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nella società industriale. D. afferma quindi che l’importanza del consenso su valori e regole comuni

c’è anche nella società di tipo industriale; ciò significa che il passaggio da Soc.Tradizionale a Soc.

Industriale non è data dalla sostituzione della solidarietà meccanica con quella organica, ma invece

DALLA DIVERSITA’ DEI CONTENUTI DELLA STESSA COSCIENZA COLLETTIVA.

Infatti, sempre nella stessa pubblicazione, afferma l’esigenza di creare forme istituzionali adeguate,

le CORPORAZIONI PROFESSIONALI, per consolidare le nuove forme di solidarietà nate dalla

crescente differenziazione delle funzioni.

Quali sono secondo D. le cause sociali dei diversi tipi di suicidio?

Le definisce nell’opera “Il Suicidio” 1897, uno dei primi esempi di ricerca empirica in sociologia.

Raccoglie infatti varie tipologie di dati su casi di suicidio europei; questi dati presentano aumento

costante a seconda delle stagioni, a seconda delle situazioni di rapida trasformazione ( crisi belliche,

fattori economici ), a seconda dell’impostazione religiosa ( più suicidi in paesi a religione

protestante, meno nei cattolici ).

D. afferma che nei diversi contesti sociali e a seconda degli avvenimenti storici, esistono delle vere

e proprie correnti suicidogene che non possono essere spiegate solo nel riferimento alla psicologia

degli individui, ma vanno attribuite prevalentemente a cause sociali, che in questo caso sono il

diverso grado di integrazione degli attori sociali nel sistema sociale.

Ci sono 3 tipi fondamentali di suicidio:

- SUICIDIO EGOISTICO; causato da situazioni di scarsa integrazione degli attori sociali

- SUICIDIO ANOMICO; causato da rapidi cambiamenti sociali, anche di contesto ( il

contadino che va in città )

- SUICIDIO ALTRUISTA; diverso dai primi due. Infatti non è causato da una carenza di

norme, ma dalla forza di esse, cioè da un eccesso di integrazione sociale ( il capitano che per

onore si lascia affondare con la sua nave, il kamikaze che si fa saltare in aria per fanatismo

religioso e politico ).

Per D. la chiave è il RISCHIO DI VUOTO NORMATIVO-VALORIALE:

l’assenza di norme provocata da cambiamenti rapidi che caratterizzano la società industriale, sia in

senso positivo ( rapido sviluppo benessere materiale ), sia in senso negativo ( crisi economiche ), è

alla radice del cronico moltiplicarsi della devianza presente in tale tipo di società e al diffondersi del

disorientamento che favorisce l’aumento dei suicidi.

ATTENZIONE: D. non percepisce affatto l’ambivalenza del problema dell’INTEGRAZIONE

( cioè che questa può produrre sia effetti positivi che negativi ).

Si capisce dalla riflessione sulle religioni: per D. ci sono più suicidi nei paesi protestanti a causa

dell’orientamento individualista impostato da questa religione, che isola il soggetto e lo carica di

responsabilità che non è in grado di affrontare, favorendo così il suicidio egoista. Qui sembrerebbe

un problema NON di carenza di norme, ma dei CONTENUTI delle stesse norme.

MACCHE’; per D. anche qui è una questione di carenza di norme: sono le carenti istituzioni

protestanti che presentano minori possibilità di integrazione rispetto all’organizzazione ecclesiale

cattolica. E’ sempre una questione di METODO, non di MERITO ( vedi i suicidi tra i militari: mica

è il merito delle norme il problema! E’ perché l’assetto complessivo non favorisce l’integrazione! ).

Cosa si intende col termine “anomia” e quali sono le condizioni in cui si verifica?

Il termine ANOMIA, dal greco a-nomos, privo di leggi, sta ad indicare situazioni nelle quali, a

causa di repentini mutamenti sociali, i valori ed i modelli validi nelle situazioni d’origine non sono

più adeguati alla nuova situazione, determinando nell’attore sociale un disorientamento.

