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gli animali in terra in mare e nell’aria è il solo a cambiar natura; ma quanti più sono i piedi a cui si appoggia quando

cammina, tanto più si fa piccola la velocità delle sue gambe”. Secondo Porzig solo il primo verso conterrebbe il testo

antico dell’enigma, risultando privo dell’illusione al vecchio col bastone l’enigma avrebbe originariamente indicato la

donna incinta che ha 4 piedi (due del feto), di cui solo due sulla terra e poiché il feto è muto, una sola voce. Gli

argomenti di Porzig sono i seguenti:

1. Se il vecchio non fosse un’aggiunta, dovrebbe seguire gli altri composti e non stare dopo la relativa;

2. Il vecchio col bastone non potrebbe essere assimilato a un uomo con tre piedi;

3. Non si può dire che un uomo abbia un’unica voce nell’infanzia, nella maturità e nella vecchiaia;

4. Se la soluzione fosse “l’uomo”, la specificazione”essere” sarebbe superflua.

Questi argomenti sono assai fragili, in particolar modo il primo: l’antichità della parola che indica “vecchio col bastone” è

mostrata dal sanscrito “tripàd-”, che compare col medesimo significato in un indovinello vedico. L’appartenenza di

“vecchio col bastone” al nucleo originario è garantita dalla comparazione. La soluzione dell’enigma sarà, dunque, quella

tradizionale delle tre età dell’uomo; non è infatti un’incongruenza dire che l’uomo ha una sola voce nelle varie età (se

consideriamo l’opposizione voce umana/ animale. Neppure l’indicazione “essere” è superflua: infatti, nel sanscrito

“bipedi e quadrupedi” sono soltanto gli abitanti della terra; in greco la precisazione era necessaria anche perché

occorreva un’indicazione che distinguesse il bipede “uomo” dal bipede “uccello”. Inoltre nell’ultimo verso troviamo il

motivo vedico per cui il numero dei piedi è inversamente proporzionale alla forza e alla velocità di chi li possiede. La

comparazione prova, dunque, che il significato tradizionalmente attribuito all’enigma della sfinge è quello originario e,

nello stesso tempo, dimostra che l’indovinello nasce dall’antica formula indoeuropea.

LE COSE VIVENTI: I NOMI DELL’ACQUA E DEL FUOCO E IL GENERE GRAMMATICALE*: La selezione dei tratti referenziali

pertinenti per la categorizzazione del genere è arbitraria. Nelle lingue indoeuropee ciò appare con particolare evidenza

nell’opposizione fra genere animano e inanimato. Questa opposizione è notoriamente più antica di quella fra maschile e

femminile, che si è sviluppata più tardi come sottocategorizzazione del genere animato. Il genere inanimato era

significato dal neutro. Nelle lingue indoeuropee alcune entità inanimate hanno nomi di genere animato, altre hanno

doppio genere; e anche fra le unità appartenenti alla medesima classe referenziale alcune hanno nomi di genere

animato, altre nomi di genere neutro. Dobbiamo allora domandarci quali fossero le proprietà che, nella cultura

indoeuropea, definivano l’animatezza. Partiamo da un’osservazione di Meillet: nelle lingue indoeuropee esistono coppie

di nomi dei quali uno è neutro e l’altro è animato: latino “ignis”, sanscrito “agnis”; latino “acqua”, sanscrito “ap- e

udan”. Fra queste sono particolarmente importanti i nomi dell’acqua. Nel sanscrito vedico il neutro “udan-“ designa

l’acqua nella sua materialità il femminile ap- nel suo movimento. Secondo Meillet il femminile designerebbe le acque

considerate come esseri attivi. Un principio simile si riconosce nel sistema di classificazione degli esseri viventi e

inanimati del Rig Veda. nel mondo indiano il piede è assunto come tratto classificatorio degli esseri viventi, ma

considerato come mezzo di locomozione e non come parte anatomica del corpo. Non altrimenti si spiega il fatto che gli

uccelli non siano classificati fra i bipedi: i loro organi di locomozione sono le ali. Ma se gli esseri viventi sono classificati

