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residenza o domicilio]», tali dubbi vengono eliminati legislativamente, essendo esplicito il meccanismo di

passaggio da un criterio, se non adottabile, all'altro (159). Il luogo in cui il soggetto ha la propria dimora non

viene assolutamente in rilievo. Sembra aver posto problematiche non irrilevanti (160) la clausola di salvezza

contenuta nell'articolo 677, comma 2º, secondo la quale i criteri ivi indicati si applicano «se la legge non

dispone diversamente». Come già evidenziato l'articolo 47 comma 3º ord. penit., prevedeva la concessione

dell'affidamento in prova al servizio sociale «senza procedere all'osservazione in istituto». Il comma

proseguiva stabilendo, per l'ipotesi considerata, un criterio particolare di determinazione del giudice

territorialmente competente: si aveva riguardo al luogo in cui ha sede l'ufficio del Pubblico ministero investito

dell'esecuzione. In questo caso ci si riferiva ad un soggetto nei cui confronti era già stato emesso ed

eseguito l'ordine di carcerazione. La clausola di salvezza di cui sopra è contenuta nel comma 2º dell'articolo

677 c.p.p., relativo invece a soggetti in stato di libertà. Da tutto ciò discendeva un'interpretazione in base alla

quale il caso considerato dall'articolo 47, comma 3º, ord. penit, veniva coperto ed assorbito dal comma 1º

della norma codicistica, che riguarda, appunto, la determinazione del giudice territorialmente competente nel

caso di soggetto detenuto (161). Analogo ragionamento non poteva farsi per l'ipotesi contemplata dal

successivo comma 4º dell'articolo 47 ord. penit. Tale disposizione riguardava, infatti, il caso di soggetto nei

cui confronti l'ordine di carcerazione non era stato ancora emesso o non ancora eseguito. Siffatte situazioni

sarebbero rientrate nell'ambito di applicazione della clausola di salvezza contenuta nell'articolo 677, comma

2º c.p.p. (162). Questa interpretazione, che ci pare troppo legata al dato letterale della norma codicistica, era

stata smentita dal più volte ricordato articolo 236, comma 2º, disp. att. In base a tale norma mantengono

vigore le disposizioni processuali contenute nella legge penitenziaria diverse da quelle contenute nel Capo

II-bis del Titolo II della stessa legge. Tra le norme fatte salve da questo articolo rientravano sicuramente

l'articolo 47 comma 3º, e di conseguenza, accettando l'interpretazione unitaria dello stesso articolo, il suo

successivo comma 4º (163). A questa conclusione si pervenne, oltre che sulla base della lettera dell'articolo

236 disp. att., dalla logica sottostante alla previsione di un criterio differente dall'ordinario per la

determinazione del giudice competente per territorio. Il luogo in cui ha sede l'ufficio del Pubblico ministero

investito dell'esecuzione era sembrato il più idoneo per l'individuazione del giudice competente, in relazione

alla particolare finalità dell'affidamento in prova senza osservazione in istituto. Sia che si rientrasse

nell'ipotesi del comma 3º o del comma 4º dell'articolo 47 ord. penit., il luogo in questione era quello che

permetteva maggiori legami tra il soggetto e l'organo giudicante, nonché tra quest'ultimo e l'organo del

Pubblico ministero competente per l'esecuzione. Da ciò sarebbe dovuta discendere l'applicabilità dell'articolo

47 commi 3º e 4º, così come in origine, anche alle ipotesi previste dagli articoli 47-ter comma 3º 50 comma

6º ord. penit., che ad esso facevano esplicito rinvio (164). Questa interpretazione (165), non era però

pacifica, poiché non mancarono coloro i quali ritennero non applicabile il criterio indicato dall'articolo 47

comma 3º, se non nelle ipotesi in cui la detenzione domiciliare e la semilibertà dovevano essere concesse a

soggetti non detenuti. Nelle ipotesi di persone già ristrette doveva applicarsi il criterio del locus custodiae

contenuto nell'articolo 677, comma 1º, ord. penit. (166). Per completezza sistematica dobbiamo fare qualche

osservazione relativamente ad un'altra norma riguardante la materia penitenziaria, la quale prevede un

ulteriore criterio di determinazione del giudice territorialmente competente. Ci riferiamo al D.P.R. 9 ottobre

1990, n. 309 (167). L'articolo 90 di tale decreto prevede una ipotesi di sospensione dell'esecuzione della

pena detentiva per soggetti tossicodipendenti (168). Per l'individuazione del Tribunale di sorveglianza

competente la norma in questione stabilisce il criterio del luogo in cui il soggetto ha la residenza. Data la

dizione generale dell'articolo in esame deve ritenersi applicabile il criterio ora indicato sia nell'ipotesi di

soggetto in stato di libertà che nell'ipotesi di soggetto detenuto (169). Inoltre, ai commi 3º e 4º, l'articolo 90

del T.U. Stupefacenti contiene delle disposizioni simili a quelle dell'articolo 47 comma 3º e 47-bis comma 2º

ord. penit. (170); quindi, anche in questo caso si prevede la presentazione dell'istanza al Pubblico ministero.

