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Filosofia della conoscenza, Appunti - Giancarlo Marchetti Appunti scolastici Premium

Gli appunti riguardano un corso tenuto dal prof. Giancarlo Marchetti per il primo anno di Filosofia presso l'Università degli Studi di Perugia nell'A.A. 2014/2015. Esso ha riguardato tematiche come il Rappresentazionalismo e l'Antirappresentazionalismo, la storia del Pragmatismo dalle origini fino ad oggi, autori quali Pierce, James, Rorty, Davidson e Putnam.

Esame di Ermeneutica filosofica docente Prof. G. Marchetti

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ora denominati valori erano ritenuti integralmente incorporati nella stessa struttura del mondo. Ma quando le considerazioni teleologiche

furono successivamente eliminate dalle varie scienze naturali, da ultimo dalla fisiologia e dalla biologia, il problema del valore si impose come

un problema a sé stante» (Theory È con l'empirismo humiano che si afferma nel pensiero moderno quello che Putnam chiama

of Valuation).

«l'ultimo dogma dell'empirismo», ossia la «presunta» eterogeneità tra giudizi descrittivi e giudizi valutativi. I pragmatisti rompono con la

tradizione humiana sostenendo che soltanto quando la scienza sarà intrisa di valori cadrà «il più potente dualismo» della modernità, ovvero la

divisione tra scientifico e morale, tra fatti e valori.

Hume: Il della non-derivabilità dei valori dai fatti viene individuato nel Questa tesi, meglio nota

locus classicus Trattato sulla natura umana.

come è stata al centro di un vivace e controverso dibattito a causa delle interpretazioni assai diversificate che hanno proposto i

legge di Hume,

molti interpreti. L’accezione che è prevalsa è stata quella offerta dagli empiristi classici e contemporanei, i quali sostengono che la “legge di

Hume” sia una questione eminentemente logica che vieta di derivare i valori dai fatti: «nessun è il suo

deve può essere derivato da un è»,

Per Hume, infatti, costituirebbe un evidente fraintendimento logico derivare da premesse descrittive conclusioni di tipo valutativo,

slogan.

poiché vi è una divisione irriducibile fra proposizioni con funzione eminentemente descrittiva e proposizioni con funzione eminentemente

prescrittiva. Così suona il passo di Hume: «In ogni sistema morale che ho finora incontrato, ho sempre trovato che l'autore procede per un po’

nel consueto modo di ragionare, e afferma l'esistenza di Dio o si esprime riguardo alle questioni umane; e poi improvvisamente trovo con una

certa sorpresa che, invece delle abituali copule e incontro soltanto proposizioni connesse con un o Questo

è non è deve, non deve.

cambiamento è impercettibile; ma è comunque molto importante. Infatti, dato che questo o esprime una certa nuova

deve, non deve,

relazione o affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati; e allo stesso tempo è necessario spiegare ciò che sembra del tutto

inconcepibile, ossia che questa nuova relazione possa costituire una deduzione da altre relazioni completamente diverse. Ma siccome gli autori

di solito non usano questa precauzione, mi permetto di raccomandarla ai lettori» (A Le «questioni di fatto» si

Treatise of Human Nature).

basano su quella che Milgram chiama una «semantica pittorialista». Questa concezione si fonda sul presupposto che l’unico modo in cui

un’idea può rappresentare una «questione di fatto» è «rassomigliando» ad essa. Per Hume appunto le idee non sono solo visive, ma anche

tattili, olfattive, ecc., ossia riflettono le percezioni sensoriali. Se le premesse della sua legge si basano su queste argomentazioni, allora egli non

solo può escludere la derivabilità del prescrittivo dal descrittivo, ma può anche affermare che non ci sono «questioni di fatto» relative alla

virtù, al giusto, ecc. Dal suo punto di vista, morale e ragione, volizione e dimostrazione, valore e scienza sono due piani distinti e non si può

passare dall’uno all’altro mediante una derivazione logica. La «semantica pittorialista» humiana non permette che ci possano essere questioni

di fatto concernenti la virtù perché, se così fosse, rileva Putnam, la proprietà della virtù sarebbe raffigurabile nel modo in cui lo è la proprietà di

essere un armadio.

