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I Semestre Linguistica

Appunti di Linguistica generale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Gatti dell’università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt, facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Linguistica generale docente Prof. M. Gatti

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anche comprendere una serie di valori intermedi, “neither good nor bad”. “Un-good” infatti non significa solo

“bad”, ma puó indicare anche tutta la zona intermedia che si trova fra “good” e “bad”.

VERSO UN MODELLO DELLA COMUNICAZIONE VERBALE

Il processo di semiosi

C (comunicazione verbale) → semiosi

I fattori costitutivi della comunicazione che intervengono nei messaggi che noi costruiamo sono:

1. Deissi

2. Inferenza

3. Ostensione

Eventi semiotici vs eventi non semiotici

Noi prendiamo in esame quegli eventi che si producono per comunicare e che fanno uso prevalentemene

della semiosi.

Ma cos'é la semiosi?

Per capirlo è necessario il confronto fra gli eventi semiotici e non semiotici.

Gli eventi non semiotici sono la penna, il microfono.

La modalitá con cui accade significato è la produzione di senso.

Questi due oggetti sono due eventi fisici e materiali. Dove hanno significato? Il loro significato sta nel loro

utilizzo, nella loro funzione, cioè nell'implicazione immediata che questo oggetto ha per noi. Il loro

significato, dunque, emerge per un'implicazione immediata che é la funzione che noi gli attribuiamo. Se

“semioticizziamo” questi oggetti, catturandoli nel discorso, li scriviamo: penna e microfono. Gli eventi non

semiotici sono conclusi in se stessi, quelli semiotici invece hanno una natura complessa e sono

costiiti da due facce, il versante fisico e quello non fisico.

Penna e microfono come segni del discorso che significato hanno?

Non si tratta di un' implicazione immediata. La semiosi é quell' operazione che permette di produrre un

segno

().

La semiosi è l'atto all'origine di un segno, con cui noi creiamo un segno, ed è la correlazione che noi

creiamo quando creiamo il segno (io infatti associo un suono ad un concetto). É una mediazione che si

crea tra il suono e il concetto, cioè tra dati fisici ed elementi non fisici ( = i concetti). Proprio perché la semiosi

ci permette di associare un suono ad un concetto, questi veicolano segnificato per semiosi, cioè ci chiedono

di applicare la nostra ragione e interpretare il senso. La semiosi ( = i segni) apre la dinamica dell'

interpretazione, cioè ci invita, a partire da una successione di suoni, ad individuare il concetto che vi é

associato nella correlazione semiotica, cioè nella relazione fra le due facce, fisica e non fisica. L' uso dei

segni peró non si ferma qui.

Che rapporto si instura tra eventi semiotici ed eventi non semiotici?

I segni stanno per qualcos'altro (stat pro alio). Una volta ricostruito il significante, il concetto, abbiamo la

chiave di accesso alla realtá. I segni rimandano alla realtá e ciascun segno sta per qualche cosa di

diverso. Il rimando alla realtá ci fa riflettere sul pansemioticismo. Peirce, a un certo punto della sua

riflessione, dice che non c'é mai qualcosa di cui un segno é segno, ma c'é un rimando infinito →

pansemioticismo. Certamente ci sono tanti rimandi, ma ci deve essere un punto di fine in cui il segno alla

fine rimanda alla realtá.

Alessandra F.

Rimando alla realtá → la lingua coincide con la realtá = psicosi → equazione simbolica (se porti un soggetto

di questo tipo al ristorante mangia il menù) = si fa coincidere l'evento semiotico con la realtá: viene meno la

percezione del segno nella sua duplicitá, segno che deve essere interpretato e instaura un rimando alla

reltá.

Tutti i segni hanno una cornice. Questa é un confine piú o meno immaginario. A noi viene in mente la

cornice dei quadri o la cornice di una statua ( = il piedistallo). L'artista gioca con la cornice: ci sono statue in

casa

cui un'estremitá di un arto esce dal piedistallo; questo è un modo in cui l'artista vuole giocare con la

cornice. La cornice nell' arte é ben visibile, ma anche nel teatro c'é, e segnala che ció che si svolge su un

palcoscenico, mostra il canovaccio, che viene rappresentato. Proprio perché la cornice separa un segmento

di realtá, segnalando che li avviene la semiosi, quel segmento viene separato e segnalato. La cornice ci

invita a mettere in atto un processo di interpretazione.

Per arrivare al senso di una certa realtá dobbiamo interpretare, cosi da poter istituire un rimando alla

realtá. Nei segni verbali la cornice é immaginaria.

LE CARATTERISTICHE DELLA CORRELAZIONE SEMIOTICA

Arbitrarietá

Il rapporto fra la strategia di manifestazione del segno e il suo concetto é un nesso arbitrario, cioè

apparentemente non c'é nessun legame tra la successione di fonemi “tree”, ad esempio, e la sua immagine.

Non c'é nessuna ragione per cui ad una determata successione di suoni si associ un determinato concetto

concetto. tree

L' arbitrarietá della lingua fa in modo che questa non possa essere messa in discussione. Altrimenti non si

potrebbe godere della correlazione semiotica che permette la comprensione reciproca (convenzionalitá). L'

arbitrarietá fonda la stabilitá della lingua, per questo é positiva.

Convenzionalitá

Il nesso arbitrario nasce da una comunitá, quindi viene stabilito per convenzione, in modo tale che tutti gli

appartenenti ad una determinata “speech community” possono godere di quella correlazione semiotica.

NB. Esiste l'obiezione delle onomatopee e del fonosimbolismo. In realtá anche queste parole sono diverse

da lingua a lingua e anch'esse hanno una natura interpretativa.

Queste correlazioni vengono trasmesse per tradizione nel nido familiare. L'apprendimento della lingua é

uno dei momenti dell'educazione che una comunitá linguistica attua sui suoi piccoli, quando si insegna a

dare i nomi alle cose.

Salimbene da Parma nelle sue "Cronache" racconta un esperimento di Federico II di Svevia. Secondo

Federico II esisteva una lingua primigenia adamica. Egli prese dei bimbi appena nati, li tolse alle mamme e

li affidó a nutrici, a cui era stato vietato di parlare. I bimbi morirono, perché nessuno aveva comunicato loro le

correlazioni semiotiche della lingua.

Nel momento in cui noi insegnamo a dare i nomi alle cose c'é tutta una dimensione affettiva, della

benevolenza, dell'accoglienza del piccolo nel nucleo familiare.

Cfr. il film “Enfant sauvage”, che tratta di un bambino, Victor, che viene allevato dai lupi, e pertanto non

sapeva parlare. Quando venne ritrovato, il dottore gli diagnosticò una lesione profonda a livello psichico,

riguardante il suo rapporto con la realtá, che non riuscì a curare. Era come se per lui la realtá non avesse

alcun interesse.

Quando diamo il nome alla cose il soggetto umano entra in possesso della realtá.

Ci sono parole poi che non rimandano ad un concetto che è sempre lo stesso. La parola “albero” rimanda ad

un concetto sempre uguale. Ma la parola “io" oppure "ora" a che cosa rimandano?

Sono segni caratterizzati da una semiosi categoriale. Una parte del loro significato viene dalla parola, dalla

categoria, dalla successione dei suoni, mentre l'altra parte di significato si precisa di volta in volta attraverso

l'aggancio alla situazione comunicativa precisa di cui si sta parlando (il contesto) → semiosi deittica, che si

integra a quella categoriale.

Semantica istruzionale = individuo di volta in volta colui che é il mittente.

Le parole, infatti, vanno osservate e interpretate rispetto all'aggancio con l' “hic et nunc” della situazione

comunicativa nella quale vengono pronunciate, in quanto dovremo individuare segmenti e porzioni differenti.

La parte linguistica si intergra alla parte esperienziale, per cui il significato che é emerso da una parola

per noi agisce come un'istruzione, e ci indica cosa dobbiamo andare a prendere nel contesto comunicativo

in cui é stata proferita. Il significato, che nasce dall'interpretazione della categoria, guida i destinatari e dice:

“vai a individuare nell' hic et nunc (cioè nel contesto comunicativo), il mittente”.

Semiosi deittica → la parola “deissi” è un termine che viene dal greco, e vuol dire “indicare”.

Riguarda situazioni comunicative in cui vediamo l'irrompere della lingua nella realtá. La parola deve

ospitare un segmento di realtá di volta in volta diverso.

LA SEMIOSI DEITTICA

Il termine viene dal greco  (= additare, indicare).

I deittici integrano la semiosi categoriale con la semiosi deittica. Essi hanno un tasso minimo di significato

che proviene dalla categoria, dalla parte linguistica e un forte tasso di significato esperienziale, di realismo,

che emerge dall'individuazione, tramite delle istruzioni, ció di cui si sta parlando, se si conosce il contesto

comunicativo (il dove, il come, il quando). I deittici per funzionare presuppongono una condivisione di

esperienza. L'uso dei deittici è problematico nelle conversazioni telefoniche. Ricchissimi di deittici sono,

invece, i discorsi teatrali.

I deittici sono parole come “questo”, “quello” → aggettivi/pronomi dimostrativi caratterizzati da significato

deittico. Sono deittici spaziali che, nella loro semantica istruzionale, ci aiutano a individuare, nella situazione

comunicativa che conosciamo, quel pezzo di realtá, puntando vicino al parlante (questo) o lontano dal

parlante (quello).

Analogamente se utilizziamo il termine "ora", esso rimanda a un momento temporale preciso che riempie di

significato, e indica concomitanza e contemporaneaitá con l'atto enunciativo, individuo, dunque, un preciso

lasso di tempo.

Esistono anche deittici gestuali (ex. “é grande cosí”) → il significato categoriale si integra con quello

esperienziale, e va a individuare il gesto che ha accompagnato il proferimento di questa parola.

I deittici hanno un forte di significato che proviene dal legame conla realtá.

Luigi: “Questa penna é blu”.

Andrea: “Questa penna é rossa”.

Alessandra F.

