Sergio Cotta – Il diritto nell'esistenza
Dire filosofia del diritto
Dire filosofia del diritto significa voler indagare il posto che il diritto occupa nell'esistenza umana. L'esistenza è ciò di cui l'uomo ha l'esperienza più diretta e verificabile, e la presenza del diritto nella nostra esistenza è vasta e costante. Alcuni esempi:
- Si compra il cibo giornaliero senza sapere che, nel momento in cui si va a pagare e si riceve in cambio lo scontrino, si sta perfezionando, in quel momento, un vero e proprio contratto, un contratto di compravendita;
- Si guida la propria automobile seguendo una segnaletica stradale, e quei segnali non sono altro che norme giuridiche espresse attraverso rappresentazioni simboliche;
- È piuttosto frequente utilizzare nel linguaggio corrente espressioni del tipo “io ho il diritto di chiederti”, “tu hai il dovere di rispondermi”, ecc.
Insomma il fenomeno giuridico è per la nostra esistenza fondamentale, fa parte della nostra vita.
Cos'è il diritto?
Nelle prime pagine della sua opera, Cotta dice che bisogna cercare innanzitutto di rispondere ad una domanda: quid ius? Cos'è il diritto? Per rispondere a questa domanda, dice Cotta, dobbiamo principalmente considerare tre diverse indagini, tra loro, consequenziali.
- Una prima indagine è definita descrittiva: bisogna, per capire il diritto, anzitutto descrivere questo fenomeno, e allora, in tal senso, diremo che il diritto è un insieme di regole vincolanti di condotta. Ovviamente, non tutte le regole possono essere definite e quindi considerate come giuridiche (ad es: vado alle poste per una raccomandata, e se sono educato mi metto in fila e aspetto il mio turno; si tratta di una regola di buona educazione, non può essere una regola giuridica). Ciò non basta, Cotta aggiunge infatti che, non tutte le regole sono giuridiche. In termini generali e formali, il diritto può essere allora definito come un enunciato linguistico che viene emanato da un organo legislativo organizzato e riconosciuto (forma esterna). Inoltre bisogna andare ad indagare in quella che l'autore definisce, la forma interna di questa fase, quale è data sempre dalla prescrizione sanzionabile. Ovvero il diritto deve sempre avere una sanzione, qualsiasi norma per essere giuridica deve essere una sanzione, e non soltanto un precetto. Queste due fasi, interna ed esterna devono essere tra loro collegate e quindi, unendole, possiamo dire, dal punto di vista descrittivo, che il diritto è una prescrizione sanzionabile, emanata da un'autorità legislativa organizzata e riconosciuta.
- Una seconda indagine, detta esplicativa, sottolinea che non bisogna soltanto guardare il diritto dal punto di vista descrittivo, e quindi valutando la forma interna ed esterna, ma bisogna cercare di considerare il diritto un prodotto che è posto in relazione con un qualcosa che lo produce, ovvero il diritto deve essere sempre, per rintracciare la sua essenza, messo in relazione con chi lo produce, ovvero l'uomo, colui che fa le leggi, che fa le sentenze, che fa i contratti per realizzare vari scopi che possono essere generali e in alcuni casi particolari. Questa specifica viene chiamata indagine teleologica, da teos ovvero scopo. Bisogna guardare infatti lo scopo della norma che, pur essendo importante, in realtà non è un qualcosa di tangibile, in quanto cambia in funzione di chi guarda a quella norma; quindi bisogna andare anche all'aldilà dello scopo, cercando il fine essenziale del diritto.
- Alla domanda posta nell'indagine precedente, ovvero qual è il fine essenziale del diritto, Cotta risponde con un'ultima indagine, che definisce fondativa. Il fine essenziale del diritto è l'uomo; parlare di diritto significa parlare di umana esperienza; andare al diritto non significa andare ad una cosa generica, significa parlare dell'uomo stesso, della vita umana, della nostra esistenza, un qualcosa da noi verificabile.
Trattazione filosofica del diritto
Fin qui tutto chiaro; in un passo del libro Cotta dice: Il discorso sin qui svolto permette di delineare, in modo riassuntivo e schematico, quale sia il tipo di trattazione del problema del diritto, anzi della giuridicità, tanto in generale quanto nelle sue articolazioni. Quanto al suo statuto epistemologico, è una trattazione esplicitamente e consapevolmente filosofica, ma di tipo teoretico, ossia conoscitivo e non propositivo o progettuale. È una filosofia del diritto e non una filosofia (e tanto meno un’ideologia) normativa del diritto, ossia che stabilisce come esso deve (o dovrebbe) essere: il diritto «migliore» o «ideale». In questi ultimi 3 righi c'è molto. Cotta dà per scontato tre cose diverse ma fondamentali:
- Il significato autentico della parola filosofia;
- Il concetto di ideologia;
- Il significato di utopia (diritto migliore e ideale).
