Bilanci aziendali
Introduzione
I bilanci sono redatti tenendo conto di tre fonti:
- La dottrina economico-aziendale, sia nazionale che internazionale;
- La fonte della normativa civilistica del diritto positivo (vigente);
- La fonte della normativa fiscale.
Per quanto riguarda la normativa fiscale, essa può approcciarsi in diversi modi alla redazione di un bilancio d'esercizio. I diversi approcci sono compresi all'interno di due estremi:
- Non tenere completamente conto degli aspetti fiscali;
- Essere completamente aggiornati sulle norme esposte dal TUIR.
Il TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) mette in evidenza appunto le norme fiscali che concernono la determinazione corretta del reddito d'impresa.
Uno dei grandi limiti dei precedenti studi è stato quello di dare poco spazio al bilancio dei gruppi aziendali, meglio noto come bilancio consolidato. Oggi il bilancio consolidato è diventato di un'importanza notevolissima, poiché separare l'indagine fatta sull'azienda in questione da quella fatta sulle aziende partecipate dalla stessa significa non avere chiaro il quadro complessivo della gestione. Il bilancio consolidato è stato reso obbligatorio pure per l'Università dal 1° gennaio 2015.
Alcune delle possibili domande d'esame potrebbero essere:
- Com'è possibile che questa azienda ha incrementato il suo fatturato oppure il suo valore della produzione del 20%, ma nonostante questo è passata da una posizione di utile ad una di perdita?
- Secondo lei è meglio avere un incremento del fatturato (voce A1 del CE) pur in presenza di una diminuzione del valore di produzione (A del CE), oppure è meglio un incremento del valore della produzione a scapito del fatturato stesso?
I principi contabili internazionali IAS/IFRS sono principi contabili oggetto di utilizzo da parte di imprese quotate in Borsa, di imprese che hanno delle forme di controllo in più Paesi, di imprese che hanno superato determinati parametri dimensionali in termini di fatturato o di dipendenti, e di imprese che decidono di perseguire i criteri internazionali per opzione e non per obbligatorietà.
Per quanto riguarda i bilanci delle aziende pubbliche e delle cooperative facciamo riferimento ai bilanci dell'ente locale (Comune), della Regione, delle aziende sanitarie, delle Università e delle società cooperative. TUEL (Testo Unico degli Enti Locali) è la fonte di riferimento per le aziende pubbliche, a differenza del TUIR che fa riferimento alle aziende private.
Riclassificazione di conto economico: Schema A e Schema B
La riclassificazione di conto economico ci serve per comprendere le differenze tra questa stessa riclassificazione e quanto ci viene richiesto dal codice civile nella redazione dei bilanci secondo il diritto positivo, ma serve anche a comprendere l'assetto patrimoniale, finanziario ed economico delle aziende.
L'assetto patrimoniale riguarda quelli che sono gli elementi attivi e passivi del patrimonio; l'assetto finanziario concerne quelle che sono le logiche degli investimenti e dei finanziamenti; l'assetto economico, invece, riguarda quelli che sono i componenti positivi e negativi di reddito.
L'espressione di conto economico riclassificato indica che la collocazione delle voci contabili non è da manuale, civilistico o fiscale che esso sia, bensì la riformulazione della sequenzialità, e quindi la collocazione delle voci, in funzione delle esigenze conoscitive che si hanno.
Questo conto economico riclassificato ha una struttura scalare. La numerazione (da 1 a 27) non ha nulla a che vedere con quella di tipo vincolante (che non si può modificare) che si trova nel codice civile.
Lo schema A prende il nome di conto economico a costo del venduto, perché di vuole mettere in evidenza quanto è costato ciò che si è venduto. Lo schema B, invece, si chiama conto economico a valore della produzione, perché, in questo caso, si vuole indicare quanto è costato ciò che si prodotto.
È chiaro, infatti, che ciò che si produce può essere totalmente venduto nell'esercizio corrente oppure, se va in rimanenza, ci si aspetta che possa essere venduto negli esercizi successivi; mentre, ciò che noi vendiamo in un determinato esercizio, per gli stessi motivi, non necessariamente deve essere stato prodotto nello stesso esercizio. Quindi, può esservi la coincidenza che tutto ciò che si produce venga venduto (dunque in assenza di rimanenze), ma normalmente non è detto che tutto ciò che si produce si venda nel medesimo esercizio e nemmeno che ciò che si vende in un esercizio sia stato prodotto nel medesimo esercizio.
