Indice
- Introduzione............................................................................................................ 2
- Il tempo come variabile necessaria.....................................................................3
- Quale tempo?...................................................................................................... 3
- Continuità e durata........................................................................................... 4
- La dimensione evolutiva della città..............................................................4
- Il tempo come variabile di riqualificazione.......................................................7
- L’attualità della riqualificazione..................................................................7
- Il tempo nel processo di pianificazione........................................................9
- Densità e durata............................................................................................... 10
- Il tempo come misura della città.......................................................................12
- La dimensione temporale della riqualificazione......................................12
- Una misura sociale del tempo.......................................................................14
- Saper gestire l’ordinarietà...........................................................................15
- La natura della straordinarietà: Madrid........................................................17
- Crescita urbana ed emergenza sociale......................................................17
- Dieci anni di partecipazione............................................................................19
- Una costruzione sociale dello spazio fisico.............................................21
- Il consenso come esito...................................................................................22
- Una visione temporale strategica: Barcellona................................................24
- La strategia del consenso............................................................................. 24
- L’uso dell’evento olimpico............................................................................ 25
- La velocità del cambiamento.........................................................................26
- Il consenso consolidato............................................................................... 27
- La natura dell’ordinarietà: Roma......................................................................30
- La periferia da riqualificare.........................................................................30
- Gli strumenti per le isole urbane................................................................32
- Un racconto incompiuto................................................................................ 33
Introduzione
La questione del tempo è un argomento di riflessione per la cultura urbanistica, il tempo viene visto come parametro dell’efficacia o dell’inadeguatezza del piano e del progetto, come sintomo dell’incapacità di gestire e di attuare, come limite e vincolo del carattere processuale di ogni attività di trasformazione.
Ad una misura del tempo generalmente necessaria all’urbanistica si va ad affiancare una misura sempre più densa ed articolata, un tempo breve che si contrappone al tempo lungo dei principi e delle regole universali e che instaura nuovi rapporti di continuità con il contesto in trasformazione.
Nella città contemporanea i processi di trasformazione del territorio e la velocità di cambiamento della società seguono ritmi molto diversi tra loro, il che rende il governo urbano un campo difficile in cui coniugare gli interventi sulla città fisica e le necessità sociali del contesto. I nuovi strumenti di pianificazione, tra cui i programmi complessi ed il progetto urbano e la pianificazione strategica, cercano di rispondere a questa crescente diacronia tra i tempi della società e quelli del territorio attraverso una maggiore flessibilità e articolazione degli interventi.
Il controllo del processo, in tutte le sue fasi di costruzione, è necessario per evitare la dispersione delle risorse destinate alla città e deve essere lo strumento ordinario di promozione e di salvaguardia della qualità urbana e dell’identità sociale. Risulta di fondamentale importanza definire una massa critica dell’intervento che incida, per tempi e modalità, nelle modificazioni del contesto e senza la quale diventa impossibile ottenere un effetto propriamente riqualificante.
Emblematiche per il rapporto che esprimono con il tempo sono le 3 esperienze di:
- Madrid
- Barcellona
- Roma
Il programma Barrios en Remodelacion a Madrid, l’evento olimpico e gli interventi di riqualificazione del fronte marittimo e del centro storico a Barcellona ed i Programmi di riqualificazione e di recupero urbano a Roma rappresentano l’occasione per indagare non solo il tempo sociale, cioè il tempo dedicato alla costruzione del consenso e alla condivisione del progetto, ma anche come questo tempo abbia rappresentato il fattore determinante nell’esito del processo di trasformazione. Si definisce così un tempo straordinario, come risposta all’emergenza, e un tempo strategico come capacità dell’Amministrazione di programmare e gestire le trasformazioni, entrambi in grado di catalizzare risorse e soluzioni immediate. Si definisce, poi, un tempo ordinario come consueta gestione della complessità, attraverso cui mantenere costante il livello d’attenzione riguardo le trasformazioni della città sia nella fase di costruzione delle opportunità che in quella della loro verifica. Questo è il tempo in cui si dovrebbe garantire la fattibilità economica e la fattibilità sociale degli interventi attraverso la costante attenzione al contesto.
Il tempo come variabile necessaria
Quale tempo?
Partendo dal presupposto che il tempo rimanga per l’uomo un affascinante enigma in cui cercare risposta della propria esistenza e fare continua esperienza della propria finitezza egli lo concettualizza, lo misura e lo governa. La polisemia, ossia la capacità di avere significati diversi, del termine è evidente, basti pensare che esistono almeno tre fondamentali categorie concettuali attraverso cui definirlo:
- Il tempo della natura
- Il tempo collettivo
- Il tempo individuale
Fin dall’antichità l’uomo ha usato il tempo naturale come strumento. L’introduzione del calendario gregoriano, invece, e l’adozione universale del criterio di datazione che ha come riferimento la nascita di Gesù Cristo è il modo in cui la collettività umana afferma una dimensione del tempo lineare e orientata nella storia.