Queste frasi sono contradittorie se il referente fosse lo stesso, quindi non è contraddittoria a condizione che

si stia parlando di due referenti oppure a condizione che lo stesso soggetto dica queste due cose.

In questo caso le due frasi non sono contraddittorie, perché abbiamo due situazioni comunicative diverse, in

cui ciascun mittente sta descrivendo una penna nelle sue vicinanze.

I deittici funzionano se esiste una condizione fondamentale

“Il microfono é nero" .

Questa frase è vera, perche io il microfono lo vedo.

Dunque c'é bisogno della condivisione di uno spazio e di un contesto comunicativo, cioè una

condivisione di esperienza. Per questo non si usano molti deittici nelle comunicazioni telefoniche,

perchè non si condivide lo stesso constesto comunicativo.

Le tipologie dei deittici

• Cfr. Paragrafo 2, da integrare con il paragrafo 8, punto 1.5.2, del testo “La comunicazione verbale”, a pag

228, 229.

Esistono diverse tipologie di deittici:

• Deittici personali → sono deittici i pronomi di prima e seconda persona singolare e plurale (io, tu, noi, voi),

da cui deriva l'aggettivo possessivo. Sono queste le parole caratterizzate da semiosi deittica.

• Deittici spaziali → avverbi di luogo.

• Deittici temporali → avverbi di tempo.

• Deittici di maniera → indica il gesto, il modo del gesto, che accompagna l'espressione della parola "cosí".

• Deittici testuali → sono i pronomi di terza persona (egli, ella, esso, essa,), che permettono di realizzare la

dimensione che caratterizza i nostri messaggi, cioè la coesione testuale.

NB. I pronomi di prima persona singolare e plurare non hanno il genere, a differenza di quelli di terza

persona. Quando uso “io” o “tu” c'é un rapporto diretto tra mittente e destinatario, cioè so giá il sesso di una

persona.

La parola "persona" deriva dal latino “persona”, che a sua volta deriva dall'etrusco “phersu”, termine con il

quale si indicava la maschera che l' attore portava durante una rappresentazione teatrale. Per

rappresentazione metonimica

(che permette di parlare di una cosa nominandone un'altra → trans mutatio → ex.“Ho comprato uno splendido

Picasso”) il termine “maschera” é arrivato a designare “colui che portava la maschera” e da qui é arrivato ad

indicare “persona”.

I pronomi “io” e “tu” indicano gli interlocutori, gli agenti comunicativi sulla scena. Per questo il loro

essere uno di fronte all'altro permette di non esibire il genere, perché loro stessi si esibiscono. Quando

usiamo un pronome di terza persona, invece, parliamo di un terzo, di un altro rispetto all' “io” e al “tu” (che

sono gli agenti comunicativi), che peró ci interessa. Per individuare l'altro da me e te dobbiamo precisarlo,

perciò si deve manifestare il genere grammaticale.

Anche i Romani distinguevano i pronomi di terza persona singolare (relativa, anaforica). Questi vengono

usati per la coesione testuale del discorso ( = il testo permette di non ripetere strutture linguistiche che ci

hanno permesso di instaurare dei denotati precedentemetne). Sono anaforici, cioè ci agganciano al denotato

del contesto che precede. Instaurano e anticipano denotati presenti nel testo, sono cataforici.

Attraverso queste prese foriche fanno si che i nostri messaggi siano coesi.

I deittici testuali

I deittici testuali servono per realizzare anafore e catafore, cioè ci permettono di recuperare i denotati

giá presentati nel testo (Ex. “Luigi é un mio amico. Luigi Egli ha comprato dei fiori”). Vai a prendere nel

testo che precede il denotato che é giá stato instaurato da una parola utilizzata nel contesto che precede.

“Ho visto Chiara e le ho detto che domani c'é il seminario”.

NB. “Lui” e “lei” non sono sinonimici a “egli” ed “ella2 perché corrispondono a dei complementi.

Pertanto il pronome di terza persona singolare riprende un referente che precede → mantiene la continuitá

referenziale.

“Ti telefono per dirti questo: é nato Saverio”.

I deittici spaziali sono gli aggettivi dimostrativi. In questo caso si tratta di un pronome dimostrativo. Serve

per collocare oggetti nelle vicinanze di colui che parla? No, ha un'altra funzione: anticipa quello che vuole

dire il mittente

→ funzione cataforica. Dunque è un pronome dimostrativo che ha funzione non di deittico spaziale, ma

testuale.

Dobbiamo immaginare la situazione come una scena, un piccolo dramma. “Io” e “tu” sono gli agenti

comunicativi. Se parliamo di un terzo, parliamo di un “altro da me e da te” che viene messo a te, e

siccome non é un agente comunicativo sulla scena, dovremo precisarne il genere.

La deissi indiretta

Nelle nostre lingue ci sono molti elementi linguistici che non sono proprio deittici, ma hanno una

componenete deittica. Si distingue quindi tra deissi diretta e indiretta. In questo caso bisogna riflettere sui

tempi verbali.

“Piove”.

E' questo un'enunciato assertivo, con cui rappresentiamo un fenomeno metereologico che avviene in

concomitanza col momento del discorso. Uso il presente indicativo, quindi rappressento un fatto che avviene

in un momento temporale preciso. Il momento temporale coincide col momento del discorso (l'ora, il minuto,

il secondo) in cui io parlo. Noi posizioniamo eventi che accadono nella realtá, rispetto al momento

temporale in cui il parlante li rappresenta. C'é una componente deittica quando utilizziamo tutti i

tempi verbali. Tutti collocano le cose rispetto ai tempi del discorso. Il parlante metterá in concomitanza i fatti

anteriormente o posteriormente rispetto al tempo dell' evento.

• Presente indicativo → il momento dell'evento coincide col tempo in cui pronuncio l'enunciato.

• Imperfetto → parla di un evento avvenuto anteriormente rispetto al momento in cui io descrivo l'evento →

anterioritá = indica per lo piú azione in fieri/in progress.

• Passato prossimo → indica un evento accaduto in un'anterioritá prossima rispetto al momento temporale in

cui viene utilizzato il verbo.

• Passato remoto → indica un evento accaduto in un'anterioritá remota rispetto al tempo del discorso.

• Futuro → indica un evento accaduto in una dimensione di poterioritá rispetto al momento del discorso,

perciò avrá a che fare con la temporalitá dell'atto comuncativo.

C'é una componente deittica anche nei nomi propri (cioè nell' impositio nominis).

Alessandra F.

Confronto tra nome proprio e nome comune.

Pietro vs. Gatto

I nomi comuni

Con i nomi comuni possiamo esplicitare il significato. Essi veicolano un'ipotesi di esistenza. Esiste una X e la

posso descrivere tale che questa sia caratterizzata da un modo di essere q1, q2, q3 di X.

X: Q1(x) e Q2(x) e Q3(x) ecc...

Con i nomi propri è diverso. Descrivo in termini logici il significato del nome proprio con una batteria di

predicati

NB. Il termine “predicato non è inteso nel significato di “predicato verbale” ma in senso logico e semantico.

I nomi comuni sottengono predicativitá, cioè il loro significato é riconducibille ad una serie di predicati ( =

sappiamo dire come si deve essere per essere gatto)

I nomi propri

Il nome proprio si colloca sul polo estremo della scala, quella della pura denotativitá. É opaco dal punto di

vista semantico. É come se fosse un'etichetta che si butta addosso a qualcuno.

Quando ho il nome Pietro o Mario non posso condurli ad una batteria di predicati.

Per poter parlare di un Pietro devo averlo in un contesto condiviso. Ogni nome proprio funziona grazie alla

deissi. Ogni volta individuo quella persona con un atto di “impositio nominis” proprio.

Esiste una semantica istruzionale del nome proprio, cioè chiedo di individuare colui che in quella

situazione comunicativa individua quella persona, che ha ricevuto il nome per “impositio nominis”.

“Il presidente degli Stati Uniti si recó immediatamente a Ground Zero”.

Questo è un sintangma nominale, cioè una composizione di elementi che portano un significato.

Quando ho sintagmi nominali definiti, questi possono svolgere una duplice funzione comunicativa:

1. Individuante → individuo colui che, in quell'atto comuniacativo, é presidente degli Stati Uniti.

2. Categoriale

“Il presidente degli stati uniti ha scarsi poteri”.

Questo enunciato è falso e puó essere formulanto anche quando paradossalmente potrebbe non esserci

un presidente degli Stati Uniti. L'articolo “il” ha funzione categoriale, cioè viene utilizzato per indicare la

categoria. Non ha una funzione individuante, ma indica una carica istituzionale.

Il “forse”, “probabilmente”

Quando ho avverbi di questo tipo, essi sono carichi di soggettivitá. “Forse” e “probabilmente” cosa

vogliono dire? Quando uso “forse indico” voglio dire “per quanto mi risulta, per quanto mi riguarda, per

quanto ne so io, per quanto mi compete”. Avverbi che si riferiscono alla posizione del parlante rispetto al

detto hanno un legame con il parlante.

LABORATORIO TESTUALE

ESERCIZIO: L' “INFINITO” di G. Leopardi

Infinito (G. Leopardi) Analisi testuale

Legenda

1

1. Sempre caro mi fu

2

quest’ermo colle, Deittici spaziali

* Deittici personali

*

3

2. e questa siepe, che da tanta Deittici testuali

*

parte

3. dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Note

4. Ma, sedendo e mirando,

interminati 1: pronome di prima persona singolare (deittico

personale).

4 5

5. spazi di lá da quella , e sovrumani

6. silenzi, e profondissima quiete 2, 3, 5, 8, 10, 11, 15, 18: aggettivo dimostrativo con

funzione di deittico spaziale → colloco un punto

6 7

7. io nel pensier mi fingo; ove per poco vicino o lontato rispetto al parlante nello spazio.

8. il cor non si spaura. E come il vento 4: pronome dimostrativo, che sottintende “siepe”,

8

9. odo stormir tra queste utilizzato come deittico spaziale, poichè consente di

9 10

piante, io quello collocare qualcosa in una certa lontananza rispetto al

mittente; individua uno

11

10. infinito silenzio a questa voce “spazio lontano da”.