Si verifica:

- con l’affermarsi del principio di divisione del lavoro: l’assenza di una normativa adeguata è

LA CAUSA PRINCIPALE DELLE TENSIONI CONFLITTUALI

- con qualsiasi rapida modificazione sociale: l’assenza di norme adeguate è alla radice del

cronico modificarsi della devianza che porta, ad esempio, ad un disorientamento che

favorisce l’aumento dei suicidi.

Come si configura in D. il rapporto individuo-società?

Gli elementi di riflessione alla base sono:

A) D. nega che l’individuo pre esista alla società, se non come entità psicofisica.

Solo la Società può trasformare questa entità in una PERSONA dotata di vita morale.

B) I VALORI atti a far questo ( esigenze di ordine vitale e convivenza pacifica ) NON hanno

fondamento nella natura degli individui, bensì nella natura sui generis della società, perché

essa è prodotto di un’elaborazione collettiva e grazie a questo può conoscere i veri bisogni

sociali ( la cui espressione sono le regolamentazioni giuridiche e morali ).

C) Alla natura dell’individuo è attribuita quindi la DIMENSIONE DI INDETERMINATEZZA

( causa il suo desiderio di infinito ), all’ordine sociale invece la DIMENSIONE DI

DETERMINATEZZA. D.le fa contrapporre, senza la necessaria interlocuzione.

Essendo D. precursore del MODELLO FUNZIONALISTA ( all’inizio c’è un sistema

sovraordinato, che deve sopravvivere attraverso delle attività adeguate, le Funzioni del sistema ),

tende sempre a presentare il problema sociale soprattutto in termini di mantenimento

dell’ORDINE e dell’INTEGRAZIONE dell’individuo nel sistema sociale.

Ne consegue che D. NON COLGA in questo rapporto il CARATTERE AMBIVALENTE della

funzione di determinatezza delle forme normative ed istituzionali, indispensabili per la

sopravvivenza, ma anche potenzialmente distruttive a causa della loro riduttività rispetto alla

complessità della vita vissuta; ANZI: proprio perché in lui sono centrali le questione dell’ordine e

del controllo, è volto a considerare NEGATIVAMENTE LE DIMENSIONI DI

INDETERMINATEZZA E DISORDINE. Addirittura, le contraddizioni proprie di ogni situazione

sociale sono viste NON come momento dinamico di trasformazione, bensì solo come ciò che DEVE

ESSERE ELIMINATO per realizzare un ordine armonico.

Conseguenze di questa impostazione:

- la sua concezione dell’unità sociale ha come riferimento privilegiato LA SOCIETA’

CIVILE; lo Stato non incarna la coscienza collettiva diffusa nell’intero corpo sociale, ma è

sede di una coscienza specifica, più ristretta, anche se “più chiara e più alta”.

- Il potere politico è quindi una funzione volta ad assicurare il mantenimento dell’ordine

sociale ( e questa è una sottovalutazione, in quanto D. non pensa proprio alla possibilità che

il potere, trasformandosi in dominio, diventi a sua volta una forma di distruttività sociale ).

- La sua concezione della società ha quindi alla base LA DICOTOMIA TRA assoluta

positività della determinatezza dell’ordine sociale e la negatività dell’indeterminatezza delle

aspirazioni infinite degli individui singoli.

- L’uomo è propenso alla guerra a causa della sua insita natura egoista; il desiderio di pace

aumenta solo se aumenta la socializzazione; D. però no chiarisce da dove nasca ‘sto

desiderio di aggregazione che porta poi a perseguire la pace.

ATTENZIONE: C’è in D. un’unica valutazione positiva delle spinte a carattere indeterminato: non

in riferimento all’individuo come tale, bensì in quanto conseguenza diretta delle “CORRENTI

COLLETTIVE”. Esse sono esterne all’individuo, in quanto dotate di un’esistenza propria e di una

propria forza.

Come interpreta il fenomeno religioso?

