardia, ovvero sua figlia, donna maritata a un marchigiano; il figlio di Cia andò

presso di lui chiedendo che la madre fosse liberata. Così il legato scrisse al capitano, dicendo che se

lui avesse dato tutto ciò che non era sua, allora lui gli avrebbe rimandato la moglie, il figlio e i

nipoti; ma questo rispose che se avesse avuto il figlio presso di sé qualche giorno primo, lo avrebbe

impiccato. Così, sconvolto da tale risposta, don Egidio si recò in Provenza.

Venne sostituito dal legato-abate, ma la battaglia durò anni, tanto che anche nel 1358 veniva ancora

predicata nelle terre di Tivoli.

Capitolo Ventisette.

Parla di come Cola di Rienzo tornò a Roma, riprendendo il suo dominio, e di come fu ucciso dal

popolo di Roma.

Era il primo di agosto 1354 quando Cola di Rienzo tornò a Roma; e in seguito venne ucciso per

decisione del popolo.

Accade che, dopo aver perso il suo dominio, Cola decise di recarsi dal Papa; prima di partire fece

dipingere sul muro di Santa Maria Maddalena, in piazza del castello, un angelo armato con le armi

di Roma, con in mano una croce. Sopra quest’ultima vi era una colomba. Ai piedi dell’angelo,

invece, vi era l’aspido e il vasalischio, sopra un leone e un dragone. I Romani, infuriati, vi gettarono

sopra del fango.

Cola, prima di partire, decise di andare a vedere quell’immagine, ma, osservando lo strazio che ne

avevano fatto, ordinò che ardesse davanti alla chiesa, per un anno, una candela.

Cominciò il suo viaggio, vestito da umile frate, per paura dell’ira dei nobili romani, che durò sette

anni; passò molto tempo insieme alla gente umile, in particolare sulle montagne di Majella.

Andò quindi dall’imperatore, re di Boemia, Carlo IV di Lussemburgo (incoronato nel 1346, mentre

ricevette la corona imperiale nel 1354), nipote dell’imperatore Enrico VII; gli disse di essere un

uomo saggio, di avere il controllo su diversi territori, ma che i nobili romani avevano deciso di

scacciarlo, pur essendo un uomo umile, e che decideva di rimettersi a lui per essere aiutato, poiché

appartenente al suo stesso lignaggio, ovvero un figlio illegittimo dell’Imperatore Enrico. Aggiunse

che la predizione di Frate Michele di Monte Sant’Angelo (detto anche frate Angelo, che aveva

ospitato Cola durante la sua fuga), ovvero l’aquila uccidere le cornacchie. Stette per un po’ a Praga,

parlando di qualsiasi cosa con tutti, ingannandoli tutti con la sua parlantina; non stette nemmeno in

prigione, giusto ogni tanto scortato d qualche guardia. Decise però di comparire davanti al Papa per

dimostrargli di non essere ingiusto né patarino; in un primo momento l’imperatore non volle farlo

andar via, ma in seguito lo fece partire.

Lo stesso prima di agosto giunse quindi ad Avignone, accompagnato e accolto ovunque come uomo

nobilissimo; si affermò non patarino al Papa. Questo decise di imprigionarlo, mettendolo in una

torre e incatenandolo, ma con i suoi libri, così che poté continuare a studiare. Venne processato e

venne testata la sua fede, il Papa, vedendolo uomo buono e fedele, decise di scagionarlo, e di far

cadere le accuse di don Bruno e del cardinale di Ceccano. (Il cambiamento di comportamento di

Cola è anche da legarsi alla morte di Clemente e all’elezione di Innocenzo, dal momento che

quest’ultimo decise di utilizzarlo nella campagna di restaurazione dello Stato della Chiesa guidata

da don Egidio)

Partì da Avignone insieme a don Egidio (partì a settembre, quindi dopo un mese dalla partenza di 33

don Egidio), viaggiando verso Montefiascone per riprendere il Patrimonio; la prima terra che venne


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Muriko95

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Esame: Filologia II
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Muriko95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Campanelli Maurizio.

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