Kant: Pur muovendo da premesse diverse da quelle di Hume (Kant respinge la pretesa humiana che la morale sia espressione del sentimento,

sostenendo che essa è il luogo dove si esercita la razionalità), tuttavia un implicito richiamo alla legge humiana e a quella che doveva divenire

l’odierna dicotomia fatto/valore lo troviamo anche in Kant. Sulla scia di Hume, egli sostiene che la morale deriva da un processo

non

conoscitivo, poiché i limiti e le possibilità del conoscere sono distinti dalle finalità e dai mezzi della morale. Nella Fondazione della Metafisica

infatti sostiene che la Filosofia pratica è completamente isolata e indipendente da qualsiasi scienza della «realtà», naturale o

dei costumi

soprannaturale che sia. Il principio del è e non lo possiamo derivare dall’è, ossia da elementi empirici, poiché, afferma Kant, non

deve a priori

«si potrebbe immaginare nulla di peggio per la moralità che la pretesa di ricavarla da esempi», ossia dall’esperienza. È per questo che egli si

propone di «purificare» la metafisica dei costumi da ogni elemento empirico, pur senza confinare i giudizi morali e di valore nel regno del

sentimento. Del resto, per Kant, è indubbio che «una legge, per avere valore morale, cioè per valere come principio di obbligazione, deve

comportare una necessità assoluta».

Non-cognitivismo emotivista: Nelle prime decadi del XX secolo una versione «dilatata» della “legge di Hume” trova i presupposti più

favorevoli per la sua affermazione nella meta-etica non-cognitivista emotivista. L’emotivismo, come è noto, affonda le sue radici nel monismo

metodologico e nell’avalutatività della scienza sostenuti dall’empirismo logico, che aveva accreditato un’immagine della scienza come un

sistema di enunciati che hanno una portata cognitiva grazie alla loro verifica empirica o alla loro giustificazione logica.

Russell: Prima di giungere alla formulazione del suo emotivismo “illuminato”, Russell aveva sostenuto una concezione intuizionista o realista

dei giudizi etici e valutativi, analoga a quella avanzata da Moore nei Successivamente, sotto l’influsso del di

Principia Ethica. Tractatus

Wittgenstein e delle critiche mosse da Santayana al suo realismo etico, abbandona l’intuizionismo oggettivista per abbracciare dapprima un

soggettivismo emotivista e infine un emotivismo “illuminato”. In Russell sostiene che i giudizi di valore non sono altro che

Religion and Science

espressione di sentimenti ed emozioni: «Le questioni concernenti i “valori” […] esulano dalla sfera della scienza [… anzi] esulano

completamente dalla sfera della conoscenza. Questo vuol dire che quando affermiamo che questo o quello ha “valore”, stiamo dando

un’espressione alle nostre emozioni, non a un fatto che sarebbe ancora vero se i nostri sentimenti personali fossero differenti». A suo avviso,

le uniche proposizioni scientifiche sono quelle analitiche, che sono giustificabili razionalmente, e quelle sintetiche, che sono verificabili

empiricamente. Le condizioni di verità delle prime dipendono dalla loro relazione sintattica, ossia logica, con le proposizioni di base; mentre le

condizioni di verità delle seconde dipendono dalla relazione con qualche fatto. «Quando una persona dice: ‘Questo è bene in sé’ sembra che

stia facendo un’affermazione, proprio come se dicesse: ‘Questo è quadrato’ e ‘Questo è dolce’ […] Credo che ciò che la persona intende in

realtà è: ‘desidero che ognuno desideri questo’ o piuttosto ‘vorrei che ognuno desiderasse questo’. Se ciò che egli dice si interpreta come

un’affermazione, è semplicemente un’affermazione del suo desiderio personale; se, invece, si interpreta in modo generale, non significa

niente, ma esprime soltanto il desiderio di qualcosa». Appare evidente che per Russell è un errore pensare che i giudizi etici possano avere le

stesse qualità empiriche dei giudizi fattuali. I giudizi etici e valutativi sono un «tentativo di conferire un’importanza universale e non

semplicemente personale ad alcuni dei nostri desideri». Diversamente dai giudizi etici, la scienza, afferma Russell, può dibattere «le cause dei

desideri e i mezzi per attuarli, ma non può contenere alcun giudizio genuinamente etico, poiché si riferisce a ciò che è vero o falso». «L’etica è

intimamente connessa con la politica: è un tentativo di far subire i desideri collettivi di un gruppo agli individui; o, per converso, è un tentativo

da parte di un individuo di trasformare i suoi desideri in quelli del suo gruppo. Questa ultima ipotesi, naturalmente, è possibile solo se i

desideri dell’individuo non si oppongono in modo troppo evidente all’interesse generale».

