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GUIDO GOZZANO:

autore di riferimento del crepuscolarismo. Nasce a Torino nel 1883 in una famiglia benestante, la madre era figlia

di un senatore amico di d’Azeglio e Cavour. Si iscrive a Giurisprudenza ma non si laurea, frequenta le lezioni di

Lettere, scrive per giornali, riviste. Ha una relazione con la poetessa Amalia Guglielminetti (versi sensuali e audaci).

Si ammala di tubercolosi. Compie un viaggio in India sperando di curarsi ma ciò non accade e muore nel 1916 a

Torino.

2 raccolte di poesie: “La via del rifugio” 1907 e “I colloqui” 1911, il secondo è strutturato come il canzoniere di

Petrarca, con una disposizione che definisce un percorso. “Verso la cuna del mondo” esce postumo, qui parla del

suo viaggio in India. Scrive anche fiabe e testi per bambini e ragazzi. “Le farfalle” poemetto in endecasillabi sciolti

sulle farfalle (epistole entomologiche, aveva desiderio di conoscere la scientificità).

Egli si appropria del patrimonio poetico precedente: Leopardi, Pascoli, Petrarca, Foscolo, Dante, d’Annunzio. Per

questo motivo è anche stato accusato di plagio. “Mosaico” di poeti.

Utilizza l’ironia nei confronti di se stesso e del mondo. L’ironia impedisce di aderire alla cultura romantico-

decadente. Gozzano può essere compreso solo attraverso l’opposizione di romantici e naturalisti.

Stese anche sceneggiature per film, parlati per cortometraggi e un documentario sulle farfalle “La vita delle

farfalle”.

Ironizza sulla sua classe sociale. Si interessa alla vita che lo circonda (periodo della belle époque torinese), ma non

agli studi. Studia però i grandi poeti e ascolta i moderni (simbolisti francesi e fiamminghi), segue con attenzione il

pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche. Si definisce dandy, sofista. Affascina lettori e soprattutto lettrici. Rende

attentamente le atmosfere, il tempo, le stagioni…

“La via del rifugio” pag.51 poesia

eponima (da il titolo alla raccolta).

L’opera inizia con la recita di una poesia che nelle strofe successive si scoprirà essere cantata dalle sue nipoti. Egli

è sdraiato su un prato di quadrifogli in posizione supina, posizione d’abbandono, di passività. Il quadrifoglio

simboleggia la felicità, ma lui dice che non lo coglierà, non vuole rinunciare ai sogni. Le bambine fanno un

girotondo per decidere le parti di un gioco, sillabano le parole. Lui è separato dagli avvenimenti della realtà.

Avverte se stesso come un oggetto estraneo, si osserva da fuori (maschere di Pirandello). Si sorprende della sua

esistenza, vive tra il Tutto e il Niente (idea di morte). Abbassa la sua posizione paragonandosi ad un oggetto,

inoltre fa un’univerbazione del suo nome che va anche a scrivere con la lettera minuscola. Oggettivizzazione di sé.

Desidera la virtù del sogno, l’inconsapevolezza (ripresa da Montale come Divina Indifferenza). Si chiede chi abbia

inventato questa filastrocca e chissà quanti bambini morti (bambino immagine della vita, qui contrapposta alla

morte) l’hanno detta. Il quadrifoglio è come un indovino che lo segue con lo sguardo, lo induce al sonno (assonna-

verbo dantesco). Improvvisamente le bambine smettono di dire la filastrocca, si distraggono al passaggio di una

farfalla vanessa (nomina con precisione le farfalle, come Pascoli faceva con le piante) che pare ubriaca, si posa

sulla strada. Le bambine si mettono in agguato lungo la siepe. Una la cattura, chiede uno spillo per infilzarla (fatto

per poi catalogarle). La farfalla non vuole morire, una delle bambine dice di fare in fretta che altrimenti soffre.

Gozzano si chiede perché si soffre, egli non ha una visione cristiana (dolore come espiazione dei peccati). Il sogno

conforta la mente. Parla dell’oriente con immagini stereotipate (setta braminica, prese da stampe). Si chiede a

cosa serve affannarsi nella vita se poi si muore.

Ripete le strofe per dare un senso dì cantilena. La farfalla rappresenta un’immagine del destino dell’uomo,

immagine di morte.

