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IL SISTEMA POLITICO:

CHE COS’E’ E COME STUDIARLO

Nozione di “sistema politico”

sistema politico

Il concetto di costituisce oggi uno strumento centrale per la

conoscenza dei fenomeni politici.

Quando parliamo di sistema politico ci riferiamo a un oggetto di studio privilegiato

dell’attività degli scienziati sociali e in particolare di chi si occupa di scienza

politica. Il termine, non è vago anche se si può sovrapporre parzialmente ad altri

stato regime politico.

concetti come e

“Scoperta” del sistema politico nelle scienze sociali

Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale si è discusso con vivacità del rapporto tra

sistema politica,

e e l’entità di tale concetto in ambito scientifico si colloca con

struttural-funzionalista.

l’affermazione nelle scienze sociali di una scuola, quella Fu

il politologo Easton a porre il concetto di sistema politico al centro dell’agenda della

scienza politica. Prima di allora, gli scienziati si erano concentrati su concetti come

élite, governo, potere e stato. Secondo Easton il sistema politico doveva essere

comunità politica,

studiato attraverso le sue componenti: La ovvero i cittadini e i

regime politico,

destinatari delle scelte politiche; il ovvero l’insieme di norme che

autorità,

rendono effettive le decisioni e le scelte politiche; le ovvero coloro che

sono tenuti a prendere le decisioni e le scelte politiche. Partendo da questi punti,

egli sviluppava l’adattamento del modello derivato della teoria generale dei sistemi

input-output-feedback.

dell’analisi politica, ovvero lo schema Il suo funzionamento

inputs)

sarebbero il risultato di un flusso di domande e di sostegno ( che passando

gatekeepers scatola nera (black box)

tra i (élite, partiti, associazioni), penetra nella

(outputs)

trasformandosi in azioni e decisioni che mutano l’ambiente sociale.

(feedbacks)

Questo mutare può determinare delle retroazioni che stimolano il

rimodularsi delle aspettative e l’articolazione delle nuove domande.

Elementi ed esiti del sistema politico: Almond e Powell

Il manuale di Almond e Powell, ispirato allo struttural-funzionalismo e a Easton,

specificava il contenuto dell’analisi della politica vista come un “sistema”.

funzioni di sistema,

Secondo loro il sistema si struttura in diverse funzioni: per

esempio la socializzazione e la mobilizzazione politica corrisponderebbero alla

funzioni di processo,

formazione delle strutture interne alla scatola nera; ovvero

l’aggregazione degli interessi e la messa in opera delle decisioni

ì lOMoARcPSD|7389389 funzione di politica pubblica,

corrisponderebbero all’input e all’output; estrazione,

regolazione e distribuzione risorse corrisponderebbero ad un ulteriore insieme di

operazioni per rispondere alle domande e alle aspettative della comunità. Almond

e Powell indicavano inoltre un serie di strutture che assolverebbero alle funzioni dei

sistemi politici avanzati: gruppi di interessi e partiti politici sul versante degli input;

i governi, i parlamenti e le altre istituzioni che compongono l’ossatura del sistema;

l’amministrazione e l’insieme degli attori pubblici che si prendono cura della fase

esecutiva.

SISTEMI POLITICI E SCIENZA POLITICA: GLI APPROCCI CONTEMPORANEI

Sviluppi recenti nell’analisi dei sistemi politici comparati

La fondazione della moderna scienza politica comparata attraverso lo studio dei

sistemi politici ha favorito una grande letteratura dedicata allo sviluppo delle

democrazie occidentali. Con il tempo, però, ci si accorse che l’approccio struttural-

funzionalista e sistematico non poteva mantenere tutte le promesse: per un verso

era troppo vago nella scelta delle dimensioni di analisi e dei concetti centrali e per

l’altro verso era troppo ambizioso nel voler spiegare il fenomeno della politica.

L’idea di uno studio comparato basato sui sistemi politici ha quindi fatto posto

lentamente a una agenda di ricerca incentrata su concetti più specifici come: i

sistemi partitici; i regimi politici e il loro mutamento e la variabilità dei modelli

democratici.

Tuttavia il concetto di “sistema politico” si è trasformato in uno strumento per

indicare il livello della comparazione della politica tra le nazioni.