Ayer: Una forma radicale di non-cognitivismo emotivista è delineata da Ayer in In quest’opera il filosofo inglese

Language, Truth and Logic.

analizza e critica severamente il naturalismo e l’intuizionismo etico nella misura in cui sostengono che i fatti morali possano essere conosciuti o

intuiti. A suo modo di vedere, l’oggettivismo delle concezioni naturalistiche e «assolutistiche» (l’intuizionismo) dell’etica è insostenibile, poiché

è impossibile trovare un criterio per la determinazione dei giudizi etici e di valore. «Non è perché essi abbiano una validità “assoluta”

misteriosamente indipendente dall’esperienza comune; ma piuttosto perché di validità obiettiva […] non ne hanno nessuna». Tali giudizi non

contengono alcuna affermazione fattuale suscettibile di vero-falsità. Essi non dicono niente, sono soltanto l’espressione di sentimenti che non

possono essere verificati. «Se […] per scienza etica si intende l’elaborazione di un sistema morale “vero”, [allora] non può darsi nulla di simile a

una scienza etica […] Essendo i giudizi etici mere espressioni di sentimento, non è possibile nessuna determinazione della validità di un sistema

etico, e, anzi, non ha senso chiedere se un sistema simile sia vero o falso». «I termini etici non servono solo ad esprimere un sentimento. A

questi termini si ricorre anche per far sorgere il sentimento e così stimolare l’azione». «Tali asserzioni non hanno alcun contenuto fattuale,

ossia non possono essere dette vere o false, poiché non sono affermazioni genuine, cioè significative “nel senso letterale della parola”».

Secondo Ayer, non c’è un «senso logico» o «scientifico» in cui le «ragioni sostengono i giudizi morali» o di valore, poiché le affermazioni

normative e valutative non empiriche sono soltanto o pseudo-proposizioni; esse non sono né esprimono proposizioni significative.

nonsensi

Stevenson: In alcuni saggi pubblicati su e in il filosofo americano presenta in modo coerente ed esauriente una

Mind Ethics and Language,

meta-etica emotivistica “liberalizzata”, tanto autonoma da quella di Ayer da rendere ogni analogia impropria. Diversamente da quest’ultimo

che esclude dal suo campo di analisi i giudizi etici, estetici e valutativi poiché emotivi, Stevenson sostiene che essi non sono un «malanno

linguistico» da espungere dalla sfera della conoscenza, ma un campo di ricerca che deve essere indagato attentamente. A suo avviso, il termine

è «uno strumento da usarsi in uno studio diligente, e non […] un espediente per relegare gli aspetti non descrittivi del linguaggio nel

emotivo

limbo». Attraverso una raffinata applicazione dei principi dell’analisi linguistica, Stevenson riconosce ai giudizi di valore un duplice significato:

emotivo e descrittivo. «Qual è la natura dell’accordo e del etico? È la stessa natura che troviamo nelle scienze empiriche,

disaccordo

differendone soltanto nell’argomento trattato, oppure è una natura di tipo decisamente differente?». La sua risposta è che «i disaccordi che

sorgono nella scienza, nella storia, nelle biografie» sono disaccordi di credenza. Essi riguardano «il modo in cui si debbano effettuare

descrizioni e spiegazioni vere» di certi o di certe situazioni, dei problemi che essi comportano e delle soluzioni relative. Questo

matters of fact

tipo di disaccordo può essere risolto con il ragionamento. I problemi etici, invece, «sono distinti da quelli della scienza pura soprattutto dal

disaccordo di atteggiamento». Tale tipo di disaccordo riguarda i desideri, le aspirazioni, i bisogni, le valutazioni, le preferenze ecc. e si ha

quando due persone assumono atteggiamenti antitetici sullo stesso oggetto: l’uno di approvazione, l’altro di disapprovazione. Questo

disaccordo si risolverà attraverso un metodo «persuasivo, non empirico o razionale», soltanto quanto entrambi arriveranno alla medesima

conclusione. La meta-etica emotivista di Stevenson si presenta come più moderata di quella di Russell e Ayer, tuttavia le analisi cui sottopone il

discorso etico sembrano intenzionalmente «minimizzare» gli esiti irrazionalistici dell’emotivismo.