Questo meccanismo di presentazione della domanda mette in dubbio la logicità della scelta di ancorare la

competenza territoriale del Tribunale di sorveglianza al luogo in cui il soggetto ha la residenza. L'interessato,

può essere detenuto, al momento dell'inizio del procedimento, in un luogo diverso da quello in cui risiede,

pertanto il Pubblico ministero competente per l'esecuzione può essere diverso da quello del luogo di

residenza dell'interessato. Ciò pone rilevanti problemi di cooperazione e coordinamento tra organo

giudiziario chiamato a provvedere sull'affidamento e organo del Pubblico ministero che riceve la relativa

istanza (171). Probabilmente, dato che spesso i programmi terapeutici e socio-riabilitativi, vengono svolti nel

luogo di residenza del soggetto, si è voluto instaurare uno stretto legame tra gli organi che seguono ed

eseguono il programma in questione e il Tribunale di sorveglianza (172).

Merita di essere ricordata un'altra modifica apportata dal nuovo Codice di procedura penale alla fase

iniziale del procedimento di sorveglianza. Ci riferiamo alla declaratoria di inammissibilità della domanda.

L'articolo 666, comma 2º, stabilisce che il provvedimento con il quale si chiara l'inammissibilità della

domanda (173) è un decreto. In base all'articolo 71-sexies ord. penit., si stabiliva che contro tale

provvedimento poteva essere proposta opposizione, a seguito della quale doveva aver luogo il procedimento

di sorveglianza. Una prima notazione deve farsi riguardo all'individuazione di ciò che può essere oggetto

della dichiarazione di inammissibilità. È stato infatti precisato (174), che in base alla lettera dell'articolo 666,

comma 2º c.p.p., che parla esplicitamente di «richiesta», deve considerarsi sottratta al vaglio di ammissibilità

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da parte del giudice l'iniziativa del Pubblico ministero. Una tale soluzione non ci sembra rispondente ai

principi generali di diritto, né conforme alla particolarità della materia oggetto della giurisdizione di

sorveglianza. La situazione di detenzione, o le situazioni sociali che spesso caratterizzano le circostanze

nelle quali il soggetto ha maturato la sua "scelta di vita" in senso criminogeno, devono considerarsi elementi

che già di per sé rendono più gravoso e difficoltoso il ricorso giurisdizionale, comportando una maggiore

attività di iniziativa, promozione e controllo da parte dell'organo giudiziario. Il sottrarre il vaglio di

ammissibilità sull'iniziativa del Pubblico ministero può risolversi in una diminuita garanzia per il soggetto la

cui situazione è oggetto del giudizio. In seguito all'emanazione del nuovo codice di rito avverso il

provvedimento che dichiara l'inammissibilità della domanda è possibile solo il ricorso in cassazione. Una tale

scelta non è stata accolta con unanime favore (175). È stato sostenuto (176) che la scelta legislativa

espressa nel Codice di procedura penale, risponde maggiormente alle esigenze poste alla base dell'istituto

dell'inammissibilità della domanda. Tale substrato logico-sistematico è dato dal fatto di predisporre una sorta

di filtro, in modo tale da evitare presentazioni di domande a fine dilatorio. Da un certo punto di vista, ci

troviamo in accordo con la tesi ora esposta, nel senso che, soprattutto presso la Magistratura di

sorveglianza, la creazione di uno strumento efficacie ad arginare un "fiume" di domande consapevolmente

non fondate, ma presentate con l'intento di allungare i tempi della decisione, è una necessità di

sopravvivenza. Le condizioni nelle quali opera la Magistratura di sorveglianza sono tali da non permetterle di

sprecare neanche un solo minuto disponibile. Come vedremo nel capitolo successivo, il numero di domande

esaminate nel corso delle giornate in cui sono previste le udienze del Tribunale di sorveglianza, può

raggiungere valori molto alti. L'opportunità di non gravare tale organo di ulteriori procedimenti a seguito di

opposizione contro un decreto di inammissibilità della domanda, non può che avere effetti positivi

sull'operato della Magistratura in questione. Considerando, però, la posizione dell'istante, deve riconoscersi

che il sistema di impugnazione del decreto ora citato, disciplinato nell'articolo 666, comma 2º c.p.p. fornisce

una tutela diminuita, in quanto il vaglio della Corte di cassazione è limitato alle questioni di legittimità. Anche

in questo caso, quindi, la scelta ottimale sarebbe stata quella di prevedere, davanti alla Corte stessa, un

riesame anche nel merito (177). Non tutte le domande sono consapevolmente infondate, o mere

riproposizioni, fondate sugli stessi elementi, di altre precedentemente rigettate. Quindi, dato che comunque è

previsto un secondo giudizio di legittimità da svolgersi di fronte alla Corte di cassazione, non si comprende

perché non si sia mantenuta la possibilità di provocare un secondo giudizio anche sul merito.