Per scrivere l’opera “Le forme elementari della vita religiosa” D. parte dall’idea che un fenomeno

così diffuso e duraturo come la religione non possa non avere altra origine che le ESIGENZE della

società. “La religione è cosa eminentemente sociale”.

Decide di analizzare le forme religiose delle società arcaiche, perché più semplici e quindi più atte a

rivelare i meccanismi funzionali ( che poi stanno alla base anche delle religioni più complesse ).

D. studia la religione totemica degli aborigeni australiani strutturati in clan.

Gli elementi che evidenzia sono:

- IL TOTEMISMO; il clan non è fondato sulla consanguineità, ma sull’identificazione dei

membri con un simbolo sacro, il TOTEM.

Ogni clan ha il suo totem e sulla base di questo si regolano i rapporti tra i clan, le

compatibilità o meno.

- LA SACRALITA’; le cerimonie rituali servono a rafforzare il sentimento di appartenenza

al clan: le danze ed i sacrifici rendono visibile questo sentimento.

Poiché per D. l’idea di Dio è solo un modo attraverso il quale gli individui si rappresentano

la società, esso attribuisce alla stessa società una DIMENSIONE DI SACRALITA’, che

è la base della solidarietà generale.

In sintesi, D. dimostra che LE RAPPRESENTAZIONI COLLETTIVE DI TIPO RELIGIOSO,

MA NON SOLO sono DETERMINANTI nella costruzione della realtà sociale.

Con questa affermazione, D. ha dato il là alla teoria delle rappresentazioni sociali.

Quali sono i principali pregi del contributo di D. alla teoria sociologica e quali invece

le critiche che possono essergli rivolte?

Meriti:

- OGGETTIVAZIONI DEL SOCIALE: Aver sottolineato nel carattere coercitivo del

sociale la dimensione di oggettivazione che sempre assumono le forme determinate di

ordine sociale, le quali diventano realtà indipendenti dagli stessi individui che le pongono in

essere, diventando fonti di produzione d’identità e di caratteri individuali.

- Aver sottolineato l’importanza che le REGOLE SOCIALI e le RAPPRESENTAZIONI

DELLA REALTA’ SOCIALE hanno su comportamento individuale e collettivo. Con

questa sottolineatura D. apre una linea d’analisi più centrata sui CARATTERI DEL

CONTESTO e delle PROCEDURE DELL’AGIRE che sulle motivazioni individuali.

- SUPERAMENTO DEL MODELLO RAZIONALISTICO, che porta al

SUPERAMENTO DELL’ETNOCENTRISMO: l’Illuminismo tendeva a svalutare una

serie di comportamenti umani come puramente dovuti all’ignoranza e alla superstizione. D.

supera questa visione, perché pone il principio che ogni fatto sociale ha la sua ragion

d’essere nella società stessa; il funzionalismo dunque permette di trovare il SIGNIFICATO

INTERNO di tutti i fenomeni osservati, senza giudizi a priori.

Difetti:

- non tiene presente la natura AMBIVALENTE degli individui ( identità come similarità,

esigenza di veder riconosciuta anche la propria differenza ) e quindi non comprende che gli

attori sociali non sono mossi solo da desideri egoistici, ma anche dal bisogno di identità e

riconoscimento che li orienta verso il rapporto con l’altro.

- Per questo vede l’INDETERMINATEZZA delle aspirazioni degli individui praticamente

solo come NEGATIVA e dà sempre valenza positiva alle forme normative. Delle quali non

considera la potenziale negatività in caso siano estremizzate ( quando il potere si trasforma

in dominio, ad esempio ).

CAPITOLO 2 conflitto e mutamento sociale MARX

Come si differenzia la dialettica di M. da quella di Hegel?

Il modello dialettico di Hegel prevede che la storia evolva attraverso costanti contraddizioni e

conflitti. Per Hegel, i superamenti delle contraddizioni che via, via si incontrano, creano, a loro

volta, altre contraddizioni, fino a raggiungere un SUPERAMENTO DEFINITIVO di tutte le

contraddizioni in una SINTESI FINALE. Hegel interpreta questo processo ( la dialettica ) come la

manifestazione della PROGRESSIVA AUTOREALIZZAZIONE DELLO SPIRITO ASSOLUTO.

