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Il rallentamento dello sviluppo economico e la crisi demografica agli inizi del Trecento

Un po' ovunque in Europa si registra un rallentamento del processo di crescita: innanzitutto cominciano a diradarsi le grandi opere di dissodamento, rallenta il ritmo della fondazione di nuovi insediamenti. Per gli anni 1313-1316 è stato calcolato per la Francia e l’Inghilterra un aumento dei prezzi intorno al 300% rispetto agli anni immediatamente precedenti. La conseguenza fu un aumento generale del tasso di mortalità. Non mancano poi ricorrenti catastrofi naturali come l’inondazione a Firenze nel 1333. Nel 1321 fu la scarsità di pioggia a provocare la perdita dei raccolti nell’Europa settentrionale.

L’equilibrio tra risorse e popolazione divenne ancora più difficile nelle città dove cercavano rifugio schiere di abitanti delle campagne, peggiorando così le condizioni igieniche. Su una popolazione indebolita dalle carestie, dalle epidemie si abbatte nel 1348 la morte nera, la peste bubbonica i cui effetti disastrosi furono paragonati a quelli del diluvio universale. Vi giunse dal Medio Oriente dilagando prima in Italia, in Francia e in Spagna e al resto dell’Europa. Un esempio è il caso di Bologna per la quale è stato calcolato un tasso di mortalità oscillante tra un terzo e due quinti degli abitanti.

La via della peste

Il responsabile della peste è un bacillo scoperto nel 1894 a Hong Kong da Alexander Yersin; né è portatrice una pulce ospitata dal ratto nero. La trasmissione all’uomo avviene o per puntura della pulce o per la penetrazione dei suoi escrementi nella pelle attraverso le mucose.

Le fonti medievali sono concordi nell’individuare nell’Oriente il suo luogo d'origine; infatti, la pulce ha il suo ambiente ideale nel clima caldo umido di paesi come l’India. Studi recenti hanno permesso di localizzare il focolaio di partenza nel cuore del regno mongolo nella regione del lago Balkhash da dove, seguendo la via della seta, avrebbe raggiunto Samarcanda e quindi la Crimea. Qui il suo passaggio è documentato con certezza dalle vicende della colonia genovese di Caffa, assediata dai Tartari, i quali avrebbero catapultato in città cadaveri di appestati attuando così una sorta di guerra batteriologica. Nel giugno del 1347 la peste è a Costantinopoli. Nel giro di pochi giorni la peste raggiunge la Sicilia, la Sardegna e la Corsica; una delle poche città risparmiate fu Milano. Da allora la peste non abbandonerà l’Occidente fino al 1700.

Le guerre e le compagnie di ventura

Un altro flagello di dimensioni pressoché generali si abbatté sull’Europa nel corso del Trecento: la guerra. Incursioni di Ungari, Vichinghi e Saraceni ed episodi di violenza avevano reso agitata la vita nell’alto Medioevo.

Le prime esserne coinvolte furono le regioni dell’Italia meridionale, in particolare la Sicilia, la Calabria e parte della Campania, teatro della cosiddetta guerra del Vespro che scoppiò nel 1282. Durata novant’anni, ebbe una forte incidenza sull’economia e sulla società delle regioni a causa dell’accanimento violento con cui fu condotta. Le imprese degli Almugàveri in Italia meridionale non restarono isolate: una guerra combattuta soprattutto da milizie mercenarie e volta ad annientare l’avversario attraverso la distruzione delle sue risorse rappresentavano così un deciso superamento degli eserciti feudali. A ciò è da aggiungere che i componenti dell’esercito erano ancora legati alla concezione della guerra come avventura e di esibizione di destrezza, essendo completamente estranea alla mentalità cavalleresca la lunga guerra distruttiva, fatta di rapide incursioni ma anche di assedi e di sistematica distruzione delle risorse del nemico.

Un modello alternativo a quello feudale era fornito dagli eserciti comunali italiani che diedero buona prova di sé al tempo delle lotte contro Federico Barbarossa. Essi però entrarono in crisi quando all’interno dei comuni cominciarono a stringersi gli spazi di democrazia e quindi di partecipazione, di qui il progressivo disarmo del popolo e lo smantellamento di quelle società delle armi che svolgevano nelle lotte politiche interne un ruolo importante.