Colloqui: divisi in 3 sezioni che definiscono un percorso (il giovenile errore= illusione amorosa; alle soglie=

passaggio definitivo della morte; il reduce= non è morto, torna a vivere ma sempre in modo limitato).

Alle soglie pag.149

Descrive una situazione di visita medico. Il poeta si rivolge al proprio cuore che nella tradizione è la sede dei

sentimenti, qui è trattato come una parte anatomica che è analizzato dai medici (abbassamento, desublimazione).

Esso è chiuso nella gabbia toracica e sente i dottori che toccano il paziente nel petto e nella schiena, cercano non

sa cosa, lo oscultano (termine tecnico). Pensa non serva a nulla, è convinto che serve a poco la medicina, non evita

la morte. Sorriderebbe se poi non dovesse pagare (can la battuta raffredda e abbassa. Cerca di ridurre la tensione

tragica data dalla malattia con una battuta). Il dottore sente un sussurro al polmone vicino la clavicola e con una

matita azzurra segna un cerchio. Il dottore dice di mangiare, di non scrivere troppo, di dormire, di non fumare, di

evitare l’attività sessuale, di andare in luoghi con un clima mite suggerendo la Liguria, di cacciare la malinconia e

fare delle radioscopie (rima tra malinconia e radioscopia- “far cozzare l’aulico con il prosaico” (Montale).

Malinconia è un termine della letteratura, radioscopia è un termine quotidiano, non appartiene alla poesia).

Non può rinunciare alla malinconia, appartiene alla sua condizione esistenziale.

Il torace è invaso da un fluido, indagano la parte sana e meno sana del corpo, senza dolore disegna sullo schermo

le ossa, gli organi malati, come un lampo disegna il profilo di un bosco (raggi x) (similitudine dei rami con quella dei

bronchi dei polmoni). Ripete che sorriderebbe se non dovesse pagarli. Dubita fortemente che arrivi la morte, tanto

temuta dall’uomo ma considerata normale dalla natura. Il poeta ne ha meno paura. È definita come una signora

vestita di nulla e senza forma, tutto ciò che tocca si trasforma. Visione meccanicistica della trasformazione

(Foscolo=visione della morte come una trasformazione).

Il cuore si sveglia, è trasformato, diverso e non ricorda più i colloqui tenuti con guidogozzano (si presenta come un

oggetto, come qualcosa di insignificante). Ora si lascia visitare, atteggiamento di abbandono, non è fiducioso

dell’efficacia terapeutica di questi medici.

Luoghi di Gozzano: il meleto (tra le montagne piemontesi, villa che ha dato origine a molti elementi della sua

immaginazione). È diventata una casa-museo.

Visione di Gozzano sull’oriente stereotipata, deriva dall’arte: stampe, immagini, …

La malinconia viene vissuta con ironia (nichilismo leopardiano= ironia senza speranza). Il passato gli da un senso di

protezione, sebbene sia consapevole che ormai sia passato.

Rifiuta e rovescia d’Annunzio. Totò Merùmeni è il rovesciamento di Andrea Sperelli. Introduce elementi teatrali

nella sua poesia. Descrive anche i luoghi dove non è stato o in periodi in cui non è stato, come metafora. Quando

descrive viaggi che ha veramente fatto non usa la prima persona. Sfiducia nell’esperienza. Gioca col linguaggio.

Colloqui- alle soglie- Paolo e Virginia. Pag.156 Paolo e

Virginia- romanza di Henri Bernardin de Saint-Pierre pubblicato nel 1877 riprende l’idea di Rousseau che lo stato di

natura sia meglio di quello dello stadio di convenzioni.

È la storia di due giovani in un ambiente esotico e naturale. Il narratore scopre le rovine di due capanne nelle isole

Mauritius, un vecchio gli racconta la storia dei vecchi abitanti. Paul e Virginie sono figli di due donne francesi: la

prima fu abbandonata dall’uomo che l’aveva sedotta, la seconda sposò un uomo di condizione inferiore che morì.

Le due donne vengono diseredate ed emarginate dalla società. Adottate da due servi, crescono i figli come fratello

e sorella. I due crescono sull’isola a contatto con la natura. Virginie viene poi chiamata da una ricca zia in Francia,

la vuole far diventare sua erede e darla in sposa ad un ricco uomo. La ragazza è costretta anche dal governante

dell’isola e da un religioso. Virginie decide di lasciare Parigi e tornare sull’isola, ma poco prima dello sbarco una

tempesta fa naufragare la nave su cui si trova. Lei decide di non spogliarsi (e perdere la purezza), a costo di morire

mentre Paul la osserva. Poi muore Paul, successivamente le due madri e infine i due servi.

