Storia della lingua italiana: disciplina introdotta nel 1938 per la ricostruire la storia della lingua. Prima ci si basava sulla filologia
romanza.
Linguistica Italiana: nasce a partire dagli anni ‘90, include una serie di discipline, tra cui la storia della lingua italiana,
dialettologia, grammatica… Storia della lingua italiana costituisce la sezione più ampia, altre aree approfondiscono
aspetti della linguistica italiana. Questo ha permesso di aumentare la nostra conoscenza delle origini e dello sviluppo
della nostra lingua, è possibile storicizzarla attraverso una serie di tappe.
PRINCIPALI AMBITI DELLA LINGUISTICA ITALIANA:
- Tutte le forme di comunicazione scritta o di dialetti italiani dal Medioevo fino ad oggi. → evoluzione della nostra lingua
- Forme di comunicazione orale (dialetti italiani), tratte da testimonianze esplicite o implicite (possiamo ricostruire il latino
parlato attraverso testimonianze indirette) - Proiezione all’estero di queste componenti, rapporto di interscambio tra le
lingue, sempre stato presente nel corso della storia (es. Decamerone: parole provenienti dalla Francia, dalla Provenza).
La lingua che utilizziamo quotidianamente ha una storia che è fatta di diverse lingue, ricostruire i fattori che hanno
determinato l’evoluzione di questa è il compito della linguistica:
- fattori extra culturali: conformazione del territorio;
- fattori culturali: vicende demografiche (es. la peste narrata da Boccaccio determinerà un accelerazione nel cambio delle
generazioni che farà in modo che la lingua fiorentina inizi a cambiare in elementi strutturali, alcune forme grammaticali
verranno modificate, il Decamerone è frutto della lingua della massa);
- fattori culturali in senso stretto: alfabetizzazione. scolarizzazione, codificazione grammaticale (noi abbiamo avuto una
codificazione grammaticale solamente a partire dal ‘500 in poi);
- evoluzione delle strutture linguistiche: naturale mutamento delle lingue perché la generazioni cambiano. In un uso
continuato le parole cambiano (es. latino → italiano);
- interferenze con altre lingue: elementi di contatto tra i parlanti (dirette, effetto di un incontro tra persone, o indirette)
L’italiano antico è definito “volgare”, coniato nel Medioevo, periodo in cui il latino era la lingua che costituiva la lingua modello
(<vulgarem: ordinario, comune a tutti; vulgus = popolo). Era la lingua parlata, diversa dal latino, che non si imparava a
scuola, tranne pochi casi in cui si imparava il volgare (es. mercanti). Il latino era considerata l’unica lingua che avesse
delle regole tra le due, il volgare era una lingua spontanea. Nel Medioevo, per Dante, Boccaccio e gli altri letterati, la
parola grammatica era sinonimo di latino. Per tutto il ‘600 la cultura italiana alta, degli uomini di cultura, era bilingue. Il
volgare era una lingua in opposizione al latino. In realtà non abbiamo un unico volgare, le differenze tra i volgari possono
essere molto grandi e diverse. Ci sono diversi livelli di una lingua:
- Grafia (es. nel ‘300 non esiste l’idea di una grafia per il volgare, Boccaccio scrive la stessa parola in grafie diverse),
- Fonetica,
- Morfologia,
- Sintassi,
- Lessico,
- Testualità (il modo in cui un testo è costruito, la sua coerenza interna, gli elementi di coesione, livello di analisi avanzato).
Tutti questi livelli vanno valutati in base all’uso linguistico, in certi periodi abbiamo degli usi diversi dall’attuale non marcati.
LESSICO:
Gli elementi che hanno composto l’italiano:
- parole ereditate dal latino per tradizione diretta, tramandate da generazione a generazione (tradizione popolare).
- parole prese dal latino per tradizione indiretta (tradizione scritta) da testi latini, sono definiti latinismi o cultismi.
- prestiti da altre lingue, chiamati forestierismi o prestiti, o anche acquisizione di una parola dal dialetto (non tradizione
fiorentina, es: calamaro=inchiostro/calamaio, notaro=notaio), chiamati dialettismi o gergalismi.
- parole che si creano all’interno della lingua, chiamate neoformazioni.
Il dizionario monovolume ci dà un’idea delle proporzioni, costituito da 18,000 lemmi circa: - le parole che ci sono arrivate dal
latino sono 14.500 ca. (81% delle parole arrivate dal latino)
- parole arrivate direttamente dal latino sono 3.500 ca. (19% delle parole arrivate dal latino) - le parole arrivate dal greco sono
4.000 ca.
- i composti italiani sono 11.500 ca.
- i derivati italiani sono 39.000 ca.