Un concetto ancora utile

Dunque, il concetto non ha perduto il proprio ruolo e il proprio fascino. Si riferisce

fare riferimento a tale concetto per rimarcare la necessità di una comparazione tra

tutte le varianti della politica democratica. Le analisi che solitamente si focalizzano

sul concetto di sistema politico sono generalmente costruite sulla selezione di un

numero medio-piccolo di casi anche se non mancano analisi su un ampio numero

di casi.

L’argomento di fondo proveniente da molti lavori è semplice e convincente: si

preferisce parlare di “sistema politico” perché risulta più comprensibile la

concezione della politica come un fenomeno complesso legato alla diade

funzione/struttura e al doppio versante che oppone domande/sostegno a quello

decisioni/ risultati.

Il sistema politico oltre lo stato-nazione

Appare sempre più chiaro come i singoli sistemi politici non sono così indipendenti

e neanche più facilmente distinguibili da un altro sistema. Quel sistema che fino a

internazionale

poco tempo fa si definiva ma che oggi è sempre più spesso indicato

sistema politico globale.

come Se la sovranità che costituiva la chiave per definire

la tradizionale forma di stato oggi è dispersa tra autonomie locali, unità

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subnazionali e governi nazionali, allora anche il sistema politico tende ad assumere

più forme: molte realtà sovranazionali e subnazionali hanno oggi le caratteristiche

di un sistema. È l’interdipendenza tra dimensione locale, nazionale e

sovranazionale della politica che però rende difficile l’individuazione di cosa sia un

sistema anche per la presenza di spostamenti di potere non solo tra i vari livelli ma

anche nei livelli.

Comparare i sistemi politici

Si studia il sistema politico perché si è interessati alla complessità della politica di

istituzioni contano riscoprire le istituzioni

un paese. Le e sono stati i due motti della

analisi politologa di fine XX secolo, che ci hanno stimolato a riportare l’attenzione

sull’importanza della conoscenza degli effetti generati dai modelli istituzionali.

Tuttavia questo non vuol dire un ritorno al passato.

L’ANALISI DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO CONTEMPORANEO

Un ritorno di attenzione

All’inizio si diceva come il sistema politico italiano sia stato al centro di un ampio

dibattito, costituendo l’oggetto di una serie di sforzi interpretativi da parte della

comunità scientifica. Non poteva succedere altrimenti visto che il cambiamento

politico degli anni 1992-1996 e quello degli anni dopo rappresenta un

cambiamento di transizione, classificabile come “transizione da democrazia a

democrazia”. Fino a quel momento non vi era interesse a rimettere mano a una

calabrone:

interpretazione che poteva essere sintetizzata con la metafora del come

l’insetto pesante riesce a volare, il sistema politico italiano, nonostante i suoi mille

difetti riusciva a funzionare. La vera sfida per gli studiosi era quella di spiegare le

democrazia difficile.

cause e i prezzi di una Dopo gli eventi “rivoluzionari”, dal 1992

l’analisi del complesso della politica italiana è tornata alla ribalta.

Con il raggiungimento di un primo equilibrio, si moltiplicarono gli sforzi

interpretativi sull’effettiva capacità del sistema italiano di raggiungere un punto di

equilibrio durevole. Il bagaglio di conoscenza acquisita sul passato e sul presente

del sistema politico italiano sembrava metterci in grado di dire qualcosa di sicuro

anche sul futuro immediato quando è giunta la crisi economica seguita dalla

esplosione della bolla speculativa negli USA.

italianisti

La comunità degli all’estero oggi è particolarmente numerosa soprattutto

negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’immagine del sistema politico italiano è quella

di un insieme di attori e pratiche politiche ancora in cerca di una loro definizione.

IL SISTEMA POLITICO ITALIANO: LE SFIDE DI LUNGO PERIODO

DALLO STATO UNITARIO CENTRALIZZATO AL MODELLO QUASI FEDERALE

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1.1 L’unificazione del paese

Nel 2011 l’Italia ha celebrato il 150° anniversario della sua indipendenza come

stato unitario. In quanto stato unitario è stata forgiata unificando una serie di stati

regionali più o meno indipendenti e staccando pezzi importanti dal declinante

impero austroungarico.

