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Dione Crisostomo di Prusa

La Grecia sotto l'Impero

Sotto l’Impero la Grecia è una provincia politicamente ed economicamente periferica, secondaria, ma non culturalmente: gli intellettuali cercano nuove forme e modi per comunicare il proprio sapere a chiunque, non solo ai greci (nonostante il greco sia la lingua più diffusa, specie ad Oriente, e sia la lingua di cultura). Plutarco, contemporaneo di Dione, è l’autore più emblematico in questo senso, in lui si nota bene l’apertura al dialogo verso i . Rimane comunque un senso di nostalgia in ogni autore, si evince la voglia di intrattenersi con il passato, di mostrare con loro dimestichezza, come verso figure vicine.

Si riscrivono perciò le storie del passato, per esempio Filostrato riscrive l’Iliade ma da una prospettiva diversa, soffermandosi sui dettagli, oppure si “riempiono i buchi”. Di Dione abbiamo un vasto corpus, per lo più di retorica (era un retore itinerante originario della Bitinia); v’è un’autobiografica cornice relativa ad una malattia, nella cui convalescenza lesse tre tragedie antiche, relative a Filottete (ci rimane solo il Filottete di Sofocle, rappresentato nel 409, appartenente alla “trilogia della speranza” insieme ad Elettra ed Edipo a Colono).

Orazione LII

L’orazione LII non è un testo sistematico per spiegare la differenza fra le tre, ma ci mette in condizione di ricostruire tramite confronto le altre due versioni; abbiamo anche frammenti indiretti, e lo stesso Dione dedica l’orazione LIII al Filottete di Euripide, con una parafrasi in prosa del prologo, pronunciato da Odisseo (prologante), un tipico personaggio euripideo, molto moderno, che quasi si toglie la maschera.

Il testo della LII è importantissimo, perché è l’unica documentazione di confronto fra le tragedie dei tre grandi tragici attici (oltre a Coefore e le due Elettre).

La routine di Dione

[1] Alzatomi più o meno all’ora prima del giorno (le sei di mattina), sia per la cattiva disposizione fisica, sia per l’aria che era piuttosto fresca, per l’ora, e davvero simile all’autunno, benché si fosse a metà estate (concessiva), mi sono preso cura del mio corpo e ho recitato le orazioni del mattino (Dione è un devoto). Poi sono salito (aor. fortissimo da ) e ho percorso nell’ippodromo un buon numero di giri (simile ad alcune epistole di Seneca), procedendo il carro tranquillamente e senza sforzo per quanto possibile (gen. ass.;  è impressione idiomatica:  +inf. indica “sono capace di”; è possibile anche la forma impersonale , con  anche sottinteso “per quanto è possibile”).

Poi dopo aver passeggiato, ho riposato per poco, poi, untomi d’olio e lavatomi, e mangiato un poco, mi sono dedicato alle tragedie. [2] Queste tragedie erano di uomini quasi eccelsi ( è avv. correttivo, l’agg. non è usato per gli uomini), Eschilo, Sofocle e Euripide, tutti impegnati in uno stesso tema ( è tecnico, indica il breve sunto della tragedia, vi sono anche delle raccolte, p.e. quella di Dicearco). Era infatti o il furto dell’arco di Filottete o la rapina, se è meglio dire così (con variatio, il primo termine indica il furto del ladro, il secondo quello con violenza, ma più nobile, in quanto impresa).

Come che sia ( è avv. con uso idiomatico, indicherebbe “tranne che”, ma qui è un modo per troncare la frase precedente: d’ora in poi Dione usa perlopiù tempi passati, per riferirsi al tempo mitico e a quello degli scrittori, qui useremo il presente) Filottete è privato delle armi da Odisseo e lui stesso è accompagnato a Troia, in linea di massima di sua volontà, ma in certa misura anche per una persuasione coercitiva, poiché è stato privato delle armi che non solo gli fornivano da vivere nell’isola, ma anche conforto dalla malattia, e insieme anche gloria.

Riflessioni personali e corego

[3] E dunque mi pascevo la vista e ragionavo tra me che se fossi stato allora ad Atene ( part. congiunto equivalente alla protasi del periodo ipotetico dell’irrealtà) non sarei stato in grado di assistere alla competizione di quegli uomini, ma alcuni poterono assistere alla competizione di Sofocle giovane con Eschilo vecchio, altri a quella di Sofocle più anziano con Euripide più giovane; e inoltre probabilmente non spesso o mai gareggiarono con lo stesso dramma. A me sembrava di poter davvero banchettare e di avere un conforto nuovo alla malattia.

