I viaggi di Gulliver
Introduzione
Accostandosi a I viaggi di Gulliver, di J. Swift, spesso si pensa (erroneamente) che questo sia solo un libro per ragazzi, ma non è così. Si tratta più propriamente di una velata critica alle miserie della società che raggiunge l’intera esistenza umana, dai costumi, agli ideali, alle classi sociali, ai governi. Per comprendere il libro bisogna però conoscere l’autore; Jonathan Swift è una delle figure più importanti della letteratura inglese, egli è un genio ma è anche sensibile, vive un’infanzia miserabile, una giovinezza umiliata, una maturità e una vecchiaia desolata e trova libertà solo nella morte; nasce nel novembre del 1667 da una famiglia molto povera e viene infatti dato in affido a una balia inglese che lo riconduce a Dublino, la sua città natia, quando aveva sei anni e se poté studiare fu grazie all’elemosina degli zii, ma non eccelse mai negli studi.
Swift si avvicina alla politica come segretario di sir Guglielmo Temple, venendo a contatto con una corte corrotta e sporca. Quando gli sarà offerto un posto nell’esercito rifiuta, ripudiando il sangue e la disciplina, e finisce col farsi ordinare prete, pur non andando d’accordo né con la chiesa né con i fedeli. Nella lotta tra whigs e tories si schiera prima con i radicali per poi passare a fianco dei conservatori; egli sente di avere la stoffa per diventare un uomo di stato ma non ci riesce, riuscendo comunque a raggiungere l’agiatezza in quanto decano di due parrocchie ma non calmando la sua ambizione, rimanendo tormentato tutta la vita. Muore nell’ottobre del 1745.
Egli non amò mai donna alcuna, sicuramente non con l’animo mentre con la carne c’è qualche dubbio; alcuni sostengono fosse impotente, altri che semplicemente ripudiava le donne poiché odiava la materia. Eppure avanzò una proposta di matrimonio alla sorella di un compagno di college, che rifiutò; inoltre egli descrisse minuziosamente di una ragazza che lo amerà e non lo abbandonerà fino alla sua morte, ma che tratterà sempre con freddezza. La sposerà quando la ragazza si ammala poiché a conoscenza del fatto che aveva una rivale; quest’ultima morirà poco prima della moglie.
I viaggi di Gulliver vengono pubblicati nel novembre del 1726, pensato forse come parodia di numerosi libri di viaggio allora circolanti ma che si trasforma presto in una satira e in una caricatura dell’intera esistenza umana, nonché dell’intera politica inglese; l’opera ebbe un successo immenso. Swift sfruttò la mancata conoscenza di parte del globo per portare la sua satira lontano dal mondo conosciuto, ma comunque diretta contro di esso. In ciascuna delle quattro parti del libro assistiamo allo stesso meccanismo di adattamento al nuovo ambiente, dalla cui analisi traspare la critica alle istituzioni e ai costumi del mondo reale, ma con un risultato sempre fallimentare.
Per esempio i Lillipuziani sono generosi ma guerrafondai, mentre i giganti Brobdingnag elevano al cubo i difetti umani, oppure le risorse dell’intelletto messe in ridicolo dagli scienziati di Laputa, con studi insensati, e il sovrano disposto a sottomettere tutti gli abitanti della terraferma. L’unica comunità nella quale Gulliver vorrebbe rimanere è quella degli Houyhnhnms, che non hanno una precisa identità individuale, si identificano nel gruppo e quindi escludono Gulliver perché diverso. Fino alla fine dunque la ricerca del mondo utopico da contrapporre ai vizi dell’Europa si rivela un fallimento.
Il viaggio di Gulliver tra i lillipuziani per esempio, piccoli esserini ai quali prima sembra un mostro, poi un eroe, dove tutto sembra piccolissimo ma è solo causa della relatività delle dimensioni ma in particolare Lilliput è l’allegoria delle cose di poco conto che agli occhi degli uomini sembrano fondamentali; ogni cosa è piccola e a testimoniarlo il secondo viaggio a Brobdingnag, dove finisce per essere l’animaletto in versione umana del re e a trastullare chi lo guarda con acrobazie e spettacoli, ma tremando di fronte a un ranocchio o a un topo. Eppure aveva in precedenza scongiurato una terribile guerra tra Lilliput e Blefuscu.