L’interesse di filosofi e scienziati si è concentrato intorno alla domanda se il tempo fosse un fatto di natura oggettivo o un fatto soggettivo, una proiezione del pensiero, senza mai giungere ad una definizione unanime. Platone, per esempio, nel Timeo distingue l’immagine mobile dell’eternità dall’immagine eterna che procede secondo il numero, che è quella di cui ci serviamo tutti i giorni e che noi abbiamo chiamato tempo. Aristotele definisce il tempo come il numero del movimento, secondo il prima e il poi ma allo stesso modo sottolinea l’importanza del soggetto osservatore sul movimento.
Epicuro e Lucrezio ribadiscono il concetto che il tempo non esista in sé, ma esista attraverso gli eventi ordinati dal calcolo piuttosto che da sensazioni. Il tempo cessa di essere un fatto di natura, non è ontologicamente dato, ma diventa oggettivo nel vissuto dell’osservatore. Soggettiva è la sensazione del passare del tempo ma, quando questa è organizzata in ricordi scanditi dal prima e dal poi, sono i ricordi ad essere oggettivi, sono gli eventi e non il tempo ad essere un fatto di natura.
Il primo ad enunciare il tempo come prodotto dell’attività dello spirito è Plotino di Licopodi argomentando che il tempo è diastatis, un processo in fasi successive. È l’anima che muovendosi da un evento ad un altro produce il tempo ed i ricordi, come prodotti dall’anima conservati nella memoria, contengono pure il tempo. Una soluzione questa che sant’Agostino riprenderà nelle sue Confessioni, con parole che rassicurano ognuno di fronte a tanta incertezza. Prima della creazione il tempo non esisteva, nell’eternità nulla passa e tutto è presente. Il tempo è nato con il mondo, non è stabile e non è mai tutto presente. Esso è percepito e misurato al suo passare, è legato ad una nostra percezione.
Fu Newton il sostenitore dell’esistenza di un tempo assoluto ed oggettivo, un tempo matematico a spiegare la persistenza dell’esistenza delle cose. Il tentativo di considerare la temporalità una componente costitutiva dell’esistenza la ritroviamo in Heidegger. È l’esistenza che si proietta verso ciò che può essere, oltre ciò che di volta in volta è, dilatandosi nel futuro e dunque nel tempo. Il tempo anziché fenomeno naturale misurabile secondo una successione di istanti tutti uguali, appare come il tempo dell’agire nell’attimo opportuno. Nel suo libro egli sottolinea il ruolo dell’esserci, essere con, esserci di volta in volta. Il tempo stesso è l’esserci, è la dimensione costitutiva dell’esistenza umana, la morte è la meta del tempo ed il futuro è il tentativo di acquisire il tempo. Il tempo è un modo della comprensione umana, in altre parole fa parte del nostro apparato mentale. È soggettivo per tutte le persone interessate ed essendo un elemento costitutivo dell’esistenza diventa oggettivo. La rappresentazione temporale degli eventi, poiché si verifica in ogni soggetto e nella stessa persona in momenti diversi, è anch’essa oggettiva.
Il dilemma tra tempo soggettivo e tempo oggettivo si può risolvere così nell’ipotesi che essi coesistano nella distinzione tra tempo vissuto del singolo e tempo come condizione essenziale, valida per ognuno.
Continuità e durata
L’aspetto del tempo di cui facciamo esperienza ed in cui il carattere soggettivo si lega all’oggettività fisica fuori di noi è la nostra percezione del tempo e la nostra percezione degli eventi. Infatti possiamo definire gli eventi stazionari come oggetti e gli eventi non stazionari come mutamento. L’osservazione ci dice che non è sempre facile distinguere tra questi, perché spesso le due categorie coesistono e coincidono.
Ciò che influenza la nostra percezione del tempo al di là del semplice rapporto tra prima e dopo gli eventi è la durata dei medesimi. Se prima la questione era rivolta a definire il tempo in relazione al mutamento ora il problema è la continuità di esistenza degli oggetti, o degli eventi, cioè il loro durare. Se, infatti, è possibile affermare che il tempo si misuri nel mutamento, in assenza di mutamento non sarebbe possibile misurare alcun tempo, il che porterebbe a pensare che ciò che non cambia mai non può in alcun modo durare. Ma così non è.
La continuità del tempo è una prima risposta al problema in quanto assicura l’esistenza del tempo anche in assenza di movimento, cosa che noi non possiamo però sperimentare in ogni momento. Ciò che non possiamo dimostrare è la continuità come caratteristica necessaria e cosmica. Se, infatti, non sperimentiamo una discontinuità non possiamo affermare che esista per davvero una continuità e se sperimentiamo almeno una discontinuità, dobbiamo affermare che la continuità non è sicuramente un attributo cosmico, e quindi l’osservatore che sperimenta la condizione di continuità e di discontinuità, perché la continuità fenomenica percepita da chi osserva a volte è basata sulla reale discontinuità fisica degli eventi.
La nostra percezione di continuità del tempo, assicurata dall’andare in avanti del mondo, si lega alla quantità e qualità di trasformazione che l’ambiente registra, anche se in una sequenza discontinua di eventi. Questo è quanto accade nella città, continuità che annulla ed esalta le parziali discontinuità.
