Poesia italiana del Novecento: tra Pascoli e D'Annunzio
La poesia italiana del Novecento dovette confrontarsi con due modelli che chiusero un secolo aprendone un altro: Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio (che per primo iniziò la raccolta nei propri versi di quel museo dei “relitti” della passata poetica). Forte, soprattutto nei primi del secolo, fu anche l’influenza dei simbolisti francesi (nato convenzionalmente nel 1886, aveva come precetto cardine la non descrizione della realtà ma, semmai, il coglierne l’essenza attraverso le impressioni più vaghe e distinte, per trasmettere al lettore impressioni o evocandone stati d’animo. Punte di diamante ne furono Baudelaire, Mallarmé e Verlaine. In Italia, vicino al filone simbolista furono, appunto, il Pascoli ed il D’Annunzio).
Il crepuscolarismo
Il crepuscolarismo non fu mai una scuola o una corrente, ma un movimento, seppur privo di un manifesto, con una ben delineata poetica, di cui facevano parte principalmente giovani poeti dei vent’anni, provenienti da famiglie piccolo-borghesi. Il crepuscolarismo si mosse nell’arco di pochi anni, tra il 1903 ed il 1910, anticipando i tempi attraverso il rifiuto del valore pedagogico della poesia e dal vatismo (soprattutto d’annunziano, e la cosa si vede bene in Gozzano).
Fu in coincidenza della fine del periodo “d’oro” del movimento, nel 1910, che Giuseppe Antonio Borgese utilizzò il termine “crepuscolare” per definire una poetica con una duplice prospettiva (di “ultima luce” e di preannuncio potenziale di ciò che liricamente potrebbe essere il futuro, ma che in sostanza si traduce nell’ammissione del tramonto di una “poesia gloriosa” in favore di nuovi lirici che possono cantare solamente la quotidianità e la malinconia), in un articolo in cui analizzava le opere di Marino Moretti, Fausto Maria Martini e Carlo Chiaves.
Zone geografiche e temi
I crepuscolari, si può dire, si mossero e si collocarono in tre zone geografiche: Firenze (Moretti e Palazzeschi), Roma (Martini, ma in parte anche il Palazzeschi) e Torino (Chiaves e Guido Gozzano), indirizzando la propria attenzione verso temi come l’idealismo, il misticismo e la rinascenza latina, attuando, anche, un riavvicinamento alle origini della letteratura italiana, persino fino ai predanteschi.
Poetica dei crepuscolari
I crepuscolari, rigettando il vatismo e il valore pedagogico della poesia, come si è già detto, guardavano alla quotidianità e alle piccole cose, esprimendone così il grigiore e la noia monotona: parlano di umili protagonisti, il che li porta, appunto, a rifiutare ogni accademismo e retorica del “vivere inimitabile”, esprimendosi attraverso una poesia prosastica. Ciò conduceva, spesso, ad una alienazione remissiva e ripetitiva, che guarda al passato come se fosse il futuro (il rigetto del vivere inimitabile, appunto, poiché l’uomo non si illude più poter dominare la fortuna o la sfortuna, né ci prova), destinandosi a non vivere mai.
Riassumendo il contenuto si può dire che essendo una poetica figlia dell’epoca industriale, questa è scandita dalla ripetitività degli atti, metafora del fare quotidiano delle masse lavoratrici stanche di fare ma che non possono non fare, invecchiando, quindi nella speranza di mutamenti esistenziali affidati solamente al caso, e non più ad un superomismo romantico dell’agire: è anti-positivismo, sfiducia nel progresso e, quindi, decadentismo, nonché simbolismo.
Confronto tra crepuscolarismo e futurismo
Questo nucleo concettuale è la base per cogliere le differenze tra il crepuscolarismo e il futurismo: se quest’ultimo di fronte alla vulnerabilità dello stato attuale prepara e sollecita una spinta positiva nello sforzo di dare un significato al presente, il crepuscolarismo si ripiega in un angolo di protezione dell’umana sofferenza, rigettando, quindi, questa spinta positiva.
Stile dei crepuscolari
Dello stile, generalizzando, si può dire che è spesso prosastico (poetica del parlato), nominale e paratattico, non più sublime ma prosastico e realistico, caratterizzato da un forte uso del dialogo. Quest’ultima caratteristica è fondamentale (soprattutto in Gozzano) ed è usata con diverse accezioni: dal ridursi in incapacità al dialogo al limitare i danni del narcisismo, all’uso dissacrante (ma non rottura) con la tradizione, al dialogo con i “fantasmi”, spesso del passato.
