Il sé: comprendere se stessi
I nostri sforzi interpretativi non sono solo tesi alla comprensione degli altri, ma riguardano anche la comprensione di noi stessi. Comprendere sé stessi è molto più complesso del comprendere gli altri, poiché abbiamo su di noi una quantità di informazioni decisamente più ampia di quella posseduta su chiunque altro e ciò complica l’elaborazione di un giudizio sintetico. Inoltre, il giudizio su di sé ha impatti emotivi molto più massicci del giudizio sugli altri. Infine, per giudicare noi stessi, consideriamo anche la nostra storia, che reinterpretiamo in continuazione alla luce degli avvenimenti del presente, poiché abbiamo il bisogno di una percezione coerente di noi stessi nel corso del tempo.
Fonti di conoscenza del sé
Il modo in cui definiamo noi stessi cambia nel corso del tempo: nel corso dell'infanzia e della pre-adolescenza, per esempio, sono le caratteristiche fisiche a dominare l'autopercezione; con l'avvicinarsi all'età adulta, invece, diventano più importanti quelle di tipo psicologico.
Fonti di conoscenza di noi stessi
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L’introspezione: è la riflessione su se stessi, alla quale viene dedicato l’8% dei propri pensieri. Si tratta di una quantità di tempo che, seppur consistente, è inferiore al tempo dedicato a pensare al lavoro o alle faccende domestiche. Ciò può essere spiegato tramite il fatto che riflettere troppo su se stessi può portare a conclusioni non accurate. Il rischio di giungere a conclusioni scorrette con l’introspezione, dunque, in certe circostanze (ad esempio quando cerchiamo di valutare il nostro livello di autostima) è particolarmente elevato: spesso, infatti, l'individuo, nel tentativo di risalire alle motivazioni di un qualche questione/fenomeno/evento relativo a se stesso, si appella alle spiegazioni più plausibili (ovvero quelle più coerenti con i propri schemi e con le proprie teorie implicite) oppure a quelle spiegazioni che in un dato contesto risultano più accessibili. Ciò non significa, però, che tali considerazioni siano accurate o “giuste”.
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L’osservazione dei nostri comportamenti: così come comprendiamo gli altri attraverso l'osservazione/analisi delle azioni che compiono, allo stesso modo l'esame dei nostri comportamenti può fornire indicazioni per comprendere noi stessi. La più importante teoria a riguardo è la teoria dell’autopercezione di Bem (1972) che prevede che ogni volta che non vi è una chiara immagine di se stessi lungo una certa dimensione, i comportamenti che eseguiamo diventano particolarmente diagnostici. Dunque, i comportamenti eseguiti possono diventare informativi delle motivazioni e delle presunte capacità. Situazioni potenzialmente pericolose si instaurano però nel momento in cui alcune motivazioni esterne ai propri comportamenti diventano eccessivamente rilevanti. Prendendo in considerazione, per esempio, l'ambito dello studio, si è dimostrato che l'introduzione di incentivi esterni fa sì che quest'ultimi non si vadano ad aggiungere alle esistenti motivazioni interne ma piuttosto tendono a sostituirle. Al di là dell'esempio, si può definire questo fenomeno come “effetto di sovragiustificazione”: le persone giustificano il loro comportamento focalizzandosi in modo eccessivo sulle cause esterne e ponendo in secondo piano le proprie motivazioni interne al comportamento. Nell’esame del nostro comportamento interviene l’effetto di sovragiustificazione ovvero la tendenza a giustificare il comportamento focalizzandosi eccessivamente su cause esterne.
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Pensieri e sentimenti: gli indizi più significativi per conoscere noi stessi sono le nostre reazioni interiori. Infatti, anche la teoria dell’autopercezione afferma che le persone traggono inferenze dai propri comportamenti quando gli indizi interni sono deboli.
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Reazioni degli altri: anche il modo in cui gli altri ci vedono contribuisce allo sviluppo del senso del sé. Nel 1902, il sociologo Charles Cooley coniò l’espressione “il sé riflesso” per indicare che una fonte di conoscenza del sé è data dalle reazioni degli altri, assimilabili ad uno specchio che riflette la nostra immagine in modo che anche noi possiamo vederla. Come nella profezia che si autoavvera, nel sé riflesso le reazioni dell’osservatore influenzano il comportamento ed il concetto di sé della persona osservata, soprattutto nel caso di persone in cui il concetto di sé è incerto.
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Il confronto con gli altri: una terza modalità di acquisizione di informazioni su se stessi è data dal confronto con gli altri. Secondo la teoria del confronto sociale di Festinger (1954), la conoscenza assoluta delle nostre caratteristiche non sarebbe particolarmente rilevante se non fosse rapportata alle caratteristiche possedute dalle altre persone intorno a noi. Il confronto diventa più probabile quando le persone si trovano in una situazione di incertezza su se stesse in una determinata area della propria esistenza. Non tutti i confronti sociali hanno la stessa qualità informativa: il criterio di scelta delle persone con cui confrontarci maggiormente determinante è quello della similarità: riteniamo maggiormente informativo il confronto con le persone a noi più simili. Il confronto sociale verso l’alto (cioè con persone che abbiano caratteristiche lievemente superiori) viene attuato quando si vuole raggiungere un buon grado di accuratezza delle proprie capacità. Il confronto sociale verso il basso (cioè con persone che abbiano caratteristiche lievemente inferiori) è una tecnica di innalzamento del Sé ed è attuato da coloro che vogliono cullarsi nell’idea che il loro valore sia alto (ad esempio, questa strategia è adottata dai malati di cancro per rendere meno drammatica la propria situazione).
In sintesi:
- Più accuratezza? → Confronto sociale verso l'alto
- Più autostima? → Confronto sociale verso il basso
La struttura del sé
William James nel 1890 individua una dualità di base nel Sé:
- Il Me = il sé in quanto oggetto di conoscenza → il sé che si guarda dall'esterno (vi sono situazioni in cui ci sembra di guardare le nostre caratteristiche dal di fuori)
- Me materiale (aspetto fisico, vestiti, ecc)
- Me spirituale (valori, tratti, ecc)
- Me sociale (immagine degli altri)
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