Procedendo nella nostra analisi del procedimento di sorveglianza nel nuovo Codice di procedura penale,

consideriamo ora un'altra caratteristica particolare del procedimento in questione, oltre alla procedibilità

d'ufficio, che è stata mantenuta nel codice di rito: la previsione di particolari mezzi di prova. Il comma 2º

dell'articolo 678 c.p.p., stabilisce che, ove si proceda nei confronti di un soggetto sottoposto ad osservazione

scientifica della personalità, il Tribunale o il Magistrato di sorveglianza «acquisisce la relativa

documentazione e si avvale, se occorre, della consulenza dei tecnici del trattamento». Tale indicazione, che

potrebbe apparire scontata dopo tutto ciò che si è affermato in relazione al ruolo e alla funzione della

Magistratura di sorveglianza, nonché del relativo procedimento, riveste in realtà un'importanza notevole.

Questo comma, che in sostanza ripete il contenuto dell'abrogato articolo 71-bis ord. penit., è necessario al

fine di consentire, senza ombra di dubbio, alla Magistratura di sorveglianza di poter utilizzare questi

fondamentali elementi di valutazione. Il richiamo all'articolo 666 operato dall'articolo 678 c.p.p. implica

l'applicazione anche al procedimento di sorveglianza del comma 5º dell'articolo riguardante il procedimento

di esecuzione, relativo agli elementi di prova che il giudice può utilizzare. Nella norma in esame non si parla

né di documenti relativi all'osservazione, né della consulenza dei tecnici del trattamento, bensì si stabilisce

che «il giudice (nel nostro caso gli organi di sorveglianza) chiede alle autorità competenti tutti i documenti e

le informazioni di cui abbia bisogno [...]». Se quindi il codice non avesse ripetuto la formula dell'articolo 71-

bis ord. penit. (178)le uniche indicazioni specifiche per gli elementi di valutazione del giudice penitenziario

sarebbero state quelle contenute nel comma 5º dell'articolo 666 c.p.p. Il legislatore ha ritenuto opportuno

specificare gli elementi fondamentali in base ai quali la Magistratura di sorveglianza deve assumere le

proprie decisioni relative a soggetti sottoposti all'osservazione scientifica della personalità. La

documentazione relativa a quest'ultima, nonché l'eventuale consulenza dei tecnici del trattamento, ove il

giudice la ritenga necessaria, devono considerarsi prove «"legalizzate"», cioè elementi dai quali la

Magistratura di sorveglianza non può prescindere, nel momento in cui decide in relazione ad un soggetto

sottoposto all'osservazione scientifica della personalità (179). Evidentemente, questa previsione specifica è

stata ripetuta al fine di assicurare strumenti adeguati di valutazione nel caso in cui la Magistratura di

sorveglianza debba decidere materie tradizionalmente di sua competenza, cioè quando sia chiamata a

valutare la personalità di un soggetto tenendo conto del comportamento tenuto in istituto.

Merita a questo punto di spendere qualche parola in relazione alle problematiche poste dal sistema

probatorio (180) nell'ambito del procedimento di sorveglianza. Come abbiamo appena ricordato le norme

fondamentali da prendere in considerazione sono gli articoli 678, comma 2º e 666, comma 5º, c.p.p. In

relazione a quest'ultima disposizione abbiamo indicato solo il contenuto della sua prima parte, dobbiamo

quindi precisare, in quanto utile all'analisi che andiamo a svolgere, che ivi si stabilisce anche che «se

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occorre assumere prove, (il giudice) procede in udienza nel rispetto del contraddittorio» (articolo 666, comma

5º ultima parte, c.p.p.). Inoltre, si deve tener presente anche l'articolo 185 disp. att. (181), che stabilisce che

«Il giudice nell'assumere le prove a norma dell'articolo 666 comma 5º del codice, procede senza particolari

formalità anche per quanto riguarda la citazione e l'esame dei testimoni e l'espletamento della perizia». La

questione che è stata posta (182) in relazione alle norme in materia probatoria relative alla giurisdizione

esecutiva (183), è quella di comprendere se, con il nuovo codice di rito, si sia voluto corredare il

procedimento di sorveglianza di una sua propria regolamentazione in punto di prova, o se si siano volute

porre norme specifiche da integrarsi in via analogica con quelle generali valevoli per il procedimento di

cognizione. La problematica è sorta a causa della modalità di regolamentazione prescelta dal legislatore.

