Capitolo I: Dalla gnosi antica al nichilismo moderno
La prima fase della riflessione sotto l’influenza di Heidegger
Egli era noto soprattutto come studioso erudito di storia delle religioni. Sulla scia di Rudolf Bultmann, Jonas elabora un metodo che gli consente di spiegare razionalmente miti e dogmi religiosi. Questo metodo, che può essere definito «ermeneutica della demitizzazione», consiste nell’interpretare immagini e figure religiose di natura mitologica così da far emergere le esperienze esistenziali - il modo di comprendere la vita, l’atteggiamento spirituale di fondo - che si nascondevano dietro di esse. Entrambi sono stati decisamente ispirati da Heidegger, ma l’influenza tra Jonas e Bultmann fu reciproca. Il dogma è l'oggettivazione di una «concreta esperienza esistenziale».
Il mito del peccato originale, che serve ad Agostino per spiegare il dilemma in cui si dibatte la volontà umana tra il voler essere morale e il seguire orientamenti immorali, viene ricondotto da Jonas a un «fenomeno originario fondamentale»: quello dell’insufficienza umana rispetto a Dio. Il peccato originale in quanto mito viene disvelato come il prodotto dell’oggettivazione di un interiore dilemma esistenziale. Con ciò Jonas raggiunge almeno due obiettivi: una critica razionale del mito, in quanto determinato da una proiezione oggettiva, in un fenomeno esterno, di un fenomeno interiore-esistenziale e al contempo la conservazione del suo profondo contenuto problematico: il dilemma della volontà.
Il compito di un’ermeneutica che si propone la comprensione razionale dei dogmi consiste dunque nella loro riconduzione alle esperienze esistenziali che stanno alla loro base. Riconoscere queste ultime è possibile solo attraverso quella che Jonas chiama una «coscienza demitizzata», la quale non prende alla lettera né dogmi né miti: ma li considera come rivestimenti di esperienze esistenziali. Attraverso questo approccio egli riesce a scoprire nei differenti orientamenti e nelle diverse accentuazioni dello gnosticismo il progetto complessivo dell’uomo e del mondo che li unisce.
Utilizzando le categorie esistenziali di Heidegger, e applicandole come Bultmann in campo teologico, Jonas nella sua opera fondamentale, Gnosis und spätantiker Geist, ha tentato di offrire una «interpretazione filosofica di un fenomeno storico». Un’interpretazione particolarmente innovativa perché allora la ricerca sulla gnosi aveva ricostruito singoli aspetti del fenomeno gnostico facendoli risalire a diverse tradizioni; ma alla fine ciò aveva indotto gli studiosi a ritenere lo gnosticismo un fenomeno religioso di carattere sincretistico. Abbagliati dalla policromia dei miti gnostici, non ci si era resi conto che essi lasciavano trasparire l’esperienza decisiva che ne stava al fondamento.
Il fenomeno della gnosi «era spiegabile soltanto attraverso la comparsa di una visione del mondo originariamente nuova sul fondamento di un nuovo rapporto dell’essere»: era dunque un nuovo modo di concepire il mondo e un diverso rapporto dell’uomo e di Dio con esso che si presentava con lo gnosticismo. L’autocomprensione dell’uomo è fondamentalmente di carattere monistico: l’uomo è un essere che fa parte del cosmo e in esso si sente a casa propria. È questa concezione intrinsecamente ottimistica del mondo e del nostro stesso rapporto con esso ad entrare in crisi nella tarda antichità. E la gnosi altro non è che il prodotto di una tale crisi.
È il clima spirituale dell’epoca tardo-antica e protocristiana che si manifesta dietro la mitologia gnostica. Alla concezione ottimistica del mondo ne subentra un’altra radicalmente pessimistica, attraversata da un estremo dualismo: dualismo tra Dio e mondo e tra uomo e mondo. Ciò che prima tutto accomuna, il cosmo, ora tutto divide. Persino Dio e l’uomo, che sono accomunati nella loro contrapposizione al mondo, sono separati proprio dal mondo.
Nel suo aspetto teologico questa dottrina afferma che Dio è estraneo al mondo: Dio è l’ignoto, l’inconoscibile, il totalmente altro e il mondo non è che una sua creazione, bensì opera di un demiurgo maligno, che cerca invano di imitare il perfetto ordine del pléroma, del regno divino. Ma il mondo ha perso quel carattere di bellezza, armonia, regolarità che contraddistingue il kósmos greco ed è sì ancora espressione di un ordine, ma si tratta di un ordine cieco e tirannico. Da qui scaturisce il disprezzo gnostico per il mondo.
