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Esame di sociologia, domande e risposte su tutto il programma

Esame di sociologia con il professor Di Meglio, domande e risposte su tutto il programma.

Argomenti:
- Che cos'è la sociologia e a che serve
- La divisione tra scienze sociali
- Le origini del pensiero sociologico
- 1800
- Bentham
- Saint-Simon
- List
- Marx
- Dibattito sul metodo
- Durkheim
- Weber
- Capitalismo corporato
- Parsons
-... Vedi di più

Esame di Sociologia docente Prof. M. Di Meglio

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Cos’è successo in quegli anni negli Stati Uniti nell’ambito del sistema delle imprese?

Questa ascesa USA è stata anche dovuta alla cosiddetta “rivoluzione manageriale” del sistema delle

imprese, così come la chiama Chandler in “The Visible Hand”. Ciò comportò un cambiamento

radicale nell’organizzazione del modo di produzione.

Infatti, si assiste al passaggio da un capitalismo “individuale”, cioè basato su imprese individuali,

tipico oggetto delle riflessioni ottocentesche, a un capitalismo “corporato”, cioè basato sulle

“corporations”, ossia grandi società per azioni integrate verticalmente che operano su più livelli e

di estensione generalmente transnazionali.

L’organizzazione delle corporations ha necessitato dell’ingresso di nuove figure, i manager, che

non sono proprietari delle imprese, a differenza degli imprenditori del precedente capitalismo

mercantile, manifatturiero, delle macchine e della grande industria.

In che senso il capitalismo corporato tende alla “flessibilità”?

Il nuovo assetto dato al modo di produzione capitalistico, diffusosi poi in tutto il mondo, venne

definito, negli anni ‘80, “post-fordista”, nel senso che è un regime di accumulazione di capitale che

tende alla “flessibilità”, cioè si sposta laddove è più redditizio. La produzione viene quindi

dapprima centralizzata e poi trasferita sempre più spesso nei Paesi dove il lavoro è più a buon

mercato. Sono quelle che Wallerstein chiama “runaways factories”.

La stessa flessibilità è poi richiesta nel lavoro, che diventa sempre più “informale”: il lavoratore

deve infatti essere capace di adattarsi a mansioni di vario tipo.

Che conseguenze produce tutto ciò nelle scienze sociali?

Grazie alla rivoluzione manageriale, le vecchie categorie liberal-marxiste ancora in uso in Europa

appaiono ora vecchie e obsolete, non rispondenti ai nuovi bisogni organizzativi.

La nuova scienza sociale americana però non le disapplica, bensì le riutilizza criticamente unendole

alle categorie del darwinismo sociale pragmatista.

Come venne riutilizzata la teoria di Spencer nei primi anni del 1900?

In Europa, il darwinismo sociale divenne un darwinismo etnico e razziale come legittimazione della

pretesa nazionale di dominio nel sistema-mondo da parte del nazismo.

Negli Stati Uniti, invece, esso fu più che altro un darwinismo strumentale e pragmatico, come

legittimazione della prima fase di affermazione del nuovo capitalismo corporato.

Chi era Adolf Berne?

Negli anni ‘30, Adolf Berne fu uno dei primi a definire il passaggio dall’impresa imprenditoriale

all’impresa corporata. Egli riteneva che la centralità della società per azioni aveva trasformato

l’esercizio del diritto di proprietà nel principale mezzo di organizzazione della vita economica,

creando un nuovo sistema sociale analogo al vecchio sistema feudale.

Qual è stato il contributo Alfred Chandler?

Alfred Chandler, negli anni ‘60, produsse un modo di rappresentazione per il nuovo capitalismo

manageriale.

In “The Visible Hand”, Chandler, ponendosi in contrasto con le vecchie teorie di Adam Smith,

afferma che il capitalismo corporato agisce come una “mano visibile”, poiché garantisce stabilità e

durata grazie alle sue strategie di riduzione dell’incertezza.

Se nella prima metà del 1800 l’organizzazione dell’impresa USA era molto simile a quella degli altri

paesi, nella seconda metà del secolo si assiste a un grande cambiamento dovuto soprattutto alla

rivoluzione delle comunicazioni e dei trasporti e alla massificazione della distribuzione e della

produzione. Lo sviluppo in particolare dei trasporti ha permesso la costruzione di un sistema

ferroviario che favoriva la collaborazione e l’espansione del traffico a lunga distanza e che veniva

usato anche come mezzo di controllo della concorrenza, con la nascita dei primi cartelli.

L’impresa moderna a più unità ha sostituito l’impresa singola quando diventò possibile fare del

coordinamento gestionale il punto di partenza per una maggiore produttività, con costi più bassi e

maggiori profitti, attraverso la creazione di una gerarchia manageriale (che sostituiva i meccanismi

del prezzo e del mercato) e la formazione di un numero più ampio di dirigenti di carriera (che

dovevano favorire la stabilità e la crescita dell’impresa).

Cosa si intende per corporate liberalism?

Il nuovo modo di organizzazione ha comportato, ovviamente, anche dei cambiamenti sociali e di

conseguenza ha modificato la struttura delle domande a cui le scienze sociali dovevano tentare di

rispondere. Si cominciò a parlare di corporate liberalism, cioè di un compromesso tra i principi

liberali dell’epoca imprenditoriale e i nuovi bisogni ideologici della società per azioni gigante.

Cosa sono i saperi corporati?

La giant corporation richiedeva infatti la formazione degli uomini sia all’interno che all’esterno

dell’impresa, e la società in generale, seppur esternalizzata, doveva comunque essere congruente ai

nuovi valori tecnico-manageriali. Si favorirono dunque nuove imprese di formazione, di

documentazione e di analisi, sempre più attente alle scienze del comportamento, segnando così

tutti i successivi saperi sociali del 1900, i cosiddetti “saperi corporati” derivanti dall’organizzazione,

che richiedono un controllo e una diffusione su scala mondiale in funzione dell’estensione degli

effetti della nuova forma organizzativa dominante.

Cosa sono le scienze dell’organizzazione?

Nel XX secolo, viene istituzionalizzata una nuova sezione di saperi sociali, le “scienze

dell’organizzazione”, dette anche “studi organizzativi”.

Esse sono programmi di ricerca e discipline che studiano le dinamiche umane all’interno delle

singole unità amministrative o aziendali.

L’analisi organizzativa, così come hanno testimoniato Babbage, Ure e Marx, esisteva già nel 1800

nella fase delle macchine e della grande industria, ma adesso negli Stati Uniti è diventata il

fenomeno centrale dell’assetto complessivo del sistema sociale.

Le scienze dell’organizzazione hanno due principali compiti: studiare le organizzazioni nella loro

complessità manageriale e poi studiare gli esseri umani come parti intercambiabili e come

individui liberi in un mondo di organizzazioni che producono anche effetti perversi e alienanti.

Chi era Frederick Taylor e cos’era l’organizzazione scientifica del lavoro?

Frederick William Taylor fu l’ingegnere che inventò l’organizzazione scientifica del lavoro,

un’organizzazione che si proponeva di ottenere un lavoro standardizzato con risultati prevedibili

sia attraverso la definizione di linee di autorità razionalizzate e accentrate all’interno dell’impresa,

che attraverso l’uso della scienza come criterio di organizzazione della produzione.

In questo modo infatti le direzioni delle aziende dovevano studiare con metodi scientifici il modo

più adatto per ottimizzare l’uso delle risorse, degli uomini e dei mezzi, al fine di ottenere un

aumento sistematico della ricchezza distribuibile.

La manodopera doveva essere selezionata e “addestrata” scientificamente, individuando le

specifiche capacità di ogni lavoratore e le sue potenziali prestazioni attraverso test psico-fisici.

L’apparato direttivo, invece, doveva costituire una “direzione funzionale”, con una direzione

centrale e diversi quadri intermedi, uno per ogni aspetto diverso del lavoro.

Quali sono state le principali critiche al taylorismo?

Le principali critiche al taylorismo, nell’ambito della sociologia industriale, sono state incentrate

sul fatto che i reali rapporti di potere di fabbrica non abbiano niente a che fare con la scienza e sul

fatto che la degradazione del lavoro umano impedisse una vera democrazia industriale.

Infatti, sul punto della degradazione del lavoro, con l’aumentare di forme di sfruttamento

disumane, alcuni capitalisti si sono posti il problema del “consenso” da parte dei propri dipendenti,

attraverso il finanziamento delle prime ricerche di psicologia industriale su fatica e monotonia per

ottenere prestazioni migliori e per mostrare la compatibilità dell’obiettivo con i valori liberal, allora

in crisi grazie alla prevalenza di idee di destra.

Chi era Charles Wright Mills e qual è stato il suo contributo?

In questo contesto, Charles Wright Mills si è impegnato nella scienza sociale critica, pur avendo

una funzione accademica marginale rispetto ad altri come Merton.

Lentini evidenzia 3 importanti studi di questo studioso, compiuti tra gli anni ‘40 e gli anni ‘50: “I

nuovi uomini del potere. I leader sindacali degli Stati Uniti d’America”, “Colletti bianchi. La

classe media americana” e “L’élite del potere.”

