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Definizione di italiano e lingua italiana

Va specificato che si tratta di termini sinonimi. L'italiano è la lingua ufficiale parlata e scritta in Italia, l'ufficialità deve essere data dall'uso che ne viene fatto: usiamo la lingua italiana in tutti i luoghi di confronto tra persone che non si conoscono tra di loro, tutti contesti in cui non abbiamo un rapporto diretto con il nostro interlocutore. La lingua ufficiale viene scelta dallo Stato e dalla Costituzione. Ciò vuol dire che concorsi, avvisi, decreti, leggi, tutto ciò che riguarda la nostra vita pubblica si deve basare su una lingua che viene considerata da tutti come punto di riferimento. L'ufficialità fa sì che ci sia anche la necessità di una regolamentazione, regolamentare vuol dire avere strumenti: la grammatica e i dizionari.

I testi di grammatica ci fanno comprendere come funziona la lingua. Altro strumento è il dizionario, che ci fa capire le parole che appartengono al lessico. Per soffermarci sul lessico di una lingua ufficiale usiamo il dizionario, all'interno del quale troviamo tutte le parole che appartengono al patrimonio linguistico di una lingua. Quando ci troviamo di fronte a un dizionario, ci dobbiamo porre delle domande. Possono sembrarci uguali o simili, ma in realtà non è così. Innanzitutto, per sceglierlo, ci dobbiamo ricordare che questi dizionari vengono scritti da equipe supervisionate da un linguista. Bisogna avere consapevolezza dello strumento che si va a scegliere.

Ufficialità della lingua

Ufficialità della lingua  usata in tutti i contesti pubblici. Ufficiale vuol dire che abbiamo bisogno di strumenti che la regolamentino  grammatica per la struttura, dizionario per forme lessicali. Italiano e dialetti italiani non vengono parlati solo nel territorio nazionale. Vengono parlati anche in luoghi esterni allo stato italiano. In alcuni casi, sono ubicati in Italia, sono delle enclave perché dal punto di vista politico non appartengono allo stato italiano (si pensi a San Marino e al Vaticano), ma parlano l'italiano trovandosi nel territorio. I confini linguistici sono più labili rispetto a quelli geo-politici, quindi quando pensiamo all'Italia dobbiamo pensare anche a una realtà linguistica che fuoriesce dallo stato politico geografico italiano.

Pensiamo agli immigrati. Abbiamo vari tipi di emigrazioni, ad esempio nell'800 e 900 c'è stata emigrazione di persone appartenenti al popolo con bassa istruzione. Pertanto ciò che hanno portato fuori dai confini italiani non è stato l'italiano, ma la varietà linguistica dell'italiano. Sicuramente le varietà dialettali meridionali sono state quelle più esportate, ma anche quelle del nord hanno circolato su larga scala. Oggi la questione è diversa perché molta emigrazione non appartiene più al popolo, viene chiamata emigrazione di prestigio perché riguarda persone laureate, si tratta di persone che parlano perfettamente l'italiano.

Varietà dell'italiano

Dunque, circola un italiano alto, standard, che può anche venir fuori nella sua varietà neo-standard in cui si riconosce la provenienza del parlante, una varietà marcata dal punto di vista diatopico. Tuttavia, come vedremo, l'italiano standard non esiste, è quello che si impara a scuola, tra i banchi, ma non è una lingua che acquisiamo come lingua della comunicazione primaria, non è la lingua che usiamo per parlare a casa o in altri contesti.

Quando parliamo di italiano, in realtà ci chiediamo anche un’altra cosa: come si è formato? Da dove proviene? Una prima risposta sarebbe il latino, ma l'italiano ha anche un'altra matrice: il fiorentino. Si tratta di un dialetto, all'epoca chiamato volgare (il dialetto non esisteva). Il volgare fiorentino del 300 ha avuto fortuna, ovviamente per motivazioni storiche-letterarie. Questo ci fa riflettere sul fatto che i dialetti non possono essere considerati lingue di serie B perché la natura stessa della nostra lingua è di natura autoctona, la sua nascita è collegata a un territorio preciso.

