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Il matrimonio concordatario

Appunti di Diritto ecclesiastico sulla disciplina del matrimonio concordatario, legge 810/1929, legge 847/1929, giurisdizione matrimoniale, principali sentenze della Cassazione in materia. Collaudato: voto 30, Università degli Studi di Milano - Unimi. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto ecclesiastico docente Prof. A. Albisetti

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16/03/16 – Lezione 5

Possiamo definire il matrimonio concordatario come un matrimonio canonico trascritto.

Affronteremo la materia con un approccio interordinamentale. Un ordinamento giuridico è un

insieme di norme che pretendono di essere osservate, vincolato cioè dall’esercizio di potestà di

coazione. Tutti gli ordinamenti giuridici si concepiscono come originari (costituiti da norme che gli

appartenenti all’ordinamento stesso hanno creato e con cui si sono autoregolati) e supremi (non

riconoscono alcuna potestà sopra di sé). Le confessioni religiose devono pertanto essere

considerate veri e propri ordinamenti giuridici, poiché non ammettono altra autorità superiore: le

loro regole, qualora confliggano con quelle territorialmente applicabili, devono comunque prevalere

(in ciò consiste sostanzialmente l’obiezione di coscienza). Il diritto confessionale e il diritto

territorialmente applicabile fanno quindi entrambi riferimento ad ordinamenti giuridici e ciascuno di

essi impone di rispettare le proprie regole: se confliggono, bisogna scegliere quali seguire.

Parliamo quindi di approccio interordinamentale nel senso di considerare i rapporti tra ordinamento

statuale e confessionale alla stregua di rapporti tra ordinamenti statuali supremi.

In generale, cosa intendiamo con “rapporti tra ordinamenti”? Si vuole indicare il passaggio di

contenuti giuridici dall’uno all’altro ordinamento e viceversa: si dice che i contenuti giuridici di un

ordinamento rilevano nell’altro, producendo effetti. Pertanto se stipulo un negozio giuridico

all’interno di un ordinamento, esso produrrà effetti anche in altri ordinamenti statuali in ragione di

norme o convenzioni dispongono in questo senso.

La condizione di partenza è che quel negozio produce effetti solo nell’ordinamento in cui è stato

stipulato: se invece produce effetti in altri ordinamenti è perché esiste una disposizione che

stabilisce che esso produrrà effetti anche altrove.

Lo stesso vale per le norme giuridiche, che a loro volta pur nascendo in un determinato

ordinamento possono produrre effetti anche altrove (es. norme di diritto tributario). Se una

controversia nel nostro ordinamento ha ad oggetto una disposizione di diritto inglese, quella norma

produrrà effetti anche in Italia per il solo fatto che un giudice italiano la sta applicando.

Anche atti o provvedimenti, ad esempio le sentenze, possono produrre effetti in ordinamenti diversi

da quello in cui sono stati emanati (es. mandato di arresto europeo).

La condizione di partenza di ciascun ordinamento è di separazione rispetto agli altri: nessun

contenuto giuridico che provenga da fuori può produrre effetti all’interno di esso. Nella realtà, tutti

gli ordinamenti giuridici si relazionano e stabiliscono canali di comunicazione attraverso cui

passano contenuti giuridici (norme, negozi, provvedimenti). Ciò vale sia per gli ordinamenti statuali

che per gli ordinamenti confessionali, i quali possono comunicare tra di loro (es. matrimoni

interconfessionali) o con l’ordinamento dello Stato.

È ipotizzabile che un ordinamento giuridico come quello statuale italiano si rifiuti di comunicare in

qualsiasi modo con un altro ordinamento statuale o non statuale? Che non vi sia cioè alcun canale

di comunicazione? No, non è possibile; se ciò avvenisse, significherebbe che non riconosce

quell’entità come ordinamento (es. satanismo). Sarà pertanto ammissibile che si chiudano uno o

più canali di comunicazione, ma non è concepibile una chiusura completa.

Ricapitolando: la situazione iniziale di separazione si rompe nel momento in cui due ordinamenti si

riconoscono come tali; qualche canale di comunicazione può restare chiuso, perché è naturale che

alcuni aspetti non siano condivisi, ma non è ammessa una chiusura totale (es. il nostro

ordinamento non chiude tutti i rapporti con gli stati che prevedono la pena di morte, ma

semplicemente la sentenza che condanna l’imputato a morte in Italia non avrà effetti  non è

ammesso il passaggio di quel determinato contenuto giuridico).