Ne “I nuovi uomini del potere”, Mills tratta delle organizzazioni sindacali americane, che ritiene

“generalmente democratiche” e di cui rivaluta il ruolo politico. Inoltre, fa una rielaborazione

politologica delle forze politiche in azione nel sistema politico USA di quegli anni, dando

particolare rilievo alle figure dei conservatori sofisticati. Questi avevano infatti il compito di

salvaguardare i valori minacciati dalla destra pratica, che sarebbe sconfinata nel mostro

maccartista.

In “Colletti bianchi”, Mills analizza i sistemi di vita e gli strumenti di potere della classe media

americana, svelandone il decadimento attraverso una lettura di sinistra del capitalismo

manageriale.

Ne “L’élite del potere”, Mills tratta dei livelli superiori della struttura sociale americana, articolati

in 3 istituzioni: le istituzioni militari, quelle politiche e quelle economiche. Esse interagiscono tra

loro e condividono la stessa visione del mondo, minando la democrazia, e, in qualità di élites, si

riconoscono come separate e superiori dal resto della società.

Un’altra sua opera di rilievo è “L’immaginazione sociologica”, in cui invita al distacco dal

funzionalismo per ricomporre gli oggetti dell’indagine sociale. Infatti, il liberalismo costringe le

scienze sociali a studiare piccole porzioni di realtà, bloccando la possibilità di una visione di

insieme, che sarebbe possibile grazie al collegamento della struttura sociale con la sua storia e le

esperienze individuali.

Chi era Talcott Parsons?

Parsons è stato la figura più imponente della sociologia americana del 1900.

Egli si poneva come obiettivo la conciliazione tra il bisogno di crescita delle scienze del

comportamento e tra i quadri di riferimento liberal-democratici di matrice europea, rispondendo

alla domanda proveniente dal nuovo compromesso tra valori e bisogni conoscitivi della giant

corporation e i valori liberal progressisti e socialdemocratici.

Parsons visse tra il 1902 e il 1979. Esercitò una grande influenza sulla sociologia americana e sulla

sociologia europea successiva alla II Guerra Mondiale. Insegnò ad Harvard.

Quali sono le sue opere più importanti?

“La struttura dell’azione sociale” del 1937, in cui formula la sua teoria dell’azione, e “Il sistema

sociale” del 1951, in cui formula la sua teoria del sistema.

Qual era il suo obiettivo?

Capire come fosse possibile mantenere l’equilibrio in un sistema sociale, attraverso la definizione

delle istituzioni del sistema (in una teoria dell’azione) e l’analisi del cambiamento del sistema

stesso (in una teoria del sistema).

Perché il suo approccio viene definito “struttural-funzionalista”?

Tradizionalmente, l’approccio di Parsons viene detto struttural-funzionalista, poiché cerca di

cogliere la struttura di fondo della società in base alle funzioni che i suoi elementi svolgono

nell’insieme.

Per struttura, Parsons intende l’insieme delle relazioni che collegano tra loro i diversi elementi

della società, che assumono appunto un significato in base alla funzione che ogni elemento svolge

per l’insieme e ai rapporti che intrattiene con gli altri.

Jedlowski lo definirebbe tra l’altro anche “approccio sistemico”, poiché ritiene che il concetto di

“sistema” sia quello veramente cruciale nella sua teoria.

Che cosa trae rispettivamente da Weber e da Durkheim?

Come Weber, Parsons vuole comprendere l’agire degli individui, e come Durkheim, vuole

comprendere come l’azione si inserisca in un quadro sovraindividuale, che è la società.

Tuttavia, con il maturare del suo pensiero, si vedrà la prevalenza della prospettiva di Durkheim,

perché si concentrerà di più sull’idea di sistema, affascinato dalle scienze naturali e dall’economia

neoclassica (che si proponeva di ricercare l’equilibrio generale del sistema economico).

Parsons dice di richiamarsi a Weber soprattutto nella sua teoria dell’azione, ma in realtà si

richiama solo all’idealtipo di agire razionale rispetto allo scopo.

Inoltre, Weber si proponeva di interpretare l’agire, comprendendone il senso; Parsons di

descriverlo, scomponendolo nei suoi elementi costitutivi.

Come sviluppa la teoria dell’azione in “Struttura dell’azione sociale”?

Nell’opera del ‘37, la “Struttura dell’azione sociale”, Parsons individua nell’azione l’unità

elementare di cui la sociologia si occupa.

L’azione, o atto, richiede un attore (cioè colui che compie l’atto), un fine verso cui essa è orientata, e

una situazione, i cui sviluppi possono differire più o meno dal fine. La situazione è costituita da

condizioni non modificabili e da mezzi, modificabili o controllabili dall’attore.

Nella scelta delle diverse alternative, si ha un orientamento normativo, nel senso che ogni attore

agisce in base a un insieme di norme, cioè modelli di condotta espliciti o impliciti, di origine

sociale e solidali a una certa cultura, cioè a un certo insieme di valori e credenze.

L’atto è un processo nel tempo, quindi lo spazio non è rilevante.

La possibilità di errore dipende dall’incapacità di conseguire i fini o di scegliere i mezzi adeguati.

Questo schema è soggettivo, perché deve essere letto dal punto di vista dell’attore, e può essere

utilizzato sia a livello concreto, per una funzione descrittiva, sia a livello analitico, per separare gli

elementi normativi da quelli non normativi.

Cos’è il sistema?

Nell’opera del ‘51, “Il sistema sociale”, Parsons sviluppa la sua teoria del sistema.

Innanzitutto, egli definisce il sistema come un insieme interrelato di parti che interagisce con

l’ambiente e che è capace di autoregolarsi.

Nel sistema, ogni parte svolge una funzione necessaria alla riproduzione dell’intero sistema.

Cos’è lo schema AGIL?

Ogni sistema deve essere in grado di svolgere 4 funzioni che, secondo la terminologia inglese,

Parsons riassume nello schema “AGIL”: adattamento (adaptation) – definizione degli obiettivi

(goal attainment) – integrazione (integration) – conservazione dell’organizzazione (latent pattern

maintenance).

Un sistema deve adattarsi all’ambiente sia sociale che naturale, attraverso l’erogazione di risorse;

attraverso l’adattamento, esso deve poi definire i propri obiettivi e realizzarli, attraverso l’impiego

delle risorse;

esso deve poi integrare le proprie parti, attraverso la formulazione di norme comuni e coerenti;

attraverso la trasmissione di tali norme, un sistema deve infine conservare la propria

organizzazione.

Nel caso del sistema sociale, ognuna di queste 4 funzioni è svolta da un sottosistema specifico:

l’adattamento è compito del sottosistema economico;

la definizione degli obiettivi del sottosistema politico;

l’integrazione delle parti del sottosistema giuridico;

la conservazione dell’organizzazione è compito del sottosistema educativo.

Perché il sistema sociale è un sistema di ruoli?

Il sistema sociale mette dunque in relazione individui che agiscono. Questi individui hanno delle

personalità che li rendono adatti a ricoprire determinati ruoli.

I ruoli sono insiemi di comportamenti regolati da norme attraverso i quali l’individuo interagisce

con gli altri e viene orientato all’espletamento di una funzione. Spesso sono complementari tra loro.

Il sistema sociale è quindi un sistema di ruoli, perché solo esercitando il proprio ruolo l’individuo

può contribuire alla riproduzione del sistema.

Cos’è la socializzazione?

Il fatto che le azioni degli individui spesso corrispondano alle aspettative degli altri è una

conseguenza dell’interiorizzazione dei principi di una cultura comune, realizzabile attraverso la

socializzazione, ossia quel processo attraverso il quale l’individuo acquisisce valori e norme per poi

essere capace di ricoprire i ruoli richiesti dalle istituzioni, come una sorta di Super-Io freudiano.

Essa avviene soprattutto nella prima infanzia, grazie alla famiglia.

Com’è che la famiglia “moderna” viene descritta da Parsons?

Un tempo, la socializzazione non era l’unica funzione della famiglia. Essa svolgeva anche funzioni

assistenziali, religiose ed economiche, ma con l’evoluzione della società, le istituzioni si sono via via

specializzate e differenziate, moltiplicando i ruoli come risposta adattiva all’ambiente.

Parsons riteneva che la famiglia moderna fosse una famiglia “nucleare”, cioè composta solo dalla

coppia dei genitori e dai figli, isolando il resto della parentela.

I due coniugi hanno ruoli differenziati, ma complementari, in quanto l’uno non può esistere senza

l’altro e in quanto si sostengono e si vincolano a vicenda attraverso l’imposizione di norme che

cooperano, fornendo l’esempio, alla socializzazione dei figli.

La moglie-madre svolge al contempo i ruoli di casalinga e di “leader espressiva”, in quanto

provvede ai bisogni materiali primari della famiglia e dirige la dimensione affettiva dei rapporti

familiari.