12

11. vo comparando: e mi

sovvien l’eterno, 13: deittico testuale.

12. e le morte stagioni, e la presente 14: struttura linguistica che Leopardi utilizza per

13 14

13. e viva, e il suon di lei . Cosí tra creare coesione. È un deittico testuale con funzione

anaforica e cataforica (anticipa tutto ció che viene detto

15

questa dopo nel testo).

14. immensitá s’annega il

16

pensier mio ; 17 18

15. e il naufragar m’è dolce in questo

mare.

Leopardi sapeva benissimo che gli interlocutori sarebbero stati distanti. Perché allora usa i deittici?

Ce ne sono tantissimi! I deittici spaziali sono 9. La maggior parte sono aggettivi e pronomi dimostrativi, in altri

casi, invece, sono di luogo. Sarebbe plausibile un atteggiamento di questo genere se il suo lettore fosse

vicino a lui. Inoltre l'autore non si presenta (si rivolge a noi come se lo conoscessimo) e marca la sua

soggettivita → esplicita il suo io.

Il contesto di locuzione, quello enunciativo e il contesto geografico ce lo descrive come se fossimo presenti

anche se sa benissimo che non lo siamo.

È questa una caratteristica della lirica: Leopardi si rivolge al suo destinatario contemporaneo e futuro come

se fosse presente. Sa benissimo che i suoi fruitori si troveranno distanti nel tempo e nello spazio, ma li

colloca idealmente nel suo universo di discorso. Leopardi crea un discorso in presentia, collocando

idealmente il suo interlocutore nel suo contesto di enunciazione.

Questa collocazione ideale la ritroviamo anche nei romanzi.

Alessandra F.

ESERCIZIO: “THE OLD MAN AND THE SEA” di E. Hemingway

The old man and the sea (E. Hemingway) Analisi testuale

Legenda

Deittici spaziali

*

1

He was an old man who fished alone in a skiff Deittici personali

*

in Deittici testuali

*

the Gulf Stream and he had gone eighty-four Note

days 1: pronome di terza persona singolare. È un deittico

2

now without taking a fish. In the first forty days testuale che puó avere 2 funzioni:

a Funzione anaforica → riprende il denotato, il titolo "The

3

boy had been with him . But after forty days old man and the sea” → sintagma nominale che instaura

un referente.

without a fish the boy’s parents had told Funzione cataforica → anticipa il denotato instaurato nel

sintagma nominale successivo.

4

him that the old man was now definitely and 2: deittico temporale → individuo il momento temporale.

finally salao, which is the worst form of unlucky, 3: pronome “he” usato in un caso obliquo,cioè prima di una

5

and the boy had gone at their orders in preposizione. Si riferisce al vecchio. Ha funzione

another anaforica, poiché riprende il denotato (il vecchio) che é

stato instaurato precedentemente con il sintagma nominale

boat which caught three good fish the first "old man".

week. 4: deittico testuale con funzione anaforica, cioè riprende il

6

It made the boy sad to see the old man come denotato instaurato nel contesto immediatamente

in precedente dal sintagma "poi"

7

each day with his skiff empty and he always 5: Aggettivo possessivo e deittico testuale con funzione

anaforica.

8

went down to help him carry either the coiled 6: pronome con funzione cataforica, cioè anticipa il

lines or the gaff and harpoon and the sail that soggetto che segue, cioè

was “il vedere il vecchio arrivare ogni giorno con la sua barca

vuota".

furled around the mast. 7: riferito a “the boy”

8: riferito a “the old man”

Narrativitá, descrittivitá e argomentativitá sono presenti in maniera diversa nello stesso

testo. In questo incipit troviamo tantissimi deittici testuali → si parla di quell' “altro fra

me e te”. L'INFERENZA E IL PRINCIPIO DI BUONA VOLONTA'

Etimologia di “inferenza” → viene dal latino “infero” = porto dentro

Automobilista 1: “Mio figlio non guida. Ha 5 anni”

Per quanto riguarda questo enunciato, noi percepiamo che il testo funziona, perchè manifesta un nesso

unitario anche se nessuno ce lo dice.

Automobilista 2: “Mio figlio non guida. É sposato”.

In questo caso invece non c'é alcun nesso causale tra le due proposizioni → c'é un nesso non rispettato.

Noi interpretando e analizzando il primo testo, anche se la semiosi non ce lo dice esplicitamente, abbiamo

individuato la ragione per cui il primo e il secondo segmento dell'enunciato possono stare insieme, cioè

grazie ad un nesso causale, attravero cui noi portiamo dentro il discorso qualcosa che non é detto dalla

semiosi. Ricostruisco cioè un legame causale non esplicitato, che mi permette di percepire l'unitá di senso

nella prima risposta. Ragion per cui invece nel secondo testo percepiamo una lesione. Noi, dopo il primo

segmento, ci aspetteremmo che ciò che dica il parlante sia pertinente. Ma essere sposato non é una causa

per cui una persona non guidi. Attraverso un'inferenza abbiamo interpretato questo enunciato. Non basta la

semiosi per poter comprendere un testo.

A: “I denti!” B: “Sta

finendo”.

Questa è un'interazione dialogica in cui i due interagenti si comprendono benissimo. “A” lascia la maggior

parte delle informazioni che vuole comunicare sottintese e le inferenze fanno in modo che i due si capiscano

alla perfezione.

Quello delle inferenze è un processo rischioso, infatti interpretanti diversi posso attuare inferenze

diverse. In questo caso il discorso che presenta l'esempio potrebbe riferirsi ad un'interazione dialogica fra

un genitore e un figlio. Il figlio, “B”, ha capito benissimo cosa gli sta dicendo “A” (padre/madre).

“A” compie un atto linguistico di tipo direttivo (= coincide con un comando). “B” inferisce l'ordine che

gli viene rivolto, compiendo così un atto linguistico indiretto.

La semiosi che interviene in questo messaggio é relativa. I due attuano inferenze.

Come mai nella comunicazione ci appoggiamo a questa dinamica dell'inferenza?

L'inferenza, per funzionare, ha bisogno di un “common ground”, cioè di una forte condivisione di

esperienza. Quando c'è questo requisito, diventa superflua la semiosi. Al destinatario si apre la questione

di ricostruire il “non detto”, che fa parte dell'intenzione comunicativa del testo.

L'inferenza è un processo che interviene nella comunicazione, per cui a partire dalle informazioni in

esplicatura, cioè esplicite, date, ricostruiamo tutte quelle informazioni non dette, in implicatura.

“Piove. Non esco”.

I due elementi stanno insieme per qualcosa di implicito. Potremmo mettere al posto del punto il " quindi".

Il nesso logico che ricostruiamo inferenzialmente é un legame logico di consequenzialitá, che é

la ragione per cui le due parti vanno insieme.

“Bruto é figlio di Cesare”.

Che cosa si inferisce? Ricostruisco inferenzialmente che Cesare é piú vecchio di Bruto.

Alessandra F.

A: “Quando arriviamo in cima?”.

B: “Dammi lo zaino”.

Questo è un'enunciato interrogativo. Le frasi interrogative possono essere di due grandi tipi:

1. Domande di conferma → chiedono di rispondere con si o no, cioè di confermare o di negare il

valore di veritá. Le domande aprono lo spettro della risposta, individuano cioè il paradigma entro il quale si

puó individuare la risposta. Il paradigma aperto dalla domanda é binario che contiene due valori: si o no.

2. Domande di completamento → la risposta deve completare un'informazione e l' estensione

dell'informazione puó variare.

La domanda di “A” é di completamento. “B” non risponde alla domanda di “A”, ma ha inferito che quello di “A”

si tratta di un atto linguistico di richiesta di aiuto, quindi gli dice di dargli lo zaino.

L' inferenza nella comunicazione é estesissima e decisiva nei testi argomentativi (ex. entimema).

In ambito argomentativo usiamo il sillogismo → entimema. L'inferenza influisce nella ricostruzione della

premessa maggiore, inferenza che permette di portar dentro nel testo la premessa maggiore.

“Luigi é un pazzo. Va a 100 km/h in centro cittá”.

Il processo inferenziale ci permette di ricostruire il principio inferenziale nell' secondo cui riteniamo

che chi va a 100 km/h in centro cittá é pazzo. Le inferenze a volte sono volute a volte no.

“Stasera vieni in piscina?”

“Sono raffreddata”.

Questa è un'inferenza voluta, che rende implicita la negazione.

“Meridionale, peró gran lavoratore”.

Questa è invece un'inferenza non voluta. Il “peró” fa sottintendere dei pregiudizi da parte del parlante.

Le inferenze funzionano grazie al principio di cooperazione di Grice.

Grice fa parte dei linguisti della svolta pragmatica → nasce una riflessione sul dire che mette a tema la

dimensione azionaria. Il dire é un fare, é un'azione che compiamo con le parole e attraverso le parole

possiamo compiere azioni diverse. Le inferenze funzionano proprio perché la comunicazione é guidata da

questo principio. È ciò che un importante linguista francese chiama "principe de charité".

I due interagenti cooperano con una caritá reciproca nella ricostruzione del senso che é stato

veicolato. La comprensione di un messaggio é un processo di co-costruzione dell'intenzione comunicativa

del parlante. Proprio grazie a questo principio i parlanti lasciano la maggior parte delle informazioni non

dette, perché sanno che il principio di coordinazione opera nel destinatario. Piú il testo é oscuro piú

diventano audaci le inferenze che dobbiamo compiere per avvicinarci all' intenzione verosimile del parlante.

Il principio di co-costruzione del parlante opera anche in lui stesso, perché lo presupponiamo

all'opera in coloro che ci stanno ascoltando.