secondo i loro organi di locomozione, allora nella rappresentazione vedica dell’animatezza il movimento è un tratto

fondamentale. La supposizione è provata: il mondo inanimato è chiamato mondo immobile e senza piedi; il mondo dei

viventi è invece il mondo provvisto di piedi che cammina. Dunque, il tratto distintivo dell’opposizione fra animato e

inanimato è costituito dalla presenza o dall’assenza di movimento. È lo stesso tratto che sta alla base dell’opposizione

fra neutro e animato nei nomi dell’acqua. Il sistema è indoeuropeo, dunque possiamo concludere che nell’opposizione

dei generi nei nomi dell’acqua si riflette un principio indoeuropeo. Lo stesso principio sta alla base dell’opposizione di

genere nei nomi del fuoco e delle parti del corpo. L’arbitrarietà dei tratti categoriali e la configurazione del genere

grammaticale come categoria scalare getta luce su alcuni aspetti dell’opposizione indoeuropea fra maschile e femminile.

Questa opposizione è più recente di quella fra animato e inanimato: essa si sviluppa come sottocategorizzazione del

genere animato. Meillet ha scritto che la differenza fra maschile e femminile quasi mai consente di risalire a un

significato definitivo dei casi in cui serve a significare l’opposizione del maschio e della femmina. Il genere naturale del

referente ha un alto indice di probabilità di corrispondere al genere grammaticale del segno che lo rappresenta. Il

problema si complica nella designazione degli oggetti asessuati. Non esistono tratti semantici uniformemente condivisi

che configurino il maschile e il femminile come categorie discrete. Il genere grammaticale altro non è che un

classificatore. Se una lingua ha più di tre classi si parla di classi nominali che formano categorie naturali i cui costituenti

sono in rapporto di “somiglianza familiare”. Essi sono classificati sulla base di tratti collegati dalla contiguità o dalla

somiglianza, dalla metonimia o dalla metafora.

Può darsi che in alcuni casi l’opposizione indoeuropea tra maschile e femminile non dipenda da una proprietà del

referente o del significante, ma sia stata assunta come metafora linguistica della polarizzazione. Inoltre è valida la

seguente attestazione: esistono coppie polari in cui, da lingua a lingua, varia il genere dei costituenti, ma si mantiene

l’antitesi: alla variazione del genere di un termine si unisce la variazione in senso opposto del genere dell’altro. I nomi

del sole e della luna nelle lingue indoeuropee sono maschili o femminili. Wackernagel ci ricorda che è il genere

grammaticale quelle che determina il sesso delle personificazioni, non viceversa. Dal fatto che in alcune lingue e in

alcuni casi l’opposizione del genere sia assunta come metafora della polarità, non si può inferire che in tutte le lingue e

in tutti i casi la polarità sia significata dall’opposizione del genere. La polarità è significativa del lessico e non richiede

necessariamente un’espressione grammaticale: in sanscrito i nomi del sole e della luna sono entrambi maschili, in latino

quello della vita e quello della morte sono entrambi femminile. Del resto, la stessa nozione di polarità è frutto di

classificazioni arbitrarie, dipendenti dal punto di vista dell’osservatore: la vita e la morte possono considerarsi nozioni

antitetiche, ma anche momenti di un medesimo ciclo biologico. 3

3. LE PAROLE COME COSE

“INGROSSARE GLI DEI”: LA PAROLA COME MATERIA DEL SACRIFICIO: La lingua è una forma arbitraria in cui vengono

ordinati i dati concettuali. La ricostruzione culturale implica, in primo luogo, la ricostruzione delle forme in cui una

comunità determinata, in una determinata situazione storica, ha ordinato i dati dell’esperienza: solo in questo quadro i

singoli etimi possono essere motivati completamente. Muovendo da questa premessa si può distinguere l’etimologia del

repertorio dall’etimologia del sistema: la prima ricostruisce le unità lessicali singolarmente considerale, la seconda le

iscrive in un sistema ideologico complesso. Esempio: la formula “bipedi e quadrupedi” con cui nel sanscrito vedico sono

designati gli esseri viventi, uomini e animali, è fondato sull’opposizione mobile. Immobile, invece, è la distinzione tra

mondo animato e inanimato. Questo sistema, i cui frammenti sopravvivono nell’umbro iguvino è indoeuropeo. Esso si

riflette anche sul piano grammaticale; altrimenti non si spiegherebbe il fatto che nelle lingue indoeuropee alcuni oggetti