Affinché i contenuti giuridici di un ordinamento non statuale possano produrre effetti in un

ordinamento statuale è necessario che quest’ultimo ne consenta il transito; altrimenti gli effetti del

negozio saranno confinati nell’ordinamento che l’ha concluso.

Alla luce di quanto detto, possiamo concludere che l’unica differenza tra gli ordinamenti statuali e

quelli confessionali è che questi ultimi non hanno un territorio (hanno però un popolo, cioè i fedeli,

su cui esercitano un governo effettivo)  il diritto confessionale si applica su base personale, non

territoriale.

Fino a qualche decennio fa definiva il diritto ecclesiastico come “il diritto che disciplina i rapporti tra

Stato e confessioni religiose”, intendendo appunto i rapporti giuridici, cioè i collegamenti tra

l’ordinamento statuale e quello confessionale.

Come funzionano questi rapporti in materia matrimoniale?

Quando due persone si sposano in Chiesa, stipulano un negozio matrimoniale secondo le forme

previste dal diritto canonico e destinato a produrre effetti anche nell’ordinamento dello Stato.

Questo negozio è valido nell’ordinamento statuale, perché vi è una disposizione dello stesso che

gli riconosce effetti nello Stato italiano. La legge dice che affinché quel matrimonio sia valido, il

celebrante dovrà dare lettura degli artt. 143, 144 e 147 del Codice Civile: la lettura di questi articoli

è quindi la condizione a cui sono riconosciuti effetti al matrimonio canonico.

Immaginiamo che vi sia un matrimonio celebrato in Inghilterra fra cittadini inglesi secondo il diritto

inglese; lo Stato italiano, rispetto ad esso, può fare due cose: riconoscere o non riconoscere effetti

nel proprio ordinamento. Se decide di non riconoscere effetti, ad esempio perché è un matrimonio

omosessuale, quel negozio non produrrà effetti in Italia; in caso contrario, vi saranno altre decisioni

da prendere: bisognerà prima di tutto chiedersi se quel negozio sia stato stipulato validamente

nell’ordinamento d’origine e poi quali conseguenze produrrà nell’ordinamento italiano.

Se quel negozio nasce là, ma produce effetti anche qua e sorgono problemi rispetto alla validità

dello stesso, sarà investito della questione il giudice inglese o il giudice italiano (giurisdizione

esclusiva dell’uno o dell’altro) oppure entrambi (giurisdizione concorrente). Se la giurisdizione è

riconosciuta al giudice inglese, a quali condizioni le sue pronunce possono avere effetti in Italia?

Non riconoscerle chiaramente non avrebbe senso; saranno pertanto riconosciute nei casi e con le

conseguenze previsti dalla legge (in particolare, art. 64 l. 218/1995).

Qualora si opti per la giurisdizione italiana o la giurisdizione concorrente, è possibile che il giudice

italiano sia adito per decidere rispetto alla validità del negozio. Quale diritto dovrà applicare? Il

diritto matrimoniale inglese o italiano? È di ciò che si occupa la l. 218: individuare, a seconda della

fattispecie, quale diritto applicare.

Se io ho un matrimonio canonico che produce effetti anche in Italia e sorgono questioni sulla

validità dello stesso, quale giudice conosce questa controversia? Il tribunale confessionale, perché

le regole che disciplinano la materia attribuiscono ad esso la giurisdizione; la sentenza canonica di

nullità dovrà poi essere riconosciuta in Italia.

Che tipo di azione posso invece sollevare dinanzi ad un tribunale italiano rispetto al matrimonio

canonico? L’azione di cessazione degli effetti civili, attraverso la quale Tizio e Caia smettono di

essere marito e moglie per lo Stato, ma non per la Chiesa. Qualora si voglia invece far valere

l’invalidità del matrimonio, affermando cioè che il matrimonio è nato nullo e non hai mai prodotto

effetti, non posso adire il giudice italiano e dovrà pertanto essere investito della controversia il

giudice canonico.

Ci sono termini prescrizionali per l’azione canonica di nullità? No, quindi Tizio e Caia possono

intentare davanti al giudice canonico un’azione di nullità anche dopo cinquant’anni di matrimonio.