Origini dell'italiano

Questo accade in Italia, altrove come in Francia o Germania abbiamo motivazioni completamente diverse, l'una per ragioni politiche, l'altra religiose. Il successo e la diffusione delle opere delle tre corone (Dante, Petrarca e Boccaccio) determina la consacrazione del fiorentino del 300 come modello di riferimento sin da quello stesso secolo. Il riconoscimento della superiorità linguistica del fiorentino è immediato, non cattura solo i letterati ma anche il popolo. Non dimentichiamo che le letture di Dante erano previste già nel 300 e la conoscenza di questi tre grandi autori si diffonde a macchia d'olio. Il fatto che tutti e tre fossero produttivi in momenti diversi ma contigui ha fatto sì che ci fosse un'egemonia politica e una supremazia letteraria.

Tra la metà del 400 e inizi del 500, gli stampatori mettono in evidenza una necessità che è quella di trovare una lingua comune e letteraria. Prima abbiamo grandi libri, grandi codici che vengono trascritti a mano dagli amanuensi, poi progressivamente in epoca medievale si passa a una pratica scrittoria frequente fino a quando c'è una rivoluzione: la nascita della stampa a caratteri mobili. Ciò significa che in produzione possono andare un numero molto più alto di copie che circolano in un territorio più vasto. Lo stampatore del 500 ha una produzione tale da portare il suo lavoro molto più lontano. Tuttavia, c'è un problema. Se sono a Ferrara e stampo sulla base della lingua parlata a Ferrara, con la sua varietà grafica (non dimentichiamo che tra 400 e 500 ogni città è un piccolo stato a sé), sono impossibilitato a commercializzare il prodotto fuori dalle mura della città.

Si sente così una forte necessità da parte degli stampatori: i letterati devono avere una lingua di riferimento e devono normalizzare la lingua, solo così il prodotto diventa commerciabile su tutto il territorio. Questa esigenza di trovare una lingua e una scriptio comune fa sì che si crei nel 500 un dibattito: la questione della lingua. Essa vede vari protagonisti e varie correnti: quella che vincerà è quella di Pietro Bembo che pubblica nel 1525 per i tipi di Manuzio le "prose della volgar lingua" in cui promuove un modello: quello delle tre corone. Nel 1800 l'ultimo che fa questa operazione di 'santificazione' delle tre corone è Manzoni nella quarantana (seconda edizione). Ripropone il fiorentino del 300 assolutamente modernizzato. Sceglie un fiorentino che nel frattempo si era diffuso tra gli scrittori, sceglie il fiorentino parlato dalle persone colte, una varietà medio-alta. ("risciacquare i panni in Arno").

Parliamo di fiorentino emendato, cioè ripulito dai tratti più bassi, più demotici come la gorgia fiorentina (la oa-ola) la deaffricazione delle affricate prepalatali (la SGiula), tutti suoni che vengono eliminati. Dunque, questi tre momenti storici:

  • 300: le tre corone diventano modello
  • 500: il modello rifiorisce all'interno della questione della lingua (tra le varie correnti c'è quella Bembiana definita classicista arcaizzante perché si rifà ai classici e perché si rifà a un modello di 200 anni prima)
  • 800: Manzoni, nonostante fosse filo-francese (a Milano i ceti alti usavano il francese), decide di muoversi sulla stessa scia riconfermando la supremazia del volgare fiorentino.

Anche Dante nel DE VULGARI ELOQUENTIA cerca di trovare una lingua comune e parlando dei toscani dice che pensano di essere gli unici a saper parlare, ma in realtà sono dei cafoni. Alla fine, decide di utilizzare il volgare fiorentino nella "Commedia". Dunque, non è un caso che autori come Dante e Manzoni vengano studiati a scuola. Autori come Bembo, invece, non vengono studiati perché si tratta più che altro di grammatiche.

Apprendimento dell'italiano

Possiamo affermare che l'italiano è una lingua che ci è giunta per tramite letterario e si apprende tramite i testi della codificazione (grammatiche e dizionari). La grammatica italiana ci accompagna dal primo giorno di scuola elementare e non ci abbandona più. Tuttavia, non impariamo l'italiano in maniera naturale, ma in maniera scolastica. L'italiano standard è diverso dalla lingua che parliamo con i nostri amici e genitori. Quando noi da bambini impariamo l'italiano, stiamo imparando una lingua marcata dal punto di vista diatopico, marcata in base al luogo in cui nasciamo (il bambino che nasce a Milano parla la variante dell'italiano di Milano). Questa lingua della comunicazione primaria è chiamata L1, italiano marcato in diatopia.

