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ARTHUR SCHOPENHAUER (1788-1860)

Opere più importanti

  • Il mondo come volontà e rappresentazione1 (1818-191, 18442, 18593)
  • Parerga e paralipomena: scritti filosofici minori (1851) (parerga = lavori secondari, paralipomena = cose rimaste)

La filosofia di Schopenhauer può essere considerata il più energico tentativo di sbarrare la strada al diffondersi della ottimistica e giustificazionista filosofia di Hegel, secondo cui tutto ciò che è reale è razionale, in quanto manifestazione di un Assoluto che se è Logos (ordine) è anche, soprattutto nel suo risultato finale (coincidente con lo Stato prussiano e con la filosofia hegeliana) è bene.

Per Schopenhauer nulla è più falso di questa filosofia che egli definisce

  • "mera ciarlataneria"
  • "buffonata filosofica"
  • "colossale mistificazione"
  • "la più vuota, insignificante chiacchierata di cui si sia mai contentata una testa di legno"
  • opera di un "sicario della verità"
  • opera di un "cialtrone dalla mente ottusa"
  • opera di un "accademico mercenario"
  • opera di "un ciarlatano di mente ottusa, insipido, nauseabondo, illetterato che raggiunge il culmine dell’audacia scarabocchiando e scodellando il più pazzi e mistificanti nonsensi"
  • opera composta con "gergo insignificante e insieme insensato, che ricorda il delirio dei pazzi"

In funzione antihegeliana egli sirichiama a Kant e alla sua Critica della ragion pura, di cui fa propria l'affermazione che la conoscenza del mondo - attraverso gli a-priori della sensibilità (spazio e tempo) e dell'intelletto (causalità) - è conoscenza del mondo dei fenomeni (delle apparenze, nel senso di come ci appare attraverso.....).

La conoscenza del mondo fenomenico è quella che Schopenhauer, nel suo capolavoro Il mondo come volontà e rappresentazione (1818-1819 ), chiama rappresentazione, intendendo con tale espressione - contrariamente a quello che pensava Kant, che al mondo fenomenico faceva corrispondere il mondo reale esterno a noi - un mondo illusorio che è solo dentro di noi, nella nostra coscienza, una specie di "velo di Maya" che nasconde il vero mondo, quella cosa in sé, quel noumeno che Kant aveva dichiarato inconoscibile.

ARTHUR SCHOPENHAUER (1788-1860)

  • Oltre più importanti
    • Il mondo come volontà e rappresentazione* (1818-191, 18442, 18593)
    • Parerga e paralipomena: scritti filosofici minori (1851) (parerga = lavori secondari, paralipomena = cose rimaste)

La filosofia di Schopenhauer può essere considerata il più energico tentativo di sbarrare la strada al diffondersi della ottimistica e giustificazionista filosofia di Hegel, secondo cui tutto ciò che è reale è razionale, in quanto manifestazione di un Assoluto che se è Logos (ordine) è anche, soprattutto nei suoi risultato finale (coincidente con lo Stato prussiano e con la filosofia hegeliana) è bene.

Per Schopenhauer nulla è più falso di questa filosofia che egli definisce

  • "mera ciarlataneria"
  • "buffonata filosofica"
  • "colossale mistificazione"
  • "la più vuota, insignificante chiacchierata di cui si sia mai contentata una testa di legno"
  • opera di un "sicario della verità"
  • opera di un "cialtrone dalla mente ottusa"
  • opera di un "accademico mercenario"
  • opera di "un ciarlatano di mente ottusa, insipido, nauseabondo, illetterato che raggiunge il culmine dell’audacia scarabocchiando e scodellando i più pazzi e mistificanti nonsensi"
  • opera composta con "gergo insignificante e insieme insensato, che ricorda il delirio dei pazzi"

In funzione antihegeliana egli si richiama a Kant e alla sua Critica della ragion pura, di cui fa propria l’affermazione che la conoscenza del mondo - attraverso gli a-priori della sensibilità (spazio e tempo) e dell’intelletto (causalità) - è conoscenza del mondo dei fenomeni (delle apparenze, nel senso di come ci appare attraverso...).

La conoscenza del mondo fenomenico è quella che Schopenhauer, nel suo capolavoro Il mondo come volontà e rappresentazione (1818-1819), chiama rappresentazione, intendendo con tale espressione - contrariamente a quello che pensava Kant, che al mondo fenomenico faceva corrispondere il mondo reale esterno a noi - un mondo illusorio che è solo dentro di noi, nella nostra coscienza, una specie di "velo di Maya" che nasconde il vero mondo, quella cosa in sè, quel noumeno che Kant aveva dichiarato inconoscibile.