La sentenza pronunciata avrà efficacia ex tunc, perché l’invalidità è originaria (non è uno

scioglimento, Tizio e Caia non sono mai stati marito e moglie). Questo nel diritto civile non esiste: il

matrimonio civile può essere annullato solo con azioni prescrittibili, a parte quella che serve a far

valere il precedente vincolo. La ragione è che nel diritto canonico il matrimonio non è solo un

negozio, ma anche un sacramento: se la volontà delle parti non è pura, il sacramento non si

costituisce.

Quali sono le conseguenze patrimoniali dell’annullamento del matrimonio canonico? Nonostante la

logica suggerisca di applicare analogicamente le disposizioni sul divorzio, l’art. 18 della legge

matrimoniale prevede che in questi casi il giudice debba fare riferimento agli articoli del Codice

Civile che disciplinano il matrimonio putativo (artt. 128, 129 e 129-bis).

Immaginiamo che il matrimonio sia stato celebrato prima dell’entrata in vigore della normativa sul

divorzio (1970): cosa possono fare i coniugi per porre fine al loro vincolo? Se intentassero l’azione

canonistica di nullità, in ragione di quanto previsto dalle disposizioni sul matrimonio putativo la

parte economicamente debole non otterrebbe praticamente nulla. Possono altrimenti ricorrere

all’azione civile di separazione, rimanendo quindi marito e moglie e lasciando pertanto permanere

tutti gli obblighi di mantenimento. È chiaro che mentre la parte economicamente forte cercherà di

ottenere l’annullamento, la parte economicamente debole preferirà la separazione.

Dopo il 1970, l’ordinamento civile ammette una possibilità in più: far cessare gli effetti civili con le

relative conseguenze patrimoniali. La parte economicamente debole cercherà di ottenere tale

cessazione, per poter usufruire dell’assegno di mantenimento; la parte economicamente forte

invece spingerà per ottenere dal giudice canonico la sentenza di nullità, affinché si applichino le

disposizioni sul matrimonio putativo al posto di quelle della legge sul divorzio, potendo così

corrispondere al coniuge una somma irrisoria.

Se Caia, soggetto economicamente debole, ottiene la pronuncia di cessazione degli effetti civili del

suo matrimonio con Tizio prima che lui possa chiedere l’annullamento al giudice canonico e Tizio

ottiene comunque la sentenza di nullità canonica, cosa succede? Si crea un conflitto tra la

sentenza del giudice italiano che ha pronunciato lo scioglimento del negozio e quella dell’altro

giudice italiano che ha riconosciuto la sentenza canonica di annullamento di quello stesso negozio.

Lo scioglimento è stato pronunciato sul presupposto implicito che il negozio fosse valido; se in

seguito, con la sentenza canonica, si afferma che quel negozio non era valido, la prima sentenza

viene meno. Questo è quanto stabilito e applicato dalla Cassazione fino al 1997: se riconosco

effetti alla sentenza canonica di annullamento, la quale afferma che il negozio non è mai esistito,

tale pronuncia travolgerà la prima. 4/04/16 – Lezione 7

Ci sono due questioni da trattare:

1) se e come un matrimonio confessionale produce effetti nello Stato

Ci si chiede sostanzialmente se due persone considerate marito e moglie da una confessione

religiosa vedano il proprio status coniugale riconosciuto anche dallo Stato.

Non si fa riferimento solo alla Chiesa cattolica, dal momento che una molteplicità di matrimoni

religiosi è attualmente idonea a produrre effetti in Italia: il problema non riguarda quindi la pluralità

delle forme di celebrazione, cioè il modo in cui si giunge allo status coniugale, ma la disciplina di

tale status in modo da venire incontro, per quanto possibile, alle esigenze dei singoli. Le vie di

accesso allo status coniugale sono: il matrimonio civile, il matrimonio canonico trascritto e il

matrimonio regolato dalle varie intese con le confessioni religiose minori. Gli appartenenti ad un

culto che non sia oggetto d’intesa possono prima di tutto scegliere di tenere separati gli ambiti e

quindi celebrare il matrimonio rituale e quello civile separatamente; altrimenti dovranno fare

riferimento a quanto previsto dalla l. 1159/1929 (legge sui culti ammessi, dove ammessi non

significa più graditi all’ordinamento repubblicano, ma che abbiano enti esponenziali riconosciuti

come enti ecclesiastici). Qualora la confessione non rientri nemmeno in quelle contemplate dalla

suddetta legge l’unica via è il matrimonio civile.

2) cosa succede dal punto di vista giurisdizionale, cioè quale giudice ha competenza a

conoscere e decidere le cause inerenti a quel negozio e con quali effetti

Lo Stato riconosce effetti civili solo alle pronunce dei giudici canonici; se vi è quindi un matrimonio

acattolico e sorge questione sulla sua nullità, a chi spetterà la decisione? Al giudice civile.