Questa teatralizzazione lirica, che caratterizzerà la poesia del Novecento, fu ripresa dal Laforgue.
Guido Gozzano e la sua poetica
La vita del poeta Guido Gozzano si racchiude, essenzialmente, nella cornice torinese: a Torino nacque il 19 dicembre del 1883 e vi morì di tubercolosi il 9 agosto del 1916. Torino è la città che ama, che lo forma sia negli studi, prima liceali e poi universitari (di giurisprudenza, anche se mai si laureò), che forgia il suo carattere borghese, dagli orizzonti limitati, che decanta in liriche come Torino, Torino d’altri tempi, ma anche nelle prose, come Un vergiliato sotto la neve.
Sempre nel capoluogo piemontese iniziò, salute permettendolo, ad interessarsi a vari sport, come la boxe, il nuoto, il ciclismo ed il pattinaggio sul ghiaccio, che praticò e usò come cornice di alcune poesie, come Invernale.
Tra il 1904 ed il 1907 iniziò la stesura de La via del rifugio, pubblicata nel 1907 con buon successo, e delle prime poesie dette sparse. Sempre nel 1907 lo colpisce il primo, violento attacco di tubercolosi che lo costrinse a quel “esilio” tra mare e montagna che, tenendolo lontano dalla sua città, lo infastidiva, anche se gli fornì spunti per grandi poesie come La signorina Felicita o la felicità.
Ma non fu solo esilio: sempre nell’anno di pubblicazione de La via del rifugio, intraprese una relazione con la poetessa Amalia Guglielminetti, che poi divenne una sincera amicizia intellettuale, fonte anche per comprendere meglio sia l’incubazione sia il significato di numerose opere, grazie all’epistolario.
Nel 1911, dopo quattro anni di fervido lavoro in cui proseguì la collaborazione con giornali e riviste, pubblicando anche alcune poesie e scrivendo quelle che sarebbero divenute le Epistole entomologiche (una raccolta incompiuta), vide la luce la sua forse più significativa opera: i Colloqui.
L’anno successivo coronò invece il sogno del viaggio in India, che intraprese anche a scopo terapeutico con un amico e di cui ci sono rimaste solo due poesie, essendo state distrutte per ordine del poeta stesso le altre perché da lui giudicate oscene e pornografiche: Ketty e Risveglio sul picco di Adamo. Ci sono giunti, però, i suoi articoli di corrispondenza, raccolti ne Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1912-1913), pubblicati postumi nel 1917 dall’editore Treves e con prefazione di Giuseppe Antonio Borgese.
Poco dopo il suo ritorno, c’è da dire sulla sua vita, se non che pubblicò poi qualche poesia, generalmente scarse e retoriche, dedicate allo scoppio della prima guerra mondiale.
Poetica di Gozzano
Passando alla poetica, leggendo Gozzano si avverte spesso un senso di disperazione derivante dall’impossibilità, da lui percepita, di scrivere in versi in una società borghese sentita come aliena dal discorso poetico (una cosa che contraddistingue il crepuscolarismo tra l’altro). Questo lo spinse ad un deciso abbassamento sia del livello tematico che linguistico (il grado espositivo è, difatti, quello del parlato, della conversazione borghese).
Spesso considerato un disperato tentativo di salvataggio della poesia è in realtà una mimetizzazione della poeticità che ne esprime una chiara coscienza del carattere precario di tale finzione, rispecchiandosi in uno straniamento che si traduce in ironia (o suo uso) indicante l’utopicità di tale programma. Ciò che aiuta il poeta in questa operazione, “salvandolo” dalla resa alla ideologia borghese è la malattia che, congiunta con l’arte, diviene il simbolo della mortale malattia della poesia nel mondo borghese (si veda al riguardo la parodia di Ulisse ai versi 111-154 de L’ipotesi).
L’ironia è fondamentale per Gozzano: essa gli permette di mantenere alta e costante l’assolutezza dello scrivere, per cui tutto vi si sacrifica in nome di una sorta di filosofia dell’ascetismo, che lo porta ad accettare la morte con distacco, senza paura.