Putnam: Putnam, in particolar modo, ha dato un rinnovato impulso al dibattito su fatti e valori, mostrando come la netta divisione tra

descrittivo e normativo, sostenuta dagli empiristi classici e contemporanei, si basi su fondamenta non solo incerte, ma ormai del tutto venute

meno. Nelle sue argomentazioni contro la dicotomia fatto/valore, egli sostiene che vi sono due motivi essenziali per respingerla: da una parte,

vi è il ruolo svolto dai valori epistemici nella scienza, dall’altra, la funzione dei cosiddetti “concetti etici spessi”. Sulla scia di James e di Dewey,

Putnam afferma che i valori permeano l’esperienza e informano i della scienza, fatti determinati da principi metafisici regolativi e da

tutta fatti

criteri metodologici condivisi, che implicano e a loro volto sono guidati da valori epistemici quali la la la

coerenza, semplicità, ragionevolezza,

l’affidabilità, la (→Paul Dirac afferma che la bellezza deve essere il criterio guida dello scienziato nella scelta delle teorie e delle

bellezza

ipotesi. Infatti, in una conferenza affermò: «A theory with mathematical beauty is more likely to be correct than an ugly one that fits some

experimental data»), la ecc., che legittimano le nostre credenze e pratiche conoscitive. Questi criteri metodologici, che vincolano i

naturalezza

nostri giudizi e le scelte che ne derivano, definiscono la razionalità scientifica. Se dunque in ogni elaborazione teorico-pratica la valutazione

svolge un ruolo essenziale, allora questo implica la sua «indispensabilità», ossia che le teorie scientifiche sono costituite da un inestricabile

intreccio di fatti e valori, per cui non è possibile separare l’aspetto conoscitivo da quello valutativo. «Supporre che “coerente” e “semplice”

siano soltanto parole “emotive”, parole che rivelano una “disposizione favorevole” verso una teoria, senza attribuirle alcuna proprietà definita

equivarrebbe a considerare la come una faccenda del tutto soggettiva. D’altro canto, supporre che “coerente” e “semplice”

giustificazione

designino proprietà (proprietà nei confronti delle quali le persone possono avere una “disposizione favorevole” senza che vi sia però

neutrali

alcuna correttezza oggettiva nel far ciò) ingenera immediatamente difficoltà. “Coerente” e “semplice”, al pari dei termini di valore

paradigmatici (come “coraggioso”, “gentile”, “onesto” o “buono”), sono usati come termini elogiativi. In verità essi sono termini che guidano

nel contesto appropriato, descrivere una teoria come “coerente, semplice, esplicativa” è dire che la sua accettazione è e

l’azione: giustificata;

dire che l’accettazione di un asserto è (completamente) giustificata è dire che bisognerebbe accettare quell’asserto o quella teoria».

Diversamente dagli empiristi logici e da Popper, che hanno invece cercato, con «tentativi patetici», di mascherare l’evidenza secondo cui i

giudizi fattuali, anche nelle scienze fisiche, dipendono dai valori epistemici, Putnam sostiene che tanto nelle scienze (e in modo particolare

nelle scienze sociali) quanto nella filosofia come attività culturale, fatti, valori e teorie sono intrecciati e interdipendenti. Per Putnam, del resto,

l’oggettività non coincide con il rispecchiamento o la rappresentazione corretta della realtà. A suo avviso, non tutti i giudizi oggettivamente

corretti sono rappresentazioni. L’idea che significhi «corrispondenza è smentita non solo da contro-esempi di verità

oggettività agli oggetti»

normative («L’assassinio è ingiusto»), ma anche dalle verità logiche e matematiche e dai giudizi di valore epistemico, che sono esempi di

«oggettività senza oggetti». Come ogni altra forma di attività cognitiva, gli enunciati etici sono soggetti a norme di verità e di validità, e ciò

dipende dal fatto che la «riflessione sull’azione ragionevole» è soggetta agli stessi «criteri fallibilisti» che dominano quei tipi di indagine teorica

dove le pretese di verità e di validità cognitiva sono più evidenti. Sulla scia di Iris Murdoch e Philippa Foot, egli mostra come il nostro linguaggio

morale contenga due tipi di concetti etici: quelli astratti, detti “concetti etici sottili”, come e i loro contrari, e quelli più

bene, male, giusto

descrittivi, detti “concetti etici spessi”, come, ad esempio, che

crudele, prode, irrispettoso, virtuoso, codardo, leale, giusto, misurato, sincero,