(H O e fuoco)hanno una denominazione di genere animato e una neutra. Il termine animato rappresenta l’oggetto come

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un essere in movimento, mentre quello inanimato come una cosa. [qui etimologia del sistema]

mahas-

- Gonda ha mostrato che il sanscrito ha il significato di “grandezza”, con l’implicazione di “importanza, possesso

di elevate qualità, superiorità”. In quest’unico etimo si riassumono i valori di “festa, gioia, sacrificio” e di “magnificenza e

mahati

abbondanza”. Parallelamente, i valori di sono riportabili al significato fondamentale di “fortificare, conferire a

qualcuno grandezza e maestà”. I significati ottenuti da Gonda danno spunto a ulteriori considerazioni.

mah- mahas-

- La sede privilegiata, anche se non unica, del campo lessicale di è la terminologia rituale: è la qualità che il

mahant- mahati mahayati

sacerdote, col rito, conferisce agli dei; sono gli dei; e indicano l’azione rituale. Passi rituali

mah-

hanno suggerito l’interpretazione di come “onorare”. Ma un altro testo mostra che il termine non può avere

valore astratto, ma come grandezza materiale (dunque come crescita, rafforzamento anche corporale).

- Lüders ha mostrato che nell’ideologia vedica l’inno rituale e la preghiera sono equiparati al cibo e alla bevanda

sacrificale e producono sul corpo degli dei lo stesso accrescimento materiale. Questa equiparazione sta alla base del

mah-:

valore concreto di la preghiera è il nutrimento degli dei e li rafforza nel corpo rendendoli capaci di rafforzare, a

mah-,

loro volta, chi li prega. Dunque, se è vero che riferito agli dei, caratterizza la loro superiorità rispetto alla

condizione umana, è anche vero che questa superiorità implica una precisa nozione fisica.

- L’equiparazione della preghiera alla vittima sacrificale si iscrive in un sistema ideologico più complesso, che è centrato

sul principio che l’oggetto materiale è sostituibile con l’atto verbale. Questa soluzione è ben provata nella cultura

vedica.

-Nella pratica del sacrificio, si riconosce, dunque, un principio presente anche nella pratica esorcistica: ad esempio

antarmru interdicere

l’iranico ‘bandire’ e il latino sono formati con un verbo di “dire sulla base di un verbo significante

interporre. la proibizione è configurata come una separazione realizzata con l’interposizione di una barriera materiale

fra il protetto e l’evento dannoso. La sostituzione di porre col verbo dire è la conseguenza della sostituzione dell’azione

gestuale con l’azione verbale. La vicenda culturale che l’ha generata è indoeuropea. mah- mactus

- Per ciò che riguarda la terminologia sacrificale, Gonda ha dimostrato che al sanscrito corrisponde il latino

mactare. mactus *mag-tos)

e il suo derivato Il campo lessicale di (< e il suo valore originario potrebbero ben essere stati

concreti invece che figurati. Ma il formulario latino non offre esempi di sostituzione dell’oggetto sacrificale con un atto

verbale; dunque, le sue attestazioni rimangono affidate alla sola documentazione vedica.

LA PAROLA COME STRUMENTO DELL’ESORCISMO. FRA MONDO VEDICO E MONDO ROMANO*: L’etimologia non è solo

confronto di parole e di suoni: è storia di significati e perciò di cose e di idee. Il suo obiettivo è la ricostruzione del

quadro culturale che motiva un significato, del sostrato ideologico in cui si iscrivono i valori ricostruiti. Il quadro

ideologico in cui si iscrive un significato si ricompone ricostruendo un sistema lessicale con una lettura attenta dei testi.