[4] E così dunque facevo il corego (liturgia ateniese del V e IV secolo a.C., un finanziatore del coro, a cui andava molta visibilità in caso di vittoria) di me stesso, e mi sforzavo di prestare la massima attenzione, come un giudice di quegli antichi cori tragici. Tranne che se anche avessi prestato giuramento (periodo ipotetico dell’irrealtà con protasi implicita nel part. congiunto ), non sarei stato capace di dare un giudizio, e, almeno per parte mia, nessuno di quegli uomini sarebbe stato sconfitto.

Il confronto tra Eschilo, Sofocle e Euripide

[5] Infatti la magnanimità e l’arcaicità di Eschilo (qui inizia la trattazione; Sofocle è trattato per ultimo, in quanto medio fra Eschilo ed Euripide; quest’ultimo “corregge” il Filottete di Eschilo), e ancora la fierezza della concezione e della dizione, mi sembravano confacenti con la tragedia e gli antichi costumi degli eroi (sintassi cumulativa, “a pennellate”), nulla di artificioso, o di frivolo, o di basso; [6] infatti introduce un Odisseo scaltro e ingannatore, com’era possibile all’epoca, ma molto distante dalla furfantaggine di oggi, cosicché davvero apparirebbe arcaico a confronto di coloro che ora pretendono di essere semplici e magnanimi.

Non ha avuto nessun bisogno di Atena che lo cambiasse, perché non venga riconosciuto chi è da parte di Filottete, come invece Omero e, seguendo quello, Euripide (in Eschilo Odisseo si presentava a Filottete così com’era, correndo il rischio, ma l’arciere non lo riconosceva, forse anche segno di verismo da parte del poeta, seppur criticato come inverosimiglianza: Filottete, ridotto da dieci anni di malattia come una bestia, non riesce a riconoscerlo; Euripide lo fa camuffare da Atena, Sofocle introduce Neottolemo, che Filottete non conosce; l’accenno ad Omero si riferisce alla trasformazione nell’Odissea, escamotage ripreso da Euripide).

[7] Forse uno di coloro che non amano quest’uomo, potrebbe rimproverargli che non si è dato nessun pensiero che Odisseo fosse credibile, non venendo riconosciuto, ma davanti ad una simile accusa, <Eschilo>, come credo, avrebbe una possibilità di difesa, come credo: infatti il tempo non era così lungo che non riconoscesse la fisionomia, essendo trascorsi dieci anni, ma la malattia di Filottete, il deperimento, e il fatto di essere vissuto per tutto questo tempo nella solitudine, non lo rende impossibile.

Già molti infatti, alcuni per la malattia, altri per le disgrazie, hanno avuto questa stessa esperienza. Anche il coro, inoltre, per lui, non ha nessun bisogno di giustificazione. Infatti entrambi immaginano un coro composto da abitanti di Lemno, ma Euripide fa sì che il coro subito si difenda per la loro precedente trascuratezza, poiché in questi anni non si è mai avvicinato a lui. Eschilo invece introduce semplicemente il coro, cosa che in assoluto è più tragica e più semplice; l’altra soluzione è più corretta ( viene usato più volte per definire il coro di Euripide).

[8] Infatti se <i poeti tragici> (periodo ip. dell’irrealtà) avessero la possibilità di evitare tutte le incongruenze, allora forse avrebbe senso non trascurare neanche questa, ora invece, spesso i poeti mettono in scena i messaggeri, che in un sol giorno compiono viaggi di più giorni. E poi anche in generale non sarebbe stato possibile che davvero nessuno dei Lemni non si fosse avvicinato e non si fosse in alcun modo preso cura di lui; mi sembra infatti che non avrebbe potuto sopravvivere per tutti quegli anni non ottenendo alcun soccorso; ma è verosimile che lo ottenesse, ouuobeuowe accettasse di accoglierlo per la spiacevolezza della malattia.

Euripide mette in scena Attore (personaggio euripideo “mediatore” fra i Lemni e Filottete), un abitante di Lemno che avvicina Filottete e si incontra spesso con lui.

[9] Neppure quest’altra cosa mi sembra che sarebbe giusto fare nei suoi confronti, che <Filottete> racconti agli Achei ciò che gli è capitato e invece il coro sembra conoscere ciò per la prima volta, infatti gli sventurati usano spesso raccontare le loro disgrazie anche a chi già le conosce nei dettagli e non ha bisogno di ascoltarle, e lo infastidisce tornando a spiegarle.