Possiamo dunque affermare che i matrimoni confessionali diversi da quello cattolico siano

sostanzialmente matrimoni civili “camuffati”, dal momento che il diritto applicabile per ogni loro

aspetto è quello civile; in altre parole, anche se è ammessa la celebrazione rituale o folkloristica, si

tratta in tutto e per tutto di matrimoni civili: l’unico vero matrimonio religioso è quello canonico,

perché non solo celebrato secondo il diritto canonico, ma anche dallo stesso disciplinato.

Fino al 1865 il matrimonio era considerato di competenza esclusiva della Chiesa: lo Stato non si

interessava proprio della materia e, non esistendo un matrimonio civile, ci si sposava solo secondo

il diritto canonico. Con il Codice Civile del 1865 viene introdotto il matrimonio civile obbligatorio,

prendendo a modello il Code Napoléon quale codice anticlericale per antonomasia: seguì un

diffuso boicottaggio da parte dei parroci italiani, reso possibile dal fatto che nell’Italia dell’epoca le

informazioni giravano soprattutto attraverso i sermoni di questi ultimi, e ciò comportò la

celebrazione di numerosi matrimoni religiosi privi di alcun effetto civile, il che creava problemi

soprattutto dal punto di vista della filiazione e della successione.

Nel 1929 vengono firmati i Patti lateranensi in attuazione dei principi di seminarismo,

confessionismo (lo Stato accoglie nella propria legislazione i principî direttivi della confessione

religiosa della maggioranza dei cittadini) e unionismo (corrente favorevole all’unione e fusione di

organismi politici, religiosi, ecc.).

Nel Concordato la disposizione che concerne il matrimonio è l’art. 34, il quale può essere diviso in

due parti: i primi tre commi riguardano il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio

canonico, mentre gli altri quattro si occupano della possibilità per le pronunce del giudice

canonico di produrre effetti in Italia, quindi sostanzialmente del riconoscimento delle sue

sentenze.

La l. 847/1929 contiene le disposizioni per l’applicazione del Concordato in materia matrimoniale:

è quindi una legge unilaterale dello Stato (non è concordata) ad integrazione dell’art. 34, da non

confondere con la l. 810/1929 che è invece legge di esecuzione del Concordato stesso.

La l. 810/1929 peraltro non è più in vigore, dal momento che il Concordato è stato sostituito nel

1984. Questo genera un problema non da poco, poiché, pur essendovi nell’accordo dell’ 84 una

disposizione relativa al matrimonio (art. 8) sempre con lo stesso schema bipartito, non esiste una

legge che a questo articolo dia applicazione. La l. 847/1929 resterà quindi in vigore e dovrà essere

applicata solo nelle parti in cui è compatibile con la nuova normativa: si crea dunque un

paradosso, dal momento che la l.847 sostanzialmente dà applicazione a una legge che non esiste

più.

Riconoscimento del matrimonio (l. 810/1929 – art. 34, I, II, III)

I) “Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, che è base della famiglia, dignità

conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio,

disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili”

Lo Stato riconosce effetti civili al matrimonio canonico e per tutto ciò che lo riguarda si deve fare

riferimento al diritto canonico.

II) “Le pubblicazioni del matrimonio come sopra saranno effettuate, oltre che nella chiesa

parrocchiale, anche nella casa comunale” ( prima condizione per il riconoscimento)

3) “Subito dopo la celebrazione il parroco spiegherà ai coniugi gli effetti civili del matrimonio,

dando lettura degli articoli del codice civile riguardanti i diritti ed i doveri dei coniugi e redigerà l’atto

di matrimonio, del quale entro cinque giorni trasmetterà copia integrale al comune, affinché

venga trascritto nei registri dello stato civile” ( seconda e terza condizione)

Gli effetti del matrimonio si producono, sia per la Chiesa che per lo Stato, a partire dal momento

della celebrazione: la trascrizione ha quindi sempre efficacia retroattiva.

Ricapitolando: da un regime di matrimonio civile obbligatorio si passa ad uno di matrimonio

canonico trascrivibile, pertanto con una sola celebrazione si è coniugi per la Chiesa e per lo Stato

a partire dallo stesso momento.