Il marito-padre ricopre invece i ruoli di bread-winner, cioè di colui che procura il denaro

necessario al sostentamento della famiglia, e di “leader strumentale”, cioè di colui che dirige i

rapporti della famiglia con l’ambiente esterno.

Perché questa teoria della famiglia fu una di quelle più criticate?

Questa descrizione della famiglia corrisponde allo schema ideale di una famiglia americana,

anglosassone, bianca e di ceto medio così come i suoi membri vorrebbero che fosse, soprattutto gli

uomini. Parsons ha infatti confuso l’ideale con la realtà empirica, dandogli valore di norma sociale.

Inoltre, anche in America oltre che nel resto del mondo, raramente il resto della parentela viene

isolata e questo modello subordina innegabilmente la donna all’uomo, negandole l’indipendenza

economica.

Cosa sono le variabili strutturali?

Le variabili strutturali sono forse la formulazione più importante di Parsons.

Esse sono scelte binarie riguardanti alcuni atteggiamenti culturali di fondo riscontrabili in ogni

sistema d’azione; parametri che servono quindi a distinguere società e culture diverse.

Esse sono cinque:

particolarismo-universalismo, riguardo l’interazione tra soggetti, cioè sull’esistenza di un

atteggiamento imparziale o meno;

ascrizione-acquisizione, riguardo la modalità di attribuzione dei ruoli, se essi siano attribuiti dalla

nascita o acquisiti nel tempo;

diffusione-specificità, riguardo il diverso grado di specializzazione dei ruoli;

affettività-neutralità, riguardo il significato dell’azione, che sia più affettivo o strumentale;

orientamento verso interessi collettivi-orientamento verso interessi privati, che è la variabile più

incerta, quella che Parsons ha sviluppato di meno.

Il principale uso che ne viene fatto è quello di distinguere le società tradizionali, in cui prevalevano

il particolarismo e l’ascrizione, da quelle moderne, in cui vincono l’universalismo e l’acquisizione.

In cosa consiste la sua teoria evolutiva?

Parsons riteneva che l’evoluzione della società fosse scandita da un susseguirsi di stadi, ossia di

modelli organizzativi che sono al contempo universali (perché riscontrabili in tutte le società) ed

evolutivi (perché ogni stadio è sempre migliore del precedente in termini di adattamento).

Egli distingue lo stadio dello sviluppo delle società primitive, i cui universali evolutivi furono il

linguaggio, la religione, la parentela e la tecnologia;

segue lo stadio della rivoluzione neolitica, che coincide con la nascita delle città e dell’agricoltura, i

cui universali evolutivi sono la stratificazione sociale e la legittimazione dell’assetto politico come

tale;

si arriva poi allo stadio della società moderna, i cui universali evolutivi sono la burocrazia (per

l’efficienza organizzativa), il mercato (per l’efficienza economica), le norme universalistiche (come

liberazione dalle tendenze ascrittive) e la democrazia, intesa come formazione di leadership elettive

a suffragio universale (per la creazione di un consenso diffuso.

Chi era Robert K. Merton?

Merton fu uno studioso a cui è comunemente associato un orientamento funzionalista.

Tuttavia, egli non condivide l’approccio di Parsons.

Quali sono le differenze tra Parsons e Merton?

Mentre Parsons si proponeva di creare una Grand theory universalistica, Merton proponeva delle

teorie di medio raggio, cioè teorie parziali poste a metà strada tra universalismo ed empirismo che

possono essere collegate tra loro. Un insieme di teorie di medio raggio appartenenti a un

determinato campo di studio è detto “paradigma”, e il paradigma liberal-marxista è quello che

ritiene più vicino alla realtà.

Parsons riteneva che il concetto di funzione fosse quello centrale per costruire un approccio

globale, una teoria onnicomprensiva della società; Merton, invece, lo relativizza, ritenendolo utile

alla ricerca come strumento di analisi “funzionale”.

Parsons riteneva che i singoli fossero funzionali al sistema complessivo. Di conseguenza, riteneva

che la società fosse in uno stato di coesione; Merton, invece, rigetta l’unità funzionale della società,

poiché crede che esistano conflitti tra elementi funzionali ed elementi disfunzionali, che producono

cambiamento.

Qual è la differenza tra funzioni manifeste e funzioni latenti?

Merton distingue per ogni fenomeno funzioni manifeste, cioè quelle apparenti, e funzioni latenti,

cioè quelle reali e nascoste alle prime impressioni.

Jedlowski propone l’esempio dell’acquisto di un’automobile. Spesso si provvede a un tale acquisto

per il bisogno di spostarsi più rapidamente, ma spesso si acquista un’automobile costosa per

elevare il proprio status sociale agli occhi degli altri.

L’acquisto dell’automobile è il fenomeno. Il bisogno di spostarsi è la funzione manifesta, mentre il

bisogno di mostrare la propria ricchezza ai propri vicini è la funzione latente.

Quali concetti di Durkheim vengono riutilizzati ed ampliati da Merton?

Merton estrae e amplia concetti di autori a lui precedenti, soprattutto di Durkheim, da cui trae i

concetti di “devianza” e “anomia”.

Per Durkheim, la “devianza” è l’insieme di comportamenti che si discostano dalla norma sociale.

Ebbene, Merton individua 4 tipi di devianti: gli innovatori, i ritualisti, i rinunciatari e i ribelli.

Gli innovatori utilizzano mezzi inconsueti per raggiungere scopi consueti;

i ritualisti utilizzano mezzi consueti per raggiungere scopi inconsueti;

i rinunciatari rifiutano sia i mezzi che gli scopi consueti, ritirandosi dalla scena sociale;

i ribelli rifiutano sia i mezzi che gli scopi consueti, ma lottano per il cambiamento.

Per Durkheim, l’ “anomia” è l’assenza o l’incertezza di norme sociali condivise.

Per Merton, l’ “anomia” è la disgiunzione tra gli scopi proposti dalla cultura comune e le possibilità

concrete di raggiungerli. Proprio per questa incongruenza, molti sono propensi a comportamenti

devianti.

Una delle anomie tipiche delle società contemporanee è infatti la difficoltà di raggiungere il

successo personale, che è posto come scopo comune. Per questo, esso viene raggiunto attraverso

comportamenti medianti o illegali. Si parla, in questo caso, della devianza degli innovatori.

Che legame c’è tra società e scienza?

Nei suoi studi, Merton si è interessato molto alla relazione tra società e scienza, creando una vera e

propria “sociologia della scienza”.

Merton ha infatti osservato che la scelta dei temi di cui gli scienziati si occupano dipende in gran

parte dagli interessi del mondo circostante e che, inoltre, l’idea di una verità accertabile

razionalmente attraverso osservazioni empiriche, quindi l’idea che ha reso possibile l’esistenza

stessa della scienza, è scaturita dall’età moderna, cosa che aveva già intuito Weber ne “L’etica

protestante e spirito del capitalismo”.

Jedlowski acconsente nell’affermare che la scienza non può esistere senza una cultura che la

legittima, che ponga le domande a cui essa deve rispondere e che dia agli scienziati uno status.

Dunque, la scienza è un’istituzione sociale, ma ha comunque una propria autonomia, in quanto si

basa su procedure caratteristiche e si fonda su un ethos specifico (che prevede valori come il dubbio

sistematico, la verificabilità intersoggettiva di ogni affermazione, il dialogo aperto, la disponibilità

universale dei risultati, e la valutazione di merito). Proprio per questo, la comunità scientifica può

entrare in contrasto con la società che la circonda, anche se non tutti i suoi membri si conformano

a questo ethos.

Cosa succede negli anni successivi al 1945?

Nella prima metà del 1900 sono avvenuti importanti eventi storici, come le due Guerre Mondiali,

l’emergere dell’URSS come semiperiferia ipertrofica, l’emergere degli USA come potenziale potenza

egemone e le prime spinte alla decolonizzazione, sostenute sia dagli USA che dall’URSS per attrarre

i nuovi Stati nella propria area di influenza.

Negli anni successivi al 1945, quelli del secondo dopoguerra, sono gli anni della Guerra Fredda tra

USA e URSS, del definitivo assestamento degli USA come potenza egemone del sistema-mondo e

dell’emergere dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo come soggetti politici rilevanti.

Cosa s’intende per “Terzo Mondo”?

Con questo termine, si indicano tutti i Paesi che non appartengono né al “Primo Mondo”

capitalista né al “Secondo Mondo” comunista. Tuttavia, esso non ha solo una valenza aritmetica,

ma anche e soprattutto politico-ideologica, in quanto richiama il Terzo Stato della Rivoluzione

Francese, che allora non aveva mai contato nulla ma poi ha preteso di essere ascoltato.

Quali erano le proposte di USA e URSS?

L’URSS cercava di attrarre i nuovi Stati e quelli che ancora dovevano conquistare l’indipendenza

con le parole d’ordine leniniste di estensione della liberazione e della lotta di classe a tutti i popoli,

per creare un socialismo mondiale.