La necessità di far fronte a spese militari sempre crescenti costrinse gli Stati ad aumentare la pressione fiscale. Tra le compagnie che operavano in Italia le più note sono: tra quelle straniere, la compagnia del bretone Giovanni di Montreal che saccheggia negli anni 1353-1354 la Toscana, la Romagna e l’Umbria e che secondo il cronista fiorentino Matteo Villani era formata da 7000 cavalieri; la grande compagnia del tedesco Guarnieri di Urslingen che operò tra il 1342 e il 1351 in Toscana e in Romagna; tra quelle italiane ricordiamo quella di San Giorgio, fondata nel 1379 dal conte Alberico da Barbiano, che fu considerato un caposcuola immenso delle più famosi condottieri italiani, il romagnolo Muzio Attendolo Sforza e Andrea Braccio da Montone.

Rivolte contadine e tensioni sociali

Guerre e carestie contribuirono a far esplodere rivolte contadine e tensioni sociali. Due linee interpretative distinte: da una parte c’è chi considera le rivolte come fatti accidentali - legate a eventi ben individuabili come le carestie e la pressione fiscale; dall’altra c’è chi mette l’accento sui presupposti socioeconomici delle rivolte riconducendole alle condizioni di vita dei ceti rurali.

Tra le rivolte più famose c’è la jacquerie francese che esplose nel maggio del 1358 prendendo nome da Jacques Bonhomme. Partì dall’Île de France e si estese rapidamente in una vasta area trovando anche l’appoggio del ceto mercantile di Parigi, il cui principale esponente, Etienne Marcel, perseguiva il progetto di ridurre privilegi e quindi il potere politico della nobiltà. Anche la rivolta inglese del 1381 ebbe nei contadini l’elemento propulsivo, ma coinvolse in seguito operai salariati e artigiani, trovando perfino una copertura ideologica in non pochi esponenti del mondo ecclesiastico.

Una realtà diversa è quella della Catalogna dove, tra XII e XIII secolo, circa un quarto della popolazione si era venuto a trovare in condizioni di servitù della gleba. La situazione esploderà in una rivolta generale nel 1462 trovando il sostegno della monarchia.

Le rivolte degli operai dell’industria tessile

Nell’Italia centro-settentrionale ci sono caratteristiche peculiari: in alcune città c’era stato un forte incremento dell’artigianato e uno sviluppo industriale nell’ambito del settore tessile. Essi erano riconducibili alla progressiva riduzione del numero delle vecchie botteghe artigiane e all’emergere della figura del mercante imprenditore il quale adottava un tipo di organizzazione che consentì di evitare il sorgere di grandi opifici con numerosi lavoratori.

A rendere inquieti questi lavoratori contribuivano anzitutto la mancanza assoluta di ogni forma di tutela sindacale non essendo loro consentito di organizzarsi in associazioni di mestiere così come avveniva invece per il loro datore di lavoro riuniti nelle Arti. La nuova obbligazione industriale era finalizzata alla produzione di grossi quantitativi di panni destinati in gran parte all’esportazione. La prima città nella quale scoppiò una rivolta aperta fu Perugia dove, nel 1371, le case dei mercanti imprenditori vennero incendiate. Il risultato della sollevazione popolare fu soltanto la presa del potere da parte dei nobili.

La prima delle rivolte urbane del Trecento scoppiò invece a Firenze ai primi di luglio del 1378 ad opera dei Ciompi, gli operai dell’industria tessile perché sempre unti, imbrattati e mal vestiti in conseguenza del lavoro che svolgevano. La novità del tumulto consistette nel fatto che i rivoltosi non si limitarono a chiedere aumenti salariali o concessioni di portata limitata, ma si proposero di modificare in maniera definitiva le loro condizioni di vita e i rapporti di potere all’interno della città. Chiesero perciò la creazione di un’arte di operai tessili che li tutelasse dalle pretese dei padroni e la loro partecipazione al governo cittadino. La strategia di rivoltosi diede all’inizio i frutti sperati: si ottenne perciò sia la creazione di nuove arti sia la presenza paritetica di tutte le arti all’interno del priorato, la massima magistratura cittadina. I datori di lavoro ricorsero allora alla serrata e poi alla riduzione della produzione facendo sparire la materia prima e la loro corporazione fu soppressa.