Marx adotta il modello dialettico di Hegel, ma lo sviluppa ed arriva a conclusioni diverse.

Marx infatti interpreta la dialettica come un PRINCIPIO ATTIVO operante all’interno delle

CONDIZIONI MATERIALI e degli OGGETTIVI RAPPORTI ECONOMICI e SOCIALI.

Marx quindi prevede che l’evoluzione storica e sociale sia determinata dalle contraddizioni

oggettive legate alla DISPONIBILITA’ delle RISORSE MATERIALI e TECNICHE e AI

RAPPORTI DI PRODUZIONE.

Anche per Marx il superamento delle contraddizioni produce altre contraddizioni, MA la soluzione

finale è LA FINE DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTA e L’AVVENTO DELLA

SOCIETA’ COMUNISTA.

Quindi, dal punto di vista sociologico, la TEORIA DIALETTICA di M. si caratterizza per la

rilevanza che assume in essa la DIMENSIONE CONFLITTUALE nella dinamica delle

relazioni sociali: non ha un’idea sincronica della società, ma DIACRONICA, come modello in

continua trasformazione, il cui movimento è creato da contraddizioni che via, via emergono nella

realtà sociale tra determinate STRUTTURE MATERIALI e determinati RAPPORTI SOCIALI.

Quale è la differenza tra materialismo dialettico e materialismo storico?

Mentre il materialismo dialettico è fondato sull’assoluto determinismo dell’INFRASTRUTTURA

MATERIALE ( l’insieme delle forze e dei mezzi di produzione, i rapporti di produzione, il modo di

produzione ), il cui scontro con la SOVRASTRUTTURA ( l’insieme delle rappresentazioni

culturali e dei sistemi normativi presenti nel sistema sociale ) porta al cambiamento sociale ( e

quindi l’evolversi dei processi storici è concepito come una fatalità indipendente dalla volontà degli

individui ), il materialismo storico, senza negare il primato dell’infrastruttura, attribuisce alla

CLASSE PER SE’, cioè ad una classe (insieme di individui che si trovano nel sistema strutturato

dei rapporti di produzione nella STESSA posizione) che è diventata soggetto politico grazie alla

presa di coscienza di questa comune appartenenza ( la c.d. COSCIENZA DI CLASSE ), la

possibilità di essere promotore di cambiamenti anche rivoluzionari dell’ordine sociale.

Cosa si intende per infrastruttura e per sovrastruttura?

L’INFRASTRUTTURA è la struttura portante del sistema sociale ed è costituita da tre diverse

dimensioni:

- l’insieme delle FORZE e dei MEZZI DI PRODUZIONE ( cioè le risorse materiali

disponibili, le forze, e le conoscenze scientifiche e gli strumenti tecnici, i mezzi, presenti in

un dato momento storico in una determinata società )

- i RAPPORTI DI PRODUZIONE ( proprietà dei mezzi di produzione, tipo di rapporti di

lavoro interni all’organizzazione produttiva )

- il MODO DI PRODUZIONE (l’insieme delle forze, dei mezzi e dei rapporti di produzione

che caratterizza il sistema dominante di produzione in una data società, es.l’agricoltura nelle

società pre industriali )

L’infrastruttura determina le forme della SOVRASTRUTTURA, che invece è l’insieme:

- delle RAPPRESENTAZIONI CULTURALI ( mito, religione, filosofia )

- e dei SISTEMI NORMATIVI ( leggi, istituzioni, apparati statali e politici )

presenti nel sistema sociale.

La sovrastruttura si riflette anche nei CONTENUTI DELLA COSCIENZA INDIVIDUALE E

COLLETTIVA ( valori, motivazioni, percezioni di sé e dell’altro )

Su cosa si basa la distinzione tra CLASSE PER SE’ e CLASSE IN SE’ ?