Gli USA, per controbilanciarla, interpretarono questa nuova fase in chiave democratica e

sviluppista, secondo la linea indicata da Roosevelt, cioè la creazione di un New Deal mondiale. Il

programma era l’estensione dei livelli di welfare già raggiunti dai Paesi del centro al resto del

mondo e, per realizzarlo, dovevano giocare un ruolo di primo piano l’alleanza delle Nazioni Unite ,

per la diffusione dei valori liberal-democratici, e alcune istituzioni internazionali come l’ONU, la

Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, strettamente sorvegliati dagli USA.

Cos’è l’unimondismo?

L’unimondismo è il modo di vedere il mondo come un sistema unico, diffusosi negli anni ‘40.

Infatti, grazie al trionfo dei saperi corporati, il mondo viene pensato e costruito in termini delle

proiezioni multinazionali delle corporations.

È bene notare che però questa tendenza non è dipesa esclusivamente dal centro egemonico USA,

ma dalla stessa divisione mondiale del lavoro, che aveva già da tempo creato le sue

interdipendenze. Infatti, le relazioni tra i popoli erano ormai percepite come sincroniche.

Quali, tra le tendenze unimondiste, sono da segnalare?

È da ricordare innanzitutto il programma di ricerca degli antropologi afro-inglesi che in Sud Africa

negli anni ‘30 era arrivato a considerare africani ed europei come componenti di un unico sistema

sociale.

Molto legato a questi antropologi fu Max Gluckman, che coniò la nozione di “campo sociale”, un

contesto allargato di eventi interdipendenti e non di campi diversi che entrano in contatto

culturale.

Poi si segnala Wendell Willkie che, nella sua opera “One World”, ispirato da un viaggio

semidiplomatico per il mondo in piena guerra, denuncia i residui di isolazionismo dell’opinione

pubblica americana, che sembra voglia temporaneamente rinunciare alla leadership mondiale.

Secondo Willkie, la pace va pianificata su basi mondiali e gli USA devono guidare il resto del

mondo a diventare a sua volta libero sia politicamente che economicamente.

Non si può inoltre tralasciare l’UNESCO, un’organizzazione fondata in seno all’ONU, la più

unimondista delle istituzioni sovranazionali. L’UNESCO ha infatti dato il via alla formazione di una

nuova storiografia e scienza sociale mondiale.

Nel 1948, poi, l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la “Dichiarazione Universale dei Diritti

Umani”, una dichiarazione accettabile da tutte le religioni, ideologie e culture, ma che rispecchiava

comunque il liberalismo internazionalista promosso dall’amministrazione americana.

Cosa sono gli area studies?

In questi anni, cominciò a disgregarsi anche la divisione tra i saperi, che prima era considerata

indice di modernità. Il sistema universitario mondiale era in espansione e, essendo quello degli

USA quello dominante, quando conobbe un nuovo assetto, influenzò anche tutti gli altri.

Il nuovo assetto degli studi superiori americani era costituito dagli area studies, cioè dagli studi

non più per discipline, ma per aree. Così facendo, si creavano gruppi interdisciplinari di esperti per

ogni area del mondo rilevante.

Dato che gli area studies fiorirono negli anni della Guerra Fredda, l’URSS li adottò a sua volta, ma

ovviamente con un nome di verso e con se stessa come vertice politico di riferimento.

Cosa sono le teorie della modernizzazione?

Nei dipartimenti di scienze sociali americani e negli area studies, in quegli anni, dominavano le

teorie della modernizzazione.

Per teorie della modernizzazione s’intendono infatti quegli studi americani che, negli anni ‘50 e ‘60,

si sono occupati dei processi di mutamento in corso nei Paesi non occidentali. Esse s’ispiravano

all’approccio struttural-funzionalista di Parsons, soprattutto per quanto riguardava la divisione tra

società moderne e tradizionali.

Fu in tale ambito che si pose una grande enfasi sui concetti di “sviluppo” e “sviluppo politico”.

Infatti, secondo queste teorie, tutti gli Stati si sviluppavano allo stesso modo, ma secondo ritmi

differenti. Ciò implicava che gli Stati meno sviluppati dovessero imitare quelli più sviluppati,

attraverso un cammino graduale e non rivoluzionario, come invece riteneva l’Unione Sovietica.

Gli Stati centrali avrebbero dovuto infatti incentivare negli altri Paesi la diffusione di macchine e di

fonti di energia inanimate e lo sviluppo dell’istruzione e dei media, e avrebbero dovuto sostenere le

élites locali animate da uno spirito imprenditoriale.

Così facendo, l’eccezionalismo americano e occidentale veniva legittimato anche agli occhi degli

stessi americani, che non ne ricavavano più un’identità solo nazionalista, ma anche e soprattutto

sistemica.

Cos’è stato il “progetto sviluppo”?

A causa delle spinte critiche da parte dei Paesi periferici ex-coloniali che, dopo la Conferenza di

Badung del 1955, avevano cominciato ad aggregare i propri interessi e a causa delle rivoluzioni

culturali ad opera dei ceti medi dei Paesi centrali, si sentì l’esigenza di rilanciare nuovamente l’idea

di “modernizzazione”, attraverso il cosiddetto “progetto sviluppo”.

Esso era il progetto delineato dalle 4 linee guida dell’amministrazione Truman, che erano il

sostegno all’ONU, il Piano Marshall per la ricostruzione economica europea, la creazione della

NATO contro il blocco sovietico e l’estensione dell’aiuto tecnico a tutti i Paesi sfavoriti.

Questo ultimo e quarto punto era un compito collettivo da realizzare attraverso l’ONU e le sue

istituzioni. La garanzia di questi investimenti, però, non nascondeva che lo sviluppo degli altri

Paesi sarebbe stato anche un prerequisito per la crescita del commercio americano.

Cosa sosteneva Walt W. Rostow, ne “Gli stadi dello sviluppo economico”?

Nella sua opera, Rostow riprese la teoria degli stadi dello sviluppo di Marx, ma in chiave

rigidamente liberal-marxista.

Egli distinse 5 fasi dello sviluppo, realizzabili per tutti i paesi: la fase della società tradizionale,

quella delle condizioni preliminari per il decollo (che corrisponde alla rivoluzione politica), quella

del decollo vero e proprio (che corrisponde alla rivoluzione industriale, il cosiddetto “take off”),

quella della maturità e infine quella del grande consumo di massa.

Rostow riteneva che gli ostacoli dello sviluppo, più che economici, fossero culturali, in quanto le

società del Terzo Mondo erano ancora basate sull’ascrizione e sul particolarismo, quindi su un

atteggiamento tradizionalistico. Egli era però convinto che questi ostacoli potessero essere superati

dal sostegno occidentale.

Quali erano i limiti del progetto sviluppo?

Come osserva Jedlowski, l’occidente è progredito gradualmente in un lunghissimo arco di tempo e

quindi non può pretendere che i Paesi del Terzo Mondo colmino le loro “lacune” tutte insieme.

Inoltre, la contrapposizione tra società moderne e tradizionali di Parsons è estremamente

grossolana, perché non tiene conto né della realtà storica né delle immense diversità locali. Tra

l’altro, nelle società “moderne” non mancano le tradizioni.

Ancora, la modernità si è sviluppata in modo selettivo, in ambiti diversi con tempi diversi, nonché

in modi diversi di Paese in Paese. Poi, non esiste un vero nesso tra modernizzazione economica e

democratizzazione della vita politica, in quanto alcuni regimi autoritari hanno provveduto allo

sviluppo economico di vari Paesi del mondo.

Cosa s’intende per sviluppo sostenibile o sviluppo umano?

Assodato che il “primo decennio dello sviluppo”, quello tra gli anni ‘50 e ‘60, è stato dominato da

queste teorie, nel secondo, quello tra gli anni ‘60 e ‘70, cominciò a farsi strada l’idea che i Paesi

“arretrati” non avrebbero mai potuto svilupparsi se non avessero prima soddisfatto i bisogni umani

fondamentali ed essenziali che allora mancavano, come cibo, alloggio, abbigliamento, arredi, acqua

potabile, sanità, mezzi pubblici, istruzione e cultura. Si cominciò a parlare dunque di “sviluppo

sostenibile” o “sviluppo umano”.

Cosa sono le teorie della dipendenza?

Al progetto sviluppo, palesemente traduzione di una scelta politica mirata a temperare le nuove

tensioni mondiali, si opposero una serie di teorie formulate sia dai Paesi della periferia e della

semiperiferia che da quelli del centro.

Tra queste, la teoria della dipendenza, sviluppata in seno all’ECLA, cioè la Commissione

Economica dell’ONU per l’America Latina, soprattutto da Raùl Prebish, che per primo usò il

concetto di centro-periferia per descrivere la divisione assiale del lavoro.

Essa costituisce la prima importante elaborazione periferica della struttura dei rapporti umani in

regime di sistema-mondo, tra l’altro in termini neo-marxisti.

Secondo le teorie della dipendenza, sviluppate da autori come Gunder Frank, i Paesi sviluppati del

centro creano il sottosviluppo della periferia, perché il modo di produzione capitalistico è basato in

sé su uno scambio ineguale.