Depressione economica o riconversione?

Questa crisi generale dell’industria tessile non ebbe in tutti i settori la stessa gravità: ad esempio, la produzione di panni di lana di qualità era in declino verso la fine del Trecento a Firenze e nelle città fiamminghe, ma contemporaneamente era in forte crescita la produzione di tessuti meno costosi in altri centri come le Fiandre, la Lingua D’Oca, la Catalogna, Lombardia e Toscana. Nella stessa Firenze, alla crisi della manifattura laniera corrispose l’incremento dell’industria serica. Inoltre, i secoli finali del Medioevo videro un forte incremento delle industrie metallurgiche soprattutto in Lombardia. Alcuni centri mercantili crebbero come il caso di Venezia che acquistò il dominio assoluto del commercio delle spezie in seguito al declino di Genova, Barcellona e Marsiglia. Un caso limite di ridistribuzione della popolazione è rappresentato dalla Sicilia, dove vi fu un notevole calo demografico nella zona occidentale e una crescita nella parte orientale e soprattutto nelle zone interne nelle quali si formarono grossi centri a carattere rurale definiti da qualche studioso come <>.

Anche la scarsità di moneta circolante operò per frenare la ripresa economica, si ridussero anche i dazi di importazione sui metalli preziosi e il loro contenuto nelle monete.

La crisi del Trecento

Il dibattito sulla crisi del Trecento è iniziato nell’Ottocento ad opera di pensatori che miravano a elaborare modelli teorici per comprendere l’evoluzione complessiva delle società umane e di quella europea in particolare. Il punto di partenza è rappresentato dal Saggio sul principio di popolazione, pubblicato nel 1798 dall’inglese Malthus, il quale riteneva che mentre la crescita della popolazione avviene in progressione geometrica, quella dei mezzi di sussistenza si muove in progressione aritmetica; la conseguenza è che a un certo punto si crea una sfasatura tra risorse e bocche da sfamare che fa scattare dei freni repressivi come carestie, epidemie, guerre le quali provocando un’alta mortalità ristabiliscono un equilibrio con le risorse alimentari disponibili.

A questa teoria ancora oggi si ispirano alcuni storici come Marx, il quale nella sua opera principale, Il Capitale pubblicato nel 1867, elaborò una teoria per spiegare il passaggio dal feudalesimo al capitalismo, come premessa per comprendere il problema della transizione dal capitalismo al socialismo che costituiva il nucleo centrale del suo pensiero storico filosofico economico. Marx negava che i fattori demografici potessero essere determinanti per lo sviluppo storico, considerandoli piuttosto come riflesso delle strutture sociali. Il punto di partenza della sua riflessione è rappresentato dalla convinzione che nel corso della storia si sono succeduti quattro modi fondamentali di produzione dei beni economici (asiatico, schiavistico, feudale, capitalistico-borghese) ai quali corrispondono altrettanti tipi di rapporti tra le classi sociali. Il passaggio da un modo di produzione all’altro avviene attraverso i conflitti sociali che si generano al loro interno determinandone il crollo. In questa prospettiva la crisi del Tre-Quattrocento si configura come l’inizio della crisi del modo di produzione feudale al quale sarebbe subentrato il sistema di produzione capitalistico.

Marx definiva modo di produzione feudale quello che oggi gli storici chiamano abitualmente regime signorile, vale a dire quell’organizzazione delle campagne che consentiva al proprietario signore non solo di appropriarsi del pluslavoro del contadino dipendente ma anche di gestire alcune attività in regime di monopolio. Come Marx stesso ammetteva, né le rivolte del Trecento né lo sviluppo dei commerci avevano determinato la scomparsa del modo di produzione feudale ma ne avevano solo avviato una fase di declino.