Infatti sono riconoscibili, nella disciplina codicistica, elementi che potrebbero far pensare ad una

regolamentazione specifica e propria della materia probatoria nel procedimento di sorveglianza, ma anche

elementi che portano a ritenere la necessità e l'opportunità di una integrazione analogica con le norme

stabilite per il processo penale di cognizione. Indubbiamente, nel momento in cui si è redatto il nuovo Codice

di procedura penale, ci si è resi conto sia della particolarità del procedimento di sorveglianza che della

necessità di stabilire regole peculiari, anche in punto di prova, per lo svolgimento dello stesso. Il ruolo e i

compiti della Magistratura di sorveglianza, come già sottolineato, sono talmente mutati nel corso degli anni e

in conseguenza delle numerose modifiche subite dalla legge sull'ordinamento penitenziario, che le previsioni

in essa contenute non potevano più essere considerate sufficienti e adeguate. Originariamente queste

prevedevano che gli organi giudiziari di sorveglianza assumessero le loro decisioni «avvalendosi della

consulenza dei tecnici del trattamento […]» e dava loro la facoltà di svolgere le investigazioni previste

dall'articolo 637 del Codice di procedura penale allora in vigore (articolo 71 ord. penit). Con la Legge 12

gennaio 1977, n. 1, venne poi introdotto l'articolo 71-bis ord. penit., in base al quale la Magistratura di

sorveglianza doveva assumere le proprie decisioni utilizzando i documenti relativi all'osservazione e al

trattamento, da assumersi in udienza, e poteva svolgere i necessari accertamenti e avvalersi della

consulenza dei tecnici del trattamento. Come abbiamo visto, la "Legge Gozzini" non ha apportato sostanziali

modifiche. Dalla lettura delle norme ora ricordate, ben si comprende come la regolamentazione dei mezzi di

prova di cui la Magistratura di sorveglianza doveva avvalersi, era conforme (un po' meno lo era dopo la

"Legge Gozzini"), al ruolo che si voleva rivestisse l'autorità giudiziaria in esame e alle competenze che le

erano attribuite. Si trattava, infatti, di materie per decidere sulle quali si ritenevano sufficienti mezzi di prova

precostituiti (pensiamo alla concessione di misure alternative dopo un periodo di osservazione in istituto). In

realtà anche in relazione a tali oggetti del giudizio della Magistratura di sorveglianza, data la scarsa

attuazione effettiva dell'osservazione della personalità in istituto causata dalla mancanza di personale, gli

elementi di valutazione, cioè i mezzi di prova, si erano rivelati nella pratica insufficienti. Analogo discorso può

essere fatto per le relazioni del Servizio sociale, anch'esso gravato da una quantità di lavoro in eccesso, in

proporzione alle forze disponibili. L'inadeguatezza del sistema probatorio approntato per i giudizi di fronte

alla Magistratura di sorveglianza, è emersa con maggior gravità nel momento in cui le si sono attribuite

competenze di natura diversa rispetto a quelle tradizionalmente considerate sue proprie. Ci riferiamo alle

misure alternative alla detenzione che possono essere concesse indipendentemente dall'osservazione della

personalità in istituto, o al rinvio, facoltativo o obbligatorio, dell'esecuzione della pena detentiva ex articoli

146 e 147, comma 1º, nn. 2 e 3, c.p. Come abbiamo visto, tali "rivoluzionarie" modifiche apportate all'ambito

di competenza della Magistratura di sorveglianza, operate sostanzialmente dalla Legge 10 ottobre 1986, n.

663, hanno comportato un profondo mutamento del ruolo della stessa, ed hanno inciso sulla

"caratterizzazione" della sua attività. In conseguenza di ciò, gli organi giudiziari di sorveglianza devono

giudicare su elementi di fatto, e non più unicamente su elementi personologici, anche se questi rimangono

comunque molto importanti. Tali elementi di fatto «debbono pervenire al giudice in maniera non

sostanzialmente diversa da quella con cui gli pervengono le prove sulle quali si fonda il giudizio sul fatto-

reato» (184). Da ciò è discesa la consapevolezza dell'insufficienza della regolamentazione in punto di prova

per i procedimenti di fronte alla Magistratura di sorveglianza, e si è, quindi, voluto incidere su di essa con lo

scopo di arricchire i poteri probatori degli organi giudiziari di sorveglianza, ampliando il ventaglio di mezzi di

prova che essi possono utilizzare, rendendo applicabile anche al procedimento da essi adottato le norme in

materia di prove riguardanti il procedimento di cognizione, con gli opportuni correttivi. Tra quelli che possono

definirsi «"mezzi di prova" tipici della giurisdizione esecutiva» (185) devono considerarsi i documenti (articolo

234 c.p.p.) e, anche se non mezzi di prova in senso tecnico, le informazioni, entrambi previsti quali elementi

di valutazione degli organi della giurisdizione esecutiva dall'articolo 666, comma 5º, c.p.p. (186). Inoltre,

come è facile comprendere in base alla rilevanza attribuita dal legislatore al trattamento e all'osservazione in

istituto (anche se l'attenzione si è poi spostata dall'interno all'esterno del carcere), devono considerarsi

mezzi prova tipici della Magistratura di sorveglianza, la consulenza dei tecnici del trattamento di cui

all'articolo 678, comma 2º, c.p.p. Come abbiamo sottolineato, le prove che la Magistratura di sorveglianza

utilizza sono, però, anche altre e diverse da quelle ora ricordate. È possibile affermare ciò in forza

dell'articolo 666, comma 5º seconda parte, c.p.p. il quale, lo ricordiamo, stabilisce che «se occorre assumere

prove, [il giudice] procede in udienza nel rispetto del contraddittorio». Inoltre, l'articolo 185 disp. att. prevede

che tra le prove di cui sopra rientrano sicuramente la testimonianza e la perizia (187). L'ultima norma ora