Giovinezza e amore
Altro elemento della non accettazione borghese è la giovinezza che rifiuta la maturità, essendo spazio sociale slegato dalla norma, incarnata dal duo fanciullo-bambino. Questi primi elementi ci consentono di tracciare un primo confronto con il maestro-non maestro Gabriele D’Annunzio: da un lato recupera da lui l’uso dell’inserire nei versi la poesia passata per salvarla (ma senza termini aulici: utilizza sempre un linguaggio decadente e banale), dall’altro, seguendo questa linea, la contrapposizione tra le due coscienze di fronte alla impossibilità della poesia: la propria eccezionalità solitaria in contrasto alla banalità e alla volgarità borghese per D’Annunzio, il senso di illusorietà (quindi di improponibilità), donde l’ironia e la parodia per Gozzano.
Questo percorso conduce il poeta anche verso la verifica della impossibilità di amare (Una risorta; Un'altra risorta; L’onesto rifiuto), del sentimento autentico, che diviene possibile solamente nel ricordo (parola cara al Gozzano) attuato attraverso una contemplazione ascetica che trova culla nella poesia che diviene, quindi, possibile in quanto teatralizzazione del passato (e quindi anche dell’amore), in cui l’ironia misura il distacco presente tra la contemplazione del passato autentico e adeguato al sentimento e tra la poesia o tra il presente arido e brutale (si vedano al riguardo L’amica di nonna Speranza e L’esperimento).
Il problema allora sorge al momento in cui viene scoperto che anche la morte, oltre all’amore, è divenuta mentitrice, avendo perso la serietà e sublimità al contatto con la borghesizzazione del mondo. L’ultimo rifugio del poeta, là dove “le due cose belle” gli hanno mentito, diviene allora la finzione, ma non quella de L’esperimento, che vanifica, appunto, ogni speranza di un rifugio in un travestimento, pur se per coniugare l’erotismo con il sentimento amoroso, ma nella letteratura, quella “Tabe letteraria” che tanto affligge il poeta, rendendolo incapace di vivere una tranquilla e normale vita borghese, ma che gli fa sognare questo mondo tanto agognato (si veda L’ultima rinunzia al v.26: “ma lasciatemi sognare!”) e, forse, possibile se la “Signora vestita di nulla” non fosse sulla soglia (utile esempio è ne L’ipotesi se non tutta perlomeno il distico iniziale: “Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia, / se già la Signora vestita di nulla non fosse per via…”).
Il passato e la tradizione
La radice, insomma, è nel passato, che a noi giunge composto nella rappresentazione artistica, considerato come bello e unico degno di canto, degno di amore, a differenza del contemporaneo, che non ha arte capace di riscattarlo: il passato, dunque, è bello perché cristallizzato nella irrealtà stupenda delle cose morte: non è esotismo dello spazio, come si potrebbe essere portati a pensare, ma un trionfo dell’esotismo temporale attraverso una poetica dei luoghi e dell’onirico.
E proprio da qui parte il distacco dal dannunzianesimo, visto come una poetica che traveste e falsifica il presente per conferirgli quell’aurea che lo renderebbe degna di canto: ma questa veste non gli appartiene. L’unico ponte che potrà congiungere, quindi, l’arte con la vita sarà l’ironia.
Riguardo all’uso della lingua della tradizione è una lingua morta, cui non è più possibile, quindi, aderire in maniera incondizionata. Di conseguenza, sarà una lingua che si potrà usare solo in straniamento, misurando la distanza tra il passato ed il presente: diverrà cosi una lingua morta di un tempo morto (vedi Torino d’altri tempi): la rottura con la tradizione, dunque, consiste nella fine dei modelli acriticamente partecipabili.
Il parco come topos
Un ulteriore elemento narrativo, presente spesso in Gozzano, è il topos del parco, ricavato dal D’Annunzio che per primo lo introduce in Italia. Il parco è il luogo tipico della natura aristocratica, uno spazio, che però, si presenta come morto nella cultura borghese: il parco è, dunque, storia e testimonianza in rovina di cose che si sono oramai decomposte. Utili a questo proposito sono le liriche: Il castello di
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Crepuscolarismo
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Italiano: crepuscolarismo, futurismo e Luigi Pirandello
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Guido Gozzano – Ironia, crepuscolarismo e poesia delle piccole cose
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Appunti delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea su Gozzano e il Crepuscolarismo, docente Vinicio Pacca