Lo schema A è particolarmente utilizzato nei paesi anglosassoni e dalle imprese commerciali, cioè quelle che non pongono in essere il processo di trasformazione dalla materia prima al prodotto finito e che, quindi, non passano per le fasi intermedie (es. semilavorati). Dunque, si dice che le imprese commerciali hanno soltanto una trasformazione spazio-temporale del prodotto, cioè acquistano oggi per rivendere in un tempo successivo e acquistano in un luogo per rivendere in un luogo diverso.
Per quanto invece riguarda le trasformazioni fisico-tecniche, cioè che partono da materie prime che subiscono lavorazioni divenendo semilavorati ed infine prodotti finiti destinati alla vendita, sono quelle che determinano una certa misura di valore aggiunto.
Lo schema B, invece, è uno schema di matrice tedesca, dove vi è un approccio più legato alla produzione e, dunque, alla trasformazione industriale. In Italia, dal recepimento della IV direttiva CEE del 1991, si utilizza uno schema a valore della produzione. Le società di capitale (S.p.a., Sapa, S.r.l) e le società cooperative, che hanno obbligo di depositare il bilancio, devono attenersi a questa direttiva, a differenza delle società di persone (Snc, S.S., Sas) che invece non hanno l'obbligo di depositare il bilancio.
Per quanto concerne lo schema A, abbiamo delle voci in corsivo (3-13-17-21-23-25-27) che per la maggior parte indicano dei risultati lordi, escludendo la voce 3 dei "Ricavi netti di vendita" e la voce 27 del "Risultato netto" (noto come Reddito d'esercizio).
Un risultato si definisce netto quando esso è differenza tra tutti i componenti positivi e tutti i componenti negativi che lo stanno determinando, senza lasciare nulla da parte, come nel caso del 27 (Utile se è positivo, o perdita se è negativo). Tutti gli altri, ad esclusione del 3 (che sono ricavi e, quindi, non sono risultati), rappresentano risultati lordi, ovvero risultati in cui non includiamo, nella correlazione, tutti i componenti positivi e tutti i componenti negativi, ma includiamo soltanto quelli con specifico riferimento a quelle determinate aree.
Quindi alla formazione del Reddito netto (27) si perviene attraverso una sequenzialità di risultati caratterizzati da segni algebrici diversi. Partendo dai Ricavi netti di vendita (3), è evidente come questi siano dati dalla differenza tra Ricavi lordi di vendita (1) e Resi su vendite (2).
Passando alla posta Risultato lordo industriale (13): pur essendo lo schema A una struttura utilizzata specificamente dalle imprese commerciali, utilizziamo l'espressione industriale in senso lato, riferendoci alla prima fase del ciclo del prodotto, poiché ogni prodotto o servizio consta di diverse fasi. Infatti, un prodotto, prima deve essere realizzato, poi deve essere commercializzato, sostenendo dunque una serie di costi per portare il prodotto sul mercato, infine deve essere amministrato (fattura, documento di trasporto, bolla d'accompagnamento). Quindi, con il termine industriale si pone l'attenzione sulla fase di realizzazione.
Di conseguenza, è logica la derivazione della voce numero 13 dalla differenza tra Ricavi netti (3) e Costo industriale del venduto (12). La voce numero 12, a sua volta, è composta da alcune voci additive e altre sottrattive (4+5+6+7+8+9-10-11).
Un esempio è utile a chiarire le voci che sono comprese all'interno della numero 12. Supponiamo di avere un'azienda al primo anno di vita, è chiaro che non vi saranno Rimanenze iniziali, per cui la posta numero 4 sarà pari a zero. Supponiamo di essere alla fine del primo anno di vita dell'azienda e che essa non abbia Rimanenze finali, ovvero che anche la posta 11 sia vuota. La posta numero 10 è relativa alle Produzioni interne capitalizzate, cioè produzioni realizzate in economia, quindi solo con le proprie risorse senza fare ricorso alla condizione esterna: si tratta di utilizzare delle risorse (personale, energia, materie) per gestire la manutenzione interna o per realizzare beni che nel momento in cui sono realizzati divengono immobilizzazioni. Supponiamo che anche questa voce (10), al primo anno, sia pari a zero. A questo punto il Costo industriale sarebbe dato da una sommatoria (5+6+7+8+9) di tutti quelli che sono i fattori produttivi che non possono mai mancare in generale nella realizzazione di qualsiasi prodotto o servizio, ossia: Materie prime, Retribuzioni industriali (non totali, quindi escludendo le retribuzioni commerciali e quelle amministrative), Costi industriali, Ammortamenti industriali (per quote, in relazione all'utilizzo di soli beni industriali), Altri costi industriali (cioè costi che non possono essere compresi nelle voci precedenti).