Gozzano riprende questa visione.

“Paolo e Virginia” Pag.156

Inizia con un epigrafe in cui chiede perdono agli amanti per la sua aridità di amare, è giocosa (l’aridità) perché la

ironizza, mette fantasia (usa chimere come segni di fantasia, come quella di vedersi in Paolo). Riconosce se stesso

in Paolo (figura patetica di un giovane innamorato), fa capire che non lo è più. Legge il libro, rivive i tempi passati e

piange. Si ricorda dell’isola dove nacque e dove amò, rivede orizzonti immaginari (stampe, immagini) dove i

marinai trafficavano spezie e materiali. Virginia ride e saluta. Le palme sono alte verso il cielo, osserva le varie

piante, descrive il paesaggio. Interpella Virginia chiedendole se si ricorda di quella primavera, dei campi di indaco e

di the, di altri personaggi della storia, del tropico che ammette essere artificioso. Parla dell’amore senza Eros

presente tra loro (si chiamavano fratello e sorella). Vivevano una vita semplice come quella desiderata da

Rousseau. Non ha fiducia nella storia. Non conoscevano altri luoghi e altri stili di vita (espresso attraverso un

chiasmo). Le madri gli avevano insegnato una religiosità. Le sere guardavano le lucciole nell’abitazione del saggio,

sentivano i canti dei selvaggi. Il saggio stava tra loro e li ammoniva con gli esempi della letteratura classica.

Conducevano una vita semplice. Erano lontani dai conflitti per affermare se stessi, crescevano con i beni della

pesca e della caccia, felici e belli come in una stampa, misuravano il tempo con la crescita delle piante, vivevano

come fauni e ninfe.

Ma poi tu (Virginia) fosti chiamata dalla zia perfida (ordini ricattatori), il governatore la portò al porto e lei partì

piangendo. Lui rimase a vivere con i servi e le madri, intanto la cercava in tutto ciò che lo circondava. Ci fu poi

l’annuncio del ritorno della ragazza. Vide le vele del San Germano (la nave), si sollevò una tempesta, Paolo gridò

che sulla nave c’era la sua Virginia, invita a salvarla. Non ci fu scampo per la barca che affondò, i marinai si

tuffarono in mare, uno cerca di salvare la ragazza che però non vuole farsi svestire e quindi muore (Virginia-

vergine- purezza). All’alba il corpo di lei arrivò a riva, la faccia stava già diventando viola. Era talmente addolorato

che non riusciva neanche a piangere o a gridare. Nella mano destre teneva lei teneva il ritratto di Paolo.

Lui non riesce più ad amare, il suo cuore è morto con lei. Vorrebbe poter amare di nuovo. Allo stesso modo

l’anima del poeta è corrosa, ha cioè acquisito consapevolezza culturale, il poeta non può aderire alla realtà e non

sa amare.

Alla fine riscrive l’epigrafe.

I colloqui- alle soglie- Cocotte pag.362

La cocotte era la vicina della casa al mare (in Liguria) che i genitori di Gozzano affittavano. I giardini della cocotte e

dei Gozzano erano divisi da una cancellata. Lei gli volgeva sempre un sorriso che indicava la tristezza nella mancata

maternità della donna. I genitori del piccolo Guido li videro e parlare e la madre usò la parola cocotte per

descrivere la donna, che non tornò più. Un giorno Gozzano passò in quel paese in cui affittava la casa e sentì

subito un gran bisogno di lei.

L’amore tra i due è impossibile, lui pensa ad una donna del passato, di un mito infantile. La cocotte si aggiunge

quindi alle altre donne che lui aveva amato, irraggiungibili (Carlotta di “L’amica di nonna Speranza” e Graziella di

“Le due strade”).

Gli elementi del reale hanno valenza simbolica: la cancellata rozza (v.3), le sbarre (vv.11, 38, 73) e la gabbia (v.12)

indicano l’impossibilità di comunicazione tra la cocotte e il Guido sia bambino che adulto, emblema dell’incapacità

di amare.

Gozzano descrive nella prima parte il ricordo di questa prostituta che era la sua vicina di casa.