La dimensione evolutiva della città
Per Geddes anche ciò che appare più stabile, come l’insediamento, si trasforma continuamente, non secondo leggi naturali o secondo un’idea lineare di progresso ma attraverso un racconto che intreccia sempre nel tempo innovazione e memorie. Per questo, sempre secondo Geddes, la città che è insieme fonte dell’innovazione e deposito della tradizione, è il luogo proprio dell’osservazione dell’evoluzione sociale.
Nella forma in cui interessa l’evoluzione della società il cambiamento è quindi un processo continuo della città, organismo vivo e dinamico e che al tempo stesso necessita una sua stabilità funzionale.
La stretta relazione che esiste tra l’evoluzione culturale dell’uomo e la città, richiede un continuo ri-adattamento di quest’ultima alla prima e viceversa. Come l’evoluzione culturale determina una nuova organizzazione della città questa produce una nuova evoluzione culturale, in un processo di continua trasformazione sia della città che della cultura dei suoi abitanti.
Il motore di questo continuo cambiamento è il lavorio del tempo, che dissolve e ricompone cose, persone e città, interagisce direttamente con la collettività e con i singoli cittadini e si manifesta nei conflitti di cui la città stessa è scenario. La città si consegna come luogo principe in cui le attività simboliche dell’uomo trovano forma concreta e produce la sua idea di tempo attraverso quelle attività che hanno capacità di permanere, di predisporre qualcosa che assomiglia ad una trama, di costruire una forma durevole di memoria urbana.
La metafora del territorio come palinsesto si oppone a quella del territorio sprovvisto di permanenza, della tabula rasa, i punti di contatto e di continuità restituiscono al territorio una dimensione temporale lunga, anche se a ritroso, sovraccarica di tracce e letture che lo rendono qualitativamente unico.
La permanenza, la transizione e la sovrapposizione rappresentano il luogo in cui continuamente si rinnova il carattere dinamico del rapporto tra l’uomo ed il suo contesto e va comunque osservato che la velocità di evoluzione non è costante ma appare crescente nel tempo.
In passato questo processo avviene con ritmi lenti, perché lenta è l’evoluzione demografica, economica, tecnologica e sociale della città. Le grandi trasformazioni urbane sono mosse dall’evoluzione dei bisogni di vita, da motivazioni igieniche, da motivazioni rappresentative e di prestigio come espressione dell’evolversi del linguaggio spaziale e dei principi estetici delle diverse società, che rendono superati i caratteri spaziali e formali della città esistente.
La storia della città moderna così come la costruzione della società industriale, si basa sul presupposto di una regola. L’urbanistica moderna si è costituita sull’osservazione di un tempo lungo, su una visione d’insieme di soggetti, comportamenti e fenomeni, usando una misura continua del tempo, tramite la quale fosse possibile l’osservazione e la misura sincronica di trame, strutture e relazioni stabili.
Il modello della città giardino descritto da Howard nel suo libro The Garden Cities of Tomorrow è basato su tre anelli concentrici e sei settori. Esso rappresenta un modello continuo ed estensivo, un modello equilibrato, indifferente al fluire del tempo e quindi alle diversità, alle stratificazioni dei luoghi, un modello cui si può attribuire un’idea puramente congiunturale del tempo.
La città razionalista viene pensata come città per parti e la separazione tra le funzioni appare scandita da grandi partizioni di spazio e di tempo. L’organizzazione materiale degli spazi è finalizzata a separare pubblico e privato, rappresentanza ed intimità, e lo stesso accade per l’organizzazione e l’utilizzo del tempo.
Il tempo contribuisce, con il suo ruolo sociale, alla costruzione di un’identità e di una mentalità collettiva: acquista importanza la riflessione su quello che l’individuo fa in relazione al tempo, come lo rappresenta e come lo simbolizza, come lo concepisce e lo conosce, lo comprende e lo utilizza, lo misura e lo quantifica. Il tempo diviene un’istituzione culturale attraverso il processo di costruzione sociale della realtà e rappresenta un elemento fondamentale della vita collettiva. Ogni società si trova ad avere una propria cultura del tempo e a muoversi all’interno dei propri riferimenti temporali.
Se dovessimo definire la figura prevalente del nostro tempo questa sarebbe caratterizzata dalla velocità, dall’accelerazione e dall’eccesso. Nella città contemporanea si spezzano le gerarchie classiche, funzioni differenti si alternano, si concentrano e si disperdono negli stessi spazi. Più che aree funzionali o sociali si riconoscono luoghi attraversati da pratiche diverse, con temporalità diverse e protagonisti differenti.
In questo contesto l’uomo vive la condizione che Simmel descrive come atrofia della cultura individuale accanto all’ipertrofia della cultura oggettiva. Questa ipertrofia del presente è la diretta conseguenza della crescente complessità sociale, in cui il tempo offre infinite possibilità all’individuo. Una molteplicità di tempi sociali cui corrispondono molteplici identificazioni.
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