Swift allegoricamente mette in mostra nella prima parte dell’opera l’esagerazione provvisoria e inutile della forza e della dignità dell’uomo e nell’altra la loro degradazione. Non mancano i riferimenti alla storia; l'irrequieto reame di Lilliput rappresenta l'Inghilterra al tempo di Giorgio I, il ministro Flimnap è Walpole, la fuga di Gulliver a Blefuscu allude all'esilio di Ormond e Bolingbrocke, costretti dall'invidia della corte a rifugiarsi in Francia. E i contrasti tra tacchi alti e bassi o tra coloro che vogliono aprire le uova dal lato più largo o più stretto non fanno riferimento solo alle lotte tra whigs e tories e tra papisti e protestanti, ma ai contrasti religiosi e tra i partiti politici in generale.
Nella Terza parte del libro la satira non è più politica ma indirizzata verso la vita civile e intellettuale; la concezione pessimistica della vita di Swift non si calma infatti neanche innanzi a un ipotetico migliore avvenire preparato all’umanità da scienziati e filosofi; mentre gli intellettuali di Laputa si trastullano con i loro calcoli matematici infatti la popolazione è povera e affamata, le mogli tradiscono i mariti con i forestieri, devono essere colpiti sulle orecchie o sulla bocca affinché ascoltino o rispondano. Nel dominio di terra ferma, Balnibarbi, le cose non vanno meglio; i metodi scientifici inventati per coltivare i campi li hanno resi un deserto; i nuovi sistemi di fabbricar le case hanno trasformato le città in mucchi di pericolosi rottami. L'accademia della capitale, Lagado, fornisce argomento a certe descrizioni delle stolte manie e delle inutili pretese della scienza, che distruggono dalle fondamenta il concetto del progresso, negandone la consistenza pratica e il valore ideale. Swift colpisce proprio coloro che cercano in continuazione di trovare meccanismi in grado di rendere più leggere la vita umana per educarla al benessere materiale e al riposo.
Se la politica, se la vita sociale e civile, se la scienza, se il progresso sono così poco rispettabili, dobbiamo forse ricercarne nella natura umana primitiva e incorrotta un principio di perfezione che poi s'è disperso, ma a cui potremmo forse tornare. Rousseau credeva che l’uomo libero, quello che viveva soltanto basandosi sugli istinti, fosse quello veramente virtuoso, ma durante il suo ultimo viaggio Gulliver scopre che non è così. Abbandonato dal proprio equipaggio ribelle, scopre invece una popolazione che vive in armonia e in perfetta concordia senza bisogno di leggi, dei cavalli ragionevoli privi di passioni e di vizi, che non conoscono guerre, armi, inganni e bugie, a differenza dei malvagi e sporchi iahu, verso i quali Gulliver proverà disprezzo tanto da odiare di avere qualcosa in comune con essi. Non è la civiltà ma l’essenza spirituale dell’uomo dunque a corromperlo e il progresso ne ha solo accentuato i lati peggiori; l'esempio di civiltà incorrotta e felice si può trovare solo nella specie degli houyhnhnms, la cui società è basata sui principi della più pura razionalità: essi non hanno religione e non conoscono dolore per la morte (anche quella dei loro cari), la loro struttura sociale è basata sulla famiglia con due figli di ambo i sessi e nella loro lingua non ci sono termini per definire i sentimenti, la falsità, l’ipocrisia.
Nel ritorno in patria di Gulliver si sente tutto il disprezzo di Swift per la razza umana; egli non prova gioia nel ritrovare i parenti e la famiglia, perseguitato dall’odio verso gli iahu. Alla fine i due finiscono per identificarsi in una stessa persona; Gulliver può essere paragonato anche a un Ulisse più moderno, spinto a viaggiare negli oceani per cercare una perfezione morale che non trova mai e questa odissea si conclude con l’annientamento della vita stessa. Il ritorno d'Ulisse nella reggia d'Itaca segna un trionfo, quello di Gulliver nella casa di Redriff segna una sconfitta, poiché egli si vede costretto a vivere da uomo tra la razza umana che egli odia. D'allora in poi Gulliver non sarà più lo stesso: i suoi modi potranno, con fatica, tornare quelli d'un uomo normale, ma la sua ragione navigherà in un triste mare di rimpianti e si perderà nell'angoscia di umilianti paragoni. Tornato in patria, acconsentirà a lasciar pubblicare i suoi Viaggi nella speranza che la lettura d'un tale libro ammonisca gli uomini e li renda più ragionevoli e più buoni, ma si renderà conto che non sarà possibile. Come Gulliver, Swift è passato attraverso avventure complicate, è nato in una famiglia povera ma è arrivato a frequentare i ministri e le corti, riuscendo a comprendere l’oscurità dell’umanità e pubblicando anche egli il suo libro ammonitore ma senza illudersi che l’umanità leggendolo sarebbe migliorata.