Cos’è successo nel 1968?

Il 1968 è stato segnato dall’omonimo movimento antiautoritario di studenti e giovani. Esso è stato

internazionale, ma articolato e differenziato localmente, nonché particolarmente caratteristico dei

Paesi più ricchi del mondo.

Negli USA, le rivolte si concentrarono maggiormente sui diritti civili dei neri e sull’opposizione alla

guerra in Vietnam.

In Europa occidentale, soprattutto in Italia, sfociò invece in lotte operaie.

In Germania, sono noti i movimenti che si sono opposti alla rimozione della memoria

dell’Olocausto.

In Europa centro-orientale, si cominciava a sentire la dissidenza nei confronti del regime sovietico.

Negli anni ‘70, soprattutto in Italia e Germania, minuscole parti del movimento, ispirate al

marxismo-leninismo, hanno tentato la lotta armata, producendo risultati disastrosi per l’insieme

del movimento, accelerandone la fine.

Gli adesori al Sessantotto erano i figli di coloro che avevano realizzato la ricostruzione post-bellica,

i movimenti antisistemici, quelli che dicevano di aver creato la democrazia, ma i figli ne criticavano

gli esiti.

Il risultato fu, in diversi Paesi, l’ampliamento dei diritti civili, un maggiore impegno democratico

delle istituzioni, la promozione di rapporti sessuali liberi, una certa parità tra uomini e donne e la

sperimentazione di nuove forme di convivenza e di lavoro.

Spesso si sente dire che il Sessantotto non abbia conseguito risultati politici di rilievo, ma

Jedlowski osserva che la sua influenza sull’opinione pubblica ha accelerato la caduta delle ultime

dittature fasciste rimaste in Europa, e che inoltre ha contribuito alla crescita dei servizi pubblici e

alla realizzazione di condizioni di lavoro migliori in tutti i Paesi occidentali.

Inoltre, osserva Wallerstein, il Sessantotto non ha portato al potere nessuno dei rivoluzionari, ma

ha fatto venir meno il sostegno politico e culturale dato finora all’economia-mondo capitalistica.

I popoli oppressi, infatti, si resero conto che non potevano più accontentarsi delle loro condizioni.

La supremazia liberale fu scardinata, a favore della destra e della sinistra, che ne approfittarono per

riproporre i propri valori più radicali. I valori di sinistra su razza e sesso vennero legittimati con

numerose campagne contro il razzismo e il cambiamento dei costumi sessuali.

Come il Sessantotto ha influenzato la sociologia, secondo Jedlowski?

Il Sessantotto ha influenzato la sociologia soprattutto per quanto concerne il tema dei movimenti

collettivi.

Prima, infatti, l’emergere dei movimenti collettivi era considerata espressione dei conflitti di classe,

o espressione di particolari condizioni di deprivazione.

Adesso, essi sono considerati uno dei fattori più potenti e ricorrenti del mutamento sociale.

Numerosi sociologi hanno infatti cominciato a studiare le loro forme organizzative, le loro risorse, i

diversi modi che hanno di mobilitare i propri membri ecc.

Che rilevanza ebbero i movimenti neofemministi?

Particolarmente rilevante furono i movimenti delle donne, detti “neofemministi” per distinguerli

dalle suffragette di fine ‘800. Essi sono stati molto attivi negli anni ‘70 e ‘80, mettendo

radicalmente in questione la subordinazione femminile e promuovendo l’emancipazione in ogni

ambito possibile.

Tra le conseguenze che hanno prodotto in ambito sociologico, Jedlowski cita la rivoluzione della

cosiddetta “sociologia della famiglia”, la teorizzazione della costruzione sociale dei ruoli di genere e

il rovesciamento dei modi di intendere alcuni temi tradizionali, come quello del lavoro.

Infatti, gli studi delle donne hanno proposto problemi e oggetti dapprima ignorati.

Quali diversi approcci Jedlowski individua nella sociologia contemporanea?

Quando parla di “sociologia contemporanea”, Jedlowski indica quella che segue gli anni ‘60 fino ad

arrivare ai giorni nostri.

Egli distingue due approcci diversi tra quelli dominanti: il rinnovamento dell’individualismo

metodologico, per certi versi ispirato alla teoria di Weber, e lo sviluppo di un approccio sistemico,

ispirato alle teorie di Parsons.

Tuttavia, la maggior parte di ricerche sociologiche recenti non si richiamano del tutto a nessuno di

questi approcci , ma prediligono posizioni intermedie.

Cosa dice sull’individualismo metodologico?

Per quanto riguarda l’individualismo metodologico, Jedlowski distingue due versioni: la “teoria

della scelta razionale”, ritrovabile frequentemente negli USA, e la teoria di Raymond Boudon.

Secondo la teoria della scelta razionale, la realtà sociale è composta da aggregazioni di azioni

individuali intrecciate tra loro. Gli esiti sono imprevedibili, ma sono dipendenti comunque da

decisioni che i soggetti prendono in vista della massimizzazione di un’utilità, cioè della capacità di

soddisfare determinate preferenze riguardanti beni potenzialmente raggiungibili. Essa si ispira

certamente all’economia neoclassica, secondo cui gli individui sono esseri razionali che agiscono

per il loro tornaconto.

Secondo Boudon, invece, il principio della razionalità dell’attore si riduce alle ragioni per cui

compie l’azione, a prescindere che siano esse legate ad un’utilità. Esse infatti potrebbero essere

anche legate all’adesione a una norma, a un ideale ecc.

Cosa dice sull’approccio sistemico?

Come maggiore esponente di questo approccio, Jedlowski indica Niklas Luhmann, che ritene che il

sistema, inteso come isolamento di alcune possibilità che esistono nel mondo, sia autoreferenziale

e autopoietico.

Autoreferenziale perché definisce l’ambiente, ossia tutto ciò che gli è esterno; autopoietico perché i

suoi sviluppi sono il risultato delle sue capacità.

Egli sosteneva che essendo la realtà costituita da un’insieme di sistemi, essa è costituita da una

molteplicità di sistemi di relazioni.

Cosa sono i cultural studies?

I cultural studies sono studi sociali secondo i quali la cultura è indissolubilmente intrecciata con le

pratiche degli attori sociali perché si riproduce nella vita dei soggetti concreti, che la riformulano e

innovano costantemente.

Essi sono oggetto di studio privilegiato del Center for Contemporary Cultural Studies, fondato a

Birmingham negli anni ‘60. Gli studiosi di Birmingham sono particolarmente affascinati dal lavoro

di Gramsci, autore in cui è possibile trovare un marxismo capace di tematizzare la cultura come

campo di lotta per l’egemonia delle classi. Infatti, in una stessa società possono esserci diversi

orientamenti culturali in conflitto tra loro.

Essi ritengono che la cultura è inoltre in continuo divenire, nel senso che alla scomparsa di

determinate “sottoculture”, ne fioriscono di nuove.

Che idea hanno gli studiosi di Birmingham sui media?

A partire dagli anni ‘80, questi studiosi hanno cominciato a manifestare una particolare attenzione

per i media, per la vita quotidiana e per i consumi che ad essi sono associati. Essi osservano come i

media siano gli strumenti più efficaci utilizzati dalle classi dominanti per imporre la propria

egemonia, opponendosi però all’idea di società di massa, poiché il pubblico non è passivo, ma

attivo e capace di interpretare ciò che vede in modo diverso da persona a persona. Alcune ricerche

empiriche hanno dimostrato come variabili come l’istruzione, l’età, il genere, l’appartenenza etnica,

la collocazione professionale determinino in modo sostanziale il modo in cui i soggetti accolgono i

messaggi trasmessi dai media.

Cosa accade nella politica mondiale negli anni ‘80 e che conseguenze vengono

prodotte sulla stratificazione sociale?

Negli anni ‘80, la crisi del “progetto sviluppo” dilaga e si sente la necessità di un “nuovo ordine

mondiale”, data da alcuni particolari momenti storici, come la crisi petrolifera del ‘73, la crisi del

debito, la caduta dell’URSS e la fine della Guerra Fredda. Infatti, il decennio ‘80-’90 è stato un

“decennio perso” per lo sviluppo. Era chiaro che le cose dovevano cambiare.

Si diffondono allora una serie di politiche chiamate “neoliberiste”, i cui pionieri furono il primo

ministro inglese Margaret Thatcher e il presidente americano Reagan, per cui i servizi del welfare

smettono di crescere o diminuiscono e gli Stati lasciano le imprese private più libere di agire sui

mercati, allo scopo di garantire il libero flusso delle merci e capitali, ma non del lavoro.

Dunque, ora lo sviluppo viene visto come partecipazione e competizione sul mercato mondiale,

gestito attraverso gli Stati del G7 e dalle agenzie multilaterali come la Banca Mondiale, il Fondo

Monetario Internazionale e il WTO. Non tutti, adesso, possono conseguire lo stesso risultato, come

invece sostenevano le teorie degli stadi dello sviluppo, e tutte e tre le aree del sistema (Primo,

Secondo e Terzo Mondo) sono subordinate alle istituzioni globali.

