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Introduzione

L'etimologia e queste etimologie

Etimologia: col termine si intende lo studio dell’origine delle parole o, più in generale, ogni ragionamento intorno all’origine delle parole. L’origine di ogni unità lessicale viene detta anch’essa (etimo, dal greco ‘vero’ il cui significato originario è ormai andato perduto).

L’analisi etimologica risale indietro nella diacronia di una parola finché non raggiunge una forma trasparente (cioè finché di questa parola non arriva a definire la motivazione o finché ad essa può attribuire un insieme di relazioni sincroniche all’interno di un determinato sistema). Es: l’italiano zampogna si riconduce a una variante popolare del latino symphonia, a sua volta dipendente dal greco. Il recupero della matrice fa vedere che il nome, oggi opaco, nel contesto originario dava una descrizione molto chiara dello strumento designato.

I modi di intendere l’etimologia sono molti e sono tutti in qualche modo legittimi, anche se una teoria dell’etimologia non è possibile, perché lo studio etimologico sembra sfuggire a qualsiasi generalizzazione.

Contributi teorici

I principali contributi teorici in materia si possono ricondurre in buona parte a due tipi fondamentali:

  • Analisi storiche, su che cosa si è detto intorno all’origine delle parole nei diversi ambiti culturali;
  • Programmi operativi, circa i criteri da adottare per la redazione dei vocabolari etimologici.

Secondo Ferdinand de Saussure, l’etimologia è soltanto un’applicazione speciale dei principi relativi ai fatti sincronici e diacronici. Essa risale al passato delle parole finché non trova qualche cosa che le spieghi. Descrive dei fatti, ma questa descrizione non è metodica perché non si svolge in nessuna direzione determinata. Per Wagner, ogni problema etimologico è un probl. speciale, che richiede un proprio metodo.

Frecciate contro l'etimologia

Frecciate contro l’etimologia non sono mancate, ma si può dire che, dopo la fondazione della linguistica scientifica, la pratica etimologica si è guadagnata un credito abbastanza solido. Da un certo punto di vista, la linguistica scientifica può far nascere proprio dalla riconosciuta possibilità di operare un’etimologia di massa, cioè dalla scoperta che molti elementi del lessico delle lingue poi chiamate indoeuropee potevano essere ricondotti con sicurezza a matrici comuni. William Whitney dichiarava “che tutto il lavoro della ricerca linguistica esordisce e dipende dall’etimologia, che è la ricostruzione della storia dei singoli vocaboli ed elementi. Dai vocaboli l’indagine si leva alle intere lingue. Il perfezionamento dei metodi etimologici è ciò che distingue la linguistica nuova dalla vecchia.

L’etimologia è, dunque, una pratica scientifica. Un luogo comune la vede come una sorta di arte. Tale idea deriva dal carattere intuitivo e sistematico della scoperta etimologica. La scoperta nascerebbe, dunque, da un'illuminazione. Quest’idea non si può prendere sul serio. Per l’etimologia il genio non è necessario: per arrivare a un buon etimo, oltre alla conoscenza delle tecniche proprie dell’analisi linguistica, a volte si richiedono la curiosità di porsi il relativo problema e il tempo per occuparsi della soluzione, o anche solo per raccogliere una gran dose di dati considerati pertinenti, come fa notare Max Pfister, che a proposito della propria attività parla di “mestiere”. All’idea dell’etimologia come arte concorre il fatto che in una scoperta etimologica molto può essere determinato da fattori casuali. Leo Spitzer, a questo proposito disse che le etimologie vanno trovate, non cercate. In Italia questo concetto è diventato famoso grazie a Gianfranco Contini che affermò che “rispetto a un’etimologia cercata o combinatoria, un’etimologia trovata o storica è senz’altro superiore; un’etimologia trovata è anzi la sola buona possibile.” Un’etimologia che aspiri a essere innovativa richiede un’argomentazione articolata e ben distesa.

Origine

Bisogna spiegare i diversi livelli a cui rimanda la parola origine nell’ambito degli studi di etimologia.