Parte prima: Un viaggio a Lilliput (9 mesi)
Capitolo 1
Gulliver parla della propria nascita e famiglia spiegando i motivi che lo avevano indotto a viaggiare e come, dopo aver naufragato, nuotò fino ad arrivare a Lilliput. Gulliver era il terzo di cinque figli di un piccolo possidente della contea di Nottingham che dovette abbandonare gli studi a Cambridge dato che la sua famiglia non ne poteva più sostenere la spesa e si trasferì a Londra, dove per quattro anni fu apprendista del chirurgo Giacomo Bates. Si laureò in medicina, studiando di nascosto matematica e navigazione convinto che il suo destino fosse quello, e divenne chirurgo potendo contare sulle conoscenze di Bates, ma alla sua morte le cose smisero di andare bene e la sua clientela cominciò a scemare. Gulliver, dopo aver consultato la moglie e alcuni amici, decise di imbarcarsi e fu per sei anni chirurgo su due vascelli; nel tempo libero leggeva autori antichi e moderni, durante gli sbarchi osservava i costumi dei vari popoli e ne imparava la lingua, che gli riusciva molto facile data la sua buona memoria.
Dopo qualche viaggio poco fruttuoso, fece l’ultimo tentativo sull’Antilope di Gugliemo Prichard, che partì per i mari del Sud il 4 maggio 1699. La nave fece però naufragio; Gulliver credette di essere l’unico ad essersi salvato, nuotando infatti riuscì ad arrivare a terra dove, sfinito, si addormentò. Al suo risveglio si trovò legato al suolo; quando vide circa 40 esserini alti circa 6 pollici, armati di arco e frecce, che camminavano sul suo corpo, urlò. Con uno sforzo violento, Gulliver riuscì ad allentare le funicelle che lo tenevano legate e a voltarsi su un fianco, prendendo uno di loro. Per due volte fu punzecchiato da una scarica di frecce che pungevano come aghi; decise quindi di star fermo fino al tramonto del sole e di provare poi a liberarsi. L’Hurgo gli fece un discorso del quale non intese una parola, ma gli sembrò di distinguere prima le minacce e poi le promesse; il ragazzo fece capire del suo appetito e fu nutrito con una grande quantità di piccoli cibi e poi gli fecero bere due botticelle di vino.
Gli omini presero ad applaudire e ballare sul suo corpo e Gulliver, se in un primo momento aveva pensato di scaraventarli a terra, decise poi per il contrario dato il ricordo delle frecce e che si riteneva legato dalle leggi dell’ospitalità con un popolo che lo aveva generosamente rifocillato. Rimase anche impressionato dall’ordine di quei piccoli esseri che osavano salirgli e camminargli sul corpo nonostante avesse una mano libera. Gulliver chiese di essere slegato ma il re gli negò tale possibilità, pur facendogli intendere che gli sarebbe stato dato tutto ciò di cui necessitasse. Provò a slegarsi ma fu nuovamente colpito da una scarica di frecce, decidendo di stare fermo. Le ferite furono poi curate con un unguento che gli fece passare il dolore in breve; per effetto del cibo e del vino, dove erano stati messi dei soporiferi, Gulliver si addormentò.
Durante il suo sonno, che si protrasse per otto ore, fu portato nella capitale con una macchina; il popolo era molto esperto nelle scienze matematiche e meccaniche e possedevano delle macchine molto ingegnose; fu portato sino dinanzi un grande tempio, forse il più grande dell’impero, che era però ritenuto sconsacrato perché qualche anno prima vi era stato commesso un delitto ed era infatti spoglio di ogni ornamento e serviva per ogni uso e divenne il suo alloggio. Nel frattempo era stato emanato un editto che vietava sotto pena di morte che si salisse sul suo corpo; Gulliver fu legato con delle catene in modo che potesse alzarsi e passeggiare.
Capitolo 2
Passeggiando, Gulliver appurò la bellezza del paesaggio, il più bello che avesse mai visto in vita sua; ricevette la visita dell’imperatore e di tutta la sua corte. Egli ordinò che si offrisse al ragazzo cibo e vino. L’Imperatore, così come anche l'imperatrice, le principesse e i cortigiani erano riccamente vestiti. Sei uomini furono arrestati per aver punzecchiato Gulliver con le lance e gli furono consegnati legati, ma egli li liberò; il suo gesto magnanimo fece ottima impressione, tanto che si chiesero dei contributi a tutti i villaggi per provvedere al nutrimento del ragazzo. Per evitare che troppi curiosi tralasciassero il loro...
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