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Tasso di Goethe

Tutto inizia quando Tasso viene festeggiato alla corte del duca Alfonso di Ferrara. Nello stesso giorno avviene un diverbio con un tale Antonio e c’è il rifiuto, d’amore, della principessa Eleonora; questa situazione fanno precipitare Tasso in un’infelicità che poi lascia intravedere i segni della follia.

In Tasso, che crede di poter piegare la realtà al suo ideale, c’è l’addio di Goethe a quello che lui stesso è stato negli anni giovanili, lo scontro tra l’io e la società. Per questo lui stesso ha definito questo dramma un Werther potenziato. La principessa Eleonora incarna la misura, la moralità, il rispetto delle regole come le applicava Charlotte von Stein. Antonio, invece, rappresenta la vita attiva, la realtà pratica, si potrebbe dire che rappresenta il nuovo Goethe, che adesso sapeva riconoscere e apprezzare.

Il Tasso è un conflitto insanabile e complesso. Illustra la problematicità dell’artista diviso tra l’esigenza di assoluto, di conoscere e la necessità di adattarsi alla società in cui vive. Il poeta è rappresentato incapace di rinuncia, crede di poter superare le istanze che regolano la vita sociale, l’amore stesso; in realtà chi si comporta così alla corte di Weimar non può che essere scacciato da quello che è il suo mondo e precipitare alla rovina. Rovina che il suo genio fa trasformare in canti.

Ifigenie in Tauride

Riprende Euripide e scarta quegli elementi che non possono avere più risonanza nell’animo dello spettatore moderno. Sposta la vicenda sull’interiorità dei personaggi. Crea un nuovo tipo di dramma: SEELEN DRAMMA. Se l’Ifigenia mostra la volontà morale che vince sulle passioni, anche il Tasso mostra la stessa volontà morale. Si ha lo stesso problema dell’autolimitazione che nel caso del Tasso è dimostrato nel fallimento di un artista incapace di realizzare l’accordo tra il proprio io e il mondo. Cosa che invece riuscirà a fare Ifigenia.

Quella del Tasso è la storia del fallimento di un artista che non riesce a superare lo scoglio tra l’io e il mondo.

Ifigenia in Aulide

Tragedia di Euripide, rappresentata nel 406 a.C. La tragedia pare sia rimasta incompiuta, completata solo postuma con qualche completamento. Le ultime parti si dice che non siano di Euripide. L’opera mette in scena il sacrificio di Ifigenia a favore della vittoria dei greci nella guerra di Troia.