Il significato autentico della filosofia
In realtà, la filosofia deve essere più che definita, vissuta. Ci sono diverse modalità di chiarire questo concetto. Per farlo dobbiamo riferirci ai classici, come Platone, e in particolare nel Simposio, un dialogo che si occupa, all'apparenza, soltanto dell'amore. In realtà, Platone vuole dire che soltanto imparando la vera natura di Eros (figlio di RICCHEZZA e POVERTA') è possibile, di riflesso, capire la vera natura della filosofia.
“Eros è sempre povero d'aspetto e tutt'altro dall'essere bello o delicato, piuttosto è duro, squallido, scalzo, peregrino, abituato a dormire nudo e fusto per terra, perché quella è la natura della madre; amore però non è soltanto questo. È anche, da parte di padre, un insidiatore dei buoni dei belli, è audace e coraggioso, un tremendo cacciatore, curiosissimo di intendere.”
Essendo i due genitori di Eros due opposti, amore, si trova, in ogni sua cosa, a metà strada, non è né mortale né immortale, né ricco né povero, né bello né brutto, e anche tra sapienza e ignoranza, amore si trova sempre a metà strada. Proprio da questo, Platone incomincia a collegare la cosa alla vera natura della filosofia, perché appunto, dice Socrate, nessuno tra i sapienti è filosofo, perché in quanto già sapiente non sente il bisogno di darsi alla filosofia. Ma neppure gli ignoranti si danno al filosofare o aspirano a diventare saggi, e proprio per questo che l'ignoranza è terribile, perché chi non è né nobile (in senso platonico), né saggio, non aspira, né può, in quanto ignorante, aspirare ad un qualcosa di cui, pur sbagliando, non crede di aver bisogno. L'ignorante, ignorando non crede di aver bisogno.
Ecco che da qui si dà una risposta alla domanda: chi sono quelli che si danno alla filosofia? Se esponiamo sia i sapienti che gli ignoranti, quelli che si danno alla filosofia sono proprio quelli che si trovano a metà strada tra la sapienza e l'ignoranza, e Eros, come abbiamo visto è uno di questi, un vero filosofo.
E cosa significa che la filosofia, come l'amore, si trova a metà strada tra la sapienza e l'ignoranza? Arriviamo allora ad una definizione, la filosofia è, per quanto detto, la consapevolezza di non sapere, ma è, contemporaneamente, un desiderio ardente di sapere, un desiderio che cresce tanto quanto più si ha questa consapevolezza di non sapere.
Quindi la filosofia è un habitus, l'habitus di chi si trova a metà strada tra la sapienza e l'ignoranza, è l'habitus di chi non è soltanto sapiente o soltanto ignorante. Con habitus si indica, come prima accezione, ciò che si mette sul corpo, un costume, l'abbigliamento; un secondo possibile significato, per noi più importante, perché connette tale parola con l'anima di ogni soggetto, perché habitus non significa soltanto costume, abbigliamento, vestito, ma anche e soprattutto condizione, stato, proprietà, natura, sicché si può effettivamente affermare che la filosofia è uno stato d'animo, una condizione, un modo di essere, un temperamento. Nella parola filosofia c'è, è non per caso, la parola amore, perché filosofia è data dall'unione di filia (amore) e sofia (sapere), sicché filosofia significa semplicemente amore per il sapere. Amore per il sapere può significare soltanto una cosa, ovvero apertura al sapere e mai chiusura ad un saputo, ovvero che quello che noi già sappiamo circa una qualsiasi cosa, non potrà mai e in nessun caso circoscrivere in maniera definitiva quello che ancora, su quella cosa, si potrà e dovrà sapere.
Filosofia, utopia e ideologia
Cotta distingue il concetto di filosofia con i concetti di ideologia e utopia. Dopo aver capito il significato autentico della parola “filosofia”, occorre far quello che si definisce “ragionamento per differenza”, ovvero per dire e capire cos'è una certa cosa (filosofia), occorre capire, per differenza appunto, che cosa quella cosa non è. La filosofia non è:
- Utopia;
- Ideologia.