Benché la nascita dell’Italia sia lontana, questo processo ha lasciato segni profondi

nell’assetto politico- istituzionale del paese. L’Italia ha raggiunto l’unità nel 1861

grazie al saldarsi delle manovre internazionali del Regno di Sardegna, da tempo

orientato verso una espansione verso la penisola, e delle aspirazioni del

movimento nazionale e liberale attivo nel resto del paese. I tempi e le condizioni

con i quali il processo di unificazione si è svolto hanno avuto conseguenze

importanti per gli sviluppi del sistema politico italiano.

L’aver raggiunto invece la dimensione di “grande paese” ha posto l’Italia nella

posizione di “ultima tra le grandi potenze”. Questo ha spinto l’idea che l’Italia

dovesse mettersi al passo con i paesi più influenti d’Europa e questo la spinse a

una serie di spedizioni coloniali non fortunate e a farsi coinvolgere nelle due guerre

del XX secolo.

Per quel che riguarda la dimensione interna, l’unificazione del paese è stata più

facile da raggiungere sul piano dell’aggregazione territoriale che su quello della

funzionalità concreta. L’annessione del resto della penisola a uno degli stati

regionali, è stata dovuta ad una serie di fattori che mettevano il Piemonte in una

situazione di vantaggio che possiamo così sintetizzare: maggiori risorse

amministrative e militari; più elevato grado di indipendenza; l’aver risolto il

Statuto

problema della legittimità politica attraverso la Costituzione del 1848 (

albertino) e l’istituzionalizzazione del parlamento.

Il fatto che altri attori principali della penisola fossero più deboli su questi piani,

fece sì che il Regno di Sardegna si trovasse in una posizione centrale nel momento

in cui la partita dello stato nazione si aprì. Anche se inizialmente il movimento

nazionale era diviso, con una ala repubblicana guidata da Mazzini e Garibaldi che

avrebbero preferito una unificazione spinta dal basso e l’eliminazione della

monarchia, la dinastia sabauda riuscì a essere accettata come la più sicura. Questa

unificazione si svolse a tappe nell’arco di 60 anni (1859-1918) anche se a parte più

state building nation

rilevante si ebbe nel 1861. Come in altri casi europei di e

building la determinazione dei confini non fu una operazione priva di problemi. Le

nozioni di confine naturale, storico e linguistico vennero usate per giustificare le

acquisizioni territoriali realizzate e rivendicate.

Questo processo ha condotto all’inclusione di una minoranza di lingua tedesca, di

lingua slava e di lingua francese e ha lasciato fuori dall’Italia popolazione di lingua

o dialetti italiani in Francia, in Svizzera e in Jugoslavia. Nei confronti della

minoranze non italofone sono state adottate politiche diverse mentre le

popolazioni italiane rimaste fuori dai confini sono state punti di forza dei partiti

nazionalisti. Questo aveva giocato un ruolo fondamentale per il coinvolgimento del

paese nelle guerre mondiali, le quali portarono prima grandi acquisizioni e poi

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grandi rinunce. Lo smantellamento dei vecchi stati e delle loro case regnanti venne

quasi sempre accettata. Una importante opposizione si ebbe con la conquista di

Roma e le politiche di secolarizzazione delle proprietà ecclesiastiche. L’opposizione

allo stato italiano fu definita con forza dal decreto che imponeva ai cattolici la non

partecipazione alla vita politica nazionale. Il difficile rapporto tra stato e chiesa

Patti lateranensi

potrà dirsi risolto solo sotto il regime fascista quando, con i

(1929), si garantiva alla chiesa una piccola sovranità territoriale (Stato del

Vaticano). Per evidenziare quanto sia stata importante la questione cattolica nella

vita politica italiana basta ricordare che per tutti i primi 40 anni della repubblica il

partito di ispirazione confessionale (Democrazia Cristiana), sarà la maggiore forza

politica. L’opposizione al nuovo stato proveniva anche da altre direzioni: nel

meridione una parte delle élite manteneva il suo sostegno alla dinastia borbonica.

Alle manifestazioni popolari sovversive, la classe politica liberale non esitò a fare

ricorso a strumenti repressivi.

1.2 Una società eterogenea

L’unificazione state dell’Italia era stato un processo rapido me “fare gli italiani”

sarebbe stato più complicato. Per la sua posizione geografica, per l’eredità del

passato e una lunga storia di divisione politica, per i diversi modelli di sviluppo

economico, la società italiana rimase differenziata al suo interno anche dopo la sua

unificazione. I livelli di istruzione, la lingua e i modelli di vita economica e sociale

variavano da zona in zona. Al momento dell’unificazione l’Italia poteva essere

considerata un paese economicamente arretrato e l’unificazione politica e

economica resero le differenze interne ancora più grandi. Il divario tra nord e sud

divenne uno dei temi principali della discussione politica italiana.