La tragedia si apre nella tenda di Agamennone, re dei greci, che si trova in Aulide; c’è la flotta che deve partire per Troia, ma è immobilizzata nel porto perché non ci sono venti favorevoli; Agamennone racconta al suo schiavo come è stato nominato capo dell’esercito e si augura che qualcun altro possa prendersi carico della guida dei guerrieri perché in caso contrario sarà costretto a sacrificare la propria figlia Ifigenia alla dea Artemide affinché permetta la partenza; Menelao e gli altri re insistono affinché si faccia tutto ciò che è richiesto dagli dei; Agamennone cede, fa arrivare sua figlia in Aulide accompagnata dalla madre; il pretesto per far arrivare Ifigenia nell’Aulide: le viene detto che dovrà sposare Achille; solo Calcante, Ulisse e Menelao conoscono la verità; Agamennone preso dall’angoscia cambia idea, invia uno schiavo da Clitennestra dicendo di tornare a casa; Menelao non si fida del fratello, sorveglia la via di Argo, vede lo schiavo e ottiene il messaggio, scoppia la discussione tra Menelao e Agamennone che non intende cambiare i suoi ordini, Menelao ricorda al fratello che la guerra è scoppiata per l’oltraggio che gli è stato fatto; lo scontro tra i due fratelli è interrotto dall’annuncio dell’arrivo di Clitennestra e Ifigenia; Agamennone si dispera, commuove Menelao; Agamennone non riesce a confessare alla moglie il vero motivo per cui è stata chiamata lì, la lascia parlare del matrimonio, le consiglia di tornare ad Argo per badare agli altri figli lasciando Ifegenia con lui; la moglie rifiuta, incontra Achille che non sa nulla del matrimonio e il vecchio schiavo di Agamennone racconta la verità; Achille ama Ifigenia, ma non gli piace il tentativo di servirsi di lui per attirarla in Aulide con l’inganno; Agamennone ritorna in scena con Clitennestra e la figlia, adesso le due conoscono la verità; Agamennone viene messo alle strette, dichiara che l’esercito gli sfuggirà di mano se scoprirà che ha cambiato parere e quindi lascia moglie e figlia e si dirige verso i suoi guerrieri; ritorna Achille, tutto l’esercito si leva contro di lui; Ifigenia prende una decisione e accetta il sacrificio per il bene della comunità; Achille risponde che è pronto a salvarla; arriva il messaggero da Clitennestra e le racconta tutto; Ifigenia era vicino a Calcante davanti a tutto l’esercito, tutti con lo sguardo abbassato, poi il silenzio quando hanno osato guardare verso l’altare Ifigenia era scomparsa, al suo posto c’era una cerva agonizzante; la dea Artemide aveva portato via Ifigenia salvandole la vita e l’aveva sostituita con la cerva; si alza il vento favorevole e finalmente la flotta può prendere il largo.

Ifigenia in Tauride

Sempre tragedia di Euripide, anteriore all’Ifigenia in Aulide, ma Euripide tratta l’ultima parte. L’anno di rappresentazione è ignoto. C’è un prologo che racconta i fatti che hanno visto Ifigenia salvata dal sacrificio, condotta nella Tauride dalla dea Artemide. La scena ha luogo nella Tauride, odierna Crimea davanti a un tempio con un altare insanguinato. Ifigenia è la sacerdotessa del tempio consacrato alla dea Artemide e la guerra di Troia è ormai finita da molto tempo. Ifigenia esce dal tempio, il suo compito era quello di sacrificare tutti i greci maschi che mettono piede sulla riva della Tauride, mentre la sorte delle donne è che quella di diventare schiave. Racconta la sua pena, ha fatto un sogno: le è sembrato di toccare col coltello il capo di un giovane che ritiene essere il fratello Oreste; il sogno è profetico, ma non nel senso inteso da Ifigenia; lei ritiene che il fratello sia morto; ora in scena entra Oreste. L’oracolo di Delfi gli ha detto che la purificazione per l’omicidio della madre che aveva ucciso non è sufficiente, deve riportare ad Atene la statua di Artemide che è nel tempio della Tauride. Studia un modo per entrare. Torna in scena Ifigenia seguita dal coro; arriva poi un pastore dicendo che è stata avvistata una nave greca. I due giovani che sono scesi e che sono stati individuati vengono annunciati dal pastore a Ifigenia che si deve preparare poiché ci sono due teste da tagliare; di questi il pastore ha saputo il nome di uno, proprio Pilade; arrivano i soldati della tauride che conducono i due prigionieri al tempio; Ifigenia interroga i prigionieri, li interroga sempre con la speranza che qualcuno venga da Argo; queste domande turbano Oreste e Pilade, ma in questo modo fratello e sorella potranno riconoscersi; occorre fuggire, ma Oreste non può farlo senza la statua della dea; Ifigenia ha un piano d’azione, racconta al re Tuante che i due giovani spaventati dalla morte si sono gettati ai piedi della statua di Artemide e adesso tocca a lei, in quanto sacerdotessa, purificarla; è anche venuto a sapere che i due hanno commesso un delitto di sangue e quindi necessitano di purificazione per evitare che l’ira degli dei ricada anche sulla Tauride; il re acconsente, raduna un po’ di uomini che accompagneranno Ifigenia, i due prigionieri e la statua al mare; arrivati sulla riva Ifigenia ordina ai soldati di voltarsi per compiere la purificazione; approfittano del momento per fuggire portandosi anche la statua e salpano con la nave di Oreste.