Tutto ciò ha notevoli conseguenze sotto il profilo antropologico: l’uomo, infatti, pur essendo per un verso inserito in quella malvagia creazione del mondo, per un altro verso ne è al di fuori. Il sé interiore, il pneûma, lo spirito non appartiene alla creazione: è tanto trascendente e ultramondano quanto Dio medesimo. L’uomo dunque è gettato in un mondo che gli è spiritualmente estraneo e nel mondo conduce una vita alienata rispetto alle sue più intime esigenze.
C’è un al di là che costituisce la nostra più profonda origine, ed è per questo che possiamo sperimentare come estranea la nostra esistenza nel mondo. Siamo stati gettati in esso da un demiurgo maligno, e possiamo sperimentare questo sentimento di mancanza di patria nel mondo, grazie allo spirito umano, a quell’elemento spirituale di origine divina in noi presente. Solo perché in noi c’è questa scintilla divina possiamo fuggire dalla prigione del mondo.
La condizione esistenziale dell’uomo tuttavia non sempre raggiunge questo sentimento di spaesamento nel mondo: l’uomo solitamente vive nel mondo in modo inautentico. Non patisce l’idea di vivere in un mondo di tenebre. È solo l’angoscia che lo risveglia dal torpore in cui è caduto e lo richiama alla sua interiorità spirituale. La gnosi, la conoscenza, lo aiuta a liberarsi dalle catene del mondo e a ritrovare la propria autenticità. La conoscenza deve spingere all’estremo la rottura con esso. Solo con la morte l’uomo allora ritorna definitivamente nel regno della luce. Ma già prima della morte egli può avvicinarsi a quel regno prendendo le distanze dal mondo e rifugiandosi nella propria interiorità.
L’autocomprensione gnostica dell’uomo e del mondo ha come scopo il sentirsi gettato in un al di qua ostile ed estraneo, dal quale ci si può liberare definitivamente soltanto in un al di là che porterà a ripristinare l’originaria perfezione divina. Gnosticismo ed esistenzialismo erano due risposte filosofiche affini a due diverse epoche di crisi ed entrambi erano contraddistinti dal dualismo e da tutto ciò che esso, come già abbiamo visto, implica: separazione dell’uomo dal mondo, svalutazione metafisica di quest’ultimo, solitudine cosmica dello spirito e conseguente nichilismo etico.
Per Jonas va tuttavia sottolineata una differenza fondamentale tra lo gnosticismo antico e il nichilismo moderno. La natura ostile e demoniaca per gli gnostici si trasforma nella nostra moderna rappresentazione del mondo in natura indifferente. La natura ha addirittura perso quel carattere di complicità che ancora possedeva per l’uomo gnostico, il quale la considerava a sé estranea. Essa è ora del tutto indifferente agli uomini, ai loro interessi e ai loro desideri. L’uomo moderno non è semplicemente gettato nel mondo, ma gettato fuori dalla natura: non è cioè il prodotto di un creatore e da questo gettato nel mondo; ma come tutti gli altri esseri viventi il risultato provvisorio di una lunga evoluzione.
Privato di una propria essenza egli è soltanto il risultato di quella «lotta per l’esistenza» di cui parlava Darwin. Ma una volta emerso dalla natura, gettato fuori da essa, egli è rigettato a se stesso, si svincola dalla natura e sperimenta dinanzi a essa la propria solitudine. Emerso casualmente a un certo punto della storia dell’evoluzione, l’uomo diventa alla fine altrettanto indifferente quanto la natura stessa da cui è uscito fuori. L’estraneità dell’uomo rispetto alla natura si trasforma in estraneità verso sé medesimo, verso l’idea di uomo in quanto tale.
È il disincantamento del mondo prodotto dalla scienza e dalla tecnica a costituire il novum della modernità. L’attenzione si sposta così dal dualismo antico al dualismo moderno, dalla critica della gnosi alla critica della filosofia moderna da Cartesio e Pascal a Husserl e Heidegger. Il dualismo antico lentamente lo aveva portato a riflettere in modo critico nell'approccio filosofico da cui era partito. Il disprezzo gnostico verso la natura gli aveva fatto pensare alla sua totale svalutazione nella filosofia a lui contemporanea.
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