Una volta la L1 era il dialetto. La lingua che si apprende a scuola, la lingua dell'italiano standard, è chiamata L2, lingua non primaria, imparata in un secondo momento. Anche i fiorentini parlano la L1 che non è uguale alla L2. La "variabilità diatopica" è una delle variabili che studiò Eugenio Coseriu, evidenziando che la lingua cambia in base a delle variabili come quella spaziale, diatopia appunto. Ma questa è solo una delle variabili, poiché abbiamo la diacronia, la lingua cambia nel tempo; la diafasia, la lingua varia a seconda del contesto linguistico in cui mi trovo, a seconda del tipo di comunicazione che devo avere scelgo la varietà migliore. La diafasia è la differenziazione della produzione orale. La diamesia è la differenziazione del mezzo comunicativo: oralità vs scrittura, per cui nell’orale posso permettermi degli errori che nello scritto non possono sussistere. La diastratia riguarda il livello culturale: ovvero il livello culturale è lo specchio di quello sociale. Questo per fortuna in Italia non è assolutamente vero.

In Italia si parlano in maniera spontanea molte varietà di italiano: si parla di varietà locali (dialetto di Bari, di Taranto) e varietà areali. Possiamo parlare di microaree o macroaree (macroarea che può andare anche al di là o al di sotto della regione; si pensi al Salento, non posso parlare di italiano regionale pugliese, in Puglia ci sono almeno due varianti di italiano). Non esiste l'italiano regionale, abbiamo varietà locali, areali (micro e macro). L'influenza dei dialetti è fondamentale. Dal passaggio alla L1 alla L2 molti tratti vengono eliminati, vengono percepiti come tratti assolutamente inutilizzabili in italiano standard, ad esempio capiddi  capelli, alla dd viene sostituita la ll, la i viene tolta e mettiamo la e, ma viene pronunciata aperta perché si trova in sillaba chiusa e non ce ne rendiamo conto fino a quando qualcuno ce lo fa notare.

Italiano di area barese

  • Sonorizzazione della t in d o m in b (tando x tanto)
  • Affricazione della s (penzo x penso)
  • Chiusura/apertura delle vocali (capèlli x capélli)
  • Pronuncia sorda della s intervocalica (raso x razo)

La lingua che si affianca a quella standard è definita neo-standard, ci sono dei tratti devianti rispetto alla lingua standard, quella codificata dalle grammatiche, quella ufficiale. (es. ho visto Mario e Luigi e gli ho detto di venire a cena/ho visto Mario e Luigi e ho detto loro di venire a cena. Sono forme ampiamente utilizzate che non vengono percepite come errori).

Origini dell'italiano: dal latino classico a quello volgare

Origini dell'italiano: dal latino classico a quello volgare, fino a giungere alle lingue romanze. La romanizzazione: durante il periodo dell'espansione dell'Impero Romano, il latino (la lingua dei latini, il popolo che abitava il Latium da cui i Romani, secondo la leggenda di Romolo e Rem, discendono direttamente) si estende su un territorio molto vasto, comprende quella che noi chiamiamo la Románia linguistica. Il territorio di espansione del latino è molto vasto, comprende Nord Africa, Europa centro-settentrionale con province di Gallia, Spagna, parte meridionale della Britannia, Dalmazia fino ad arrivare alla Dacia (odierna Romania).

Il processo di espansione della lingua dei Romani viene chiamato romanizzazione, perché furono i Romani che portarono avanti questo tipo di espansione non solo di tipo politico, amministrativo, militare ma anche di tipo linguistico. Questo territorio prende il nome di Románia. La Romania si chiama ancora così perché ci ricorda l'epoca in cui fu conquistata dai Romani. Quale tipo di latino veniva imparato dai popoli vinti? Il latino imparato dai popoli vinti era quello esportato dai soldati che parlavano tutti i giorni, di cui alcuni erano del Latium, altri avevano a loro volta imparato il latino a seguito della colonizzazione, pensiamo a quelli che vivevano nell'Italia centro-meridionale che avevano tenuto in considerazione le loro lingue di base.

Latino portato fuori dai soldati, definito latino volgare, non omogeneo, con una patina di dialettalità perché veniva dal volgo, varietà parlata dal popolo, tendenzialmente usata anche da persone colte quando si trovavano in ambiente familiare, in situazioni di colloquialità, informalità. Viene da vulgus (popolo) usato quindi anche da persone più colte come variante nella loro quotidianità. Si oppone al latino classico, varietà che presenta una serie di regole sistematicamente applicate in un certo momento storico e soprattutto da parte di persone che conoscevano una varietà alta di latino. Si trattava di un latino prevalentemente scritto o usato in una varietà orale alta (pensiamo all'oratoria di Cicerone che ha come momento massimo di splendore metà I secolo a.C metà I secolo d.C).