Per M. la CLASSE, vera protagonista dei processi storici di trasformazione sociale, è un insieme di

individui che, all’interno del sistema strutturato dei rapporti di produzione, si trovano

oggettivamente nella stessa posizione, cioè hanno la stessa possibilità di accesso alle risorse

economiche e sociali.

La Classe è quindi fondata su CONDIZIONI OGGETTIVE (ambiente di nascita, possibilità di

scelta lavorativa limitata dalla situazione di partenza, etc..).

Proprio per questo, la classe è una realtà che SUSSISTE INDIPENDENTEMENTE DALLA

COSCIENZA CHE GLI INDIVIDUI POSSONO AVERE DI APPARTENERLE.

Questa è una CLASSE IN SE’, una classe senza consapevolezza dei suoi membri di farne parte.

La CLASSE PER SE’ invece si ha quando gli individui appartenenti ad una stessa classe

PRENDONO COSCIENZA DELLA LORO COMUNE APPARTENENZA e percepiscono

L’IDENTITA’ DEI LORO INTERESSI, che deriva dalla loro posizione in sistema sociale dato.

Insomma, si ha la c.d. COSCIENZA DI CLASSE.

Inoltre, un’altra differenza è che, solo la classe per sé può essere SOGGETTO POLITICO

promotore di cambiamenti dell’ordine sociale, proprio grazie allo sviluppo della coscienza di classe.

Quali diverse classi distingue Marx?

Le classi sociali che si contrappongono nella società capitalistica sono due: i capitalisti ( coloro che

hanno la proprietà dei mezzi di produzione ) e i proletari ( coloro che non hanno altro che la

proprietà del loro lavoro ).

Esiste anche una quasi classe, il sottoproletariato, che ricomprende coloro che restano ai margini

del sistema capitalistico e che non hanno un salario regolare.

Marx però riconosce l’esistenza anche di altri classi, relative al modello di economia classica

( nella quale i fattori di produzione erano terra, capitale e lavoro ) : i proprietari terrieri, il cui

reddito è costituito dalla rendita, i capitalisti, che hanno come reddito il profitto e i lavoratori che

invece sono compensati dal salario.

Marx però riallinea ogni categoria, nonostante le differenze che tra esse intercorrono, infatti,

dentro la macro distinzione capitalisti / proletari: nei primi stanno anche coloro che vivono di

rendita, gli imprenditori finanziari, oltre che gli industriali. Nei secondi stanno oltre agli operai,

anche i commercianti, gli artigiani, i contadini.

Come si configura il conflitto di classe?

Il conflitto di classe riflette le contraddizioni oggettive che emergono dal rapporto tra il grado di

sviluppo delle forze di produzione e i rapporti di produzione.

L’antagonismo tra i capitalisti, la classe proprietaria dei mezzi di produzione, e i proletari, classe

che ha proprietà solo del proprio lavoro, è la forza motrice dei processi di trasformazione dei

sistemi sociali.

Tale trasformazione rivoluziona quindi il sistema sociale; l’azione rivoluzionaria si basa SIA sulle

CONDIZIONI OGGETTIVE del contrasto di interessi, SIA sulla PRESA DI COSCIENZA

COLLETTIVA di una comune appartenenza di classe ( LA CLASSE PER SE’ ).

Marx considera poi il proletariato la vera forza rivoluzionaria, in quanto proprietaria unicamente

della propria capacità lavorativa e dunque non contaminata dalla proprietà privata, la quale potrà

quindi da essa essere eliminata, trasformando radicalmente le strutture sociali.

Cosa intendeva Marx per ideologia?

Per Marx L’ideologia è l’insieme delle RAPPRESENTAZIONI e delle RAZIONALIZZAZIONI

ILLUSORIE DELLA REALTA’ che servono ad occultare le contraddizioni di quest’ultima ed a

legittimare il potere costituito.