Ci possono essere delle situazioni in cui la voce Risultato lordo industriale (13) risulta negativa, ovvero quando i Ricavi netti (3) sono minori del Costo industriale (12). In questi casi si può agire in tre direzioni: o si aumentano i ricavi, o si aumentano i costi, o si fa un mix di entrambe. Per compiere una di queste manovre devo cominciare ad interloquire con i responsabili che sono: il direttore vendite (per la posta 3), il direttore degli acquisti (per la posta 5), direttore del personale (per la posta 6), ecc.
Quindi bisogna fare delle considerazioni su questo margine lordo (13), perché se questo tende a zero non mi metto in una buona posizione per la prosecuzione della copertura degli altri fattori produttivi, ma questo non vuol dire che al livello della posta 27 non possa avere degli splendidi risultati, anzi a volte è proprio così. Nonostante ciò, è sempre più conveniente che il valore della posta 13 sia un numero positivo abbastanza significativo, e non tendente a zero.
Fino ad ora si sono fatte delle ipotesi esemplificatrici (4,10 e 11 sono supposti uguali a zero). Adesso bisogna togliere queste semplificazioni, perché non sempre si ha a che fare con delle aziende che sono al primo anno di vita o che non hanno rimanenze finali.
Per quanto riguarda le rimanenze finali, queste hanno degli effetti positivi nella determinazione del reddito, perché rappresentano delle rettifiche di costi. Quindi, in un conto economico in cui si sta calcolando il costo industriale del venduto, è chiaro che se si ha una quantità di prodotto non venduto, si può agire in due modi:
- Riduco direttamente (con il segno meno) il valore dei miei acquisti del valore della quantità non venduta, perché questa non può partecipare per il rispetto del principio di competenza economica alla determinazione del reddito;
- Lascio fermo il valore degli acquisti e lo rettifico portando all'altro membro il valore delle rimanenze finali, che naturalmente dovranno avere segno opposto a quello della sommatoria dei costi.
Quindi, in sostanza, se si sono sostenuti costi per 100 e abbiamo rimanenze finali per 20, si possono sia togliere direttamente i 20 iscrivendo tra i costi solo 80, ma si può anche iscrivere 100 tra i costi mettendo 20 nella sezione opposta in maniera tale che il saldo risulti comunque 80.
La rimanenza finale diventa rimanenza iniziale nell'esercizio successivo: i costi sospesi nel precedente esercizio diventano i primi costi del nuovo esercizio, motivo per cui, se nel precedente esercizio tali costi li avevamo inseriti con il segno meno, nel nuovo esercizio questi costi assumeranno il segno più. Alla luce di quanto si è detto, è ora facile intuire perché le Rimanenze iniziali (4) hanno lo stesso segno dei fattori di produzione.
Per quanto concerne le produzioni interne capitalizzate: supponiamo di avere una commessa di lavoro per costruzione interna, per cui utilizziamo una parte di materie prime (es. 100), una parte del costo del lavoro (es. 20), un po' di energia (es. 10). Mettendo insieme questi fattori di produzione, la cui valorizzazione è 130, si ottiene una immobilizzazione, che si sarebbe potuta anche acquistare all'esterno, ma che si è realizzata all'interno. Il valore della nuova immobilizzazione sarà proprio 130, e dovrà essere inserito all'interno dello stato patrimoniale perché è un bene a fecondità ripetuta, ed è un bene che deve partecipare alla determinazione del reddito di esercizio attraverso le quote di ammortamento, determinate in base alla durata della vita utile presunta del bene, che ipotizziamo di 10 anni. Quindi registreremo nello stato patrimoniale il valore dell'immobilizzazione (130) e, alla chiusura dell'esercizio, registreremo nel conto economico i costi del bene per 130 (che non sono comunque distinguibili: potrebbero essere all'interno di un totale costi di 2000) e le quote di ammortamento (di valore 13). Ma in tal modo si avrebbe una duplicazione dei costi, perché si considerano una volta nei fattori della produzione e una volta come quote d'ammortamento (poiché alla fine si avrà anche in queste proprio 130). Per cui bisogna trovare un metodo per eliminare l'effetto di questi 130 e per lasciare solamente, nei 10 conti economici dei diversi anni, solo le quote di ammortamento. Tale metodo consiste proprio nell'iscrivere nella sezione opposta al costo dell'immobilizzazione un 130 rettificativo, annullando in tal modo proprio l'effetto del costo della stessa immobilizzazione, e lasciando solamente l'effetto delle quote di ammortamento (che hanno valore 13) che si rilevano di anno in anno per 10 anni. A questo punto è chiaro che la posta numero 10 ha il segno meno perché si tratta di un'addendo che non può trovare collocazione tra i costi industriali del venduto perché non si è venduto proprio niente, poiché le produzioni interne capitalizzate sono rettificative di tutti i costi dei fattori di produzione. Infatti, non si sono destinati tali fattori di produzione alla vendita, e siccome il conto economico è al costo del venduto, queste produzioni (interne) non state vendute, questo deve essere detratto dal costo industriale del venduto.