Proprio perché i messaggi attraverso la semiosi chiedono di inferire informazioni non dette, il processo di

comprensione é un procedimento interpretativo euristico: si va alla scoperta degli impliciti di un

testo con la ragione. Ci avviciniamo inoltre per approssimazione al senso che un parlante voleva

comunicare. In ogni rilettura di un romanzo noi applichiamo inferenze con le quali capiamo maggiormente il

suo senso: ogni lettura mi fa scoprire qualcosa di diverso e nuovo → ci si avvicina sempre più all' “intentio

dicendi” di un parlante. La scoperta del testo o di un film è un avvicinamento per approssimazione,

trovando tutte le inferenze non attuate precedentemente.

Il processo interpretativo peró é rischioso e ci possono essere casi in cui gli interpretanti costruiscono

inferenze diverse tutte valide. Questo accade ad esempio nell'esperimento della doppia traduzione. Se

noi prendiamo un romanzo in una lingua 1 otteniamo un testo in lingua 2 (la lingua di arrivo). Se poi facciamo

una retroversione, cioé ritraduciamo il testo della lingua 2 nella lingua di partenza, dovremmo ottenere

esattamente il testo iniziale, invece ció che noi otteniamo non é esattamente il testo iniziale, perché il

traduttore deve innanzitutto comprendere e interpretare il testo, e quindi attua inferenze. Il buon

traduttore riesce immedesimarsi al massimo grado nell' “intentio dicendi” dell'autore.

“Che bello! Ho fatto un incidente”.

Il primo enunciato è un'esclamazione di sorpresa positiva. Dopo, per essere congruo, il testo dovrebbe

presentare una ragione che giustifichi questa esclamazione di sorpresa positiva. Ma la seconda frase del

discorso non é una ragione. Il testo sembra insensato e tuttavia é sensato se é pronunciato con ironia e

sarcasmo. È questa una delle possibili esperienze che noi inferiamo, l'ironia, con cui diciamo esattamente

l'opposto di quello che intendiamo realmente dire.

Oltre all' ironia quali altre inferenze, quale altro significato puó avere questo messaggio?

Potrebbe esserci una bella assicurazione che ripara i danni.

Oppure potrebbe parlare un masochista.

L'inferenza presuppone il processo di cooperazione, di charité. In un discorso é molto piú il non detto

rispetto al detto. Quindi quanto piú c'é del condiviso esperienziale, tanto piú l' uso dei segno e del materiale

semiotico diventano superflui.

Cfr. l'esperimento di Tolstoj in “Anna Karenina”

“Ecco diss' egli e scrisse le iniziali: q , m , a , r : q , n , p , e , q , s , m , o , a ?”

(Quando mi avete risposto: questo non puó essere, questo significava mai o allora?)

“Ella scrisse: a , n , p , r , i , a , m ”

(Allora non potevo rispondere in altro modo).

Ella scrisse: c , p , d , e , p , l , a

( C he poteste dimenticare e perdonare l' accaduto). (“Anna Karenina”, Tolstoj)

Tolstoj ci fa notare la forte interazione dell' inferenza con la semiosi.

Esistono diverse tipologie di inferenze:

1. Inferenze comunicative → il testo esibisce indizi di natura semiotica da cui partiamo che fanno

scattare le inferenze con cui noi ricostruiamo i non detti (sono tutte quelle viste finora).

2. Inferenze comunicate = testi che esplicitano inferenza attuata nel cotesto che precede. “Enrico

aveva invitato Andrea al suo matrimonio. Perció lo conosce”.

Se il testo si fosse fermato al primo punto, avremmo inferito che i due si conoscevano. Ma allora che

funzione svolge la seconda sottosequenza? Esplicita l'inferenza → inferenza comunicata

Spesso attraverso queste due inferenze si costruisce la comunicazione.

“Io non voto ancora”.

Il destinatario inferisce che non si vota quando non si ha ancora raggiunto la maggiore etá.

“Hai meno di 18 anni”.

Anche in questo caso questo secondo passaggio esplicita l'inverenza precedente. L'inferenza da

comunicativa diventa comunicata → si costruisce cosí la struttura del dialogo.

“Appena chiusa la porta, Paolo si accorse con orrore di aver dimenticato le chiavi.”

Da questo enunciato, cosa si puó inferire?

Alessandra F.

Che la porta é a scatto, quindi non puó essere aperta dall' esterno.

• Paolo é rimasto chiuso fuori.

• Non é possibile recuperare le chiavi. Paolo non ha con se altre chiavi.

• Precedentemente la porta era aperta.

• La presenza di inferenze comunicate caratterizza il testo argomentativo. Esse, proprio perché

argomentano, si impegnano a dare la ragione per cui é del tutto ragionevole aderire ad una presa di

posizione sulla realtá.

E' possibile argomentare ed esplicitare prese di posizione sulla realtá. Chi prende posizione si impegna ad

argomentare, dando indizi ch fanno muovere la ragione e fanno aderire il destinatario a quanto esplicitato

nella tesi.

L'inferenza ha un ruolo decisivo in tutta la comunicazione, sia verbale sia non verbale. Ad esempio alcuni

disastri aerei nacquero da false inferenze uditive, infatti noi attuiamo anche inferenze uditive. Oppure

ancora, per quanto riguarda la semiosi non verbale possiamo prendere ad esempio le arti figurative →

semiosi iconica.

Ex. A Barcellona c'è la “Sagrada familia”. Tra le sculture presenti all'esterno, c'è un angelo che suona

un'arpa. Da questo deduciamo che quello è un angelo arpista → inferenza visiva.

Ma all'arpa mancano le corde, e questo non solo per ragioni pragmatiche, ma affinchè la scultura sia

completata da chi la osserva.

Passo dal testo di Etsuro Sotoo, “Dalla pietra al Maestro”

L'OSTENSIONE

Un altro momento che rientra nella comunicazione verbale é quello dell'ostensione. Tutto nella

comunicazione interagisce ed opera in sinergia

Etimologia di “ostensione” → viene dal latino “ob-stendere / ostendere” = mettere davanti / far vedere.

Ci sono aspetti nell'ambito della comunicazione in cui a comunicare e mandare un messaggio é la

realtá, la quale, perché c'é, con il suo semplice darsi, ci comunica qualcosa.

L'ostensione riferisce ai momenti muti della comunicazione, quando nella trasmissione del messaggio non si

utilizza una lingua storica-naturale.

Ad esempio se vediamo un uomo tremante e piangente, che non parla, lui non dice nulla ma ci comunica

comunque qualcosa → è un segmento di realtá, che ci comunica uno stato di dolore e sofferenza che

quell'uomo sta vivendo. Per questo nasce in noi un sentimento di compassione.

O ancora, se in pieno inverno vediamo un tizio in maniche corte, automaticamente noi gli chiedamo se ha

freddo.

La nostra domanda é sensata? E se si, a quali condizioni lo é?

Affinchè la nostra domanda sia sensata ci dev'essere stata la trasmissione di un senso che rende

ragionevole il nostro dire. A noi, vendendo questo tizio siffatto, viene naturale dire questo.

Quindi la nostra domanda è sensata perché c'é stato un momento muto di comunicazione.

Ostensione → comunicazione che avviene attraverso il semplice esserci della realtá, senza tradursi in

semiosi verbale.

"Ma che bell' ordine!"

Questa è un'espressione ironica, un momento di comunicazione muta. Il semplice darsi della realtá ha

comunicato al destinatario un significato che interviene ostensionicamente.

Il confronto fra “ostensione” e “deissi”

I deittici funzionano in quanto intengrano il tasso di significato che viene dalla categoria ( = il significato

categoriale) attraverso l'aggancio alla situazione comunicativa. La realtá entra nella lingua e la precisa di

significato. Ma che differenza c'é, per quanto riguarda l'intervento della realtá, tra il fenomeno della deissi e

dell'ostensione. Per comunicare non bastano le lingue storico-naturali. Nella comunicazione interviene la

realtá.

Allora qual é la differenza tra deissi e ostensione?

La realtá non interviene allo stesso modo nella deissi e nell'ostensione.

• Ostensione → non interviene la semiosi

• Deissi → interviene la realtá ma per precisare il significato e il contenuto di un segno linguistico.

Se formulo la parola "io", ho un significato categoriale minimo che mi viene dalla semiosi, che diventa il

contenuto di un'istruzione (semantica istruzionale), che ci dice di andare a riempire di significato il termine, a

seconda del mittente che pronuncia quella parola in quella situazione comunicativa.

Ci sono spesso confini problematici.

Ad esempio il sorriso è un momento in cui una persona ci comunica un aspetto che ha a che fare con la

dimensione dei sentimenti. É sempre ostensione? Forse no. E' anche semiosi gestuale.

NB. Aneddoto dell'antropologo: la figlia si un antropologo cinese comunica la morte del padre ad un

antropologo europeo e lo fa con un sorriso. Poi quando l'antropologo europeo l'accompagna alla tomba del

padre lei piange.

Allora cosa significa questo sorriso?

Nelle culture orientali esiste una convenzione secondo cui si smorza la dimensione emozionale. È una

convenzione culturale. Emerge quindi una differenza nelle strategie comunicative. Gli orientali hanno una

strategia comunicativa misurata, per cui controllano l'espressione delle emozioni. In questo caso il sorriso,

che fa parte della semiosi gestuale, non é un sorriso per ostensione, cioè caratterizzato ostensivamente, per

cui chi sorride si fa vedere nel suo stato d'animo naturale. E la stessa cosa vale per il sorriso dell'attore a

teatro.

NB. Nel teatro c'é una cornice (anche la semiosi é caratterizzata dalla cornice, per cui deve scattare un

processo interpretativo).

Il sorriso dell' attore avviene per convenzionalitá, perchè sta seguendo un canovaccio, perciò non é

ostensione, ma semiosi gestuale. Ció che avviene sulla scena é semiotico: lo devi interpretare.

Teatro → ludus, play, spiel → é quasi una frode, un inganno, perchè tu potresti far coincidere la

rappresentazione teatrale con la realtá.