sono al tempo stesso sia descrittivi che valutativi. Di questi, afferma Putnam, non è possibile isolare la componente descrittiva da quella

valutativa; perché non si può, per esempio, parlare di crudeltà senza usare il termine stesso o un sinonimo. I concetti etici spessi sono

crudele

la dicotomia fatto/valore, in quanto non possono essere “fattorizzati” o “scomposti” in una componente fattuale e in una “espressiva” o

oltre

“emotiva”: «Sono fattuali in quanto la loro corretta applicazione dipende dal modo in cui il mondo è. Sono valutativi in quanto la loro

applicazione rivela una valutazione di ciò a cui si riferiscono». Sebbene anche gli enunciati degli storici possano sembrare valutativi, è

improbabile che lo storico stia pronunciando una condanna morale. Per Putnam, il superamento della dicotomia fatto/valore sradica dunque

l’idea di una razionalità ossia l’idea che solo ciò che è fattuale è razionale, oggettivo e, dunque, ha un Putnam ha contribuito

fonologica, logos.

a spogliare la dicotomia fatto/valore della sua fascinazione mostrandoci come fatti e valori risultino sempre più intrecciati e interdipendenti o

addirittura convergenti. Con tale compito egli ha contribuito così all’evoluzione della nostra stessa comprensione della razionalità, rendendola

più integrata e inclusiva.

LA CONCEZIONE SCIENTIFICA DEL MONDO: La pubblicazione del presente scritto è stata decisa in vista di un convegno sulla

«Gnoseologia delle scienze esatte», da tenersi a Praga, per farne omaggio a Moritz Schlick nell’ottobre successivo, allorché egli farà ritorno

dalla California, quale segno di gratitudine e compiacimento per la sua decisione di rimanere a Vienna.

Empirismo logico: A partire dagli anni ’40-’50 diviene la filosofia dominante, soppiantando il Pragmatismo e divenendo la filosofia

dominante negli Stati Uniti; il Pragmatismo viene studiato sempre di meno, in quanto predomina la nuova concezione scientifica del pensiero,

portata dagli emigranti europei, che considera la filosofia “cugina” della scienza. Con il termine “Neopositivismo o Positivismo logico” s’intende

il pensiero iniziale sostenuto dai Circoli di Vienna e di Berlino, un momento in cui le concezioni iniziali di questi autori erano estremamente

rispetto alle loro future posizioni, in particolar modo per quanto riguarda la critica alla metafisica e la fase empirica della conoscenza. La

rigide,

conoscenza doveva essere ridotta all’esperienza, a ciò che si può esperire attraverso dati diretti, attraverso cioè il cosiddetto “Mito del dato”,

che poi verrà aspramente criticato da Sellars. Il sapere ricercato non può essere puramente speculativo, ma deve aggrapparsi saldamente ai

dati che ci sono offerti dall’empiria. Il Circolo di Berlino viene fondato ufficialmente nel 1928, come “Società di filosofia empirica”, la figura di

maggior importanza a Berlino è Hans Reichenbach; nel 1929 il Circolo di Vienna pubblica la firmato da Hans

Concezione Scientifica del Mondo,

Hahn, Otto Neurath e Rudolf Carnap, sebbene la definitiva stesura sembra essere stata compiuta, redatta e firmata dal solo Neurath.

Sfondo storico: L’orientamento empiristico mirava a rinnovare la filosofia stessa attraverso il superamento della metafisica,

caratterizzandosi quindi come un pensiero antimetafisico, ma anche e soprattutto mirava ad una ad una concezione del

Weltanschauung,

mondo che tenesse conto delle grandi trasformazioni scientifiche avvenute in quegl’anni, tra la prima metà dell’800 ed i primi decenni del

‘900, in particolar modo nel campo della logica, della matematica e delle cosiddette ‘scienze empiriche’. «Chiunque, in Austria, alla fine del XIX

secolo, si fosse accostato alla logica della scienza, doveva, specie a Vienna, informarsi prima di tutto sul kantismo e la metafisica idealista, che

spadroneggiavano nelle università tedesche. Il ruolo della filosofia nella cultura generale era molto più considerevole in Germania che in

Austria, fortemente cattolica, dove la cultura generale era molto meno vivace. In Austria, il giovane intellettuale trovava sempre qualche teoria

interessante dal punto di vista propriamente scientifico; si trovava sì davanti a paroloni (Grenznutzen, ma i