La religione, la Filosofia, le stesse teorie politiche sono I RIVESTIMENTI

SOVRASTRUTTURALI DELLA DISUGUAGLIANZA, hanno la funzione di incanalare le

frustrazioni dei singoli verso ideali astratti ( l’al di là, etc.. ) in modo da allentare i conflitti sociali e

mantenere il consenso.Non solo; per M. è possibile scovare il reale interesse delle classi al potere

dietro ogni forma ideologica: basta analizzare il rapporto tra essa e le strutture dei rapporti di

produzione sottostanti. Al pensiero ideologico, M. contrappone IL SAPERE SCIENTIFICO,

cioè la sua stessa teoria, valido perché basato sull’analisi empirica oggettiva, senza

razionalizzazioni.

Quale concetto di alienazione viene usato da Marx?

L’alienazione per M. è IL RISULTATO OGGETTIVO DELLE STESSE STRUTTURE

ECONOMICHE E SOCIALI; non è quindi un fenomeno interno al pensiero ( come per Hegel:

un modo positivo che l’uomo utilizza per estraniarsi da sé per poi tornare a se stesso come soggetto

autocoscienze ), né una mera condizione psicologica ( come per Feuerbach: un modo negativo col

quale l’uomo si disappropria di dimensioni che li appartengono e, ad esempio, le attribuisce a Dio,

così da diventare dipendente dei fantasmi da lui stesso creati ).

Il filo conduttore della visione di Marx del concetto di alienazione ha come base la visione del

LAVORO come “oggettivazione della vita generica dell’uomo”.

Questo è lo sviluppo: La vita generica è la vita produttiva, che caratterizza il rapporto uomo-natura.

La vita produttiva è l’attività vitale che realizza immediatamente l’uomo nella sua essenza.

Ecco perché il lavoro è l’oggettivazione della vita generica dell’uomo: il prodotto del suo lavoro è

la sua immediata realizzazione, nel lavoro l’uomo si sdoppia attivamente, realmente e “vede se

stesso in un mondo fatto da lui”.

Quindi l’attività lavorativa è la realizzazione dell’essenza umana: NON DEVE DIVENTARE

MEZZO DI VITA, PERCHE’ E’ LA VITA! La produzione è l’attività generica universale

dell’uomo. Cosa è che contrasta questo? La proprietà privata, che fa diventare il lavoro “lavoro

estraniato” e allontana l’uomo produttore dal suo oggetto prodotto, che viene estraniato a sua volta

come valore di scambio.

Sopprimendo la proprietà privata e l’economia di scambio, che rendono mediati rapporti per loro

natura immediati, l’uomo potrà riappropriarsi della sua essenza. Il comunismo è la vera soluzione

del conflitto tra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e affermazione soggettiva,

Meriti della teoria di Marx e critiche

Meriti:

- dal punto di vista dell’influenza dei condizionamenti economici presenti nella dinamica

sociale, M. ha sottolineato L’IMPATTO DEI DIVERSI ELEMENTI

INFRASTRUTTURALI SUI PROCESSI DI TRASFORMAZIONE e sulle caratteristiche

assunte, di volta in volta, dai diversi sistemi sociali, in particolare sui RAPPORTI che

intercorrono tra REALTA’ ECONOMICA e POTERE POLITICO.

Critiche:

- Attribuire priorità alla condizione materiale, sulla base della differenziazione tra

infrastruttura e forme sovrastrutturali ( tra le quali c’è un rapporto di causalità unilineare ), è

arbitrario, in quanto è difficile isolare il dato materiale dalle componenti culturali e sociali.

La condizione materiale infatti è il risultato di un RAPPORTO DI INTERDIPENDENZA

tra fattori sia di tipo materiale che culturale.

- la contraddizione teorica che è alla base della distinzione tra Materialismo storico e

materialismo dialettico, apre 2 strade e evidenzia la presenza di due anime nella concezione

marxiana.