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considerata, pone un problema interpretativo di grande rilevanza. Il suo dettato non chiarisce se debbano

considerarsi utilizzabili nel procedimento di sorveglianza tutti i mezzi di prova previsti e disciplinati dal codice

di rito per la fase della cognizione, o se l'esplicita menzione della testimonianza e della perizia debba

considerarsi elencazione tassativa delle prove, diverse da quelle tipiche della giurisdizione esecutiva, delle

quali si può tener conto nel corso del procedimento in esame. Questa difficoltà interpretativa, è stata risolta

nel senso di considerare tutti mezzi di prova previsti per il giudizio di merito applicabili al procedimento di

sorveglianza, essendo la dizione dell'articolo 666, comma 5º, c.p.p. generica («se occorre assumere

prove»). Anche lo stesso articolo 185 disp. att., prevedendo per l'assunzione delle prove una procedura

«senza particolari formalità», usa la congiunzione «anche» per riferirsi alla testimonianza e alla perizia (188).

Ciò non significa, però, che qualsiasi mezzo di prova previsto per la fase della cognizione possa essere

utilizzato nel procedimento di sorveglianza. Questo è sostenibile non in base ad una preclusione normativa,

bensì a causa della natura stessa sia delle prove, che degli elementi al cui accertamento esse tendono, o in

base alla loro incompatibilità con la disciplina del procedimento in questione. Quest'ultimo è il caso

dell'esame delle parti (articoli 208-210 c.p.p.), il cui svolgimento presuppone la partecipazione al giudizio

delle stesse. Nel caso del procedimento di sorveglianza, non sorge in capo all'interessato, un vero diritto di

partecipare all'udienza, se non nel caso in cui non sia detenuto, o lo sia in un luogo compreso nella

circoscrizione del giudice (189). Un altro mezzo di prova previsto per la fase della cognizione incompatibile

con il procedimento di sorveglianza, è la ricognizione di cose, avendo questa riguardo al «corpo del reato» o

«cose pertinenti al reato» (articolo 215 c.p.p.). Inoltre, sempre in base a ciò che si vuole accertare, deve

escludersi l'applicabilità al procedimento di sorveglianza dei mezzi di ricerca della prova (ispezioni,

perquisizioni ecc., contenute nel Libro III, Titolo III c.p.p.), anch'essi tendenti a ricercare l'esistenza o meno di

un reato.

4.7.1. L'impugnazione dell'ordinanza conclusiva del procedimento di sorveglianza

Il provvedimento con il quale si chiude il procedimento di sorveglianza è un'ordinanza motivata a pena di

nullità ex articolo 125, comma 3 c.p.p. (190). Il provvedimento in questione, che chiude un procedimento in

camera di consiglio, deve essere depositato entro cinque giorni dalla deliberazione (191). Il comma 6º

dell'articolo 666 prevede come forma di impugnazione possibile contro l'ordinanza in questione il ricorso per

cassazione. Circa questa scelta del legislatore deve farsi una precisazione. La norma ora citata ha dato

attuazione alla direttiva n. 97 della legge-delega del 1987, nella quale si stabiliva l'impugnabilità dei

provvedimenti del giudice nella fase esecutiva del processo. Il fatto che la stessa direttiva non specificasse

ulteriormente di quale tipo di impugnazione dovesse trattarsi significava, secondo alcuni (192), che, essendo

consapevoli dell'esistenza di due giudici competenti su due momenti diversi della fase di esecuzione, si

fosse voluta lasciare la possibilità di prevedere due sistemi differenti di impugnazione per i provvedimenti

emessi da ciascuno di essi. Le competenze degli organi giudiziari di sorveglianza sono caratterizzati da una

particolarità tale, che era sembrato opportuno rispettare un simile carattere anche per ciò che attiene

all'impugnazione dei loro provvedimenti. Nel Codice di procedura penale si è, invece, operata una scelta

diversa, cioè quella di prevedere sia per i provvedimenti del Giudice dell'esecuzione, sia per quelli della

Magistratura di sorveglianza, il ricorso per cassazione. Inoltre, contrariamente a ciò che era stato l'intento

iniziale ricordato dalla Relazione al codice stesso (193), si stabilisce che il ricorso in esame è limitato alle

questioni di legittimità e non può avere ad oggetto il merito della questione. Una scelta siffatta si presenta

poco coerente ed adeguata ai giudizi di fronte alla Magistratura di sorveglianza. Come vedremo oltre, in

materia di misure di sicurezza, la disciplina delle impugnazioni è differente, infatti contro i provvedimenti del

