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Rappresentazionalismo

La «pietra angolare» dell'epistemologia moderna, che da Cartesio, passando per Kant, giunge al pensiero contemporaneo attraverso l'opera di Frege, Russell, Tarski, Carnap e del primo Wittgenstein, è il rappresentazionalismo, ovvero l'idea che l'umano conoscere equivalga a rappresentare accuratamente ciò che sta fuori della mente.

Il paradigma rappresentazionalista si è imposto soprattutto nella riflessione moderna e contemporanea, tuttavia non si può negare che ne esistano già alcune anticipazioni nell'antichità e soprattutto nel pensiero medievale (Diogene Laerzio per quanto riguarda le critiche al rappresentazionalismo stoico come criterio di verità).

Questa linea di pensiero, che ovviamente non possiamo considerare né unitaria né sistematica nel suo sviluppo, accomuna la maggior parte dei filosofi moderni e contemporanei. Nonostante le differenze che caratterizzano le rispettive posizioni epistemiche, questi autori condividono l'assunto che il modello rappresentazionale risponda alle più profonde esigenze dell'oggettività del conoscere.

Da questo punto di vista, non può meravigliare che il rappresentazionalismo costituisca il terreno comune sia di pensatori di marcata derivazione metafisica sia di coloro che prendono le distanze dal paradigma fondazionalista. Del resto, che abbia costituito una sorta di koiné per il pensiero occidentale, soprattutto nelle formulazioni che ha ricevuto da Cartesio in poi, lo testimoniano le cogenti posizioni epistemiche che emergono dai lavori dei teorici del rappresentazionalismo.

Se vogliamo comprendere la possibilità e la natura della conoscenza, nell'ottica del paradigma rappresentazionale, dobbiamo innanzitutto capire il modo in cui la mente elabora le proprie rappresentazioni. Secondo Rorty, «l'immagine che tiene prigioniera la filosofia tradizionale è quella della mente come un grande specchio che contiene rappresentazioni diverse (alcune accurate, altre no) e che può essere studiato attraverso metodi puri, non empirici (non basata sull’esperienza). Senza la nozione della mente come specchio, non si sarebbe potuta proporre quella della conoscenza come rappresentazione accurata della realtà» (La filosofia e lo specchio della natura).

Sono considerate vere quelle rappresentazioni che in base alla loro capacità di descrivere come di fatto stanno le cose, rispecchiano la realtà, di corrispondere ai fatti. In una prospettiva rappresentazionalista, infatti, pensieri, proposizioni, credenze, enunciati sono ritenuti dotati di un contenuto in base alla loro capacità di rappresentare il reale.

Per Rorty, avere rappresentazioni accurate vuol dire «trovare, dentro lo specchio, una speciale classe privilegiata di rappresentazioni tanto cogenti da rendere indubitabile la loro esattezza». Alla base del modello rappresentazionalista vi è una sorta di «dicotomia ontologica» che tende a separare il segno dal significato e la parola dal pensiero.

Una volta che si è optato per tale modello, viene quasi a stabilirsi un «a priori» strutturale per il quale si tende a perpetuare una radicale frattura tra il mondo linguistico, da una parte, ed il mondo della realtà e dei pensieri, dall'altra» (Rorty, Ibidem).

Questa diversificazione sembra riecheggiare una concezione di marcata derivazione classica del funzionamento «rappresentativo» degli esseri umani. Secondo Aristotele, infatti, «i suoni che sono nella voce sono i simboli delle affezioni che sono nell'anima, e i segni scritti lo sono dei suoni che sono nella voce» (De Interpretatione).

Viene così auspicata «una logica delle corrispondenze» che, nel mettere in luce una forma probabilmente troppo circoscritta di conoscenza, «tende ad eclissare il nostro proprio entroterra di esperienze e scambi interattivi»; si tratta di una logica che tende a privilegiare una concezione tendenzialmente semiotica del linguaggio.

«Non perché noi ti pensiamo bianco tu sei veramente bianco, ma per il fatto che tu sei bianco, noi, che affermiamo questo, siamo nel vero […] il vero ed il falso non sono nelle cose… ma solo nel pensiero» (Metafisica). Da questi passi di Aristotele si evince che la relazione tra verità ed essere è una relazione più di significazione che di corrispondenza o identità; mentre, secondo il paradigma rappresentazionale, il linguaggio è concepito fondamentalmente come un sistema di segni che rappresentano o significano qualcos'altro.

L’influsso del rappresentazionalismo induce dunque un pervasivo programma di ricerca che consiste nella costruzione di «una teoria generale della rappresentazione, una teoria che sia in grado di dividere la cultura nelle aree che rappresentano bene la realtà, in quelle che la rappresentano meno bene, e in quelle che non la rappresentano affatto». E per di più, il modello rappresentazionale è così profondamente radicato nella riflessione da rendere assai difficile concepire una linea di pensiero «alternativa» nei suoi confronti.