A un primo livello, con origine, ci si riferisce alla semplice provenienza. Da questo punto di vista l’etimologia consiste nell’assegnare una matrice a una parola in esame, identificandola in una fase linguistica precedente e in continuità diretta con quella in questione (es. rimandando l’italiano cavallo al latino caballus, cavallo da lavoro) oppure localizzandola in un’altra lingua (es. razza è ricollegata al francese haraz, allevamento di cavalli). A un livello più profondo, l’etimologia rende esplicita la provenienza di una parola e la sua struttura morfologica. Si tratta di un’analisi che recupera la motivazione originaria di un vocabolo (ne rende cioè riconoscibili i componenti e con ciò riporta alla luce il valore descrittivo che esso aveva al suo sorgere).

Con questo si rimane più o meno all’interno del semplice accostamento di forme che in molti casi risulta tutt’oggi sufficiente. In molti casi, però, bisogna andare oltre: per essere completa, l’etimologia di una parola spesso non può esimersi dal presentare il contesto storico in cui quella parola si è costituita e affermata. La contestualizzazione dell’origine rientra nel tipo di ricerca che si definisce “histoire du mot” (Meillet). L’atteggiamento dell’indoeuropeista Meillet si ispirava a idee sviluppate nella linguistica romanza con Schuchardt e con la corrente linguistica dei Wòrter und Sachen, e nella geografia dialettale di Gilliéron. A partire da questi ambiti si è elaborato un concetto di etimologia che si propone di superare la vecchia etimologie-origine attraverso un’etimologia che si interessa non solo della nascita ma anche dell’intera vita della parola, con tutte le sue evoluzioni e filiazioni, a costituire un’etimologie-histoire du mot. Questa visione si giustifica anche col fatto che nel corso della loro storia le parole possono subire alterazioni.

Gilliéron metteva l’accento sugli usi casi interessati dai fenomeni di rimotivazione e affermava che non bisogna accontentarsi di fare la storia di una parola, ma parallelamente occorre fare una storia letteraria. A questo concetto hanno aderito per primi i romanisti svizzeri (Walther von Wartburg, autore del Französiches etymologiches Wörterbuch; e Max Pfister).

Il grosso dei principi operativi dell’histoire des mots ha validità irrinunciabile anche per l’etimologia in senso stretto, tuttavia le due pratiche di ricerca sono ben distinte, in quanto la prima è proiettata in avanti nel tempo, la seconda è retrospettiva. Se l’origine di una parola è ben chiara, può essere allora interessante mettere a fuoco tale origine per poi osservare il percorso che da essa prende avvio; viceversa, lo studio retrospettivo si richiede soprattutto nel caso in cui l’origine di una parola sia ancora da individuare o da confermare con dati più numerosi e precisi.

Parola

Una parola può essere considerata come il riflesso di un insieme coerente di esperienze che in un certo momento storico hanno avuto un rilievo tale da farle associare stabilmente a delle forme linguistiche. Una parola è un elemento linguistico determinato da fattori storici che sono diversi e diversamente complessi. Dietro la storia di una parola c’è, dunque, una storia di altro tipo. Per essere completa, un’etimologia deve riuscire a rintracciare questa storia o a ricostruire sulla base di qualche indizio legato alla parola, una vicenda storicamente plausibile.

Le parole e le loro zone marginali

Le parole si collocano tutte, a vario titolo, in zone periferiche del lessico italiano. La scelta di queste voci è stata determinata proprio dalla loro condizione marginale. Queste etimologie sono sì cercate, ma sono state cercate nei documenti, ed è per questo che aspirano a essere al contempo etimologie storiche. Quanto ai risultati, diciamo solo che per alcune parole si è giunti a ipotesi nuove, per altre, i dati sono allineati su ipotesi già formulate in passato.

