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Il Dopoguerra e la ricostruzione Appunti scolastici Premium

Appunti del corso di Storia dell'architettura contemporanea basati sulle lezioni del professore e sulla rielaborazione dei libri consigliati dal professore: Storia dell'architettura moderna di K. Frampton, Dizionario enciclopedico di Architettura e Urbanistica di P. Portoghesi e Architettura e Città nel Novecento di G. Montanari e A. Bruno Jr.

Esame di Storia dell'architettura contemporanea docente Prof. G. Montanari

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All’interno del Team Ten si stabiliscono due filoni di dibattito e pensiero diversi:

 Brutalismo (da Beton Brut= cemento armato a vista in francese) che vuole un’architettura basata sull’uso del cemento

armato a vista e i tubi a vista. Protagonisti del Brutalismo sono sicuramente gli Smithson come nella scuola superiore di

Hunstanton (Norfolk, 1951-54) in cui il cemento armato a vista e l’esibizione di tutti gli apparati tecnologici e impiantistici

diventano elementi formali di questa nuova categoria critica, vicina anche all’Unité d’Habitacion di Le Corbusier, ma che

sarà anche utilizzata per le opere di Stirling (che nella Facoltà di Ingegneria di Leicester anticipa anche l’Hi-tech), Viganò,

Kenzo Tange e Kunio Maekawa. Altro progetto degli Smithson è il progetto del centro di Tel Aviv (1963) che ha molti punti

di contatto con quello per la baia di Tokyo di Kenzo Tange, in cui l’architetto propone autostrade ed edifici giganteschi sul

mare, da cui si dipartono ponti sospesi con cellule edilizie per varie funzioni.

 Utopia tecnologica, legata alle trasformazioni socio-culturali del tempo, che porta all’elaborazione di progetti utopici e

provocatori come quelli del gruppo inglese Archigram o quello giapponese Metabolism, che pensano che la tecnologia

possa risolvere ogni problema.

In Inghilterra tutte queste conquiste sociali si chiudono con Tatcherismo degli anni ’80.

Italia

Neorealismo

Nel II dopoguerra i governi con la partecipazione dei partiti socialista e comunista sembrano portare delle aspirazioni di

miglioramento sociale di larghe masse, nonostante rimangano molti elementi di continuità con il regime appena finito. Nel clima

della ricostruzione italiana si sviluppa una stagione di ricerche culturali, artistiche e anche architettoniche che è possibile

raccogliere sotto il nome di Neorealismo. Con questo termine, proveniente dal realismo ottocentesco, si vuole rappresentare la

realtà della condizione di vita dei lavoratori e dei diseredati durante gli anni dopo la guerra. In letteratura si esprime con autori

come Moravia, Pavese o Carlo Levi, mentre nel cinema coi film di De Sica, Rossellini, De Santis o Visconti, che riesco a testimoniare

sulle pellicole le condizioni di vita nell’ambiente urbano e rurale nel periodo tra la fine della guerra e il boom economico degli anni

’60.

Il paesaggio post-bellico in Italia è tragico: buona parte del sistema ferroviario è inagibile, gravi sono i danni alle città del nord e alla

capitale e anche il patrimonio artistico non è risparmiato (l’abbazia di Montecassino viene totalmente distrutta, gravi danni a

Vicenza, Padova, Parma, Pisa, Firenze, Roma e Napoli). Il dibattito sull’architettura in questo periodo si concentra sulla

responsabilità sociale dell’architetto stesso. Con il ritorno di Bruno Zevi dall’esilio nasce a Roma l’APAO (Associazione Per

L’architettura Organica), che si propone di lottare contro l’accademismo e il monumentalismo; nello stesso periodo nasce a Milano

il MSA (Movimento Per gli Studi di Architettura) propenso a una ripresa del razionalismo in senso dogmatico e sociale. Durante gli

stessi anni nascono anche svariate riviste di architettura importanti come “Metron-architettura” di Piccinato e Ridolfi a sostegno di

un’architettura organica, riprende “Urbanistica” nel 1948 che avvia la battaglia per un’urbanistica democratica e improntata alle

esigenze di sviluppo e tutela del territorio. Nel ’49 esce “Comunità” di ispirazione socialdemocratica e “terza forzista”, fondata da

Olivetti, che vede la possibilità di interazione progressista tra industria e territorio. Nel 1954 rinasce sotto la direzione di Rogers

“Casabella”, che intende riprende il discorso di rinnovamento nato prima della guerra. Espressione di rottura col passato sono

sicuramente il Monumento alle fosse ardeatine di Roma (1944-47) e l’astratto reticolo di metallo su base cruciforme del

Monumento ai caduti dei campi di concentramento in Germania (Milano, 1947) dei BBPR (Belgioso, Peressutti, Rogers, assente

Banfi morto a Mathausen). Nonostante il successo dei socialisti e dei comunisti, quando il governo De Gasperi avvia il Piano

Marshall nel 1947, nel 1948 vincono i democristiani e la nuova politica economica di Einaudi di matrice liberista aggrava i

disequilibri tra Nord e Sud e il problema della disoccupazione. Nel 1949 per sanare questo problema viene approvata la legge

Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori (Piano Fanfani). Il piano

viene attuato attraverso l’INA-Casa (Istituto Nazionale delle assicurazioni), finanziamenti dello stato, dei datori di lavoro e dei

dipendenti (attraverso una trattenuta del salario), ed è articolato in due settenni (fal 1949 al 1963) e porterà ad una massiccia

costruzione di quartieri di edilizia economica popolare: in 14 anni circa 20 000 cantieri per un totale di 335 000 alloggi. La gestione

del piano è affidata ad Adalberto Libera, e si basa sull’elaborazione di indicazioni normative consolidati con la pubblicazione del