Veniva definito con l'aggettivo classicus (di classe, dei cittadini più ricchi, viene esteso anche alla letteratura e questo lo dobbiamo ad Aulo Gellio (II d.C) che considerava di prima classe la letteratura prodotta in quel periodo storico dagli scrittori raffinati.

Motivi della diffusione del latino nelle province

  • Lingua di prestigio, varietà buona da usare sia in campo politico che negli altri ambiti d'uso pubblici. I romani consideravano il latino un segno distintivo rispetto agli altri popoli perché si sentivano superiori. La politica linguistica dei romani non fu mai di tipo impositivo. L'imposizione del latino non avvenne perché era quasi un voler regalare ai popoli vinti un qualche cosa che era distintiva per i romani. Il fatto che i romani non elargissero la loro lingua fece sì che i conquistati cominciarono quasi a desiderare di possederla perché la percepirono come lingua di prestigio. Dopo un normale periodo di bilinguismo, sia la loro lingua autoctona (L1) che il latino (chiamata lingua 2 che si sovrappone alla lingua presente nel territorio) le popolazioni conquistate lo ritennero un privilegio non atto di imposizione e abbandonarono progressivamente le loro lingue di sostrato a favore della L2 (lingua di superstrato importata dai colonizzatori).
  • Scambi commerciali: diventa una lingua trasversale. Un ruolo importante venne svolto dai mercati che comportò la diffusione di questa lingua anche in ambiti non ufficiali. Si creano delle lingue di contatto che presentavano una lingua autoctona su cui si era andata a innestare lingua di superstrato (il latino volgare), che apparteneva ai conquistatori romani.

Come le lingue di sostrato e superstrato interagiscono tra loro? Le prime (quelle autoctone) quando vengono sostituite da quelle di superstrato lasciano in eredità a questa nuova lingua (lingua di contatto che si crea da questa fusione tra L1 e L2) molti tratti di tipo fonetico o riguardano forme di tipo lessicale. Es. Se nella mia regione viene costruito un tipo particolare di cestino e se questo oggetto viene usato anche dopo perché nella mia cultura è importante per conservare le olive, mi porto dietro il nome di quell'oggetto che i romani non hanno. Es. I cinesi non riescono a dire la R e la sostituiscono con l'unica liquida che hanno cioè la L. Imparano l'italiano partendo da una loro base in cui esistono alcuni suoni e altri no.

Adattano l'italiano alle loro caratteristiche di provenienza. Questa cosa avviene anche oggi: quando si acquisisce una L2 avviene portando molti tratti della propria lingua sostratica. Questo comporta che se ci sono 1200 varietà (perché 1200 sono i paesi conquistati) ci saranno 1200 lingue di contatto, ognuna avrà proprie peculiarità e avendo come lingua tetto si realizzerà ognuna in un modo diverso rispetto all'altra. Con la romanizzazione linguistica dunque si crearono le lingue di contatto: le lingue parlate nelle diverse regioni dell'impero presentavano infatti una base autoctona locale (lingua di sostrato) su cui si era innestato il latino volgare (lingua di superstrato), ovvero la lingua dei conquistatori romani.

Sostrato: lingue autoctone (L1) che sono presenti su un territorio e sono sostituite da un'altra lingua. Lingue di superstrato: L2, non autoctone, che impongono la loro presenza su una lingua già presente sul territorio. Se queste non si impongono a causa di dominazioni brevi, pensiamo alle invasioni barbariche, lasciano nella lingua autoctona forme lessicali legate a oggetti sconosciuti a quella cultura. (indumento che usavano i barbari: le brache, rimasta nella lingua dei romani) La parola del dominatore entra nel linguaggio anche se il dominatore scompare e se ne va. A volte queste di superstrato sono forti, altre volte sono solo di passaggio. Pensiamo agli arabi che hanno lasciato parole relative al campo alimentare, scientifico, legate al contatto con questo popolo dovuto a questa varietà (carciofo, algebra..).

Esempi dell'influenza del sostrato sul territorio italico: Gorgia Toscana: aspirazione delle consonanti occlusive sorde intervocalica. (Coca cola  oca ola). Fenomeno che pare che sia di origine etrusca perché l'.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mary2500 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Grammatica storica della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Carosella Maria.
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