Quando si gioca si mette in atto un'ulteriore attivitá. Per tirare il respiro ci si distanzia dall'attivitá quotidiana,

impegnandosi in un'altra attivitá, che simula ed imita la realtá. Per questo il termine latino “ludus”, dal

significato di “gioco” assume il significato di “inganno”. Lo troviamo in questa accezione anche nel termine

italiano “illudere”, cioè buttare qualcuno nel ludus, ingannare; oppure nei termini “deludere”, “alludere” ecc...

Il latino faceva intervenire questa parola insieme al termine “iocus”.

“Iocus” però in latino aveva un significato diverso da quello che noi oggi gli attribuiamo. Quindi quello che c'é

nel tealtro é un “ludus”, un inganno, perciò si deve mettere in atto un processo interpretativo.

Alessandra F. I PRIMI MODELLI DELLA COMUNICAZIONE VERBALE

Evidenziamo qui i modelli della comunicazione verbale, teorizzati nel 1900, quando si comprende la

rilevanza del linguaggio come strumento per comunicare.

Claude Shannon (1916 – 2001)

Il suo è il modello della trasmissione dell'informazione usato soprattutto dagli informatici. Molti linguisti si

rifanno a questo modello. Secondo lui il processo comunicativo è svolto da:

 Information source → sorgente ( = dispositivo tecnonogico)

 Receiver → ricevente ( = dispositivo tecnologico)

 Noise source → sorgente di rumore/di disturbo

Fondamentale il problema del rumore che puó rovinare la trasmissione dell' informazione perché potrebbe

avvenire attrrverso un canale disturbato.

 Il teorema di Shannon

Il teorema di Shannon calcola la quantitá di informazione che deve passare attraverso il canale. Ridefinisce

cosi la portata del canale, cioè la capacitá di un canale di trasmettere informazioni.

La portata del canale va definita in termini di “quantitá massima di informazione” che puó passare attraverso

quel canale. Una volta che questa viene definita si risolve il problema del disturbo. Basta fare in modo che la

quantitá di informazione trasmessa sia inferiore rispetto alla portata del canale in questo modo non ci

saranno disturbi e rumore.

Ferdinand de Saussure (Ginevra, 1857 – 1913)

E' il fondatore dello strutturalismo. Lui parla di “circuit de la parole” ( = circuito del discorso), dove “parole” sta

a significare discorso, atto discorsivo. Il modello di comunicazione che propone é proprio quello del “circuit

de la parole”, dove abbiamo un mittente in grado di produrre segni linguistici inviati ad un destinatario, che a

sua volta é in grado di interpretarli, poiché i due condividono una competenza linguistica, ossia la “langue”.

Nel modello proposto da Saussure troviamo delle differenze con Shannon?

Saussure vede intervenire due interagenti umani e il suo è un modello di comunicazione in cui interviene la

semiosi. Nel modello di Saussure, però, non é ancora messa a tema l'importanza che il linguaggio ha per la

comunicazione.

Per noi l'uso della lingua é identificato con la comunicazione, ed é normale. La lingua serve per

comunicare. In questo modello non è ancora messo a tema che questo scambio di segni é destinato

alla comunicazione.

Karl Büler (1879 – 1963)

Per primo elabora un modello della comunicazione verbale. Mette a tema il fatto che i segni linguistici

sono destinati alla comunicazione. Lui prende il segno e lo mette in rapporto il mittente (emittente) con il

destinatario e con un terzo livello, quello oggettuale. Quindi prende il segno e lo colloca al centro di una

triplice relazione tra emittente, destinatario e livello degli oggetti.

Secondo Büler, se noi osserviamo un segno possiamo guardarlo in diversi modi:

1. In rapporto con l'emittente → coglie il segno come sintomo. Svolge una funzione espressiva.

Büler è il primo che mette a tema la funzione del segno.

2. In rapporto anche con il destinatario → coglie il segno come “signal” ( = segnale). In questo caso invece

rispetto al destinatario svolge una funzione di appello.

3. In rapporto con l'oggetto → segno colto come simbolo. Svolge una funzione di rappresentazione.

Quello di Büler è un modello della comunicazione verbale, in cui viene messa a tema la funzione

comunciativa del segno in base alla relazione in cui é coinvolto.

Roman Jakobson (Mosca, 1896 – 1982)

Da Büler prende molto Jakobson, che elabora il modello della comunicazioe verbale piú noto.

Jakobson dice che se noi osserviamo le lingue, notiamo che esse hanno una destinazione.

Jakobson opera nel circolo linguistico di Praga, una cittadina nella mittel – Europa, circolo che aveva

come maggior esponente un anima russa in particolare, ovvero Jakobson. Egli riprende una riflessione

filosofica che osserva le azioni in base al loro fine. Secondo lui dobbiamo concentrare l attenzione sul fine,

sulla destinazione della comunicazione.

Nasce a Mosca nel 1896 e muore a Boston nel 1982. E' esponente della componente russa della scuola

strutturalista di Praga. Nella sua teoria mette a tema che lo scopo del discorso, dell'atto linguistico é la

funzione comunicativa. Ci deve interessare innanzitutto il fine della comunicazione. Prima si esaminava lo

sviluppo diacronico della comunicazione, cioè lo sviluppo attraverso il tempo; invece a noi interessa

osservare lo scopo dell'attivitá comunicativa. Lui individua 6 fattori costitutivi della comunicazione.

Nel processo comunicativo abbiamo un MITTENTE che invia al DESTINATARIO un MESSAGGIO,

suscettibile alla verbalizzazione ( = puó essere formulato con una delle nostre lingue storico – naturali)

proprio grazie al fatto che mittente e destinatario condividono lo stesso CODICE (la “langue” per Saussure),

cioè condividono le correlazioni semiotiche stabilite per convenzione nella “speech community” a cui

appartengono. Questi sono i primi 4 fattori costitutivi. Il messaggio si riferisce alla realtá, ad un contesto. La

trasmissione del messaggio avviene attraverso un CANALE / CONTATTO, che puó essere di varia natura

(ad esempio in una comunicazione da persona a persona é l'aria). A ciascuno di questi fattori Jakobson

attribuisce e fa corrispondere una funzione comunicativa.

1. Mittente → funzione emotiva

2. Destinatario → funzione conativa

3. Contesto → funzione referenziale ( = il messaggio si riferisce al contesto)

4. Messaggio → funzione poetica ( = messaggi orientati al messaggio stesso)

5. Contatto/canale → funzione fatica (parola che viene dal verbo latino “fari” = parlare)

6. Codice → funzione metalinguistica

Ci sono messaggi che hanno un orientamento prevalente verso un fattore della comunicazione, ad esempio

ci sono messaggi orientati prevalentemente al mittente o al destinatario (come i messaggi promozionali),

oppure al codice (come i dizionari). Per questo ciascun messaggio si ha una funzione dominante. Ad

esempio i dizionari hanno una funzione metalinguistica dominante, ma è da sottolineare che questa non é

l'unica funzione presente.

Un altro esempio è il testo promozionale, che è orientato per lo piú al destinatario, e possiede dunque una

funzione conativa, ma allo stesso tempo si rifersce a un bene che viene promosso, quindi assume su di se

anche una funzione referenziale. Esiste dunque una forte interazione tra le varie funzioni, ma solo una

domina all'interno della comunicazione, anche in base al tipo di testo. Jakobson risolve il problema della

Alessandra F.

poetica, cioè spiega il testo poetico in una concezione linguistica unitaria. Quella poetica è la funzione che

corrisponde al messaggio. Jakobson spiega le caratteristice del testo poetico.

Cfr. dispensa da pagina 42 a 48 (fino a pagina 61 per la metrica russa)

IL COMUNICARE COME AGIRE: LA SVOLTA PRAGMATICA

La comuicazione verbale é vista come un'azione che permette di creare nella realtá “joint actions”.

Che comunicare sia agire é stato messo a tema da vari autori esponenti della linguistica

pragmatica. Il dire é un fare con le parole. Gli eventi comunicativi sono azioni.

Si apre così la riflessione sulla parola vista come come  = azione → svolta pragmatica.

La comunicazione verbale viene vista come un'azione. È qui che la linguistica interagisce con la “theory of

action” (teoria dell'azione). I modelli pragmatici riprendono la consapevolezza del “dire come far”e giá

esplicitata da Platone nel “Cratilo”, dove afferma che il dire é un fare con le parole.

La teoria degli atti linguistici di Austin (1911 – 1960)

Secondo John Austin, quando compiamo un atto discorsivo compiamo un'azione.

Di lui particolarmente rilevante è un testo: "How we do things with words” (“Quando il dire é fare”).

Secondo Austin esistono azioni che possiamo fare solo col dire, ad esempio un atto di licenziamento,

una promessa, il battesimo. Azioni di questo tipo non possono accadere se non attraverso la loro

enunciazione. Ci sono, nell'ambito del linguaggio, usi linguistici performativi, che fanno si che l'azione

accada. Accanto a questi usi performativi ci sono azioni che descrivono la realtá, e sono gli usi linguistici

constativi (si constata la realtá). Successivamente peró Austin si accorge che quando si ha a che fare con

gli usi constativi, attraverso i quali, con un atto assertivo, rappresentiamo la realtá, si compie un'azione → il

dire é un agire. Quindi in qualche modo tutto il linguaggio é performativo. Con il linguaggio compiamo

azioni di diverso tipo.

Pertanto Austin elabora la teoria degli “speech acts”.

Austin precisa che quando formuliamo uno “speech act”, compiamo 3 atti:

1. Atto locutivo → semplice articolazione del discorso: è l'atto linguistico con cui noi formuliamo il discorso.

2. Atto illocutivo → è l'azione specifica che un parlante compie, mediante il suo atto locutivo.

3. Atto perlocutivo → consiste nei risultati sul destinatario o in generale sul contesto comunicativo, che ha

come attori principali mittente e destinatario. Ogni “speech act” produce degli effetti nel contesto, che è

costituito innanzitutto dal destinatario ma anche dal mittente.

Esistono atti locutivi che coincidono con atti illocutivi diversi, poiché le azioni svolte sono sempre diverse.

“Paolo fuma abitualmente”.

Questo è un semplice atto assertivo, uno “speech act” rappresentativo.