Le influenze delle altre lingue (Italiano 51,6%):
- Latino: 18,4%
- Altre lingue non singole: 15,8%
- Inglese: 4,7%
- Greco antico: 4,2%
- Francese e provenzale: 4,2%
- Spagnolo: 0,5%
- Tedesco: 0,2%
- Lingue germaniche: 0,2%
- Arabo: 0,2%
L’apporto di queste lingue non è avvenuto nello stesso periodo, ma in alcuni periodi alcune lingue hanno influenzato più di altre
(es. adesso l’Italiano è più influenzato dall’Inglese).
PRELIMINARI FONETICI
La fonetica è la scienza che studia e classifica i vari suoni del linguaggio e ci dà le indicazioni utili per acquisire una capacità di
descrizione adeguata della lingua dal punto di vista fonetico e non solo. Per descrivere più da vicino una lingua abbiamo
bisogno di poter distinguere ulteriori livelli che ci avvicinano ancora di più ad un utilizzo consapevole della lingua.
FONO = realizzazione concreta di qualsiasi suono del linguaggio che non pregiudica il significato della parola, non avendo
dunque valore distintivo. I foni si trascrivono tra parentesi quadre [ ].
FONEMA = più piccola unità di suono che sia dotata di valore distintivo, cioè che possa individuare significati diversi
alternandosi con altre unità di suono. I fonemi si trascrivono entro barre oblique / /.
GRAFEMA = ogni simbolo grafico per indicare come è scritto il suono.
Come facciamo ad individuare i fonemi?
Ciò è possibile tramite la prova della sostituibilità che deve essere effettuata su delle parole che differiscono per un singolo suono
(dette coppie minime o unidivergenti) per capire se tale fono è in grado di andare ad influenzare il significato delle parole.
Es. Mela/Tela → le due lettere iniziali non possono essere scambiate senza intaccare sul significato delle parole. A questo
punto possiamo affermare che quando in una parola la sostituzione di un fono con un altro crea una variazione di
significato, allora alla variazione fonetica corrisponde una distinzione fonologica. Dunque queste due parole si trovano in
distribuzione contrastiva.
I fonemi possono essere realizzati in diversi modi esistendo diverse varianti di un fonema (ovvero possibili realizzazioni
fonetiche di quel fonema in cui a cambiare è soltanto il suono). Esse si distinguono in varianti libere e varianti
condizionate. Per quanto riguarda quelle libere→ la r in italiano può essere resa in vari modi, tra i difetti di pronuncia
troviamo per esempio la r moscia che però non va ad intaccare sul significato della parola ed infatti il parlante in una
situazione comunicativa è capace di intendere il significato della parola anche se la realizzazione della r è diversa. Le
varianti libere infatti non dipendono dalla vicinanza del dato fonema con un altro, ma soltanto dal parlante. Per quanto
riguarda le varianti condizionate invece→ esse avvengono in tutti i parlanti. Es. Naso-aNcora→ tutti indipendentemente
dai difetti di pronuncia andranno a pronunciare in maniera diversa il fonema per via della sua realizzazione fonetica. Ciò
è determinato dall’influenza della consonante occlusiva velare /k/ che segue la n, che però non va ad intaccare sul
significato della parola.
Quando ragioniamo sulla lingua dobbiamo essere in grado di rappresentare ciò su cui stiamo lavorando, prendiamo, per
esempio, il nome Pilato possiamo vedere che questa parola è accentata sulla penultima sillaba e l’apostrofo nello schema
invece si trova prima della penultima sillaba e serve a dare l’indicazione che la parola è una parola piana. La maiuscola non
c’è poiché quando analizziamo una parola non la mettiamo, ma la utilizziamo solo quando scriviamo. Pila è accentato
sulla prima sillaba quindi abbiamo l’apostrofo prima della parola, mentre se fosse stato pilà l’apostrofo sarebbe posto
prima della L. Lo stesso vale per ala e alàto: nella prima l’apostrofo davanti alla parola nel secondo caso l'apostrofo è posto
davanti alla lettera l. Se i fenomeni sono presi in considerazione come semplici fatti di suono, indipendentemente dal
significato, e ragioniamo quindi su una base di tipo fonetico, si adotta il simbolo delle parentesi quadre come ad esempio
per la parola mamma. La pronuncia che ci aspettiamo è quella comune di mamma e quindi dal punto di vista fonematico
mamma corrisponderebbe alla forma con l’apostrofo davanti alla parola es: [‘mamma].
Nell’italiano antico ci troveremo davanti a grafie differenti che avremmo bisogno di valutare : la parola casa in italiano antico
poteva essere scritta in 5 modi differenti e anche nella scrittura di uno stesso autore poteva variare la stessa parola.