La posta 14 rappresenta i Costi commerciali, la posta 15 rappresenta i Costi amministrativi, mentre la posta 16 (Proventi e oneri tipici vari) rappresenta (come la posta 9) una voce residuale, si tratta cioè di elementi che magari non sono specificamente commerciali o amministrativi ma che possono influenzare o positivamente o negativamente la valutazione in oggetto.
A questo punto, tale sommatoria algebrica (13-14-15±16), dà luogo al Risultato operativo caratteristico (posta numero 17). Innanzitutto, la differenza tra la 17 e la 21 (Risultato operativo globale) è data dalle poste che vengono definite extragestionali (18,19,20) che possono influenzare, anche queste, positivamente (proventi) o negativamente (oneri), e che fanno parte, appunto, della cosiddetta area della gestione extracaratteristica, ossia tutto ciò che non può porsi in essere rispetto al core business (attività caratteristica). Per esempio, ci sono alcune aziende sanitarie che hanno avuto in donazione degli alberghi (posta 18 degli Immobili civili), la cui gestione genera dei fitti attivi che ovviamente non c'entrano nulla con il core business. Poi ci sono aziende che hanno una rilevante liquidità, che deriva dal loro business, come nel caso delle imprese assicurative, le quali hanno un ciclo del processo gestionale invertito, poiché hanno prima i realizzi (pagamento premi), e poi effettuano gli investimenti e i finanziamenti. Un altro caso di aziende aventi una grande liquidità è rappresentato dalla GDO (Conad, Auchan, ecc…), perché queste incassano subito in contanti, mentre i pagamenti ai fornitori avvengono con dilazionamenti. In questo tipo di aziende con grande liquidità, ci sono investimenti che vengono definiti di facile pronto smobilizzo, cioè questi investimenti non sono molto rigidi o vincolanti e quindi possono essere reintegrati facilmente. Anche in questo caso non si tratta del core business, ma dell'area extracaratteristica, che genererà proventi (se incidono positivamente) o oneri (se incidono negativamente). Anche questa voce (20) è una partita residuale, perché in essa si considerano proventi ed oneri che non vengono comprese nelle altre voci dell'area extragestionale.
Se un'azienda non ha completamente la gestione extracaratteristica allora la voce 21 sarà uguale alla 17. Naturalmente, può accadere che un'azienda abbia il 17 inferiore al 21, se vi sarà prevalenza dei proventi sugli oneri extragestionali, o nel caso contrario che il 17 sia superiore al 21.
Non bisogna confondere gli aspetti legati alla gestione operativa o extraoperativa con gli aspetti legati alla gestione caratteristica o extracaratteristica, nel senso che si può anche avere la presenza di extracaratteristico che però rientra sempre nell'ambito della dimensione operativa. Per dimensione operativa, infatti, s'intende il porre in essere dei processi di acquisizione di fattori produttivi, di trasformazione, di utilizzo, di attesa di realizzo, in maniera sistematica (continuativa). Dunque, l'operatività non è data soltanto da una situazione caratteristica (core business), ma anche, in maniera strategica e continua, dalla gestione extracaratteristica.
Quindi in sostanza la gestione operativa si divide in:
- Gestione caratteristica, quando si riferisce alla spe...
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