Disposizioni transitorie (l. 847/1929)

Trattandosi di normativa nuova bisogna tenere conto del fatto che si verificheranno numerosi errori

nella sua applicazione e dunque sono necessarie delle previsioni che permettano di sanare il

matrimonio nel caso in cui vi siano dei vizi.

Art. 13. (c.d. trascrizione tempestiva ritardata)

Il matrimonio è stato celebrato, ma non sono state fatte le pubblicazioni; questa disposizione serve

a rimediare e prevede che la pubblicazione prima omessa si faccia dopo: solo a questo punto il

matrimonio potrà essere trascritto.

1) “Se la celebrazione del matrimonio non sia stata preceduta dalle pubblicazioni o dalla dispensa,

la trascrizione può aver luogo soltanto dopo l’accertamento che non esiste alcuna delle

circostanze indicate nel precedente art. 12”

2) “A questo scopo l’ufficiale dello stato civile, oltre a richiedere i documenti occorrenti e a fare le

indagini che riterrà opportune, affigge alla porta della casa comunale avviso della celebrazione del

matrimonio da trascrivere, con l’indicazione delle generalità degli sposi, della data, del luogo di

celebrazione e del Ministro del culto avanti al quale è avvenuta”

Art. 14. (c.d. trascrizione tardiva)

Questo articolo è stato pensato per tutti quei matrimoni celebrati prima del ’29, e dunque privi di

effetti civili, perché chi è marito e moglie per la Chiesa deve esserlo anche per lo Stato. Essendo

chiaramente trascorsi più di cinque giorni dalla celebrazione è necessaria una procedura ad hoc

diversa da quella ordinaria. La norma prende quindi in considerazione l’ipotesi in cui la trascrizione

sia richiesta dopo i cinque giorni (da non confondere con il caso contemplato dall’art. 13, il quale

prevede invece che la trascrizione sia richiesta in tempo, ma realizzata dopo cinque giorni).

1) “La trascrizione dell’atto di matrimonio che per qualsiasi causa sia stata omessa può essere

richiesta in ogni tempo da chiunque vi abbia interesse, quando le condizioni stabilite dalla legge

sussistevano al momento della celebrazione e non siano venute meno successivamente”

Il primo comma riguarda dunque le condizioni in presenza delle quali è possibile ottenere la

trascrizione tardiva. Con la locuzione “chiunque vi abbia interesse” si vuole indicare non solo i

titolari delle posizioni giuridiche soggettive direttamente coinvolti (marito e moglie), ma anche

eventuali discendenti e il parroco, il quale è ritenuto portatore di un interesse qualificato a che i

matrimoni celebrati da lui e dai suoi predecessori siano trascritti.

3) “Qualora la trascrizione sia richiesta trascorsi i cinque giorni dalla celebrazione, essa non

pregiudica i diritti legittimamente acquisiti dai terzi”

Il secondo comma si occupa invece degli effetti della trascrizione tardiva; viene in questo caso a

rilievo la posizione dei creditori e degli aventi causa (es. un soggetto che abbia ereditato al posto

dei figli, i quali erano riconosciuti come legittimi solo attraverso la trascrizione tardiva). Se non vi

fosse questo comma ci si potrebbe avvalere dell’art. 14 per pregiudicare dolosamente i terzi:

immaginiamo che Tizio, imprenditore commerciale e come tale soggetto a fallimento e procedure

concorsuali, e Caia si siano sposati in chiesa e non abbiano trascritto il matrimonio; nel momento

in cui Tizio dovesse trovarsi a rischio di fallimento potrebbe decidere di trascrivere, in modo da

assoggettare i beni acquistati in costanza di matrimonio al regime della comunione e quindi

sostanzialmente sottrarre metà del patrimonio all’aggressione dei creditori. Un altro esempio

potrebbe essere quello di Tizio, sposato con matrimonio canonico non trascritto, che adotta un

maggiorenne; se decidesse di trascrivere, il neo-coniuge potrebbe opporsi all’adozione (art. 297, I

c.c.) 20/04/16 – Lezione 12

In quali casi posso riconoscere effetti civili a un matrimonio canonico? La logica del Concordato è

di unione politica ed ordinamentale tra Stato e Chiesa: in materia matrimoniale si tende quindi a

rispettare un principio di uniformità degli status, per cui se due persone sono marito e moglie

per la Chiesa devono esserlo anche per lo Stato; allo stesso modo, se due persone cessano di

essere marito e moglie per la Chiesa devono cessare di esserlo anche per lo Stato. Tale principio

vale dunque sia nel momento del riconoscimento di effetti civili al negozio, sia nel momento del

riconoscimento di effetti civili alle sentenze di nullità di quello stesso negozio.

