Una breve immersione nel mondo di Guido Gozzano
Di: Daniele Curci
La vita del poeta
La vita del poeta Guido Gozzano si racchiude, essenzialmente, nella cornice torinese: a Torino nacque il 19 dicembre del 1883 e vi morì di tubercolosi il 9 agosto del 1916. Torino è la città che ama, che lo forma sia negli studi, prima liceali e poi universitari (di giurisprudenza, anche se mai si laureò), che forgia il suo carattere borghese, dagli orizzonti limitati, che decanta in liriche come Torino, Torino d’altri tempi, ma anche nelle prose, come Un vergiliato sotto la neve.
Sempre nel capoluogo piemontese iniziò, salute permettendolo, ad interessarsi a vari sport, come la boxe, il nuoto, il ciclismo ed il pattinaggio sul ghiaccio, che praticò e usò come cornice di alcune poesie, come Invernale. Tra il 1904 ed il 1907 iniziò la stesura de La via del rifugio, pubblicata nel 1907 con buon successo, e delle prime poesie dette sparse. Sempre nel 1907 lo colpisce il primo, violento, attacco di tubercolosi che lo costrinse a quel “esilio” tra mare e montagna che, tenendolo lontano dalla sua città, lo infastidiva, anche se gli fornì spunti per grandi poesie come La signorina Felicita o la felicità.
Ma non fu solo esilio: sempre nell’anno di pubblicazione de La via del rifugio, intraprese una relazione con la poetessa Amalia Guglielminetti, che poi divenne una sincera amicizia intellettuale, fonte anche per comprendere meglio sia l’incubazione sia il significato di numerose opere, grazie all’epistolario.
Opere principali
Nel 1911, dopo quattro anni di fervido lavoro in cui proseguì la collaborazione con giornali e riviste, pubblicando anche alcune poesie e scrivendo quelle che sarebbero divenute le Epistole entomologiche (una raccolta incompiuta), vide la luce la sua forse più significativa opera: i Colloqui. L’anno successivo coronò invece il sogno del viaggio in India, che intraprese anche a scopo terapeutico con un amico e di cui ci sono rimaste solo due poesie, essendo state distrutte per ordine del poeta stesso le altre perché da lui giudicate oscene e pornografiche: Ketty e Risveglio sul picco di Adamo. Ci sono giunti, però, i suoi articoli di corrispondenza, raccolti ne Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1912-1913), pubblicati postumi nel 1917 dall’editore Treves e con prefazione di Giuseppe Antonio Borgese.
Poco, dopo il suo ritorno, c’è da dire sulla sua vita, se non che pubblicò poi qualche poesia, generalmente scarse e retoriche, dedicate allo scoppio della prima guerra mondiale.
Poetica e tematiche
Passando alla poetica, leggendo Gozzano si avverte spesso un senso di disperazione derivante dall’impossibilità, da lui percepita, di scrivere in versi in una società borghese sentita come aliena dal discorso poetico (una cosa che contraddistingue il Crepuscolarismo tra l’altro). Questo lo spinse ad un deciso abbassamento sia del livello tematico che linguistico (il grado espositivo è, difatti, quello del parlato, della conversazione borghese).
Spesso considerato un disperato tentativo di salvataggio della poesia è in realtà una mimetizzazione della poeticità che ne esprime una chiara coscienza del carattere precario di tale finzione, rispecchiandosi in uno straniamento che si traduce in ironia (o suo uso) indicante l’utopicità di tale programma. Ciò che aiuta il poeta in questa operazione, “salvandolo” dalla resa alla ideologia borghese è la malattia che, congiunta con l’arte, diviene il simbolo della mortale malattia della poesia nel mondo borghese (si veda al riguardo la parodia di Ulisse ai versi 111-154 de L’ipotesi).
L’ironia è fondamentale per Gozzano: essa gli permette di mantenere alta e costante l’assolutezza dello scrivere, per cui tutto vi si sacrifica in nome di una sorta di filosofia dell’ascetismo, che lo porta ad accettare la morte con distacco, senza paura.
Confronto con D’Annunzio
Questi primi elementi ci consentono di tracciare un primo confronto con il maestro-non maestro Gabriele D’Annunzio: da un lato recupera da lui l’uso dell’inserire nei versi la poesia passata per salvarla (ma senza termini aulici: utilizza sempre un linguaggio decadente e banale), dall’altro, seguendo questa linea, la contrapposizione tra le due coscienze di fronte alla impossibilità della poesia: la propria eccezionalità solitaria in contrasto alla banalità e alla volgarità borghese per D’Annunzio, il senso di illusorietà (quindi di improponibilità), donde l’ironia e la parodia per Gozzano.
Questo percorso conduce il poeta anche verso la verifica dell’impossibilità di amare (Una risorta; Un'altra risorta; L’onesto rifiuto), del sentimento autentico, che diviene possibile solamente nel ricordo (parola cara al Gozzano) attuato attraverso una contemplazione ascetica che trova culla nella poesia che diviene, quindi, possibile in quanto teatralizzazione del passato (e quindi anche dell’amore), in cui l’ironia misura il distacco presente tra la contemplazione del passato autentico e adeguato al sentimento e tra la poesia o tra il presente arido e brutale (si vedano al riguardo L’amica di nonna Speranza e L’esperimento).