L'utopia è una formula politico-giuridica tipicamente rivoluzionaria. A questo termine ha dato fortuna, un noto personaggio storia, Tommaso Moro, cancelliere dal re Enrico VIII, che nel 1516 pubblicava un libro denominato “UTOPIA”. Questa parola, sembrerebbe, all'apparenza, una parola dalle origini greche, perché al suo interno, questa parola, contiene la parola greca TOPOS, ovvero luogo-posto. Importanza ha però il prefisso della parola UTOPIA; appunto U-, perché così da solo non esiste nel greco antico; infatti questa parola può essere fatta derivare sia da OUTOPOS, non luogo o il luogo che non c'è, e da EUTOPOS che invece significa il buon luogo, il migliore dei luoghi. Con la parola utopia, allora, indichiamo un luogo che non c'è, ma che se esistesse, sarebbe il migliore dei luoghi.
Nel racconto tratto nell'opera di Moro, l'autore cerca di rimediare al disordine dell'uomo moderno, proponendo un nuovo modello ideale di comunità (un modello dove non esiste il concetto di proprietà privata e di corruzione), un modello ideale ottenuto con uno stupido rovescio della realtà: la realtà dice bianco?, l'utopia dirà nero. L'utopista è colui che rovescia la realtà e ci parla di un luogo che anche se ancora non esiste, deve essere da noi considerato il migliore dei luoghi; ci sono quindi due problemi molto gravi dell'utopia:
- Un ordine nuovo ottenuto con un banale rovescio della realtà;
- Un ordine nuovo che rappresenta soltanto un'ipotesi, che è per definizione indimostrata e indimostrabile.
L'utopia non può essere considerata filosofica perché mentre la filosofia, partendo dalla consapevolezza di non sapere, è anzitutto un atteggiamento di umiltà, al contrario, nell'utopia, tutto si rovescia, tutto si discute, tranne il punto di vista dell'utopista, anche se nella realtà non c'è, e che deve, presuntuosamente, essere considerato il migliore. Le situazioni devo essere considerate ugualmente, le situazione uguali, e diversamente le situazioni diverse, ecco perché l'utopia dà un concetto suo di eguaglianza, è non quello che l'eguaglianza presuppone la differenza.
L'ideologia nasce verso la fine del 700 (1796), per opera di un parigino che crea un gruppo di intellettuali, ideologici; a un certo punto la parola ideologia comincia ad assumere però un definizione dispregiativa, in quanto Napoleone decide di cacciare tutti gli ideologi dalla sua corte minimizzandoli a dei venditori di fumo. L'ideologo è colui che fa della sua teoria una dottrina, anzi un dogma, un qualcosa che si accetta o non si accetta, ma non si può dimostrare (ad es: la Trinità di Dio). L'ideologia è una finestra particolare sul mondo, ovvero che la particolarità è sempre costitutiva dell'ideologia, che parte sempre da una certa cosa, che in genere è la politica; l'ideologia è quasi sempre politica. Questa prospettiva dogmatica che nasce da una certa cosa, ad un certo punto, con una certa presunzione, ha la pretesa di dominare tutte le altre visioni del mondo (ad es: l'ideologia di Stalin – la lotta di classe - applicata alla tecnica agricola della seminazione del grano che nulla ha a che fare con essa).
Molti autori sostengono che le grandi ideologie sono ormai venute meno, ma secondo altri, le grandi ideologie non sono venute meno, ma si sono frammentate, ovvero ognuno di noi ha una propria e personale ideologia, travestita da semplice idea, con cui pretende di dominare tutte le altre visioni del mondo; non si cerca il dialogo, ci si chiude in un dogma (ad es: sono un uomo politicamente di destra, e per non precipitare nell’ideologia, dovrò leggere giornali di sinistra e viceversa). Per non precipitare nell'ideologia bisogna cercare ciò che è diverso da noi, per rafforzare le proprie idee, e a volte anche per cambiarle. Il piacere della preferenza, è un falso piacere; unico vero piacere è quello della conoscenza. L'ideologia, anche se diversamente dall'utopia, si propone un atteggiamento di chiusura, facendoci diventare presuntuosi; mentre l'utopia è rivoluzionaria, l'ideologia è sempre conservatrice. Qualsiasi ideologia nasce sempre come utopia. Studiate insieme possiamo capire come, per differenza, che cosa la filosofia non è.
Ritornando a: È una filosofia del diritto e non una filosofia (e tanto meno un
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