“Chiudi la porta!”.

Questo è un atto direttivo, un enunciato imperativo, con cui si formula un comando.

“Ti prometto una ricompensa”.

Questo è un atto commissivo (dal verbo inglese “to committ”), in cui il parlante si assume un committment,

cioè l'impegno alla realizzazione di quanto commesso. Successivamente se non si realizza la promessa ci

sarà una violazione della fides, cioè della reciproca fiducia, che si instaura tra mittente e destinatario.

A seconda dell'azione che compiamo cambia l'illocuzione, la forza illocutoria.

“Chiudi la porta!”.

L'interocutore a questo comando potrebbe rispondere si oppure dissentire, ma questo dipende dalla forza

perlocutoria.

NB. Gli effetti di questo atto comunicativo non si riferiscono solo al destinatario ma anche al mittente. Cioé

l'effetto ricade anche sul mittente. Se il destinatario non risponde positivamente al comando, vuol dire che

non riconosce il rapporto di autorevolezza che c'è tra lui e il parlante e la sua situazione patemica

particolare. Esistono dunque varie implicazioni psicologiche e antropologiche, che si riferiscono anche al

mittente. Inoltre puó cambiare la realtá, cioè il contesto referenziale.

John Searle (1932 - // )

Propone una classificazione degli atti linguistici riprendendo Austin.

Nel 1969, infatti, pubblica il libro “Speech acts”, dove sistematizza in modo più efficace alcuni aspetti del

pensieri di Austin, anche se modificandolo parzialmente. Secondo Searle noi possiamo compiere:

1. Atti linguistici assertivi → speech acts rappresentativi

2. Atti linguistici direttivi → divieti/comandi

3. Atti linguistici commissivi → promesse

Nella comunicazione ci si scambiano messaggi che implicano impegni reciproci quindi nella comunicazione

ci

scambiamo “committments”, cioè impegni reciproci.

Paul Grice (1913 – 1988)

Propone elabora un modello di comunicazione fondato sul principio di cooperazione il destinatario che,

secondo Grice, coopera nella “intentio dicendi” del parlante. Quando il parlante inizia un atto discorsivo il dà

per scontato questo principio di cooperazione e presuppone che sia all'opera nel suo interlocutore.

Elabora inoltre una serie di massime che devono essere rispettate affinchè un atto comunicativo sia

adeguato/felice. Una delle piú importanti é la massima della relevance ( = pertinenza), secondo cui quando

si formula un atto linguistico, questo deve essere pertinente rispetto al contesto. Ci sono momenti in cui

il parlante disattende le massime, ma esiste anche il caso in cui, anche se violiamo la massima possiamo

comunque recuperare un senso, che non diventa inadeguato

A: “Che ore sono?”

B: “E' giá passato il postino”.

Abbiamo qui una domanda di completamento.

Pertinenza → adeguatezza rispetto al contesto, rispetto a ció di cui si dice, e anche rispetto ai parlanti. La

risposta di B é pertinente? Probabilmente si ritrova la sensatezza praticando l'inferenza.

In realtá la risposta di B non é pertinente perchè c'è una lesione della massima. Ma con questa lesione si

puó comunque ricostruire inferenzialmente il significato. Le inferenze, infatti, ricostruiscono un senso. B

presuppone che l'ora in cui passa il postino rappresenti il “common ground”, cioè il condiviso imprescindibile.

Intende comunicare che comunque é tardi. Dunque mediante un'inferenza recuperiamo una sensatezza. In

Grice comincia a comparire il processo inferenziale.

LA TEORIA DELL'AZIONE

I vari modelli della comunicazione verbale hanno messo in evidenza di volta in volta degli sguardi parziali.

Alessandra F.

Grice evidenzia la massima della relevance (sii pertinente), ovvero il principio della pertinenza.

Il principio della relevance e il pensiero di Grice è stato ripreso e approfondito anche da Dan Sperber e da

Wilson nel libro “Relevance” (1986). I due rilevano l'importanza del contesto.

Secondo loro, infatti, é imprescindibile il riferimento al contesto per poter interpretare il messaggio.

Del contesto fanno parte il mittente e il destinatario. Dell' “enviroment”, dell'ambiente, ovvero del contesto,

fanno parte il mittente e il destinatario, i quali condividono un “common ground” di conoscenze, valori e

credenze. Questo permette ai parlanti di attuare le inferenze pertinenti di fronte ad ogni messaggio,

attraverso le quali si ricostruisce l'implicito, il non detto, che il parlante volutamente lascia taciuto, affinchè

venga ricostruito in cooperazione dal destinatario. Questa rilevanza dell'inferenza é stata giá messa a tema

nel modello di Grice. Così il destinatario, attraverso un processo euristico (cioè di scoperta) riesce, per

approssimazione, ad avvicinarsi sempre di piú all' “intentio dicendi” del parlante. Secondo i due autori quelli

inferenziali sono dei processi attraverso cui il destinatario riesce a cogliere con sforzi minimi l' “intentio

dicendi” del parlante. Il senso del messaggio coincide con i suoi effetti contestuali (intended effects). In

questa svolta pragmatica abbiamo la totalitá degli autori che hanno messo a tema il “dire come fare”.

C'é un' area della pragmatica che osserva il parlare certo come un agire ma anche come una mediazione di

natura linguistica, che consente di intrecciare le azioni nella realtá. É possibile intrecciare azioni

comunicative (scambio soldi con caffé) oppure non comunicative (scambio caffè con soldi) grazie alla

mediazione che consenente la comunicazione

→ atti comunicativi consentono di intrecciare eventi non comunicativi.

Analisi della struttura dell'azione

Ontologia dell' azione

La pragmatica si interseca con la "teoria dell'azione", una svolta, un'analisi sull'azione vista nella sua

ontologia, nel suo schema.

Qual é la struttura dell'azione? Da che cosa parte un' azione? Qual é il punto di origine dell' azione?

Vari autori si sono soffermati e hanno analizzato questo argomento.

Soggetto umano = soggetto agente → agisce nella realtá.

L'agente é colui che interviene nella realtá con un'azione, in quanto il soggetto agente é colui che é

capace di azione. Perché uno agisce? Perché ha un desiderio.

Un fattore importante per agire é la conoscenza del mondo, cioè del contesto, delle regole del contesto, dei

luoghi di interazione. Ma la conoscenza non basta a far scattare l'azione. Questa scatta da una molla

che é il desiderio.

Come mai avviene questo?

Grazie alla capacitá dei soggetti umani di intervenire nella realtá, applicando la ragione dell'azione sulla

realtá. La ragione é stata definita in tanti modi, spesso con un approccio cognitivista e computazionale,

affermando cioè che la ragione compie un processo di elaborazione: é un calcolatore. Per certi aspetti

é vero, perché anche per i Greci la ragione () era anche calcolo, ma non solo. Perché?

Esistono degli aspetti fondamentali che riguardano l'uso della ragione da parte dell' uomo, ragione che non é

riconducibile totalmente alla dimensione del calcolo.

Uno di questi riguarda il momento in cui siamo di fronte all'interpretazione di dati → anche noi studenti

abbiamo continuamente interpretato dati di natura linguistica. Come interpreto un dato? Certo devo applicare

la ragione a ridosso del dato; ma questo cosa vuol dire? Vuol dire scoprire la sua funzione.

1. L'interpretazione

Ad esempio, c'è un archeologo che ad un certo punto trova una pietruzza blu e ha bisogno di interpretare il

dato. Puó analizzarla chimicamente. Puó procedere con una interpretazione storica, dandole quindi una

certa datazione. Una volta fatto questo ha scoperto la funzione del dato. Lo ha interpretato esaustivamente?

Cosa non ha ancora colto? Io colgo il significato di un dato quando ne identifico la funzione.

L' archeologo trova piú avanti uno scavo dove c'é un mosaico bizantino: scopre allora che la pietruzza non é

altro che la tessera di un mosaico bizantino.

Questo ci fa capire che per interpretare un dato la ragione lo deve collocare in una totalitá nel quale il

dato acquista la sua funzione. La ragione dunque non é semplicemente calcolo proprio per questa capacitá

di interpretare il dato come indizio. Il dato é indizio di una totalitá.

Se interpreto i dati senza collocarli all'interno di una totalitá, e quindi non leggo un dato come indizio di un

tutto avviene il fenomeno del Titanic: il Titanic affonda perchè non interpreta che il ghiaccio che si trovava

davanti era la punta emergente di un iceberg. La punta infatti é una parte del dato totale.

Se la ragione non colloca il dato nel tutto, abbiamo il fenomeno del Titanic. Per questo non possiamo

ridurre la ragione ad un calcolo. La capacitá di collocare un particolare all'interno di un tutto va oltre il

mero calcolo.

2. Il desiderio

Inoltre la ragione non é riducibile al mero calcolo proprio per la capacitá dell'essere umano di desiderare. La

ragione coglie nella realtá degli oggetti che sono un bene per lei.

Essa puó essere paragonata ad un pezzo di ferro attratto da una calamita ( = il reale).

Il soggetto grazie all'uso della ragione individua nella realtá dei beni, degli oggetti che sono un bene per lui.

Si apre così la dinamica dell'interesse, sottesa alla dinamica del desiderio.

La ragione é quell'organo che apre alla totalitá.

Mentre gli organi di senso ci mettono in rapporto con ambiti particolari, la ragione, che è a disposizione

dell'uomo, ci mette in rapporto con la realtá, con l'esperienza nella sua totalitá. Proprio per questo la

ragione nel rapporto con la realtá percepisce oggetti altri da sé, che sono beni.

Attraverso la ragione l'uomo diventa consapevole della sua posizione tra tutti questi oggetti. L'uomo scopre

sé stesso come altro da tutta la realtá che ha percepito, a differenza, invece, degli animali, che hanno

utilizzano la comunicazione in un certo modo, tale per cui non raggiungono mai la consapevolezza della loro

collocazione particolare nella realtà, percependo sè come cose. Gli animali sono incastrati nella realtá con

forme di comunicazione diverse dal linguaggio.