Temi principali
Il problema allora sorge al momento in cui viene scoperto che anche la morte, oltre all’amore, è divenuta mentitrice, avendo perso la serietà e sublimità al contatto con la borghesizzazione del mondo. L’ultimo rifugio del poeta, là dove “le due cose belle” gli hanno mentito, diviene allora la finzione, ma non quella de L’esperimento, che vanifica, appunto, ogni speranza di un rifugio in un travestimento, pur se per coniugare l’erotismo con il sentimento amoroso, ma nella letteratura, quella “Tabe letteraria” che tanto affligge il poeta, rendendolo incapace di vivere una tranquilla e normale vita borghese, ma che gli fa sognare questo mondo tanto agognato (si veda L’ultima rinunzia al v.26 : “ma lasciatemi sognare!”) e, forse, possibile se la “Signora vestita di nulla” non fosse sulla soglia (utile esempio è ne L’ipotesi se non tutta perlomeno il distico iniziale: “Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia, / se già la Signora vestita di nulla non fosse per via…”).
La radice, insomma, è nel passato, che a noi giunge composto nella rappresentazione artistica, considerato come bello e unico degno di canto, degno di amore, a differenza del contemporaneo, che non ha arte capace di riscattarlo: Il passato, dunque, è bello perché cristallizzato nella irrealtà stupenda delle cose morte: non è esotismo dello spazio, come si potrebbe essere portati a pensare, ma un trionfo dell’esotismo temporale attraverso una poetica dei luoghi e dell’onirico.
Distacco dal dannunzianesimo
E proprio da qui parte il distacco dal dannunzianesimo, visto come una poetica che traveste e falsifica il presente per conferirgli quell’aurea che lo renderebbe degna di canto: ma questa veste non gli appartiene. L’unico ponte che potrà congiungere, quindi, l’arte con la vita sarà l’ironia.
Riguardo all’uso della lingua della tradizione è una lingua morta, cui non è più possibile, quindi, aderire in maniera incondizionata. Di conseguenza, sarà una lingua che si potrà usare solo in straniamento, misurando la distanza tra il passato ed il presente: diverrà cosi una lingua morta di un tempo morto (vedi Torino d’altri tempi): la rottura con la tradizione, dunque, consiste nella fine dei modelli acriticamente partecipabili.
Il topos del parco
Un ulteriore elemento narrativo, presente spesso in Gozzano, è il topos del parco, ricavato dal D’Annunzio che per primo lo introduce in Italia. Il parco è il luogo tipico della natura aristocratica, uno spazio, che però, si presenta come morto nella cultura borghese: il parco è, dunque, storia e testimonianza in rovina di cose che si sono oramai decomposte. Utili a questo proposito sono le liriche: Il castello di Agliè, Il viale delle statue e Il Frutteto (gli elementi che caratterizzano la sfera descrittiva di quest’ultimi due componimenti vengono desunti dal D’Annunzio del Poema paradisiaco, specialmente dalla poesia Climene).
La via del rifugio
Pubblicato nel 1907, vi erano dieci espunti che segnalavano la volontà di distaccarsi dal “tirocinio poetico” dannunziano (vedi Il modello). Ottenne sin da subito recensioni favorevoli. In generale vi è una forte presenza dell’uso del sogno e del gioco che isolano l’io lirico dalla spietatezza della vita. Analizzandone la prima lirica omonima, se ne traggono diversi dati strutturali della sua poetica, difatti il medesimo titolo ne sottolinea la funzione programmatica.
Vi è, intanto, un primo esempio di travestimento, nell’uso della filastrocca che veicola il sogno e determina lo sdoppiamento del soggetto che si pensa nel tempo. La distanza tra i due piani del discorso (quello reale del discorso poetico e quello irreale della filastrocca) è poi evidenziata dall’uso del corsivo. È in questa via onirica che l’io trova una possibilità di illusione (difatti ai versi 49-56 scompare il corsivo e la filastrocca è scritta normalmente), annullando la distanza tra il reale e il favoloso.
L’interrompersi del sogno al v.83 segnala l’uso del melodramma, forte in Gozzano, fino all’infrangersi nel dialogo al v. 117 sino alla riflessione sul destino della farfalla e sulla vanità del tutto (riecheggiando il Pascoli ed il Leopardi) dal v. 134, ritornando poi, lentamente, alla catalessi. Da notare, inoltre, sono i due assunti filosofici del verso 34, il Tutto ed il Niente assunti, tramite la maiuscola dannunziana, al ruolo di personaggi, in contrasto con la riduzione del poeta ad oggetto, che corrisponde all’idea di desublimazione della poesia, ai versi 35-36 emblematicamente rappresentato dal nome e cognome del poeta scritti “guidogozzano”.
In due composizioni lo stile di Gozzano, escludendo la lirica appena analizzata, arriva al suo apice: Le due strade e L’amica di nonna Speranza, che difatti sono collocate anche ne I Colloqui, evidenziando anche la continuità tra le due raccolte. In entrambe il dialogo svolge una funzione determinante.
Le due strade ha, anch’essa, una struttura melodrammatica: il primo distico denota una funzione da incipit paesaggistico, mentre nei successivi parte la descrizione dei personaggi e della vicenda sino al v. 29 dove, fino al v. 48, vi è un monologo interiore in cui il poeta riflette sulle due donne, arrivando poi a considerazioni sulla quasi banalità della vita dettata dalla sua brevità, nonché precarietà (ma sono riflessioni che valgono anche per la gioventù incarnata da Graziella). Riprende poi la descrizione paesaggistica (v.69) e la dimensione dialogica (v.81), sino al distico conclusivo in cui riprende l’ascesa alla montagna (versi 99-100).
Oltre alla struttura da melodramma, la poesia mette in rilievo altre notazioni: innanzitutto è bene far notare la descrizione paesaggistica, che denota questa tendenza del poeta, quasi ossessiva, ma con logica, considerando l’impossibilità di cantare di cose auliche, a descrivere minuziosamente e dettagliatamente le scene, i luoghi.
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Crepuscolarismo e Guido Gozzano
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Cultura italiana contemporanea - Guido Gozzano e le sue opere