Antirappresentazionalismo

Tale corrente trova i suoi primi esponenti, dopo Kant, in Hegel, Heidegger, Rorty, Putnam, Davidson e, soprattutto, nei pragmatisti classici (Peirce, James, Dewey, C. Lewis, M. White). Le principali obiezioni, portate da James, Schiller, Dewey, Goodman e Quine, rivolte alle teorie della corrispondenza e alle sue inevitabili conseguenze scettiche, si basano sul presupposto che non possiamo verificare le credenze empiriche comparandole con una realtà non concettualizzata.

Essi hanno messo «sotto assedio» il modello rappresentazionale attraverso il rifiuto della nozione di verità come corrispondenza e dell’idea che gli enunciati veri debbano rappresentare accuratamente il mondo «là fuori» (out there). Secondo i pragmatisti, il contenuto dell’esperienza e della conoscenza non deve essere concepito in termini rappresentazionali, ossia nei termini di ciò che è rappresentato da certi episodi o stati rappresentanti.

Il contenuto rappresentazionale non deve essere analizzato nei termini degli oggetti, stati di cose o eventi che provocano causalmente la rappresentazione, poiché questo comporta una concezione del linguaggio che si concentra sul riferimento, sull’estensione e sulla denotazione. Per i pragmatisti, il linguaggio non è un mezzo strutturato di espressione e rappresentazione in grado di avere relazioni definite con la realtà.

L’idea che il linguaggio possa corrispondere a qualcosa nel mondo è insostenibile, poiché ogni discorso sul linguaggio è sempre un «gioco linguistico»: nessuna parte del linguaggio può essere isolata e valorizzata come «metalinguaggio». A tal riguardo, Rorty afferma che «solo abbandonando del tutto l'idea di “corrispondenza con la realtà” possiamo evitare pseudo-problemi».

James

Egli non può essere considerato un teorico della corrispondenza poiché nei suoi scritti mette in risalto il carattere attivo, dinamico e fallibile della verità. Mentre i teorici della corrispondenza per lo più inseriscono la verità in un contesto metafisico e se ne servono nelle proprie descrizioni delle credenze concepite come rappresentazioni, James, invece, ci offre un resoconto epistemico della verità.

Quando egli si avvale dell’espressione «accordo con la realtà» non intende dire che «accordo» designi una corrispondenza o un isomorfismo tra una proposizione creduta e una realtà indipendente a cui essa si riferisce. Le sue critiche alla nozione di verità come (“corrispondenza”) sembrano inequivocabili. Obietta infatti che così intesa, essa sia una «verità del copiare passivo, ricercata solamente per il copiare in quanto tale, non perché sia utile a qualcosa, ma perché il copiare dovrebbe essere sembra, se lo si considera oggettivamente, un ideale quasi assurdo».

«Copiare una realtà… è tutt’altro che essenziale; quel che è indispensabile è il processo di essere guidati» (Pragmatism). A suo modo di vedere, copiare una realtà o tentare di accordarsi con essa è un’attività vuota e inutile, poiché è una replica, una «imperfetta seconda edizione» (Humanism and Truth).

«La nozione di una realtà che pretende che ci “accordiamo” con essa, senza alcuna ragione particolare, ma solo perché il suo diritto è “incondizionato” o “trascendente”… è una posizione senza capo né coda». Inoltre, perché mai dovremmo copiare la realtà, quando possiamo pragmaticamente tramutare «la nozione assolutamente vuota di una relazione statica di “corrispondenza”… tra il nostro intelletto e la realtà, in quella di un rapporto ricco e attivo (che chiunque può seguire in dettaglio e comprendere) tra i nostri pensieri individuali e il grande universo di altre esperienze in cui svolgono il loro ruolo e hanno la loro utilità»?

Diversamente dai teorici del corrispondentismo, che concepiscono la verità come corrispondenza o accordo tra un enunciato e i fatti o gli stati di cose, ossia come una «relazione statica» tra qualcosa di fisso e prestabilito che esiste indipendentemente dai nostri enunciati, James la concepisce in modo dinamico, operativo. A suo avviso, la verità non è «una proprietà immutabile», ma un evento, un processo attivo, rivedibile e fallibile: «La verità capita ad un’idea. Un’idea vera, è vera dagli eventi». Per James la verità è il risultato di un processo attraverso il quale si giunge a considerare vera un’idea, una credenza o un’opinione, sia sul piano individuale che su quello scientifico.

Solo le idee capaci di stabilire relazioni soddisfacenti fra le parti della nostra esperienza sono vere: «Le idee (che in sé non sono che parti della nostra esperienza) diventano vere solo nella misura in cui ci aiutano a instaurare una relazione soddisfacente con tutte le altre parti della nostra esperienza, a sintetizzarle e a passare dall’una all’altra attraverso scorciatoie concettuali, invece di seguire l’interminabile successione dei singoli fenomeni. Ogni idea… è vera proprio per tutto questo, vera in quanto misura, vera».

Nel rivendicare il ruolo che svolgono i fattori soggettivi nell’edificazione delle idee vere, James afferma che «un’opinione nuova conta come “vera” solo in proporzione a quanto gratifica il desiderio individuale di assimilare la novità alla propria esperienza, alle proprie convinzioni depositate». Essa deve propendere verso le vecchie verità e «afferrare il fatto nuovo; il suo successo nel farlo… è motivo di apprezzamento da parte dell’individuo. Quando la vecchia verità cresce, per l’aggiunta di nuove verità, ciò avviene… per ragioni soggettive».