Abbiamo dunque bisogno di una serie di simboli che ci permettano di distinguere i diversi elementi su cui stiamo
ragionando ad esempio a livello della grafia ci aiutano le parentesi aguzze. Nelle trascrizioni grammatiche noi mettiamo
l’accento solo se questo è presente, ad esempio la parola città poteva essere scritta come città, citae, cipta, ccità, ecc…
L’apparato fonatorio è stato descritto da Leonardo Da Vinci iniziando dai muscoli della lingua, che per lui è il membro che
eccede su tutti gli altri membri che si muovono in modo volontario come la vista, l’olfatto o l’udito, la lingua inoltre sente
infiniti sapori sia semplici che composti. Mediante il moto della lingua, con l’aiuto delle labbra e dei denti possiamo
pronunciare tutti i nomi delle cose che conosciamo. Per descrivere i suoni facciamo riferimento al modo in cui vengono
pronunciati; quando pronunciamo una parola attiviamo più di 24 muscoli, ogni volta che si parla la colonna d’aria sale
dalla trachea al livello della laringe che incontra le corde vocali, qui si compie la prima differenziazione tra suoni sordi e
sonori. I suoni sordi sono emessi con le corde vocali in stato di inerzia trovandosi la glottide in posizione espiratoria, i
suoni sonori sono invece emessi con una vibrazione delle corde vocali. In italiano sono sonore le vocali e alcune
consonanti, ovvero: /b/,/g/,/d/,/m/,/n/,/v/,/z/(sveglia, tosc. e settentr. rosa),/r/,/l/,/ʎ/(gli,figlia),/ɲ/(gnomo,vigna).
Continuando il nostro viaggio immaginario, la colonna d’aria prosegue e a livello della faringe si verifica un’altra
differenziazione tra fonemi. L’aria infatti può uscire all’esterno solo attraverso la bocca se il palato molle, o velo palatino,
rimane sollevato, impedendo l’accesso dell’aria nelle fosse nasali; in questo caso si avranno fonemi orali. Se invece il velo
palatino è abbassato l’aria può uscire sia dalla bocca che dal naso ed avremo fonemi nasali dotati di una caratteristica
risonanza, che in italiano sono i seguenti: /n/,/m/,/ɲ/. Quando siamo raffreddati il coefficiente di nasalità viene alterato e
noteremo che il riconoscimento acustico delle consonanti nasali viene compromesso e tende a confluire nella consonante
orale più simile (es. “mamma”>babba). Nella cavità orale si verifica un’altra distinzione, quella tra vocali e consonanti. La
differenza sta nel fatto che le vocali dispongono di una cassa di risonanza, la cavità orale, le consonanti invece non ne
dispongono a causa della chiusura o del restringimento del canale. Le diverse vocali si realizzano mediante diversi
movimenti della lingua:
-per realizzare una /a/ la lingua si appiattisce sul pavimento della bocca; ɛ
-la lingua si solleva verso il palato duro per realizzare invece una e aperta / / (è,prendo), una e chiusa /e/ (e,vedo), o una /i/→ vocali
palatali o anteriori, perchè articolate in posizione avanzata alla vocale media /a/;
ɔ
-se la lingua si solleva verso il velo palatino darà luogo alla o aperta / / (ho,però), alla o chiusa /o/ (monte,o) ed alla /u/→ vocali velari
o posteriori o labiali, perchè vengono articolate con la protrusione (arrotondamento e spinta in fuori delle labbra).
Le vocali italiane toniche sono le 7 che abbiamo appena elencato e possono essere raggruppate nel “triangolo vocalico”:
• /a/, /ε/, /ɔ/ sono vocali APERTE
• /i/, /e/, /o/, /u/ sono vocali CHIUSE
Come notiamo si tratta di un triangolo con il vertice rovesciato in cui le singole vocali si collocano approssimativamente nella
posizione occupata dalla lingua all’interno della cavità orale per realizzarle. Le 7 vocali toniche in posizione atona
diventano 5 in quanto solo chiuse, sia prima dell’accento (protoniche) sia dopo (postoniche). Una vocale si dice in sillaba
libera o aperta quando è posta alla fine della sillaba stessa, in sillaba implicata o chiusa invece quando la sillaba termina
per consonante. Va precisato che una s seguita da consonante (detta “s impura”) foneticamente fa sempre sillaba con la
vocale precedente, ma non graficamente: es. la parola vasca foneticamente andrebbe divisa vas-ca, ma graficamente viene
divisa va-sca.