Non riescono a distanziarsi dalla realtá, come invece fa l'uomo.

L'uomo si distanzia dalla realtá e raggiunge la consapevolezza della sua collocazione nella realtá.

Quindi la ragione non può essere ridotta a puro calcolo per questi due elementi importantissimi:

La capacitá di vedere i dati come indizi.

• La percezione della totalitá.

• Il soggetto agente conosce il mondo, ma questo non basta per far scattare un'azione. L'azione scatta quando

sorge in lui un desiderio, a partire dal quale l agente immagina uno stato di cose corrispondente, che soddisfi

questo desiderio.

In base a questo il soggetto agente interviene nella realtá e identifica uno scopo da perseguire.

Come fa a perseguirlo? Attiva una catena di realizzazione, attiva cioè una serie di azioni orientate alla sua

finalitá.

NB. Il fatto che la ragione non sia un semplice calcolatore è dato anche dal fatto che i desideri sono

incalcolabili, perché soddisfatto un desiderio ce n'é sempre un altro? E come mai nell' uomo c'é questa

necessità del desiderio?

Perché l'uomo patisce una mancanza, che ha bisogno di essere colmata, pertanto identifica gli oggetti della

reltá come un interesse.

Questa é solo l'ontologia dell' azione. Adesso vediamo quali scenari si aprono quando un soggento agente

parte da un desiderio prosaico, ad esempio il desiderio di soddisfarsi il gusto di bere il caffé.

Ora ci collochiamo dunque in una situazione reale. Devo soddisfare il mio gusto di bere un caffé.

Nell'agente A sorge un desiderio, immagina cioè uno stato di cose (ex. la tazza calda col caffé) che diventa

uno scopo da perseguire. È un fattore molto importante il fatto che lui conosca il mondo: é a casa sua e sa

come si produce il caffé (puó realizzare il suo scopo autonomamente). Attiva allora la catena di

realizzazione. Prende la moca, la riempie di caffé e cosi via.

Alessandra F.

Se invece il soggetto agente A passeggia per strada e gli sorge improvvisamente il desiderio di un caffé,

cosa succede? Conosce il mondo. Sa che ci sono luoghi di interazione (interaction field) nel contesto che lo

circonda, di cui uno é il bar. Per poter perseguire il suo scopo, in questo caso, deve appoggiarsi alla

conoscenza del mondo → entra in un luogo di interazione ( = contesto che si riferice a dei domini di

esperienza, definito dai ruoli di cui è costituito).

In un bar quali ruoli ci sono?

Ad esempio c'é il barista. Il soggetto agente non puó realizzare autonomamente il suo scopo, ma deve

interagire. Per perseguire il suo scopo attiva dunque una catena di realizzazione formulando uno speech act:

“Mi faccia, per favore, un caffé”. Il soggetto agente si appoggia all'atto linguistico per poter perseguire e

realizzare il suo scopo, rivolgendosi al barista. Poi dovrá pagare. Il flusso comunicativo che puó nascere é

questo.

Si individuano i flussi comunicativi e cosí sono individuati i ruoli.

Nel bar i ruoli sono barista, cliente e cassiere.

Il barista intraprende un' azione e certamente il suo agire é prevedibile, ma anch' ergli é un agente che

interviene e modifica la realtá. Lui conosce il mondo. Conosce gli aspetti che lo caratterizzano. Conosce le

norme che regolano la sua interazione in questo contesto interattivo. Ma non basta la conoscenza del

mondo ad attivare l'azione. La sorgente della sua azione é sempre un desiderio → il barista infatti

desidera i soldi.

Deve fare bene il suo lavoro, erogando il servizio che gli viene richiesto dai clienti, per ottenere dei benefici,

ad esempio lo stipendio. Ma è mosso anche da una motivazione che va oltre lo stipendio: vuole svolgere un

lavoro in un contesto di interazione che gli permette rapporti sociali continui. Uno dei suoi desideri é di

soddisfarsi il gusto di lavorare come barista, perché ama intraprendere relazioni sociali.

Quindi attiva una catena di realizzazione → eroga il servizio. La mediazione avviene attraverso un atto

linguistico, altrimenti non c'é lo scambio del servizio.

Entrambi gli interagenti hanno uno scopo, ciascuno diverso da quello dell'altro, ma ognuno dei due per

raggiungere il proprio scopo deve appoggiare la sua catena di realizzazione, che gli permette di perseguire il

suo scopo tramite la catena dell'interagente B, che sta anch'egli realizzando il suo scopo, cosa che non

potrebbe fare senza intrecciare la sua catena di realizzazione con quella dell'interagente A.

E' qui dunque che troviamo in maniera evidente il fenomeno della cooperazione.

Ad esempio nel caso in cui dovessimo soccorrere un ferito avremmo un coagente A e un coagente B. I due

conoscono il mondo e condividono un certo “common ground”. Ma oltre a questo i due condividono lo scopo.

La cooperazione si differenzia dall'interazione, in quanto i due interagenti hanno un desiderio

comune. Attivano così una catena di realizzazione che in molti casi é la stessa, ma non sempre (ad

esempio se siamo in due e dobbiamo relizzare una cena, uno prepara una cosa e l'altro un'altra: i due

interagenti hanno lo stesso scopo da perseguire e lo perseguono mediante due catene di realizzazione

simultanee). L'ATTO COMUNICATIVO COME EVENTO

Noi prendiamo in considerazione il linguaggio, la competenza comunicativa dei parlanti. Nell' ambito degli

eventi alcuni si hanno per comunicare e si producono attraverso le lingue storico – naturali. Dall'apporto dei

vari modelli studiati finora sono emerse le caratteristiche della comunicazione.

Cos'é un evento?

Il semantismo di evento (= significato della parola) ci viene dalle lingue romanze e germaniche.

Deriva dal latino eventum (e – venio), un nome deverbale con il prefisso ingressivo “e”.

L'ingressivitá è quel momento che si presenta nelle nostre parole, quando sono presenti certi prefissi, che

indicano

l'inizio dell' azione → tema dell' aspetto del verbo. L'aspetto del verbo serve a considerare l'azione da vari

punti di vista. Il prefisso ingressivo focalizza il momento dell'inizio dell'azione. L'evento arriva,

soppraggiunge, sopraffa. Vi è una sottolineatura del momento dell'arrivo.

Allo stesso tempo è utile anche la semantica germanica: ereignis → radice di “eigen” ( = proprio).

Questa radice è presente anche nel verbo “sich aneignen”, che significa impossessarsi, impadronirsi. La

semantica germanica sottolinea una particolare dimensione di un avvenimento, che in questo caso è

quella dell'impadronirsi di colui a cui accade un evento. L'evento è qualcosa che arriva, sopraggiunge e

sopraffá, in quanto si impossessa del soggetto.

Cosa vuol dire tutto questo in rapporto con l'evento comunicativo?

L' atto comunicativo é un evento perché é uno scambio di segni che produce senso.

Il messaggio: scambio di segni che produce senso

Il senso è ció che sopraffa i due interlocutori; è una dimensione imprescindibile del linguaggio verbale e non

verbale; non possiamo esimerci dal cercare di definirlo.

Il termine “senso” è polisemico, ha una molteplicitá di accezioni.

“L'uomo ha 5 sensi. L'udito é un senso”.

I 5 sensi hanno a che fare con gli organi percettori. In questo caso per “senso” si intende ció a cui mette

capo l' organo percettore. Grazie ai 5 sensi arriviamo ad un risultato: la percezione.

Percezione → in tedesco “wahrnemhung” (“wahr” = vero → percezione: mette in rapporto il soggetto con ció

che é vero)

“Strada ha senso unico”.

In questo caso per “senso” si intende la direzione di una via.

“Sei una persona che ha buon senso”.

In questo caso formulo un giudizio: sei una persona razionale, cioè una persona che sa valutare in modo

ragionevole.

“La parola “uomo” in italiano ha due sensi: in un primo senso significa “essere umano” (“mensh” in

tedesco, “homo” in latino), in un altro senso, invece, significa “essere umano di sesso maschile” (“mann” in

tedesco, “vir” in latino)”.

In questo caso posso sostituire il termine “senso” con “accezione”.

“Questa espressione non ha senso”.

Come ad esempio:

1. “Mia moglie é un' ottima cuoca”. (detta da uno scapolo)

2. “Mio cugino é farmacista”

C'é a tema l' insensatezza, e quindi un nesso fra la parola “senso” e l'uso della ragione.

Cos'é l' insensatezza?

Ci sono dinamiche che mandano la comunicazione in crisi. La comunicazione va in crisi quando va in

crisi la sensatezza del messaggio. Nella frase 1 va in crisi il rapporto con la realtá: lo scapolo parla di una

non – realtá, come se fosse realtá, formula cioè un'affermazione che apre il presupposto di esistenza. Lo

scapolo parla di qualcosa che non esiste come se esistesse. Scatta la percezione della cosa come esistente.

Alessandra F.

Un testo per essere sensato deve avere rapporti con la realtà. La sensatezzza ha due fondamentali

requisiti e uno di questi é il rapporto con la realtá. Se si racconta una realtá come una non realtá, si

mente.

La frase 2, invece, non ha senso perché viene violato un ulteriore fondamento della sensatezza: il contesto,

cioè l'intorno che accompagna un evento comunicativo e i suoi fattori costitutivi (mittente e destinatario). Il

messaggio 2 é decontestualizzato, cioè non é pertinente per il destinatario.

Il messaggio non é insensato perché parla di una non realtá, ma perché non é

pertinente. Tema dell' “involvement” → il messaggio per essere testato deve coinvolgere.

Per avere senso un messaggio deve avere un rapporto con l'altro, deve quindi creare involvement,

cioè deve essere pertinente.

“Spiegami il senso di quest' azione”.

I sinonimi della parola “senso” in questo caso potrebbero essere molti, ad esempio “scopo”, “motivazione”,

“finalitá”,

“ragione”. Il termine senso ha l 'accezione di "fine": si apre così la dimensione teleologica.