Lentini chiama tutto ciò “progetto globalizzazione”.

Le società occidentali tendono sempre di più a una polarizzazione tra quelli inclusi nel godimento

del benessere e quelli esclusi, o che sono minacciati di esserlo. Per questo, sorgono i cosiddetti

“contromovimenti” di stampo conservatore, che s’impegnano a difendere le proprie posizioni di

relativo privilegio. Alcuni, di stampo etnico o neonazionalista, sviluppano una forte xenofobia nei

confronti della nuova classe subalterna, quella dei migranti che provengono dalle aree più disagiate

del mondo che offrono lavoro a basso costo ma restano esclusi da gran parte dei diritti civili.

Cos’è la globalizzazione?

Il termine “globalizzazione” ha iniziato a diffondersi negli anni ‘80 per indicare le attività

economiche, politiche e culturali che mettono in relazione gli Stati e le società della comunità

“mondiale” in un rapporto di forte interdipendenza, particolarmente evidente nel sistema

finanziario, dell’informazione e dell’intrattenimento, e negli effetti della produzione e degli stili di

vita sull’ambiente naturale. Infatti, l’inquinamento è un problema mondiale e sono molto discusse

le misure da adottare per contenerlo e per la scelta di chi ne debba pagare i costi.

L’oggetto delle scienze sociali, adesso, non è più la società dello Stato-nazione, ma la “società

globale”.

Philip McMichael, per esempio, allievo di Wallerstein, ripropone lo studio del presente secondo le

linee dell’economia politica mondiale, un aggiornamento recente del liberal-marxismo dato

dall’integrazione tra gli studi delle relazioni internazionali e gli studi di economia politica

internazionale. Servendosi di questo approccio, McMichael narra il periodo fra il 1940 e il 1970

secondo uno schema mondiale dominato dal “progetto sviluppo” e dall’imitazione del modello

occidentale. Poi, essendo che adesso la crescita economica non è più organizzata a livello nazionale,

ma lo è a livello globale, la prospettiva globale secondo, McMichael, deve essere il nuovo quadro

interpretativo delle scienze sociali.

Tuttavia, ai saperi dei Paesi centrali, che vedono l’insieme come unico modo di rappresentazione e

come risultato di un unico processo costitutivo del modo di organizzazione, continuano a

contrapporsi i cosiddetti “saperi subalterni” dei Paesi marginali, che li utilizzano per distinguersi e

per crearsi un’identità diversa. Saranno proprio questi “saperi subalterni” quelli adottati dai

movimenti no global.

Cosa sono i postcolonial studies?

La globalizzazione porta con sé la necessità di strumenti analitici capaci di muoversi su reti spaziali

ridefinibili di volta in volta. Dunque, servono competenze multidisciplinari e le barriere che

dividevano i saperi cominciano a scalfirsi, aprendosi a contaminazioni.

La sociologia in particolare è sempre più divisa in sottodiscipline, ma ora in essa si fondono

pensieri provenienti da tutto il mondo che s’intrecciano tra loro.

Jedlowski si focalizza in particolare sui postcolonial studies, studi trans-disciplinari che intendono

il passato coloniale come un’eredità che contribuisce in modo sostanziale allo sviluppo del

presente. Infatti, il colonialismo è stato legittimato da una serie di ideologie che l’hanno reso

plausibile, influenzando anche gli scienziati sociali e creando la realtà stessa che intende

raccontare, esprimendo valori e credenze che legittimano appunto la dominazione.

Cosa s’intende per “postmodernismo”?

Il termine nasce in campo artistico ed ha diverse accezioni, ma in sociologia indica, soprattutto su

ispirazione all’opera di Jean-François Lyotard, l’idea che la società e la cultura contemporanee non

possano più essere descritte secondo le categorie proprie della modernità.

Infatti, ora sia il pensiero sociale che quello scientifico postmoderni riconoscono che non esiste un

linguaggio unico per definire la realtà, che nessun sapere può essere universale o assoluto perché

esistono un’infinità di interpretazioni del mondo ugualmente plausibile.

Ciò ha determinato, oltre a una sfiducia nell’idea di progresso, alla luce delle catastrofi che

potrebbe creare, la messa in discussione dell’idea stessa di realtà, per alcuni ormai indistinguibile

dalla simulazione.

Per capire se viviamo davvero in un’età postmoderna, dobbiamo definire la modernità. Jedlowski

l’ha definita, nel suo manuale, come epoca del sistema economico capitalistico. Stando a questa

definizione, non ne siamo ancora usciti e il postmoderno è solo una logica culturale. Tuttavia, egli

riconosce che si avverte un prossimo passaggio a una nuova epoca, però ancora molto difficile da

interpretare.

Chi è Eisenstadt?

Eisenstadt è un sociologo che ha coordinato e realizzato una serie di ricerche comparate in cui,

mettendo a confronto i diversi modi in cui le civiltà hanno recepito la diffusione della “modernità

occidentale”, arriva a constatare che la “sfida occidentale” abbia in realtà fatto sviluppare

“modernità multiple” in diverse parti del mondo.

Chi è Immanuel Wallerstein e cos’è il sistema-mondo?

Wallerstein è un sociologo formatosi alla Columbia University nel periodo di consolidamento del

New Deal, e quindi nell’ambito dello struttural-funzionalismo. Egli però, grazie alle sue ricerche

sul mutamento sociale in Africa occidentale attraverso gli strumenti del liberal-marxismo e

all’approfondimento della “situazione coloniale”, mise in discussione la scienza sociale liberale, che

aveva ancora come oggetto lo Stato-nazione, per avvicinarsi ai teorici della dipendenza i quali,

ponendo l’enfasi sulle interdipendenze strutturali, prediligevano una visione d’insieme.

Wallerstein cominciò allora a considerare obsoleta l’unità d’analisi dello Stato-nazione e decise di

riscrivere la storia dell’Occidente come storia della formazione di un’unica economia-mondo che

lega tutti gli Stati e che è la base del “sistema-mondo”. Il sistema-mondo, prima forma di

aggregazione umana a tendenza mondiale che supera le forme parziali degli imperi-mondo

dominanti fino al XV secolo, deve essere la nuova unità d’analisi delle scienze sociali.

Esso non è “del” mondo, ma “è” un mondo, che può essere localizzato anche in un’area che non

ricopre tutto il globo. È dotato di confini, strutture, gruppi e regole di legittimazione ed è il risultato

di conflitti tra forze che lo tengono insieme ma allo stesso tempo lo logorano, poiché ogni forza

cerca di riplasmarlo a proprio vantaggio.

Il sistema-mondo ha poi un proprio ciclo vitale, quindi è destinato ad essere sostituito da un altro

sistema. È basato su un’economia-mondo, che è una divisione assiale del lavoro con un centro, una

semiperiferia e una periferia. Tra centro e periferia, come sostengono i teorici della dipendenza,

vige uno scambio ineguale. Le periferie non devono infatti essere considerate “società tradizionali”,

poiché sono state incluse in un certo modo nel sistema e per questo non possono “svilupparsi”.

Le posizioni degli Stati possono variare in questo schema, ma spesso si verificano crisi che

preludono variazioni più ampie, come quella che stiamo vivendo. Essa è tuttavia un processo di

lunga durata.

Quando nasce l’analisi dei sistemi-mondo?

Per Wallerstein l’analisi dei sistemi mondo era già emersa a metà 1700, ma comincia a essere

legittimata come “nuova” prospettiva di indagine intorno ai primi anni ‘70, dopo lo shock culturale

del 1968; e per “nuova” Wallerstein intende dire che per la prima volta il mondo considera

seriamente le idee da essa espresse.

Infatti, nessuna prospettiva è mai del tutto “nuova” e già nel 1700 l’economia-mondo capitalistica,

presente già da 2 secoli, con il suo imperativo di generare incessantemente accumulazioni di

capitale, aveva generato bisogni di innovazione tecnologica e di espansione delle frontiere anche

intellettuali, facendo sentire l’esigenza di capire come l’uomo conosce. È infatti in questi anni che

avviene il divorzio scienza-filosofia, che cominciano a fiorire le scienze sociali, alcune che si

occupavano dell’occidente, quali la sociologia, l’economia, la storia e la scienza politica, e altre che

si occupavano del resto del mondo, che non poteva più essere ignorato, quali l’orientalismo e

l’antropologia. Dopo il 1945, poi, questa divisione cominciò a disgregarsi.

Quali sono i dibattiti fondamentali che, tra il 1945 e il 1970, hanno creato le

premesse per l’emergere dell’analisi dei sistemi-mondo?

Sono stati soprattutto il dibattito centro-periferia da parte dei teorici della dipendenza, il dibattito

sul modo di produzione asiatico e quello sulle origini del capitalismo.

[Per il concetto di centro-periferia vedi “cosa sono le teorie della dipendenza?”

sopra. In questo caso, è fondamentale dire che hanno messo in discussione sia la

teoria dello sviluppo che l’unità d’analisi dello stato-nazione.]