Il Gozzano bambino era in giardino, dal cancello lei gli allungò un confetto, gli chiese cosa stesse facendo e lui

rispose che stava giocando al Diluvio Universale e le mostrò i giochi. Lei si inchinò e lo baciò tra le gabbie come si

bacia un uccellino (riprende il ritmo Dante nel quinto canto dell’inferno in cui parla di Paolo e Francesca). La sua

bocca era diversa da quella della casta della madre. La cocotte fa un la civetta, chiede al bambino se le piace, gli

chiede se quella è la casa in cui sta e lui indica i suoi genitori. Lei se ne va con un “vano sogno di maternità” (v24).

La madre gli dice che quella era una cocotte, una cattiva signorina con cui non doveva parlare. Lui è suggestionato

a pensare a presenze esotiche. Giorni dopo lei lo chiamò tra le sbarre, lui le chiese se era una cocotte e lei rise

tristemente.

Medita al presente sul passato.

Il giudizio negativo della madre non è condiviso dal figlio (cattiva signorina). Chiede alla cocotte come fa ad

ingannare l’avanzare dell’età. I cosmetici sono diventati inutili, anche l’ultimo amante se n’è andato, è rimasto

solo un piccolo a cui donò un bacio e un confetto, lui la ritrova in sogno e le dice che l’ama. È un amore passato

che non può rivivere. Non ama le cose che non ha colto, ama solo le cose che potevano essere e non sono state.

Se la rivedrà la bacerà e con questo bacio potrà tornare ad essere giovane (tema della sazietà= ha fatto esperienza

della vita che ora ha annoiato). Se si dovessero rincontrare lui tornerà ad essere bambino e lui riporterà lei ad

essere giovane.

“La signorina Felicita ovvero la felicità”- i colloqui- alle soglie

Felicita è una ragazza di paese (del Canavese, Piemonte) non sposata, vive col padre in una vecchia casa nobiliare

comprata dal trisavolo da una marchesa. La famiglia sta bene economicamente, ma sono semplici. Lei fa le

classiche occupazioni femminili dell’epoca. Gozzano si reca sul luogo per la villeggiatura e dopo averla conosciuta

crede di potersene innamorare e iniziare una vita semplice, onesta, riposata dopo aver fatto una vita intensa,

stressante, tipica della città.

In una lettera del 1907 alla Guglielminetti, Gozzano descrive questa ragazza conosciuta in montagna. La definisce

come una servitrice indigena (della montagna) e prosaicissima. Prova per lei molta ripugnanza, in città nessuno la

guarderebbe, aveva faccia squadrata senza sopracciglia, senza ciglia, con lentiggini, i capelli biondi e unti tirati

indietro. Sgradevole e sgraziata. Quando ci ripensa, la sgradevolezza si tramuta in grazia, non è bella ma attrae il

poeta con la grazia della bontà, della genuinità, della semplicità.

L’opera inizia con la data che vede sul calendario, è il giorno di Santa Felicita.

Gozzano si ricorda di questa donna, la rivede nel paese in cui l’ha conosciuta che però non nomina. Si chiede cosa

fa a quell’ora, se pensa a lui, mentre lui pensa ancora a lei. Pensa alla villa in cui l’ha incontrata, con i ciliegi, i bussi

(pianta sempreverde posta spesso nei cimiteri) e i cocci di vetro (ripreso da Montale). La casa è vecchia, odora di

passato e sulle porte vi sono le immagini di temi mitologici. L’arredo piccolo-borghese lo attrae per la sua

semplicità, ma lo respinge perché è kitsch.

Il padre lo accoglieva senza problemi, gli parlava del contadino, dell’uva. Lo portava poi in salone dove leggeva

lentamente e in modo preoccupato le questioni per cui lo aveva chiamato (avvocato). Gozzano si distraeva

osservando l’ambient. Quando Felicita appariva, per Gozzano era una fortuna.

Nella terza parte ritrae Felicita. La vede in modo diverso da come l’aveva descritta alla Guglielminetti. Dice che è

quasi brutta, non è attraente, è vestita da campagnola, ha la faccia buona, i capelli sono color sole e raccolti in

trecce che la fanno sembrare una donna fiamminga. La bocca larga, il viso squadrato, senza sopracciglia né ciglia,

con lentiggini e occhi azzurri come stoviglie (abbassamento). Lei voleva piacergli e lui ne era lusingato. Spesso lei

cercava di trattenerlo a cena, una cena d’al

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher greta.paoly18 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Carnero Roberto.
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