Goethe e la letteratura classica

Goethe ha sempre provato grande interesse per la letteratura classica, quella greca in particolare. La cosa che ha dato impulso al desiderio di conoscere la letteratura greca è stato individuato dalla critica nell’incontro con Herder a Strasburgo, inizio ottobre 1770. Quell’incontro ha dato input anche per l’interesse della letteratura classica.

Nel 1771 Goethe si misura con Omero, in breve tempo è in grado di leggere il testo originale senza traduzioni; è probabile che Omero sia l’unico poeta con cui Goethe ha raggiunto questo grado di familiarità. Per quanto riguarda l’ispirazione per la tragedia è certo che Goethe ha utilizzato un volumone dell’epoca che comprendeva sei tragedie in francese e poi riassumeva altre opere. Era già stata tradotta in tedesco Ifigenia da Steinbuchel, però non è certo che Goethe stimasse a tal punto Steinbuchel per poi avvalersene nella traduzione. Secondo i critici Goethe ha utilizzato fonti originarie greche. L’incertezza della ricostruzione del percorso di letture tragiche si riflette anche nelle diverse valutazioni degli studiosi.

Una prima idea dell’Ifigenia risale al 1776. Comincia a scriverla soltanto nel 1779, ma la versione definitiva sarà solo nel 1787. Si è affidato principalmente alle traduzioni. Sulla composizione di Ifigenie abbiamo alcuni riferimenti nelle lettere e nei diari.

  • 14 febbraio 1779, Goethe appunta che ha iniziato la stesura; in una lettera a Charlotte von Stein scrive i suoi timori per quest’opera;
  • 22 febbraio, lamenta il poco tempo a disposizione per realizzare l’opera;
  • 24 febbraio, appunta “ho sognato di Ifigenie”;
  • 1 marzo, scrive “il mio lavoro con Ifigenie continua ad andare avanti”;
  • 4 marzo, scrive a Charlotte di sperare di portare a termine presto il lavoro;
  • 5 marzo, si trova in posto dove c’è molta confusion, dice a un amico di trovarsi in difficoltà;

Nel mese di marzo ha già scritto i primi atti, appunta quello che ha compiuto finora; le recite erano organizzate dalla corte; pensa a quali elementi della corte far recitare Ifigenie; 28 marzo, finisce una prima versione in prosa; ad aprile si occupa dei costumi e viene recitata all’interno della corte; Goethe continua con le lettere e scrive che il testo non è perfetto, c’era bisogno di più armonia nello stile e per questo decide di realizzarlo in versi.

La versione definitiva si avrà durante il soggiorno italiano. Ha chiesto il parere di Wieland e Herder. Goethe leggendo le tragedie antiche si rende conto del ritmo dei versi. In Italia tutto aiuta Goethe a raggiungere il livello di forma e resta affascinato dal ritmo dell’endecasillabo italiano. Goethe dipingeva pure, aveva fatto degli schizzi di come si immaginava Ifigenie. Sarà Herder l’ultimo giudice del suo stile.

La maledizione dei Tantalidi

Tantalo, figlio della sorella di Zeus o secondo altri il figlio stesso di Zeus, è accolto alla tavola degli dei però non è degno; viene punito nel modo peggiore, senza mangiare senza bere con la minaccia che una roccia possa cadergli addosso. Delitto familiare, uccide il figlio e lo dà da mangiare agli dei per vedere se sono davvero onniscienti, ma solo uno se ne accorge e lo richiamano in vita. La storia dei discendenti sarà caratterizzata da una serie di disgrazie, tra questi vi è Ifigenia.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/13 Letteratura tedesca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessio.ameruoso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura tedesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Basili Maurizio.
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