Qual è stata la funzione del dibattito sul modo di produzione asiatico?

Un altro dibattito che ha fatto incrinare la teoria degli stadi, però dal punto di vista marxista, è

stato il dibattito sul modo di produzione asiatico, che indicava il modo di produzione di quei

sistemi imperiali centralizzati che Marx non riuscì a collocare in una sequenza lineare dello

sviluppo. Nonostante negli anni ‘30 il dibattito fosse stato abolito da Stalin poiché temeva che gli

studiosi potessero indicare con quella definizione la storia della Russia o il suo regime, alla sua

morte, avvenuta negli anni ‘50, il dibattito si riaprì, aprendosi anche al confronto con la scienza

sociale non marxista.

Che funzione ebbe invece il dibattito sulle origini del capitalismo?

Chiamato anche “transizione dal feudalesimo al capitalismo”, questo dibattuto ha avuto la funzione

di mettere in discussione l’unità d’analisi dello stato-nazione, poiché accanto a chi sosteneva che

fossero stati cruciali i rapporti di produzione all’interno degli Stati, c’era chi considerava cruciali i

flussi commerciali esterni agli Stati.

Qual è la differenza tra economie-mondo e imperi-mondo?

Essi sono le due varietà di sistemi-mondo esistite.

L’economia-mondo è una divisione assiale del lavoro con molti centri politici e molte culture.

L’impero-mondo è invece una grande struttura burocratica dotata di una divisione assiale del

lavoro con molte culture, ma un unico centro politico.

Chi era Fernand Braudel e perché è stato importante, secondo Wallerstein?

Fernand Braudel è stato la guida della scuola storiografica degli Annales a partire dal 1945.

Egli è stato importante non solo per l’unità di analisi, sottolineando che il Mediterraneo del XVI

secolo fosse già un’economia-mondo, ma anche per la critica sia all’approccio ideografico che a

quello nomotetico.

Infatti, egli riteneva che il tempo sociale considerato dagli studiosi ideografici fosse troppo breve,

episodico; mentre che quello dei nomotetici fosse invece troppo lungo e stabile, appunto eterno.

Così, propose una presa in considerazione di temporalità differenti, che riflettessero appunto realtà

sociali differenti, sotto la nozione di “tempo sociale”, composto sia da un tempo “strutturale” di

lunga durata ma non eterno, detto appunto “longue durèe”, che da un tempo “ciclico”, composto

dagli alti e bassi che si verificano in un dato tempo strutturale.

La longue durèe è quindi la durata di uno specifico sistema sociale; quindi ciò che indagano gli

scienziati sociali.

Cos’è il lungo XVI secolo?

Appunto sulla scia della definizione di longue durèe, Braudel con l’espressione “lungo XVI secolo”

indica l’arco di tempo tra il 1450 e il 1650, in cui si definisce l’economia-mondo moderna.

In che senso il sistema-mondo moderno è un’economia-mondo capitalistica?

Il sistema-mondo moderno, che ha avuto origine nel XVI secolo per poi espandersi coprendo tutto

il globo, è un’economia mondo capitalistica. Infatti, esso è costituito da un’estesa area geografica in

cui esiste un’ampia divisione del lavoro e in cui convivono molte unità politiche, legate da un

sistema interstatale, e molte culture e gruppi diversi, che tuttavia hanno anche creato alcuni

modelli culturali comuni, che Wallerstein chiama “geocultura”.

Quest’economia-mondo è capitalistica poiché è definita dalla priorità accordata dell’incessante

accumulazione di capitale.

A differenza di Marx, per capitale si intendono tutti i beni che possono essere impiegati per

l’investimento in attività produttive, ed esso è esistito in tutti i sistemi storici.

Quindi, all’interno di questo sistema, individui e aziende accumulano il capitale col fine di

accumularne sempre di più, secondo un meccanismo strutturale che li avvantaggia rispetto a chi

segue altri fini, che viene innegabilmente penalizzato.

L’economia-mondo del sistema-mondo moderno è sopravvissuta per molto tempo proprio grazie al

capitalismo, che d’altra parte non potrebbe esistere senza l’economia-mondo stessa, poiché non

avrebbe un ampio mercato e una molteplicità di Stati.

Cos’è il mercato? E perché non può essere libero?

Il mercato è una concreta struttura locale o un’istituzione virtuale trans-spaziale in cui individui o

imprese vendono e comprano beni. Esso influenza le decisioni di tutte le altre istituzioni, ma non

può sussistere senza l’interferenza di esse.

Infatti, anche se gli imprenditori dicono di volere il lasseiz-faire completo, non lo vogliono davvero,

perché un mercato completamente libero renderebbe impossibile l’incessante accumulazione di

capitale, perché i venditori contratterebbero al ribasso con i compratori fino a ridurre all’estremo il

profitto, cancellando dunque la basi sociali per l’esistenza di tale sistema.

Tutti i produttori ambiscono al monopolio, che è una situazione molto rara da realizzare. Quindi, i

produttori più forti tendono a realizzare un oligopolio, cioè una situazione in cui vi sono pochi e

grandi venditori sul mercato di un determinato bene e si accordano per fissarne i prezzi.

Queste situazioni sono molto redditizie, ma si auto-distruggono per l’ingresso di nuovi concorrenti

sul mercato.

Esse possono essere realizzate solo con il sostegno degli Stati, che possono creare brevetti, adottare

misure protezionistiche, finanziare questi produttori, agevolarli fiscalmente. Inoltre, gli Stati forti

possono imporre a quelli deboli di non attuare misure contro-protezionistiche.

Qual è la dinamica delle imprese che agiscono sui mercati e su cosa si basa la

divisione assiale del lavoro?

La dinamica delle imprese è quella di sfuggire alla concorrenza e di creare condizioni che

favoriscano situazioni di oligopolio, con l’aiuto degli Stati.

Le imprese sono sempre in conflitto tra loro, poiché il fallimento elimina i competitori debiti e

favorisce per gli altri l’accumulazione di capitale.

La divisione assiale del lavoro è definita “centro-periferia”, poiché la produzione è divisa in prodotti

centrali e prodotti periferici. Nei processi di produzione centrale, i processi sono controllati da

semi-monopoli; mentre nei processi di produzione periferici, i processi sono realmente

concorrenziali. Dunque, la remuneratività è direttamente connessa al grado di monopolizzazione.

Quando si realizza uno scambio, i prodotti concorrenziali sono in una posizione di debolezza,

mentre quelli semi-monopolizzati in una situazione di forza, creando uno scambio ineguale, cioè

un flusso di plusvalore dai produttori di prodotti periferici ai produttori di quelli centrali.

Quali sono le conseguenze geografiche del sistema centro-periferia?

Essendo che i semi-monopoli dipendono dal sostegno degli Stati forti, spesso sono localizzati in

essi. Tenendo sempre conto del fatto che si parla di relazioni tra processi di produzione, si può

parlare di Stati centrali, che proteggono i semi-monopoli, Stati periferici, che non sono in grado di

incidere sulla divisione assiale, e Stati semiperiferici, che hanno una combinazione più o meno

bilanciata di prodotti centrali e periferici. Essi sono quelli che si avvalgono delle misure

protezionistiche, per proteggersi dagli Stati più forti.

Cosa sono i cicli di Kondratieff?

Il ciclo di Kondratieff, descritto appunto dall’economista Nikolaj Kondratieff, è il fenomeno per cui

a un periodo di espansione dell’economia-mondo segue un periodo di stagnazione.

Infatti, nella fase di espansione vi sono industrie-guida semi-monopolistiche che garantiscono un

periodo di relativa prosperità, ma con l’ingresso di altri competitori sul mercato si ha l’auto-

distruzione dei semi-monopoli. Ciò comporta una sovrapproduzione, che comporta a sua volta una

maggiore competizione sul prezzo che comporta a sua volta una riduzione dei saggi di profitto.

Questo è il periodo della stagnazione, in cui i prodotti invenduti aumentano, la produzione rallenta

e i produttori cercano di delocalizzare i processi produttivi in zone più economiche attraverso il

sistema della runaways factories.

Questi cicli durano mediamente tra i 50 e i 60 anni, ma la loro durata reale dipende anche dalle

politiche adottate dagli Stati per evitare la stagnazione e per le misure adottate durante essa per

stimolare una nuova fase di espansione.

Cos’è un aggregato domestico?

Un aggregato domestico, household in inglese, è un insieme di individui, anche di entrambi i sessi e

di età diverse, che mettono in comune i loro redditi. Esso può coincidere o meno con la famiglia e

molto di frequente non è caratterizzato da una residenza comune.

Gli aggregati domestici giocano un ruolo di primo piano, seguiti poi dai media, dalle istituzioni

religiose, dalle scuole e dai corpi militari, nella socializzazione degli individui secondo principi e

valori che insegnano a rispettare i ruoli ai quali siamo tenuti ad appartenere, o anche secondo

valori considerati ribelli e devianti. Questi aggregati antisistemici possono giocare un ruolo davvero

destabilizzante solo quando il sistema è in preda a una crisi strutturale, altrimenti contribuiscono

al suo funzionamento.