Manuale dell’Architetto da parte di CNR (Consiglio Nazione della Ricerca). Nell’ambito della progettazione dell’INA-Casa si discute

sulle tecniche di costruzione da adottare elaborando riferimenti al vernacolo e al popolare che mettono in crisi il Movimento

Moderno, ma che esprimo un’attenzione ai luoghi, un tentativo di entrare in sintonia con la popolazione. Da questo punto di vista si

capisce allora la scelta di ricreare l’immagine del villaggio con la piazza, un fulcro visivo e funzionale (chiesa), il mercato coperco,

ecc. In questo modo vengono costruiti i quartieri di Quaroni, Ridolfi e Muratori a Roma (Il Tiburtino), di Astengo a Torino (Falchera)

di BBPR, Bottoni, Daneri, Gardella, Ponti e altri a Milano, di Piccinato e Samonà a Venezia, di Michelucci e Del Debbio a Firenze, ecc.

Il Quartiere al km 7 della via Tiburtina (1950-52) è assunto a manifesto del

neorealismo architettonico: accostamento di diversi tipi di edilizia diversi (torri,

case a schiera, in linea, a corte) per creare prospettive inattese e successione di

spazi diversi, collegati dal ritrovato valore sociale della strada e della piazza

nonostante non venga mai realizzato un centro di quartiere e permanga il

problema dell’alta densità richiesta. La volontà di utilizzare materiali tradizionali

porta a prendere ispirazione dalla Roma secentesca, e a comporre effetti

scenografici con scalette esterne, balconi solo in alcuni punti, fino a inserire

recinzioni spezzate, sottopassi e sovrappassi. Il quartiere così, nonostante tanto

progetti non furono mai realizzati, genera l’immagine del paese confuso in

contrasto con la periferia tutta uguale e asettica.

L’idea del villaggio si ritrova anche nel Borgo La Martella (Matera, dal 1951) in cui Quaroni (lo stesso del Tiburtino) costruisce un

quartiere dopo la denuncia delle condizioni disumane degli abitanti dei Sassi: le strade convergono verso il cento, in cui c’è la piazza

con la chiesa, le case si distribuiscono lungo le strade irregolari e sono accorpate delle unità edilizie duplex come fossero messe a

caso, così da evitare la monotonia, il tutto viene accostato a punti di aggregazione che dovrebbero incoraggiare i rapporti sociali,

che nella visione di Olivetti dovrebbero costituire la “comunità”.

La stessa ispirazione si trova nel Quartiere Falchera di Torino (Astengo, Becker, Rizzotti, Romani e altri, 1951-60) situato a 7 km dal

centro della città. Secondo il piano di Astengo, la circolazione del quartiere è organizzata attraverso un asse centrale a cui si

collegano le strade secondarie che raggiungono gli edifici. L’andamento spezzato degli edifici permette di creare grandi spazi versi

semiprivati e la tipologia di edilizia unica, edifici in linea a 3 piani, viene enfatizzata dall’uso del mattone a vista e dall’unificazione di

alcune finiture.

Più aperto alle sperimentazioni è il QT8 (Piero Bottoni, Milano, 1946-60), quartiere per 18 000 abitanti nella periferia nord della

città. È servito da strade principali e percorsi pedonali con ampie zone verdi e servizi per lo sport, negozi, scuole, caffè, ecc. Le

residenze sono l’unica esperienza ufficiale di prefabbricazione e montaggio in cantiere di case a 4 piani del tempo, con anche case

unifamiliari, a schiera, in linea a 11 piani e a torre.

Caso a parte è il Quartiere di Forte Quezzi (Genova, dal 1956) che rompe con la tradizione dell’INA-Casa: 5 lunghi edifici di 7 piani

disposti a seguire le curve di livello delle colline affacciate verso il mare; i blocchi sono collegati da una strada in affaccio sulla valle

e spezzati orizzontalmente da percorsi coperti al piano terra e al 4° piano distacco dal terreno, cemento armato a vista, strade

interne Unité d’Habitacion. Le critiche poste a questo quartiere attaccarono soprattutto l’impatto ambientale e il degrado,

aiutato a dilagare anche dalla mancata realizzazione del previsto sistema di verde e dei servizi.

Alla fine dell’esperienza INA-Casa, nel decennio successivo l’edilizia agevolata

di realizza col piano GESCAL, ma sia il venir meno della spinta morale periodo

post-bellico, sia il difficile controllo delle rendite fondiarie, saranno alla base

dei tentativi fallimentari costruiti tra gli anni ’60 e ’80. Esempio sono il

quartiere ZEN (Zona Espansione Nord, Vittorio Gregotti e altri, Palermo,

1969-80); Scampia (Franz di Salvo, Napoli, 1964-82) e Corviale (Mario

Fiorentino, Roma, 1972-82), che son diventati anche emblema del degrado

dei quartieri popolari italiani per un’impostazione urbanistica e

architettonica velleitaria ed ideologica, accompagnata dalla mancata

realizzazione dei servizi e le infrastrutture previste.

L’esperienza dell’INA-Casa costituisce una risposta riformista al problema della casa, ma i cui esiti sono messi in crisi soprattutto

dalla difficoltà ad attrezzare i quartieri con i servizi sociali e a collegarli razionalmente con i centri delle città per evitare dinamiche

emarginanti.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in architettura (I Facoltà di Architettura e II Facoltà di Architettura)
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gian.luca.mazza di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Torino - Polito o del prof Montanari Guido.

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