Cibreo

Origine e significato

Secondo Pellegrino Artusi “il cibreo è un intingolo semplice, ma delicato e gentile, opportuno alle signore di stomaco svogliato e ai convalescenti”. La ricetta è toscana e tutte toscane sono le prime attestazioni del nome. Mentre la pietanza è da tempo scomparsa dalle tavole normali, il nome sopravvive soprattutto nei ricettari. Per quanto riguarda l’etimologia, sono state proposte varie ipotesi:

  • Secondo Paolo Minucci (Malmantile racquistato), il termine rimanda al latino interiora.
  • Il primo contributo degno di nota si deve a Napoleone Caix, che partiva dal basso-latin cirbus ‘rete intestinale’ e ricostruiva *cirbarius, al quale il Canello subito opponeva il semplice lat derivato da cibarium cibus ‘cibo regale’.
  • Giovanni Alessio si rifaceva all’espressione non documentata cive, proponendo un prestito dal francese antico civé derivato di ‘cipolla’.
  • Poco più tardi di lui, Angelico Prati proponeva un latino *zingibereus, derivato di ‘zenzero’. L’ipotesi è accolta da Olivieri e Devoto, ma respinta dallo stesso Alessio, dal momento che le tarde attestazioni di cibreo inducono a scartare la discendenza da una forma latina.
  • La nuova proposta è il francese gibiera ‘selvaggina’.
  • In un successivo intervento, Alessio perfeziona la ricostruzione: si deve partire dall’antico gibelet ‘fricassea di lepre o di coniglio’. Tuttavia nel ‘700, il termine viene a indicare ‘miscuglio, confusione’. Secondo Camporesi il termine è una delle varianti del civé, a base di carne di lepre.

Le difficoltà cui Alessio e Camporesi si riferiscono, consistono nella diversità delle ricette e in particolare nel fatto che fra gli ingredienti del cibreo non figura la cipolla, da cui il piatto francese riceve il nome. Tuttavia è vero che le ricette vengono via via variate e alterate, il nome si perpetua perché è unito al piatto nel suo complesso.

Ipotesi di Prati

Cerchiamo di verificare l’ipotesi di Prati partendo dalla compatibilità formale di civé e cibreo e dalla verosimiglianza storica della diffusione del termine. Per la discussione si può partire dalla sequenza “in civeo” del Pataffio citata dal Prati. Il manoscritto più antico (il Laurenziano) presenta la lezione “accivéò” che viene intesa come verbo e glossata come “procacciò”. In tutta la tradizione, la sequenza in questione è preceduta dal nesso gher mugio che sta ad indicare una sorta di minestra, fatta di verdure, uova, spezie e carne di pollo o di piccione. Il civeo del Pataffio è probabilmente da riabilitare, anche perché questa stessa forma compare più volte nel libro di spese del monastero di Santa Trinità di Firenze nella forma di civeo, per la quale è impossibile non riconoscere un civé.

A questo si approssima con la variante civrea che il Prati conosceva come lezione ancora del Pataffio. Non si tratta di un’ipotesi azzardata, visto che la forma è attestata nella cicalata “In lode alla torta” del cruscante Niccolò Arrighetti. Il mutamento di “civreo” in “cibreo”, con rafforzamento di –v- in –b- davanti a vibrante, appare ben possibile. A sostegno di questa ipotesi, possiamo portare il parallelo offerto dal pisano ginevro con la sua variante meno comune ginebropare. Rimane solo da spiegare l’inserimento di –r-, fenomeno che si verifica per lo più in sillaba finale di parola dopo –t-, soprattutto se preceduta da consonante, mentre qui è inserita dopo fricativa sonora. L’unico parallelo, proposto dal Prati, è ‘treggia’ con le varianti civea e cibrea. Ipotesi non molto convincente.

Un'altra strada

Per spiegare la presenza di –r- si può tentare un’altra strada che ci fa partire dalla Francia, dove, accanto a ceparium, il cui suffisso discende da –atus, doveva esistere una variante col continuatore di –arius. Ce ne dà testimonianza il Graecismus di Everaldo di Béthune (inizio XIII secolo: Ceparum condimentum dicas). Ad oggi il tipo in –arius compare in area francese meridionale. In Linguadoca, ad esempio, troviamo anche civerio. Queste forme trovano confronti in vari ricettari italiani. La provenienza d’oltralpe è mostrata dalle stesse forme in questione:

  • Con la veste latina fra le ricette del Liber de coquina (riferito alla corte angioina), civerium;
  • Più volte civero e una volta civerio in un manoscritto del ‘400 di area meridionale;
  • Nel veneziano civiro;
  • Nel 1570 nell’opera del veneto Bartolomeo Scappi.