Il dibattito ancora oggi aperto iniziò nel 1952 sulla rivista americana <> con una recensione di Sweezy al libro dello storico inglese Dobb: recensione nella quale l’economista americano individuava nei secoli XIV-XVI e nelle crisi che allora sconvolsero l’Occidente europeo una fase storica con caratteristiche ben precise che egli definì di tipo mercantile pre-capitalistico. Dobb replicò che non era possibile considerare i secoli XIV-XVI come un’epoca a sé stante, dato che i mercanti si erano inseriti pienamente nella società feudale.

Nella discussione si è poi inserito Paolo Cammarosano, il quale ha negato, in riferimento all’Italia comunale, la possibilità di definire soltanto in base a parametri economici il concetto di modo feudale di produzione, dato che nel Medioevo ci fu <> diversa da quella che si ha in età moderna.

Intanto le teorie di Malthus e di Marx avevano avuto il merito di stimolare tutta una serie di ricerche su ambiti territoriali cronologici.

L’evoluzione del pensiero politico e il conflitto tra Filippo il bello e Bonifacio VIII

Il nuovo orientamento di pensiero urtava contro due ostacoli: da una parte la resistenza del papato che nella contestazione del ruolo dell’impero vedeva messa in discussione anche la sua funzione di regolatore supremo della vita politica della cristianità occidentale; dall’altra l’aggravarsi dei conflitti a ogni livello, la necessità di un’autorità superiore capace di assicurare al mondo cristiano pace e giustizia.

Questo problema si viene chiarendo grazie al rapido succedersi di eventi. Il primo ebbe come protagonisti i re di Francia Filippo IV il bello e il pontefice Bonifacio VIII. La sua elezione era stata però contestata sia dalle famiglie della nobiltà romana sia da quei settori degli ordini mendicanti e del laicato pio, che reclamavano con sempre maggiore forza un rinnovamento della Chiesa all’insegna del ritorno ai valori evangelici della povertà e della carità. Un segnale di speranza fra i fautori della riforma della Chiesa è stato rappresentato nel 1294 da Celestino V per assicurare finalmente alla chiesa <>.

Il nuovo pontefice non si lasciò intimidire dalle accuse e dai sospetti abbattendo le fortezze dei Colonna e gettando in carcere i più noti esponenti dei francescani spirituali. Nel 1300 poi indisse l’anno Santo concedendo un’indulgenza plenaria a tutti coloro che avessero visitato le tombe degli apostoli in stato di grazia. L’iniziativa richiamò folle di pellegrini a Roma da ogni parte della cristianità occidentale.

Ricordiamo il confronto tra i risultati che gli interventi di Bonifacio VIII ebbero in realtà politiche diverse: a Firenze si inserì con successo per aiutare la fazione dei Neri capeggiata dai Donati, a prevalere su quella dei Bianchi che faceva capo alla famiglia dei Cerchi. Vittima illustre della politica papale fu Dante, condannato all’esilio.

Da tempo Filippo si era impegnato in una coraggiosa opera di consolidamento dello Stato, che aveva coinvolto anche il clero. L’invio a Firenze di Carlo di Valois su richiesta del pontefice sembrava appunto aver sancito definitivamente l’accordo tra lui e il clero. Il Papa annullò la concessione fatta in precedenza al re di Francia e poi, riuniti gli Stati generali a Parigi, emanò nel 1302 la bolla Unam Sanctam. Con essa riaffermava in maniera solenne la sottomissione al sovrano pontefice di ogni creatura umana.

Filippo il bello si era circondato di collaboratori dotati di buona preparazione giuridica e tradusse il suo disegno davanti a un tribunale francese per sottoporlo a giudizio. Della missione si incaricò lo stesso Nogaret che raggiunse il Papa nel suo palazzo di Anagni, coprendolo di insulti prima di accingersi a trascinarlo via. La popolazione insorse e riuscì a liberare il Papa. Filippo il bello si trovò in condizione di esercitare un diretto controllo sul Papa in seguito al trasferimento della sede pontificia da Roma ad Avignone dove resterà fino al 1376.

L’idea di sovranità da Dante a Marsilio da Padova

In Germania, dopo la scomparsa di Federico II...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

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