Schopenhauer si considera discepolo di Kant, ma anche colui che ha completato il lavoro del maestro, pervenendo alla conoscenza della cosa in sé (il noumeno), che sta oltre i fenomeni.

L’essenza del mondo è sfuggita a Kant, perché egli ha fatto dell’intelletto la fonte della conoscenza.

E' invece la più pura corporeità la fonte della più profonda conoscenza: quella del vero essere, che sta sotto l’ingannevole rappresentazione che di esso ci dà l’intelletto.

E cosa ci dice la nostra esperienza corporale, se adeguatamente “auscultata”? Che essa è dominata dalla volontà di vivere,.

Gli studiosi di Schopenhauer concordano che l’espressione scelta per indicare l’essenza del mondo è tale da trarre in inganno, poiché volontà fa pensare a qualcosa di “razionale” e “consapevole”, mentre con essa egli definisce qualcosa che assomiglia di più a un impulso, a un’energia, a una forza cieca.

E’ questa forza l’essenza della nostra esperienza (corporale).

Ma tale “volontà di vivere”, che l’uomo scopre in sé, quando si ascolta, libero dai condizionamenti intellettuali, non è propria solo della nostra individuale realtà umana, ma essa è universale, di tutti gli uomini, animali, piante, vale a dire di tutte le realtà viventi, ma secondo Schopenhauer anche di quelle non viventi, inanimate.

Essa è la legge che accomuna tutti gli esseri dell’universo.

Essa è l’essere, il noumeno, oltre i fenomeni.

I caratteri salienti della volontà di vivere sono per S. che essa è:

  • inconscia - inconsapevole - alogica - arazionale
  • infinita
  • eterna
  • metatemporale e metaspaziale
  • senza scopo e fine
  • unica

Essa è la vera causa della sofferenza che accomuna tutti gli esseri dell'universo (tutto soffre), anche se solo gli uomini, e soprattutto gli individui più sensibili, ne sono consapevoli.

La filosofia di Schopenhauer è una delle più radicali forme di pessimismo e di critica di ogni tipo di ottimismo (metafisico, storico, sociale).

Ma essa è anche una delle più radicali forme di ateismo, poiché in un universo così, dominato dal caos e dalla sofferenza non c'è posto per Dio o almeno per il Dio delle religioni rivelate e delle metafisiche che lo rappresentano come fonte di ordine, armonia e di amore.

La volontà di vivere, per sua intrinseca natura, è generatrice di dolore.

Infatti volere è desiderare. Ma se il desiderio è infinito ad esso corrisponde sempre un soddisfacimento limitato, parziale. Inoltre ogni desiderio soddisfatto è generatore di molteplici altri desideri destinati a restare insoddisfatti.

Per cui la vita è una tensione continua verso ciò che non potrà mai essere raggiunto: e ciò non può che causare dolore.

Con espressione cruda, ma efficace, Schopenhauer afferma che la vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia (senso di vuoto che segue il momentaneo e parziale soddisfacimento di un desiderio – condizione peggiore dello stesso dolore).

Tra questi due estremi si collocano i rari momenti di felicità, che in realtà non sono altro che momenti di sospensione del dolore. In tal modo possiamo constatare che S. fa propria la concezione del piacere – felicità che già era stata di Epicuro, e che negli stessi anni era condivisa anche da Leopardi.

Da tale condizione di sofferenza solo gli uomini possono liberarsi, ma non certo attraverso il suicidio, che sia S. sia Leopardi rifiuta risolutamente.

Può invece liberarsi percorrendo tre vie.

In primo luogo attraverso l'arte, in modo particolare attraverso la musica, che consente la platonica contemplazione delle idee, le quali per Schopenhauer rappresentano la prima oggettivazione – manifestazione della volontà di vivere. Durante tale contemplazione l'uomo prova un momentaneo ristoro dal dolore che lo attanaglia.

In secondo luogo attraverso l'etica, che per Schopenhauer, a differenza di Kant, non ha la propria meta nella ragione, ma nel sentimento di pietà attraverso cui l'uomo sente come proprie le sofferenze degli altri (compassione) e comprende che tra chi soffre e chi fa soffrire vi è identità noumenica, al di là delle differenze fenomeniche.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuseppe.pompeo.3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Scienze Storiche Prof.
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