Magistrato di sorveglianza è possibile un appello al Tribunale di sorveglianza e contro la decisione di questo,

il ricorso in cassazione. Gli accertamenti, le valutazioni e la natura dei giudizi che gli organi di sorveglianza

sono chiamati a svolgere ed emettere al di fuori della materia delle misure di sicurezza non sono

sostanzialmente dissimili a quelli che, invece, nell'ambito di tale materia vengono attuati (194). Appare così

abbastanza evidente una certa contraddizione e probabilmente una non completa comprensione della

materia penitenziaria da parte del legislatore. L'articolo 666, comma 6º, c.p.p. opera un esplicito rinvio, per

ciò che attiene alla disciplina dell'impugnazione in esame, alle norme relative alle impugnazioni in generale e

alle norme riguardanti il procedimento davanti alla Corte di cassazione, precisando, però, che esse operano

«in quanto compatibili». Si applica, quindi, l'articolo 585 c.p.p. per quanto attiene ai termini entro i quali deve

essere presentato ricorso (quindici giorni dalla notificazione o comunicazione), e, ad esempio, l'articolo 606

c.p.p. relativamente ai motivi per i quali può essere promosso il ricorso. Nell'articolo 666, comma 7º c.p.p. è

contenuta, però, una disposizione che devia dalla disciplina generale delle impugnazioni. In tale norma si

stabilisce che il ricorso non sospende l'esecuzione del provvedimento impugnato. Inoltre, viene stabilito che,

comunque, il giudice che ha emesso il provvedimento può disporne la sospensione (195). I motivi di una tale

scelta, si basano sull'assunto in base al quale se si fosse attribuita all'impugnazione un'efficacia sospensiva,

si sarebbe potuto verificare un fenomeno di impugnazioni presentate a meri fini dilatori. Gli eventuali effetti

negativi della mancata efficacia sospensiva dell'impugnazione vengono, secondo alcuni (196),

controbilanciati dal potere riconosciuto al giudice che ha emesso il provvedimento impugnato. In mancanza

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della previsione contenuta al comma 7º dell'articolo 666 c.p.p., per ciò che attiene specificatamente alle

materie di competenza della Magistratura di sorveglianza, un'altra norma del codice di rito relativa alle

impugnazioni in generale, avrebbe potuto essere considerata fondamento della mancata efficacia

sospensiva del ricorso. Ci riferiamo all'articolo 588, comma 2º, c.p.p. in base al quale «Le impugnazioni

contro i provvedimenti in materia di libertà personale non hanno in alcun caso effetto sospensivo». I

provvedimenti emessi a seguito di procedimento di sorveglianza, incidono sulla libertà personale, basti

pensare alla concessione delle misure alternative, o al rinvio obbligatorio o facoltativo dell'esecuzione della

pena detentiva. L'applicazione della norma in esame avrebbe, però, comportato l'impossibilità di derogarvi in

determinati casi, non contenendo l'indicazione del potere del giudice che ha emesso il provvedimento di

disporne la sospensione. La scelta operata dal legislatore deve, quindi, essere valutata positivamente in

quanto non si stabilisce una disciplina rigida, non suscettibile di valutazioni ulteriori.

4.7.2. Il procedimento di sicurezza

Per ciò che attiene al procedimento di sicurezza l'articolo 678, comma 1 c.p.p. prescrive l'adozione delle

forme del procedimento di sorveglianza. Come vediamo, quindi, si persegue la via scelta dal legislatore del

1986, nel senso di unificare le due procedure. La disciplina precedente, come abbiamo visto, stabiliva

anch'essa l'applicazione del procedimento di sorveglianza in materia di misure di sicurezza. Ciò non

provocava la caducazione delle norme codicistiche, allora vigenti, il cui coordinamento con la legislazione

penitenziaria creava non pochi problemi. Con l'entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale, si è

razionalizzata la materia procedurale delle misure di sicurezza. Infatti la norma contenuta nell'articolo 678,

comma 1º c.p.p. non comporta la totale applicazione del procedimento di sorveglianza alle misure di

sicurezza, ma sta a significare che, laddove non venga diversamente disposto, la disciplina cui riferirsi è

quella del procedimento di sorveglianza. Le deviazioni dallo schema generale di riferimento contenute negli

articoli 679 e 680 c.p.p. sono dovute alla particolarità della materia, la quale comprende anche il settore

dell'accertamento o riesame della pericolosità sociale. Come abbiamo sottolineato, la "Legge Gozzini",

abrogando con il suo articolo 31 l'articolo 204 c.p., ha profondamente modificato il sistema penale in materia

di pericolosità sociale, inserendo in esso il principio in base al quale tale pericolosità deve essere sempre

accertata nel suo persistere o nella sua intensità, sia nel momento della applicazione, sia in quello

dell'esecuzione di una misura di sicurezza. Questa nuova configurazione del legame tra pericolosità sociale

e misure di sicurezza esplica, inevitabilmente, i suoi effetti anche sull'opera della Magistratura di

sorveglianza. Di conseguenza il procedimento applicativo o modificativo delle misure di sicurezza in sede

esecutiva necessita, al di là delle regole generali valevoli se non diversamente disposto (articoli 666 e 678

c.p.p.), di norme ad hoc le quali siano rispondenti alla particolarità e importanza dei valori coinvolti. L'ambito

applicativo del procedimento di sicurezza viene opportunamente specificato dall'articolo 679, comma 1º,

c.p.p. Infatti il precedente articolo del codice si limita a parlare genericamente delle misure di sicurezza e

della dichiarazione di delinquenza qualificata, mentre la norma in esame specifica che la confisca e le misure

di sicurezza applicate provvisoriamente nel corso del giudizio di cognizione, sono escluse dalla disciplina ivi

regolata. Inoltre, deve farsi una precisazione in merito alla revoca della dichiarazione di delinquenza

qualificata. L'articolo 679, comma 1º cita esplicitamente solo la revoca della dichiarazione di tendenza a

delinquere. Potrebbe, quindi, sembrare che tale revoca sia la sola a rientrare nella competenza del