Il principio di tendenziale uniformità degli status è espresso negli artt. 12 e 16 della l. 847/1929.

L’art. 12 riguarda i casi nei quali non è possibile trascrivere, cioè in cui lo Stato non riconosce

effetti civili al matrimonio canonico. In virtù del principio di uniformità, per cui tendenzialmente tali

effetti devono essere riconosciuti, sono previsti solamente due casi: il precedente vincolo e

l’interdizione per infermità di mente.

“Quando la celebrazione del matrimonio non sia stata preceduta dal rilascio del certificato di cui

all’art. 7, si fa egualmente luogo alla trascrizione, tranne nei casi seguenti:

1) se anche una sola delle persone unite in matrimonio risulti legata da altro matrimonio valido agli

effetti civili, in qualunque forma celebrato;

2) se le persone unite in matrimonio risultino già legate tra loro da matrimonio valido agli effetti

civili, in qualunque forma celebrato;

3) se il matrimonio sia stato contratto da un interdetto per infermità di mente”

Gli altri impedimenti di diritto civile contenuti nel codice non escludono la trascrizione; prendiamo

ad esempio la questione dell’età: prima della riforma del diritto di famiglia, l’età minima per

contrarre matrimonio era 15 anni per la donna e 18 anni per l’uomo; per il diritto canonico è invece

14 e 16 anni. Una coppia di 14 e 16 anni può sposarsi secondo il diritto civile? No, perché l’età è

inferiore a quella richiesta. Può però sposarsi secondo il diritto canonico e trascrivere il matrimonio,

poiché la mancanza dell’età minima non è compresa tra i casi di intrascrivibilità di cui all’art. 12.

Gli artt. 12 e 16 devono essere letti sistematicamente: se nei casi in cui non si poteva trascrivere

(art. 12) si è trascritto lo stesso, la trascrizione sarà impugnabile e potrà quindi essere dichiarata

nulla (art. 16). La nullità riguarderà quindi la trascrizione, non il matrimonio: i coniugi resteranno tali

per la Chiesa, mentre per lo Stato sarà come se non fossero mai stati sposati.

“La trascrizione del matrimonio può essere impugnata per una delle cause menzionate nell’art. 12

della presente legge”

Questo sistema comincia a subire degli attacchi nel corso degli anni ’70: nel 1971 la Corte afferma

per la prima volta che anche le norme di derivazione concordataria possono essere dichiarate

incostituzionali, purché si faccia riferimento ai “principi supremi” come parametri di legittimità.

La sentenza 32/1971 agisce sull’art. 16 e ne dichiara l’illegittimità «nella parte in cui stabilisce che

la trascrizione del matrimonio può essere impugnata solo per una delle cause menzionate nell’art.

12 e non anche perché uno degli sposi fosse, al momento in cui si è determinato a contrarre il

matrimonio in forma concordataria, in stato di incapacità naturale».

È dunque introdotta una nuova causa di impugnabilità della trascrizione: può essere impugnato

anche la trascrizione dell’atto di matrimonio dell’incapace naturale.

La sentenza 16/1982 aggiunge invece un caso di intrascrivibilità, intervenendo dunque sull’art.

12: dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo «nella parte in cui non dispone che non si

faccia luogo alla trascrizione anche nel caso di matrimonio canonico contratto da minore

infrasedicenne o da minore che abbia compiuto gli anni sedici ma non sia stato ammesso al

matrimonio ai sensi dell’art. 84 c.c.»

Perché l’incapacità naturale è stata aggiunta come causa di impugnabilità e non di

intrascrivibilità? Mentre l’impugnazione dell’atto di trascrizione è possibile per chiunque ne abbia

interesse, l’art. 12 è applicato dall’ufficiale di stato civile: quest’ultimo può accertare se una delle

parti era incapace naturale al momento della celebrazione? No, il suo controllo è solo formale,

controlla ad esempio se uno dei due è interdetto o già sposato e ciò può essere fatto

semplicemente consultando i registri di stato civile. Il giudice invece ha i poteri istruttori per risalire

all'incapacità naturale di uno dei due, per questo si può solo impugnare.

Con queste due pronunce (previsione di nuove cause di intrascrivibilità) e, ancora prima, dalla


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulia Lanzoni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Albisetti Alessandro.

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