La definizione del senso a partire dal non senso

Per definire il “senso” bisogna attuare un approccio al negativo. Per definire il senso lo definiamo nel modo

piú adeguato se riflettiamo sull'insensatezza.

Osserviamo delle azioni (infatti il dire é un fare) e vediamo se sono sensate o no.

Un uomo che ha un'azienda che produce frigoriferi al Polo Nord (non ci sarebbe domanda perchè al Polo

Nord non ci sarebbe bisogno di frigoriferi).

Un cliente chiede al barista di fargli un caffé e poi se ne va.

Barzelletta → C'é scritto su una porta "si prega di bussare" e uno, ogni volta che passa, bussa.

Sono tutte azioni insensate perchè sono fuori luogo, non sono giustificabili.

Ogni azione deve avere un fine e deve essere adeguata a un fine. Quando un'azione non ha queste

caratteristiche é insensata e irragionevole.

L'insensatezza é una irragionevolezza. Il senso ha a che fare con la ragionevolezza.

Dunque partiti dal non – senso ci siamo accostati alla natura del senso. Un fatto ha senso quando ha

rapporto con la ragione.

Esiste il non – senso?

Esistono non – sensi artificiali, creati su misura dal linguista a scopo metalinguistico.

Se consideriamo la sensatezza in rapporto al dire (che è un “fare con le parole”), affermiamo che un

messaggio ha senso quando ha rapporto con la ragione, rispettando il rapporto con la realtá e il rapporto con

l'altro (la pertinenza).

Il non senso peró esite? Aristotele dice che l'uomo é un animale che é destinato quasi inevitabilmente a

cercare e a produrre senso. Di tutto ciò troviamo riscontro in Grice, che teorizza il “principio di

cooperazione”, secondo cui il mittente sa che il distinatario andrá alla ricerca del senso. Domina nella

comunicazione la legge dell' “eppure deve voler dire qualcosa”, il che magari ci fa attuare audaci

inferenze, per cercare di ridare veridicitá ad un enunciato.

A lezione si contruiscono non – sensi, che sono artificiali, cioè si sovlge una riflessione metalignuistica sul

funzionamento della lingua. Si fa cioè un discorso, una riflessione sul nostro parlare. Quindi esistono non –

sensi artificiali creati dai linguisti per fare emergere i fattori costitutivi della comunicazione.

Questi non – sensi artificiali non sono sensi reali → cfr. il teatro dell' assurdo, cioè il teatro del non senso

(“Waiting for Godot”), dove si fa fatica a ricostruire il senso del messaggio. Questi messaggi infatti sono

davvero insensati o hanno, ad un certo livello, un senso? Essi in realtà veicolano un senso: se tutte le regole

sintattiche e morfologiche sono lese si ha un'incapacitá comunicativa → esperimento linguistico. I messaggi

del teatro dell'assurdo non hanno un senso immediato, ma gli autori desiderano comunque comunicarci

qualcosa, e cioè la stessa incapacitá di comunicazione dell'uomo moderno → rappresenta il suo

disorientamento, rappresenta un uomo a cui vengono a mancare i punti di riferimento nell'esperienza. È

questo il disagio antropologico del soggetto umano, che ha perso il suo orientamento nella realtá.

Possiamo anche analizzare i testi di un soggetto psicopatico, il quale opera una totale lesione dei principi di

testualitá, di grammaticalitá e di congruitá semantica e sintattica. Noi definiamo questi testi “insensati”, ma in

realtà per noi hanno una profonda significativitá, perchè fanno emergere l'inconscio, perció hanno un

senso. Sono testi insensati che veicolano un senso a un livello strategico molto piú alto.

Osservando questi fenomeni possiamo dire che il non – senso non é mai l'ultimo livello di un senso.

Quando siamo nella dimensione comunicativa (e non in un laboratorio), anche quando alcuni testi

sembrano assolutamente insensati, in realtà veicolano un ultimo senso dato dal disagio umano.

Il non – senso si dà solo come esito meta lingustico, ma nella dimensione comunicativa non esiste.

Il senso come “habit change”

L'evento è dunque qualcosa che ti raggiunge, ti sopraffa e si impossessa di te, che sei il destinatario. Ma in

realtà non si impossessa solo del destinatario.

Bisogna riflettere sulla dimensione dell' “habit change”. Un evento, una volta proferito, produce un

cambiamento di habit, cioé della disposizione della soggettivitá rispetto alla realta.

Il termine “habit” deriva dal latino “habitus” → “se habere ad” = comportarsi, assumere un certo

atteggiamento → attitude (fr.).

Secondo Peirce un evento comunicativo produce un cambiamento, cioè sposta i due interlocutori. Dopo che

un atto comunicativo é stato proferito, proprio perchè esso è un evento e dunque si impossessa dei due

interlocutori, i due interlocutori non sono piú come erano prima. Con “habit” si traduce il termine greco 

definito da Aristotele, nel suo testo "L'etica nicomachea", un atteggiamento stabile, una disposizione stabile

che puó avere un soggetto umano rispetto alla realtá, quindi un atteggiamento normale che un soggetto

umano ha rispetto alla realtá.

Quanto piú il messaggio é rilevante, tanto piú questo sposta coloro che sono coinvolti nell'evento

comunicativo e produce un cambiamento della posizione stabile.

Peró secondo Aristotele, accanto a questo gli uomini hanno atteggiamenti non stabili, piú superficiali e

momentanei, che lui chiama cioè i sentimenti.

Peirce include nel concetto, oltre alla disposizione stabile degli uomini, anche gli atteggimaneti piú

momentanei. Ci sono poi testi meno significativi, che spostano il destinatario solo per quanto riguarda la

dimensione patemica ed emozionale.

LO STRUTTURALISMO CLASSICO

La semiosi è l'atto all' origine del cioè del segno.

La riflessione sulla lingua é antica quanto l' uomo.

Perché é importante occuparsi anche del percorso storico, dei predecessori, della tradizione precedente?

Questo è un tema messo in luce da Goethe nel “Faust” → ció che hai ereditato dai tuoi padri

riguadagnalo, per possederlo realmente. Esiste dunque uno stretto rapporto tra l'uomo che appartiene a

Alessandra F.

una determinata cultura e la tradizione, il traditu, cioè la tradizione in cui é collocato l'essere umano in

quanto appartiene a una determinata struttura dell'accoglienza, che é la cultura in cui é nato.

È importante la rivisitazione del traditu, dove c'è la verifica del fatto che questa culla, in cui siamo accolti, é la

cultura, la quale, accogliendo l'uomo, gli mette in mano un'interpretazione della realtá e degli strumenti per

entrare in rapporto con la realtá.

Noi osserviamo ció che propongono i predecessori nel portare a consapevolezza teorica le leggi costitutive

del linguaggio e le verifichiamo, osservando la comunicazione verbale. Ogni autore mette in evidenza

delle prospettive parziali che peró nell'insieme, danno una visione completa del fenomeno.

Per capire la portata dello strutturalismo nella riflessione linguistica dobbiamo osservare la storia della

linguistica.

1. Linguistica prescientifica → la linguistica non é una disciplina autonoma ma la riflessione sulla

lingua è un tutt'uno con la riflessione filosofica sull'uomo.

2. Linguistica scientifica → la linguistica diventa scienza autonoma dal 1816 (data convenzionaele),

quando Franz Bopp pubblica il suo libro, intitolato "Sul sistema di comunicazione della lingua sancscrita a

confronto con quello della lingua greca, latina, persiana e germanica" → linguistica storico – comparativa.

Gli autori, in questa prima fase, prendono lingue diverse indoeuropee e, a partire da un analisi contrastiva,

ricostruiscono una fase indoeuropea precedente, una proto-lingua indoeuropea, da cui si sono sviluppate

tutte le altre lingue. Quindi nel 1800 la linguistica nasce come linguistica storico – comparativa. Questa

linguistica privilegia una prospettiva di “A” rispetto al tempo, cioè privilegia lo sguardo storico. É qui che la

linguistica nasce come disciplina storica → orientameto storicista. Tutte le discipline nel 1800 privilegiano

uno sguardo storico.

Prima di Saussure, padre dello strutturalismo, ci sono due autori che, senza aver letto Saussure, rivelano un

orientamento giá strutturalista e sono dunque i precursori dello strutturalismo. Sono Baudouin de

Courtenay e Kruszewski, entrambi appartententi alla scuola russa di Kazan'.

Cfr. da pagina 8 a pagina 12 della dispensa.

I precursori dello strutturalismo

Baudouin de Courtenay

E' il primo che mette a tema, in un saggio del 1871, la fonetica ( = lo studio dei suoni), che secondo lui ha un

duplice oggetto:

1. Studia il suono dal punto di vista fisico, cioè dal punto di vista della sua articolazione e quindi indaga gli

organi dell'apparato fonatorio quando noi classifichiamo i suoni.

Il suono viene descritto dagli organi dell'apparato fonatorio coinvolti, ad esempio le occlusive bi-

labbiali, le sorde (ex. p → non c'è vibrazione delle corde vocali), le sonore (b → coinvolge la

vibrazione delle corde vocali). Inoltre è uno studio anche dal punto di vista acustico, cioè dal

punto di vista delle leggi fisiche che regolano i suoni.

2. Analizza il ruolo che un suono svolge nel meccanismo della lingua (e quindi nella comunicazione),

analizza cioè la funzione svolta da un suono. Un suono, se non é osservato da questo punto di vista, non é

linguisticamente pertinente. Dobbiamo analizzare che ruolo svolge un suono nel sistema linguistico.

Inoltre in un saggio successivo a questo fa un'analisi sul fonema.

Cosa rende possibile nell'attività di un parlante l'articolazione di miliardi di suoni (consonantici e vocalici)?

Come possiamo articolare all'infinito i suoni?

Secondo Baudouin de Courtenay é perché il parlante ha, in sede psichica, una sorta di prototipo, una

costante, un'unitá fonetica viva sul piano psichico, che é il fonema. Il fonema dunque è un'unitá viva a


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche e letterature straniere
SSD:

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