E dunque l’inganno di Odisseo verso Filottete, e i discorsi con cui se ne guadagna la simpatia, non solo erano molto dignitosi, e confacenti ad un eroe, e non (nelle formule correttive, nelle espressioni polari, i Greci dicono “ma” al posto di “e”), come mi sembra, degni di un Euribate (figura proverbiale di araldo, cfr. Il. Ie Od. XIX), e di un Patecione (personaggio comico, un furfante), ma molto convincenti.

[10] Infatti quale arte adornata e inganno occorreva ad un uomo malato e che per di più ( è espressione avverbiale), essendo arciere, se qualcuno soltanto gli si avvicina la sua forza diventa inutile? Il racconto delle sventure degli Achei, che Agamennone era morto, che Odisseo era stato accusato di un accusa molto infame e che l’esercito era completamente in rovina non solo è utile così da allietare Filottete e che questi soprattutto accolga il discorso di Odisseo, ma nemmeno è un modo incredibile, per via della lunghezza della spedizione e delle cose successe non molto prima durante l’ira di Achille quando Ettore arrivò per poco a bruciare le navi.

[11] La capacità di Euripide e la cura di ogni cosa, così da né lasciare qualcosa di non convincente e trascurato, né di fare uso delle azioni semplicemente, ma con tutta la potenzialità nel narrare, è quasi contraria a quella di Eschilo, che è più corretta e aderente ad una regola stilistica e capace di offrire a chi vi si imbatte una maggiore utilità. Subito infatti in quello entra in scena Odisseo che recita il prologo e medita tra sé e sé tra gli altri pensieri coerenti ( è espressione tipica, indica “con degli altri”, un nesso che enfatizza un elemento all’interno di un gruppo) dapprima, un dubbio riguardo se stesso, affinché non sembri ai più essere un tipo saggio e eccellente per conoscenza, essendo in realtà il contrario.

[12] Infatti sebbene sia possibile per lui vivere senza sforzo e senza preoccupazioni, si mette sempre fra azioni e pericoli. Dice che la causa di ciò sia la ricerca della gloria degli uomini nobili e forti. Infatti chi desidera buona fama ed essere famoso presso tutti gli uomini affronta volentieri le maggiori e più difficili sciagure: infatti niente è così superbo come l’uomo.

[13] Perciò mostra chiaramente ed evidentemente la vicenda del dramma e per quale motivo è andato a Lemno e dice che è stato mutato da Atena, poiché imbattendosi in Filottete non venisse riconosciuto da quello, imitando in questo Omero – e infatti anche quello rappresenta Odisseo che s’imbatte in Eumeo e Penelope fra gli altri, mutato da Atena – e dice (importante è il passo per capire l’agone, che qui era fra Paride e Odisseo, dopo gli interventi di Attore e Diomede: Paride offre ricchezze, Odisseo è cinicamente sincero, si svela e fa riferimento al patriottismo) che l’ambasceria sta per andare da Filottete da parte dei troiani, per pregarlo di dare le armi a quelli in cambio del potere su Troia, rendendo più adornata la vicenda e trovando materia di discorsi, in cui nell’argomentare pareri opposti [Euripide] appare il più ingegnoso e il più capace.

[14] Ma rappresenta Odisseo che arriva non da solo, ma con Diomede, anche in questo come Omero, e l’insieme, come dice, mostra per tutto il dramma da una parte la grandissima capacità nelle azioni e la capacità di persuadere, dall’altra la straordinaria e meravigliosa capacità nei discorsi, i trimetri giambici chiari e secondo natura e ben argomentati, e i canti che hanno non solo il piacere, ma anche la grande esortazione alla virtù.

Sofocle e le sue caratteristiche

[15] Sofocle sembra essere a metà tra i due, né avendo la grandezza e la non artificiosità di Eschilo né la puntualità, la sottigliezza e la correttezza argomentativa di Euripide, ma uno stile degno e solenne che è il più tragico e il più melodioso, tanto da esservi in essa grandissimo piacere con sublimità ( termine tecnico) e solennità, si avvale di una disposizione dei fatti migliore e più convincente, presentando Odisseo che arriva con Neottolemo, perché era destino che Troia fosse presa da Neottolemo e Filottete in possesso dell'arco di Eracle, e sottratto quello, manda Neottolemo da Filottete, suggerendogli ciò che doveva fare, e presenta il coro non come Eschilo e Euripide composto dagli indigeni, ma da quelli che avevano viaggiato con Odisseo e Neottolemo sulla nave.