È lo Stato quello che ottiene più successo ad orientare gli aggregati, poiché è l’istituzione che ha a

disposizione più elementi per far pressione su di loro. Tuttavia, quando la sua efficienza viene

meno, tocca alla religione, alle organizzazioni etniche e ad altri gruppi di status il compito di

orientare le priorità degli aggregati domestici.

Quante forme di reddito esistono?

Wallerstein distingue 5 forme di reddito: il reddito da salario, l’attività di sussistenza, la piccola

produzione di merci, i trasferimenti e le rendite.

Il reddito da salario è il pagamento per il lavoro di un componente dell’aggregato svolto all’esterno

di esso, a prescindere che il lavoro sia occasionale o regolare, a tempo o a cottimo.

L’attività di sussistenza è la produzione destinata al consumo, senza il bisogno di dover entrare nel

mercato e acquistare beni. Essa è fondamentale perché esonera il lavoratore dalla spesa di

remunerazione di altri domestici e può influenzare l’accettazione o meno di un diverso livello di

retribuzione. Non a caso, costituisce gran parte del reddito.

La piccola produzione di merci, chiamata free-lancing nelle aree ricche e molto diffusa in quelle

povere, consiste nella produzione di prodotti da vendere sul mercato fabbricati all’interno

dell’aggregato domestico. La rendita è il reddito derivante dalle proprietà; i trasferimenti sono il

reddito che deriva dall’obbligo di altri individui di fornirlo.

Qual è la differenza tra aggregati domestici proletari e semiproletari?

Gli aggregati domestici proletari sono quelli in cui il reddito da salario ammonta al 50% o più del

reddito totale, quelli semiproletari in cui esso ammonta a meno del 50%.

Al datore di lavoro, ovviamente, converrebbe assumere individui provenienti da un aggregato

domestico semiproletario, in quanto accetterebbero una somma inferiore ma, a causa delle

richieste dei lavoratori e del bisogno di avere un’ampia domanda da parte dei datori stessi, c’è stato

un lento incremento del numero di aggregati domestici proletarizzati.

Cosa significano le espressioni “classe” e “gruppo di status” e qual è la differenza?

La classe è un concetto marxiano, ma per Wallerstein l’appartenenza a una classe o all’altra viene

definita dalla collocazione che un singolo aggregato domestico, e NON un singolo individuo, ha nel

sistema economico, dal suo reddito e dai suoi interessi.

Gruppo di status, invece, è un termine weberiano utilizzato per indicare quei raggruppamenti

sociali che non hanno un fondamento di classe ma che mostrano una qualche forma di solidarietà e

identificazione. La definizione di Weber aveva però una valenza oggettiva, nel senso che il gruppo

di status viene definito dal modo in cui il gruppo stesso viene percepito dagli altri esterni.

Alla fine del XX secolo però si è diffuso il termine “identità”, che indica lo stesso concetto ma sotto

un profilo soggettivo, cioè secondo il modo in cui questi individui identifichino loro stessi.

Cosa sono universalismo e particolarismo per Wallerstein e che funzione hanno?

Universalismo e particolarismo sono i due motivi ideologici opposti che attraversano ogni tipo di

legame complesso che intercorre tra i vari elementi dell’economia mondo.

L’universalismo implica la priorità di regole che vengano applicate indistintamente su tutti gli

individui; cosa che si traduce nella meritocrazia, nel suffragio universale, nell’uguaglianza di fronte

alla legge. È una norma positiva, nel senso che la maggior parte delle persone dice di credervi, e

crea grande conforto a tutti coloro che godono dei benefici del sistema, facendoli sentire meritevoli

di ciò che hanno.

Il particolarismo, che spesso si traduce in razzismo o sessismo, comprende tutte le norme anti-

universalistiche e gioca un importante ruolo nella distribuzione del lavoro, del potere e del

privilegio all’interno del sistema. Sono norme negative, da cui la maggioranza degli individui dice

di distaccarsi, anche se sono più radicate di quanto pensiamo. Esse infatti hanno una funzione, e

servono a giustificare le disuguaglianze, la polarizzazione, la divisione assiale del lavoro, le

gerarchie mondiali, religiose ed etniche.

Quand’è che uno Stato può dirsi sovrano? Come funziona il sistema interstatale?

Wallerstein dice che lo Stato moderno è uno Stato sovrano. Per sovranità, s’intende la totale

autonomia del potere statale da altre identità. Tuttavia, gli Stati moderni vivono in un ampio

sistema interstatale, che si può dire che esista come entità istituzionalizzata dalla Pace di Westfalia

del 1648, in cui vennero codificate alcune regole delle relazioni interstatali che allo stesso tempo

limitavano e garantivano una relativa autonomia. Queste regole saranno poi state sviluppate ed

elaborate con il nome di “diritto internazionale”.

La sovranità è dunque autonomia effettiva, e si realizza attraverso la rivendicazione di autorità sia

all’interno che all’esterno del proprio Stato. Tuttavia, essa non conta se non viene legittimata

tramite un riconoscimento reciproco, cioè se gli Stati potenzialmente o radicalmente in conflitto si

scambiano riconoscimenti come strategia di minor costo. Questo riconoscimento reciproco è il

fondamento del sistema interstatale. Infatti, anche se un’entità detiene il controllo de facto su una

data area territoriale, la sua proclamazione a Stato sovrano non ha valore se gli altri Stati non la

riconoscono.

Questo riconoscimento reciproco si attua anche in ambito nazionale, tra potere centrali ed

autonomie locali. Questo accordo è in genere tutelato da una Costituzione o da un’apposita

legislazione, ma se si rompe, e la frattura è grave, potrebbe generare una guerra civile. Se le

autonomie dovessero uscirne vittoriose, avrebbero davanti due strade: rivedere tutte le regole che

disciplinavano il rapporto o attuare una secessione, con la conseguente creazione di uno o più Stati

sovrani.

In che modi lo Stato può influenzare l’azione delle imprese?

Innanzitutto, lo Stato stabilisce se e a quali condizioni possono avvenire le transazioni

transfrontaliere. Le principali sono i movimenti di persone, capitali e merci.

Per quanto riguarda le persone, questo movimento interessa le imprese se si parla di lavoratori e

rappresenta per gli imprenditori un vantaggio di mercato, mentre rappresenta un ovvio svantaggio

per i lavoratori.

Per quanto riguarda le merci e i capitali, i venditori più forti vorrebbero che questi movimenti

avvenissero senza tasse o interferenze, ma i venditori concorrenti vogliono d’altra parte l’intervento

dello Stato per imporre dazi doganali o quote d’importazione.

Inoltre, lo Stato crea le norme relative ai rapporti di proprietà e può intervenire nel campo

dell’occupazione e della retribuzione dei dipendenti. Il sistema capitalistico è infatti dotato di un

criterio di divisione del plusvalore tra quello destinato all’accumulazione di capitale e quello

destinato alla remunerazione dei lavoratori, generando la lotta di classe per il plusvalore e lo Stato

può orientare la distribuzione in un senso o in un altro.

Può determinare la quota di costi di produzione internalizzata dalle imprese e favorire la creazione

di semi-monopoli; può scegliere l’ammontare e la modalità di tassazione.

Inoltre, le imprese sono influenzate ovviamente anche dagli Stati esteri nel momento in cui i

capitali, le merci e i dipendenti li attraversano.

Cosa definisce la forza di uno Stato?

La sua capacità di rendere concrete le decisioni giuridiche assunte. Più uno Stato è forte, più lo è il

suo apparato burocratico. Più lo Stato e debole, più è minore la ricchezza accumulata attraverso

attività economiche produttive e tanto più sono forti i notabili locali, che promuovono l’aspetto

mafioso dell’attività imprenditoriale.

In che modo gli Stati forti esercitano pressioni su quelli deboli nel sistema

interstatale?

Essi esercitano pressioni sugli Stati deboli affinché mantengano le frontiere aperte ai flussi dei

fattori di produzione utili e redditizi per le proprie imprese, opponendosi però a qualsiasi proposta

della controparte;

affinché insedino e mantengano al potere persone a loro gradite per indurli ad adeguarsi alle

proprie esigenze;

affinché accettino le loro pratiche culturali per rafforzare i legami a lungo termine;

affinché seguano la loro guida nei trattati e negli organismi internazionali.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Esame di sociologia con il professor Di Meglio, domande e risposte su tutto il programma.

Argomenti:
- Che cos'è la sociologia e a che serve
- La divisione tra scienze sociali
- Le origini del pensiero sociologico
- 1800
- Bentham
- Saint-Simon
- List
- Marx
- Dibattito sul metodo
- Durkheim
- Weber
- Capitalismo corporato
- Parsons
- Merton
- Teorie della modernizzazione
- Teorie della dipendenza
- Progetto sviluppo
- Globalizzazione
- Sociologia contemporanea
- 1968
- Wallerstein: Comprendere il mondo


DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher hickou1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Di Meglio Mauro.

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