Futoi dai ricettari si può citare il Saporetto di Simone Prodenzani e due precedenti attestazioni in latino, fra le portate del banchetto imbandito a Milano nel 1366 da Galeazzo II Visconti in occasione del matrimonio della figlia Violante. Quanto al riferimento, i testi indicano che queste forme sono sì i nomi di una pietanza col suo condimento, ma propriamente indicano il condimento stesso, usato per insaporire piatti generalmente di carne, in particolare di cacciagione, che viene cotta nel vino insieme a cipolle e a vari altri ingredienti, esattamente come il civé. Vi è anche un testimone toscano, il Libro della cocina, costituito da un codice dei primi del ‘400 che ci restituisce la forma civero. Si può dunque immaginare che i ricettari abbiano veicolato questo tipo lessicale anche in Toscana e in base a ciò si può tentare una nuova spiegazione per la genesi di civreo e cibreo. Se infatti si parte da civero per arrivare a tali forme non si richiede più un inserimento di –r-, bensì una metatesi. A prima vista anche questa soluzione fa difficoltà, in quanto la metatesi di –r- è frequente dalla posizione pre- o postconsonantica, ma è rarissima quella intervocalica: Rohlfs registra soltanto l’elbano ‘carino’. La metatesi di –r- ha dunque dei paralleli. Dunque per il nostro problema, si può partire da civero, che sarebbe passato prima a civreo, con metatesi di –r- per allineamento della rima al preesistente civeo e quindi a cibreo per il rafforzamento della fricativa nel nesso –vr-.

Cottimo

Il termine e la sua origine

Il termine cottimo designa un sistema di retribuzione basato sulla quantità del prodotto realizzato, in opposizione alla modalità basata sul tempo della prestazione d’opera. Quanto alla sua origine, non disponiamo di alcunché di certo. Il DELI ci dice che l’etimologia tradizionale fa derivare la voce dal latino quotumu(m) ‘di numero’. Ma questo sembra poco probabile ai DEI che la da risalire al greco kottismos ‘gioco di dadi’, passato nel latino tardo cottizare a ‘giocare a dadi’ e poi ‘osare’. Ma nemmeno questa ipotesi sembra convincente. L’etimo di ‘cottimo’ rimane oscuro.

Sono state proposte varie ipotesi:

  • La prima è di Napoleone Caix (proposta nel 1872), secondo il quale la voce ‘cottimo’ continuerebbe il latino quotumus, variante di pronome e aggettivo interrogativo usato quando nella risposta si attende un numerale ordinale. Seguono questa teoria la maggior parte dei vocabolari etimologici italiani. Dietro a questa etimologia si nascono delle difficoltà notevoli: è sicuramente una voce di tradizione indiretta, ma è da escludere che anche quotumus possa essere stato recuperato per via dotta. L’aggettivo ha l’aria di essere una voce marginale o una creazione occasionale, esemplata su septimus e decimus e nelle loro varianti septumus/decumus. Appare anche inverosimile che quotumus possa aver dato cottimo per tradizione diretta.
  • Giovanni Alessio cerca un’altra soluzione e la trova nel greco bizantino. Lo spunto gli viene dal Glossario latino di Pietro Sella, dove è registrato il lemma cottimum. L’Alessio si appella così al greco tardo kotto ‘gioco di dadi’. L’ipotesi è meno bizzarra di quanto può sembrare. Henry e Renée Kahane si rifanno alla forma moderna ‘osare’ e postulano come base un deverbale kotemos. Questa forma, però, oltre a non essere documentata, non trova altri paralleli in greco e dunque non può essere giustificata sulla base di nessun modello morfologico. Per gli stessi motivi è impossibile vedere in cottimo un deverbale di età romanza del latino cottizare.
  • Una pista bizantina viene seguita da Manlio Cortellazzo, che parte dalla forma veneziana attestata dal secondo Trecento, e pensa a un deverbale *cotimàr a sua volta preso dal greco ‘stimare’. Ma egli stesso rinnegherà poi questa etimologia.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Enze di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Parenti Alessandro.
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