- Sul rapporto tra ideologia e scienza/conoscenza: in realtà lui fonda su basi ideologiche il

ruolo determinante dei fattori materiali nei fenomeni sociali e quindi è contraddittorio

rispetto al fatto che alle ideologie, che critica, lui contrappone la scienza, cioè la sua teoria

( che ha anch’essa appunto basi ideologiche )

CAPITOLO 3 l’AGIRE DOTATO DI SENSO MAX WEBER

Su cosa si basa la distinzione tra spiegazione e comprensione?

Nell’ opera, incompiuta e postuma, “Economia e Società” 1922, Weber critica le teorie che

considerano la società come un sistema autonomo rispetto all’azione degli individui. Weber

sostiene che, mentre per le scienze naturali ( biologia, etc.. ) i concetti di organismi e funzione sono

sufficienti ( la SPIEGAZIONE ), per la sociologia no; la specificità della sociologia rispetto alle

scienze naturali è proprio l’essere volta alla COMPRENSIONE dell’atteggiamento degli individui

che partecipano alle formazioni sociali. Certo, W. è consapevole che questa impostazione

(l’interpretazione comprendente) non può portare all’individuazione di un sistema teorico globale

causa il carattere ipotetico e frammentario dei suoi risultati, ma per lui questo è il limite connaturato

della scienza sociologica.

Le società animali possono essere adeguate a processi basati su strutture istintive e meccaniche, le

società umane NO, perché le azioni sono il prodotto di una RAZIONALITA’ COSCIENTE; ecco

perché il compito della sociologia è anche di trovare IL SENSO del comportamento.

Cosa è l’agire sociale?

L’agire è qualunque atteggiamento, attivo o passivo, esterno e interno, connesso ad un SENSO

SOGGETTIVO. ( c’è sempre un motivo ).

L’agire è sociale quando:

- è riferito all’atteggiamento di altri individui, secondo il senso soggettivamente intenzionato

di colui che agisce

- è con-determinato nel suo corso

- può essere spiegato in base a questo SENSO intenzionato

E’ quindi un agire dotato di senso e di reciprocità.

La socialità è IL RISULTATO DELLE AZIONI INDIVIDUALI DOTATE DI SENSO quale sia il

contenuto di quest’ultimo e quando tali azioni si determinano reciprocamente ( cioè quando chi

agisce tiene conto dell’agire dell’altro e viceversa ).

Attenzione: agire sociale è diverso da agire uniforme ( aprire ombrello quando piove ) e agire

influenzato passivamente dagli altri, dall’agire collettivo ( individuo in una folla ).

Cosa intende W con il termine “senso” ?

W non da’ mai una definizione precisa del termine senso; il senso è da lui riferito ad ogni

significato ( sentimento, norma, rappresentazione, valore… ) elaborato dal soggetto cosciente e che

orienta l’agire di quest’ultimo.

Cosa intende W per “soggetto cosciente” ?

Individuo relativamente autonomo, perché dotato di:

1) autoconsapevolezza 2) razionalità 3) mosso da motivazioni 4) capace di scelta e di decisione

Come nascono le formazioni sociali?

Le formazioni sociali sono insiemi di relazioni fondate su regole comuni. Nascono a causa del fatto

che i singoli individui partecipano a RAPPRESENTAZIONI COMUNI che orientano in modo

omogeneo il loro agire, consentendo il coordinamento delle diverse azioni.

Queste rappresentazioni non sono necessariamente rispondenti a realtà oggettive ( idee sullo Stato,

sulla famiglia, sul lavoro, i modelli di comportamento… ) anche se orientano concretamente l’agire.

Lo orientano concretamente perché producono effetti reali a causa della CREDENZA CONDIVISA

INTERSOGGETTIVAMENTE che essi siano rispondenti alla realtà.

Quale importanza assume per W la dimensione della prevedibilità e perché ?

La prevedibilità dell’agire è la base per la costruzione di ogni Società. Infatti, se l’agire è sociale

quando si riferisce all’agire altrui, questo riferimento diventa possibile solo in quanto sussistono

schemi di intelligibilità e modelli culturali comuni, che permettono di comprendere ed interpretare

le azioni degli altri su una base di reciprocità.