[16] I caratteri sono straordinariamente nobili e venerabili, quello di Odisseo molto più misurato e semplice di quanto ha fatto Euripide, quello di Neottolemo che si distingue per semplicità e nobiltà, che dapprima non vuole vincere Filottete con l'inganno e la frode, ma con la forza e apertamente, poi convinto da Odisseo, dopo averlo ingannato ed essere divenuto è padrone dell'arco, quando quello si accorge e si lamenta di essere stato ingannato e reclama indietro l'arma, non lo trattiene, ma è pronto a restituirglielo e infine, anche se Odisseo sia comparso e lo ostacoli (gen. ass. introdotto da , concessivo), glielo rende; dopo averglielo dato cerca di persuaderlo a parole a seguirlo spontaneamente a Troia.

[17] Dal momento che Filottete non cede e non si lascia persuadere in nessun modo, ma Neottolemo, come sostiene, ha bisogno di ricondurlo in Grecia, promette ed è disponibile a farlo, finché Eracle, comparendo, persuade Filottete a navigare spontaneamente verso Troia. I canti non hanno carattere sentenzioso né esortano alla virtù, come quelli di Euripide, ma sono di mirabile piacere e nobiltà, tanto che Aristofane non a caso dice tali cose di lui: anche lui ha cosparso la bocca, come quella di un vaso, del miele di cui è intriso Sofocle (framm. di Aristofane).

Senofonte Efesio

Il romanzo greco

Senofonte Efesio è uno dei cinque romanzieri greci conservatici, secondo l’opinione comune il più antico dopo Caritone, seguito da Achille Tazio, Longo ed Eliodoro. Appartiene alla prima fase del romanzo, definita “presofistica” (ma le moderne ricerche dissentono), più elementare. Il romanzo greco pone diversi interrogativi, il genere esplode ad un certo punto, ma non sappiamo come sia nato, sembrerebbe legato, nei metodi e negli strumenti, alla storia, ma la materia è ovviamente diversa; la Grecia figura marginalmente nel romanzo, tipici sono i territori della Ionia e dell’Egitto, forse la prevalenza dell’Oriente ha rapporti con l’origine e la diffusione.

La vicenda è molto serrata, vi sono moltissimi personaggi, eventi e luoghi il ritmo è accelerato, la foga del racconto prevale su tutto, sulla cura dei personaggi, della forma e delle descrizioni; all’autore spesso veniva rimproverata l’eccessiva semplicità, quasi burocratica. I protagonisti sono due giovani adolescenti che s’innamorano e si sposano (come Caritone le disavventure sono successive al matrimonio), subendo poi diverse disavventure che si concludono con un lieto fine; il modello è odisseaco.

Lo scenario di partenza è Efeso, l’occasione dell’innamoramento è una festa sacra per Artemide; si entra subito in medias res. La tradizione è affidata ad un codex unicus fiorentino, che contiene anche altri romanzi, fa cui l’unico codice di Caritone (oltre a papiri), perciò alcuni passaggi sono poco chiari. Vi è simmetria fra protagonisti maschili e femminili, il sentimento è condiviso (cfr. David Constant, Simmetria d’amore).

Licomede e Abròcome

1. C’era ad Efeso un uomo di quelli che più contavano lì, di nome Licomede. A questo Licomede, da una donna della città di nome Temistò, nacque un figlio di nome Abròcome, di una bellezza straordinaria come non si era vista mai prima, né in Ionia né in altra terra (si insiste molto sulla bellezza maschile, al contrario del romanzo di Caritone, ove Calliroe è una nuova Elena). Questo Abròcome giorno dopo giorno cresceva in bellezza e fiorivano per lui insieme alle qualità fisiche anche le doti spirituali; infatti esercitava ogni forma di educazione e praticava ogni forma di attività artistica, ed erano per lui occupazioni consuete la caccia, l’equitazione e l’addestramento militare.

Era ammiratissimo tra tutti gli efesini e insieme dagli altri abitanti dell’Asia, e nutrivano in lui grandi speranze che potesse diventare un cittadino esemplare. Guardavano al ragazzo come fosse un dio ( + relativo si traduce con un indefinito: “c’è chi” diventa “qualcuno”); e alcuni addirittura si prostravano davanti a lui e levavano preghiere. Il ragazzo aveva un’altissima opinione di sé e si compiaceva anche delle sue qualità intellettuali ma molto più della bellezza fisica; e tutte le altre cose considerate belle lui le disprezzava come fossero inferiori, e nulla, né spettacolo, né discorso, gli sembrava degno di Abròcome.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gneo Giulio Agricola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Grammatica greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Zanetto Giuseppe.
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