Per James l’idea più vera è quella che «svolge meglio la funzione di soddisfare la nostra duplice esigenza… Essa si fa vera, si fa classificare come vera, per il modo in cui funziona (it works): innestandosi su un corpo di vecchie verità, che cresce così, come cresce un albero per l’attività di un nuovo strato di tessuto vegetale». «“Il vero” è solo ciò che è appropriato nel corso del nostro pensiero, proprio come “il giusto” è solo ciò che è appropriato nel corso del nostro comportamento».

Poiché l’essere vantaggioso riguarda l’adattabilità o l’appropriatezza di un’idea, non si può ricondurlo a un mero utilitarismo. «Vera deve essere detta qualunque cosa che dia prova di essere buona come credenza e buona, anche, per ragioni ben determinate e definibili». La verità è «ciò che è buono sulla via della credenza», laddove egli concepisce il «vero» come un «termine il cui uso implica l’assunzione di un atteggiamento non descrittivo e di un impegno che avrà un significato definitivo per l’azione».

Schiller

Nei saggi raccolti in Humanism, un lavoro dedicato a James, il «più umano dei filosofi», Schiller respinge in modo categorico la teoria della corrispondenza facendo notare come l’idea che «la verità consiste in un “accordo” o “corrispondenza” del pensiero con il suo oggetto… porta subito ad un’impasse insuperabile». Egli continua chiedendosi: «come possiamo venire a sapere se la verità “corrisponde” o “concorda” con il suo oggetto reale? Per risolvere questa questione non dovremmo essere in grado di confrontare “pensiero” e “realtà” e di considerarli separatamente?»

Ma, conclude, dal momento che «pensiero e realtà non possono essere scissi», in quanto perderebbero entrambi i significati, allora «la dottrina della loro “corrispondenza” non ha alla fine alcun significato». «Anche supponendo che la realtà esterna (independent) si rispecchia in qualche modo nel nostro pensiero, come potremmo scoprire se questa immagine sia vera o no, ovvero concorda con la realtà inaccessibile che pretende di rappresentare? Questa teoria della verità sembrerebbe perciò futile».

«“La verità”… non può essere definita come “accordo” o “corrispondenza” del pensiero con la “realtà”», poiché «la nozione di “verità” intesa come una corrispondenza tra le nostre menti e qualcosa di intrinsecamente estraneo a loro, come il rispecchiamento di un fatto alieno, è del tutto venuta meno (is broken down)». Secondo Schiller, è solo nella misura in cui riusciamo a instaurare collaborazioni efficaci che possiamo sottoporre le nostre attitudini mentali a verifica come vere, anche se in modo fallibile. Per questi, la teoria della corrispondenza sostenuta dai realisti tenta inutilmente di elaborare in modo aprioristico leggi sulla natura della verità e finisce per raccoglierne le inevitabili conseguenze scettiche.

Dewey

Le obiezioni alle teorie fondate sul primato della funzione rappresentazionalista e corrispondentista della verità assumono una specifica valenza nell’opera di Dewey. Questi è sospettoso nei confronti della nozione di verità intesa come rappresentazione accurata di «una Realtà feudalmente superiore agli eventi di ogni giorno». Egli ci libera dall’idea che la verità e la conoscenza siano una copia della «realtà Ultima», poiché «nessuna realtà in generale, überhauppt, è possibile o necessaria».

E sebbene talvolta usi il termine corrispondenza, come James, Dewey non lo impiega certamente nel senso dei teorici della corrispondenza, ovvero come rispecchiamento della realtà o come l’accordo, «per mezzo della proporzione, delle parti costitutive della proposizione con le parti costitutive degli oggetti che ne procurano il contenuto».

A suo modo di vedere, questa definizione comporta una serie di problemi:

  • Bisogna innanzitutto chiarire se è una proposizione oppure no. «Se è una proposizione, sostiene di essere vera o di concordare con il suo oggetto; questo oggetto però è oltre da sé, e dunque è necessaria una ulteriore proposizione per il suo confronto, e così via ad infinitum»;
  • «Se non è una proposizione, allora di cosa si tratta? Se è un tipo di oggetto, di che tipo si tratta? E qualunque sia il tipo di oggetto, la verità o l’accordo non è più una caratteristica di una proposizione ma di questo oggetto. Qualunque soluzione ha conseguenze fatali sulla definizione originale (di corrispondenza)».

La concezione deweyana della verità non si basa quindi sull’idea che un enunciato raffiguri, rappresenti o “corrisponda” a una qualche entità. Si domanda infatti: «come si può osservare sia un oggetto (evento) che una proposizione su di esso in modo da determinare se i due “corrispondono”?». Dewey impiega il termine in un senso diverso, concentrandosi su una valutazione più pragmatica e funzionale della conoscenza.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pexolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ermeneutica filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Marchetti Giancarlo.
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