Ecco perché la RELAZIONE SOCIALE si basa sulla CHANCE ( probabilità, possibilità ) che si

“agisca socialmente in un dato modo” ( quello prevedibile ). Quindi, seguendo l’elemento della

reciprocità, si vede come la dinamica delle interrelazioni sociali è fondata su un insieme di

ASPETTATIVE RECIPROCHE e su POSSIBILITA’ CALCOLATE SOGGETTIVAMENTE circa

le conseguenze del proprio agire.

Come si configura nella teoria di W il rapporto tra individuo e società ?

1) Pur non essendo l’unica causa dell’agire, il senso soggettivo è ciò che permette di interpretare e

comprendere l’agire.

Weber però sostiene che ciò NON significa assumere una valutazione INDIVIDUALISTICA, in

quanto il senso NON è il semplice risultato di una scelta individuale, ma è SEMPRE CONNESSO

alle forme simboliche codificate del SENSO COMUNE. Quindi il senso non è mai puramente solo

soggettivo, ma è già da sempre anche sociale.

2) Ciò che vale nel senso è la particolare attribuzione di significato alla realtà, NON LA REALTA’

IN SE’, quindi non si può analizzare l’agire sociale sulla base di presunte leggi immutabili, ma solo

su COSTANTI STATISTICHE DELL’AGIRE, da verificare di volta in volta.

3) Possono esserci nessi causali tra un senso e un comportamento effettivo; questo però non nasce

da elementi validi in assoluto ( non ci sono regole che lo determinano ). Quindi, il rapporto di

causa-effetto tra un fattore ed un fenomeno sociale NON E’ l’unico possibile; dipende dal c.d.

PUNTO DI VISTA. Ecco perché W non crede alle spiegazioni sociali fondate su un UNICO

FATTORE DETERMINANTE. Es: la religione protestante ha influito sullo sviluppo del

capitalismo, ma non per questo si deve ricondurre tutta la realtà economica all’esperienza religiosa!

In sintesi: per W NON E’ POSSIBILE spiegare fenomeni sociali in modo deterministico sulla base

di un solo fattore. Però divide la ricerca sociologica in 2 parti, recuperando l’elemento della

AVALUTABILITA’ della sociologia: prima parte della ricerca, cioè FORMULAZIONE DELLE

IPOTESI ( influenzate da valori e interessi del sociologo ) e VERIFICA DELLE IPOTESI

(possibilità di individuare nessi causali ).

Cosa sono i tipi ideali?

Sono astrazioni sulla base di caratteristiche prevalenti nelle varie forme dell’agire sociale, quindi

NON ESISTONO nella realtà, ma SERVONO a cogliere le COSTANTI del comportamento.

La storia si basa sul singolo evento, la sociologia invece ricerca regole generali dell’agire.

I tipi ideali sono 4:

- razionale rispetto allo scopo ( l’agire è determinato da aspettative verso l’esterno, è quindi

strumentale, secondo il modello mezzi-fini, come l’agire economico o tecnico )

- razionale rispetto al valore ( l’agire è determinato da credenze, prescindendo dalle sue

conseguenze, come l’agire di un martire della fede )

- affettivo ( l’agire è determinato da emozioni, come l’innamorato )

- tradizionale ( l’agire è determinato da abitudini acquisite, es. le regole di buona educazione )

ANALISI:

1) La razionalità è riconosciuta in tutte le tipologie dell’agire, non solo ad es. per il primo tipo,

quello strumentale. Per W esistono infatti molte diverse espressioni della razionalità (NB in

questo è diverso da Pareto, il quale invece distingue tra azione logica e azione non logica ).

2) I quattro tipi ideali NON ESAURISCONO tutti i modi di orientamento dell’agire.

3) Raramente l’agire è orientato esclusivamente da uno solo dei tipi, ma, dal punto di vista di

chi osserva, si può quasi sempre cogliere una prevalenza di un orientamento sull’altro.


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DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Crespi Franco.

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