Passando invece alle CONSONANTI, esse vengono definite in base a tre parametri:
-modo di articolazione→ a seconda del tipo di ostacolo che si frappone alla colonna d’aria ascendente→
chiusura del canale= OCCLUSIVE o esplosive o momentanee
restringimento del canale= COSTRITTIVE o fricative o spiranti
articolazione intermedia delle due precedenti sono le AFFRICATE;
-luogo di articolazione→ livello del canale articolatorio in cui si produce il diaframma ricordato al punto precedente
labbra=LABIALI
denti=DENTALI
palato=PALATALI
velo palatino=VELARI
NTERMEDIE: -LABIODENTALI
-ALVEOLARI
-PREPALATALI
-tratti accessori→ presenza o assenza di vibrazioni delle corde vocali e carattere nasale o orale del suono.
Le consonanti italiane possono essere rappresentate nel seguente schema:
NB→ Nello schema troviamo il simbolo che non corrisponde ad un fonema o ad un fono dell’italiano (se non nel sistema
ʒ
fonematico fiorentino), ma esiste solo come componente costrittiva dell’affricata prepalatale sonora.
Scriviamo le consonanti con l’alfabeto fonetico IPA: -Costrittive
- Occlusive /f/ costrittiva labiodentale sorda o labiodentale sorda.
/p/ occlusiva labiale sorda. /v/ costrittiva labiodentale sonora o labiodentale sonora.
/b/ occlusiva labiale sonora. /s/ costrittiva alveolare sorda o sibilante sorda (come in “sasso”).
/t/ occlusiva dentale sorda. /z/ costrittiva alveolare sonora o sibilante sonora (come in “rosa”).
/d/ occlusiva dentale sonora. / / costrittiva palatale sorda o sibilante palatale (come in “ scendere”).
ʃ
/k/ occlusiva velare sorda (come in “casa”). / / sibilante palatale sonora (del francese “ j’ais”). È presente nel sistema
ʒ
/g/ occlusiva velare sonora (come in “gatto”). fonematico del fiorentino.
/m/ nasale labiale (o occlusiva labiale sonora). /r/ costrittiva alveolare sonora o vibrante (l’aria passa a destra e a sinistra
/n/ nasale dentale (o occlusiva dentale sonora). della lingua e c’è anche una vibrazione).
/ nasale palatale (come in “o gni”).
ɲ/ /l/ costrittiva alveolare sonora o laterale (l’aria passa a destra e a sinistra
- Affricate della lingua).
/ts/ affricata alveolare (o dentale) sorda (come in “zucchero”). o laterale palatale (come in “guglia”).
/ / costrittiva palatale sonora
ʎ
/dz/ affricata alveolare (o dentale) sorda (come in “zanzara”).
͡
/ prepalatale (o palatale) sorda (come in “ cielo”).
t
ʃ/affricata
/d͡ʒ / affricata prepalatale (o palatale) sonora (come in “
gelo”). Alle consonanti vanno poi affiancate le:
LE SEMICONSONANTI
In determinate posizioni la I e la U possono essere pronunciate in modo leggermente più breve. Nella parola eseguire
pronunciamo la U in modo diverso rispetto ad esempio alla parola paura così come in Diana la I ha una durata più breve
rispetto a Maria.
Le semiconsonanti sono dei foni articolati non da soli ma in unione con altre vocali toniche o atone con le quali formano un
dittongo, i foni sono pronunciati in modo più breve con una durata che è simile a quella delle consonanti. Le
semiconsonanti non sono mai accentate perché avrebbero un suono diverso, e la simbologia che le rappresenta è per
quanto riguarda la semiconsonante palatale, detta “iod”, /j/ (ES: /’Jeri/ o /’sJesta/); per quanto riguarda la
semiconsonante velare invece, detta “wau”, usiamo la notazione /w/.
ALTRE OSSERVAZIONI
-Terminologia→ la definizione di una consonante scaturisce dall’intersezione tra le varie coordinate che abbiamo indicato e
riassunto nello schema, ma l’importante è definirla in modo univoco, dunque far cadere quei tratti che non sono
indispensabili ai fini dell’individuazione del fonema. ES: /p/ si dovrebbe definire come un’occlusiva (modo di
articolazione) labiale (luogo di articolazione) sorda e orale (tratti accessori), tuttavia indicare il tratto “orale” è superfluo
in quanto non abbiamo una labiale sorda nasale, ed anche “occlusiva” in quanto non abbiamo labiali costrittive. Dunque
basterà dire labiale sorda. Altro esempio è il fonema /m/ (occlusiva labiale sonora nasale) in cui la definizione nasale
labiale è sufficiente per distinguerla dalle altre due nasali /n/ (nalase dentale) e /ɲ/ (nasale palatale). Altre definizioni
univoche sono:
/s/=sibilante sorda
❖ /z/=sibilante sonora
❖ /l/=laterale
❖ /r/=vibrante
❖ /ɲ/=nasale palatale
❖
-Grado di intensità→ molte consonanti possono realizzarsi,in
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