Verdràngung, Ueberkompensation),

paroloni propriamente filosofici, e correnti in Germania, come «cosa in sé», «valore assoluto», «imperativo categorico» e simili, egli non li

capiva. C'è sempre stata in Austria, accanto alla teologia vera e propria, una filosofia fortemente tinta di teologia; molti cervelli logici

s’interessavano molto alla teologia; ma in Austria ce n’era molto poca di siffatta metafisica diffusa, che prosperava invece così bene, con mille

sfumature, sul suolo tedesco. In Austria non c’era niente di simile alla filosofia di Fichte, che univa un atteggiamento radicale, in larga parte

francamente rivoluzionario, a una veemenza patriottica e metafisica. Non c'era niente di simile alle speculazioni dei discepoli di Schelling e di

Hegel, al massimo ce n'era qualche pallido riflesso. Ma non c'era niente di più di un'opposizione critica di sinistra, liberata da queste tendenze

tedesche, e in grado di produrre impulsi fecondi. Mentre metafisici tedeschi si ostinavano a provare in cento modi che non si poteva fare a

meno di loro se si trattava di dare agli uomini di scienza uno spirito filosofico, un fondamento filosofico alle discipline scientifiche, molti

pensatori austriaci, imbevuti di teologia, sembravano essersi procurati un piacere; in qualche modo, col circoscrivere un campo accessibile alla

loro attività critica e scientifica, senza subire alcuna restrizione da parte del dogma» (Neurath).

Primo Wittgenstein: Vero, grande ispiratore del Neopositivismo logico, i cui rappresentanti, anche qualora l’Autore del non

Tractatus

fosse d’accordo, ritrovano in esso la duplicità di ispirazione di questa nuova corrente: l’empirismo radicale, da un lato, e l’uso della logica

formale, dall’altro. Le tesi fondamentali dell’opera vengono riprese nella loro immediatezza, senza la problematizzazione della chiusura del

essa metteva in questione tutta l’impostazione empiristica e riduzionistica, come un’impostazione che lasciava aperto uno spazio ad

Tractatus;

altre esperienze importanti e significative: tale spazio era considerato l’ambito del “mistico”, ossia dell’indicibile. Alcuni interpreti hanno visto

proprio nella settima proposizione («Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere») tutto il senso del i neopositivisti logici, invece,

Tractatus;

sostengono che il significato dell’opera sta nell’indicazione di un preciso metodo scientifico e delle principali teorie contenute in essa (I.

Ontologia del II. Teoria della linguistica raffigurativa, III. Criterio di verifica come criterio di senso, IV. Divisione fra verità analitiche e

Tractatus,

verità sintetiche, V. Posizione anti-metafisica, anti-morale e anti-estetica, VI. Il “mistico”).

Tesi: I. i neopositivisti sono accomunati dalla convinzione che esista un unico metodo nella conoscenza, in netta

L’unità di metodo:

opposizione al dualismo di stampo storicistico, che è quello delle scienze naturali (assolutizzate in un completo “fisicalismo”: scienza=fisica), a

cui devono adeguarsi tutte le conoscenze che vogliono essere (progetto condiviso da Popper, per cui il metodo della conoscenza

significative

scientifica dev’essere unico, e rifiutato dai nuovi filosofi della scienza, che parlano di “anarchismo metodologico”); esso è condiviso da tutti gli

esponenti del movimento, sebbene siano di diversa provenienza (matematici, sociologi, filosofi, storici della scienza) II. tesi

L’enciclopedismo:

d’ispirazione collettivistica e illuministica, secondo il progetto di una costruzione enciclopedica dei saperi, ritenuto possibile; sempre a partire

da quest’idea può leggersi l’espatrio degli esponenti del movimento, negli anni ’30-’31, dapprima sottoforma di visite universitarie e poi come

vero e proprio espatrio, in America, dove è stata scritta gran parte della storia del Neopositivismo. Oltre alle agevolazioni in termini di libertà di

ricerca, in America vi erano due filosofie i cui interessi e bisogni risultavano complementari: il Neopositivismo aveva bisogno della

“concretezza” del Pragmatismo, il quale, a sua volta, mancava di un metodo rigoroso. Nel 1938 Reichenbach, a Chicago, fonda l’Enciclopedia


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pexolo

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Filosofia e scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pexolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ermeneutica filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Marchetti Giancarlo.

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