1.3 I caratteri del nuovo stato

Le modalità del processo di unificazione determinarono alcune caratteristiche del

nuovo sistema politico. Il nuovo Regno d’Italia era il risultato di una serie di

annessioni al Regno di Sardegna: di questo cambiò soltanto il nome ma si

mantenne la casa regnante (Savoia), la Costituzione (Statuto albertino), il

parlamento (venne solo ampliato) e la burocrazia. Inizialmente anche la capitale

rimase quella vecchia, Torino. Le fratture territoriali tornarono ad emergere dopo la

Prima guerra mondiale quando le élite liberali mantenevano le loro basi di forza

nell’Italia meridionale mentre i socialisti e i cattolici del Partito Popolare si

insediarono nell’Italia settentrionale. Nel 1948 invece la Democrazia Cristiana,

erede del partito popolare, riuscì a diventare un partito nazionale. Ai sensi dello

Statuto albertino, il decentramento territoriale era limitato: al di sotto del livello

nazionale c’erano solo la provincia, guidata dal prefetto, e il comune, al cui

consiglio comunale venne assegnato il compito di eleggere il sindaco. Occasioni

per una revisione degli equilibri tra centro e periferia si sono però riaperte

periodicamente in coincidenza con momenti di svolta e crisi del sistema politico. La

governance

caduta del fascismo aveva significato anche un rifiuto dei modelli di

che questo regime aveva disegnato. Venne introdotto anche il regionalismo,

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incoraggiato anche dalla necessità di dare una specifica autonomia alle aree

periferiche.

Una opportunità per il processo di regionalizzazione si sarebbe aperta solo

vent’anni dopo.

Dopo gli anni del miracolo economico, le richieste per un sistema più flessibile

erano infatti cresciute. Con le elezioni regionali del 1970 anche le “regioni

ordinarie” videro la luce. Tuttavia, il trasferimento delle funzioni e delle risorse si

sarebbe rivelato tutt’altro che facile. Una nuova sfida agli equilibri territoriali si

manifestò tra gli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90. A lanciare questa sfida era la Lega Nord,

la quale richiedeva una revisione degli equilibri centro-periferia, oscillante tra il

federalismo e le minacce di secessione. Il successo della Lega andava di pari passo

con il declino della DC e degli altri partiti di governo. Va aggiunto a questo anche il

manifestarsi di una spinta dal basso proveniente dai comuni. La competizione

elettorale ha poi spinto a promuovere una devoluzione di poteri amministrativi alle

regioni da parte del centro-sinistra. Il modello che venne adottato fu

sostanzialmente quello del federalismo cooperativo. Tuttavia, questa riforma venne

abolita con un referendum del 2006. Con la nuova vittoria del centro-destra, venne

riportata al centro del dibattito lo sviluppo del federalismo. Questa volta però ci si è

concentrati sul federalismo fiscale, ovvero sulla ripartizione delle risorse tra lo

stato centrale e le regioni. Grazie ad alcuni cambiamenti, l’ammontare delle risorse

amministrative delle regioni è sensibilmente aumentato.

DEMOCRATIZZAZIONE DISCONTINUA E NUOVE RIFORME

1.4 Il percorso della prima democratizzazione

Quando l’Italia è stata unificata, la lettera della Costituzione adottata (Statuto

albertino) era ancora ispirata ai principi della monarchia costituzionale: la sovranità

popolare non era menzionata e l’esecutivo era nominato dal re. Inoltre la carta

inclusa nello Statuto albertino era anche limitata.

Permanevano anche importanti restrizioni della libertà di espressione del dissenso

politico e un certo tasso di manipolazione dei processi elettorali da parte del

governo.

Nonostante questi limiti, il primo passo del processo di democratizzazione era stato

raggiunto prima di altri molti paesi importanti.

Abbiamo già visto alcune debolezze del sistema politico italiano. Una delle

principali consisteva nella forte opposizione cattolica, in quanto indeboliva lo stato

e le élite politiche. Un altro fattore di debolezza è c

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Scienze giuridiche IUS/09 Istituzioni di diritto pubblico

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