Magistrato di sorveglianza, oppure che solo ad essa debba applicarsi il procedimento di sicurezza. Per chi

ha voluto risolvere la problematica relativa alla competenza del Magistrato di sorveglianza (197) (e

indirettamente la questione del procedimento da applicare in materia) sulla revoca della dichiarazione di

abitualità e professionalità nel reato, la soluzione è da ricercarsi, ancora una volta, nell'articolo 236, comma

2º, disp. att. Tale articolo, come sappiamo, dichiara la vigenza delle norme processuali della legge

sull'ordinamento penitenziario, escluse quelle contenute nel Capo II-bis del Titolo II della stessa, solo in

relazione al Tribunale di sorveglianza. Nonostante ciò, viene correttamente affermato che le ricordate norme

procedurali della legge sull'ordinamento penitenziario continuano ad operare anche per l'organo monocratico

di sorveglianza, anche se di esso non si fa esplicita menzione. Questa conclusione è attribuita a ragioni

logico-sistematiche, poiché il Capo II-bis del Titolo II della legge sull'ordinamento penitenziario non opera

più, non solo nei confronti dei giudizi di fronte al Tribunale di sorveglianza, ma anche per ciò che attiene

all'attività processuale del Magistrato di sorveglianza, poiché regolava le forme procedurali di entrambi. Da

ciò discende l'attuale vigenza dell'articolo 69, comma 4º, ord. penit. (norma sicuramente processuale), il

quale stabilisce la competenza del Magistrato di sorveglianza in materia di revoca della dichiarazione della

delinquenza abituale e professione, oltre che della revoca della dichiarazione della delinquenza per

tendenza. Chi, invece, si è preoccupato direttamente della problematica relativa all'applicazione del

procedimento di sorveglianza alla revoca della dichiarazione di abitualità e professionalità nel reato (198), ha

fondato la soluzione su elementi ulteriori rispetto al citato articolo 236, comma 2º, disp. att., pur non

trascurandolo. Innanzitutto, l'applicabilità del procedimento di sicurezza alle ipotesi sopra ricordate dovrebbe

considerarsi fondata sulla lettera dell'articolo 679, comma 1º c.p.p., laddove questo si riferisce «ad ogni

questione relativa», presumibilmente, alla dichiarazione di abitualità o professionalità nel reato, poco sopra

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citate dallo stesso. Inoltre la specificazione relativa alla revoca della dichiarazione di tendenza a delinquere,

contenuta nella norma che stiamo analizzando, starebbe a confermare una competenza in materia di revoca

di una dichiarazione che viene, invece, compiuta esclusivamente in sede di cognizione. Indipendentemente

dalla tesi interpretativa che, tra quelle ora esposte, si voglia accettare, il risultato cui esse pervengono è il

medesimo, ed è l'unico da ritenersi possibile da un punto di vista sistematico, tenendo presente, non solo la

disciplina codicistica, ma anche la disciplina ancora vigente contenuta nella legge sull'ordinamento

penitenziario. Naturalmente ricadono sotto la disciplina del procedimento di esecuzione le attività del

Magistrato di sorveglianza, relative all'applicazione, esecuzione, trasformazione e revoca, anche anticipata,

delle misure di sicurezza. Anche in materia di procedimento di sicurezza si ripropongo come opportune

alcune riflessioni relative alla titolarità del potere d'impulso. L'articolo 679, comma 1º, c.p.p. prevede

espressamente solo la richiesta del Pubblico ministero, o l'iniziativa d'ufficio del giudice. Devono considerarsi

ammissibili anche l'iniziativa da parte dell'interessato (pensiamo ad una richiesta di riesame al fine di

ottenere la revoca della misura di sicurezza), che è espressamente prevista solo in relazione alla revoca

della dichiarazione di tendenza a delinquere, del difensore, nonché del tutore o curatore per soggetti infermi

di mente (199). Inoltre, il mantenimento dell'iniziativa ex officio non ha trovato unanime consenso nella

dottrina, poiché, secondo alcuni, questo potere del giudice caratterizzerebbe il procedimento di sicurezza

come una procedura eccessivamente inquisitoria (200).

Un'altra razionalizzazione operata dal nuovo Codice di procedura penale relativamente alla materia delle

misure di sicurezza, attiene al legame esistente tra revoca delle stesse e dichiarazione di delinquenza

qualificata. Come abbiamo già fatto notare, durante la vigenza della disciplina precedente questa materia

aveva fatto sorgere differenti interpretazioni. Con il nuovo codice di rito si è risolta definitivamente la

questione, in quanto la dizione dell'articolo 679, comma 1º (201) è tale da eliminare ogni dubbio circa la

possibilità di instaurare un procedimento al fine di ottenere la revoca di una dichiarazione di delinquenza

qualificata, anche successivamente alla caducazione della misura di sicurezza (202).

Passando a considerare la materia dell'impugnazione dei provvedimenti in materia di misure di sicurezza,

l'articolo 680, comma 1º c.p.p. ripete sostanzialmente la disciplina prevista dall'articolo 70, comma 2º, ord.

penit. È quindi previsto appello al Tribunale di sorveglianza, contro i provvedimenti dell'organo monocratico

in materia di misure di sicurezza. Disposizione innovativa è, invece, quella contenuta nel comma 2º

dell'articolo in esame. In questa si stabilisce la competenza del Tribunale di sorveglianza anche sulle

impugnazioni contro sentenze emesse in sede di cognizione qualora le impugnazioni siano relative alle

«disposizioni che riguardano le misure di sicurezza». Il Tribunale di sorveglianza è quindi l'organo chiamato

a decidere sulle impugnazioni delle sentenze di condanna, di proscioglimento o di non luogo a procedere,

relative alle sole misure di sicurezza. Secondo alcuni (203), saremmo di fronte ad un vero e proprio giudizio

di appello che, di conseguenza, non può operare che nei confronti di sentenze emesse in primo grado. Per

altri (204), invece, questo potere del Tribunale di sorveglianza sembra consentito con un'ampiezza tale, da

far ritenere la sua ammissibilità anche nei confronti di sentenze emesse in secondo grado. Riteniamo che,

data la giustificazione che probabilmente sottende ad una previsione del genere, e cioè l'opportunità di

prevedere un controllo giurisdizionale sulla materia delle misure di sicurezza da parte di un organo

specializzato, quale il Tribunale di sorveglianza, sia sufficiente a ritenere valida, per lo meno da un punto di

vista logico, questa seconda interpretazione. È, però, vero che ammettendo un appello al Tribunale di

sorveglianza avverso sentenze emesse in secondo grado, sempre limitatamente alle misure di sicurezza, si

possono verificare "sfasature" sistematiche. Infatti, contro la decisione assunta dal Tribunale di cui sopra, è

ammesso, in base agli articoli 666 e 678 c.p.p., ricorso in cassazione. Tale circostanza comporta che se la

decisione del Tribunale di sorveglianza riguarda un provvedimento conclusivo di un procedimento di appello,

si aggiunge, ai gradi di giurisdizione previsti dal nostro ordinamento, un ulteriore grado di giudizio nel merito,

prima di accedere al giudizio di cassazione. Deve comunque precisarsi che un terzo giudizio nel merito in

materia di misure di sicurezza, si ha anche nel momento in cui il Magistrato di sorveglianza è chiamato a

dare esecuzione ad una misura di sicurezza applicata in fase di cognizione (sia in primo, che in secondo

grado). Prima di emettere i provvedimenti conseguenti, l'organo monocratico di sorveglianza deve

procedere, comunque, ad un accertamento della persistenza o della mutata intensità della pericolosità del

soggetto, nonostante sul punto sia intervenuta sentenza irrevocabile (205). In effetti, questo potere attribuito

all'organo monocratico di sorveglianza, sottoposto ad un eventuale controllo dell'organo collegiale, può ben

assicurare la persistenza del legame tra pericolosità sociale e misura di sicurezza, rappresentando un

efficacie strumento di garanzia. Inoltre, deve considerarsi, come sempre, il carico di lavoro cui verrebbe

sottoposto il Tribunale di sorveglianza, già in gravi difficoltà in relazione alle altre sue competenze, sia di

appello che di primo grado, che rischia di essere paralizzato, ove non si provveda a potenziarne l'organico

(sia di magistrati che di personale amministrativo), e i mezzi. In base all'articolo 680, comma 2º c.p.p. come

abbiamo visto, la competenza di appello del Tribunale di sorveglianza è ammessa laddove l'impugnazione

riguardi solo le misure di sicurezza (206). Tale circostanza si verifica quando, con l'impugnazione si richiede

l'annullamento o la riforma delle disposizioni con le quali il giudice ha disposto l'applicazione o non

applicazione delle misure di sicurezza. Ove, invece, il medesimo fine venga perseguito impugnando il

provvedimento contestando, però, i fatti che vanno a costituire «l'oggetto dell'impugnazione», o contestando

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Appunti di Diritto penitenziario sul procedimento di sorveglianza tipico. Vengono trattate le norme su reclamo, le misure di sicurezza, il nuovo codice di procedura penale sulla Magistratura di sorveglianza, l'impugnazione dell'ordinanza conclusiva del procedimento di sorveglianza, procedimenti speciali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penitenziario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Menghini Antonia.

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