Ad esempio l’italiano ‘umore’ nel senso di ‘stato d’animo’ viene dal latino (H)UMOR ‘liquido’. Questo perché la scuola

ippocratica chiamava umori i 4 liquidi biologici fondamentali: sangue, flemma, bile bianca e bile nera. Nella dottrina

ippocratica, il temperamento di una persona era determinato dal vario equilibrio degli umori.

4. UOMINI, DEI, DEMONI

CATONE E LE MALATTIE INVISIBILI: UN MIRAGGIO DELLA COMPARAZIONE*: La locuzione “morbos vivos invisosque”

della preghiera a Marte in Catone viene, di solito, confrontata con la formula vedica “drstà- adrsta-“ essa sarebbe un

relitto della lingua sacrale indoeuropea: quello che in latino si dice delle malattie, in sanscrito si direbbe dei vermi

considerati agenti di malattie. Tuttavia, in vedico, i due elementi della formula spesso non compaiono in coppia, ed è il

termine “adrsta-“ a comparire singolarmente nella maggior parte delle attestazioni; mentre il “drstà” solo in coppia,

tanto da sembrare un elemento aggiunto. Nell’ ATHARVA VEDA, gli “adrsta” sono animaletti nocivi. Ma in questo inno,

le nozioni di insetto e di demone si sovrappongono in modo confuso. In un'altra strofa rappresentano le malattie e i

demoni che le causano. SI ha l’impressione che la distinzione fra animali malefici, demoni e malattie tenda a scomparire.

Teoricamente “adrsta” può designare una qualità corporea di un oggetto o una condizione occasionale.

- Nel mondo indiano la notte e la tenebra sono distinte e spesso in antitesi: la notte col fulgore della luna e delle stelle

porta il sonno e la quiete scacciando la tenebra e i suoi abitatori (ladri, demoni, lupi). Dunque gli “adrsta” sono esseri

delle tenebre e sono invisibili perché avvolti nelle tenebre. Il loro nemico è il sole, “uccisore degli esseri invisibili”.

- le attribuzioni di “adrsta” spaziano in un campo che comprende gli animali nocivi e i demoni; resta da stabilire come si

concilino queste accezioni. I demoni sono esseri delle tenebre, dunque il sole, la luce e gli dei sono loro nemici.

L’esorcismo consiste in un atto che costringe i demoni a rivelare la loro natura e a uscire dalle tenebre. Significativa è la

circostanza che i demoni si sconfiggano “rendendoli invisibili”. Gli “adrsta-” sono esorcizzati quando diventano “visti da

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tutti”. Dunque “adrsta-“ come designazione dei demoni è perfettamente giustificato: essi sono invisibili perché

tenebrosi. Resta da spiegare perché con lo stesso termine sono designati i vermi. I carmi atharvavedici ci danno la risp.

- nella magia indiana i vermi sono assimilati ai demoni: sono identiche la fraseologia esorcistica, le qualificazioni, le

rappresentazioni. Le somiglianze sono particolarmente significative quando si riferiscono ad azioni e attributi di fantasia

( vermi e demoni si stritolano con una macina, gli si rompono le costole e tagliano le teste, si fanno a pezzi. Nemico di

entrambi è il sole. Entrambi strisciano e hanno famiglie e re. Spesso hanno 4 occhi e 3 teste). L’avvoltoio e il cuculo sono

una delle forme in cui i demoni si manifestano. Alla base della demonificazione dei vermi sta la loro azione malefica e

non la loro appartenenza a una determinata specie animale; quello che si dice dei vermi si può dire, infatti, di ogni altro

animale nocivo.

I demoni sono agenti di malattie; non è dunque strano che le malattie siano esorcizzate assieme coi demoni e che siano

talvolta personificate e rappresentate come demoni. Le molteplici incarnazione dei demoni presuppongono la credenza

che i demoni possano manifestarsi in varie forme.

-Quando leggiamo che il sole “uccisore degli esseri invisibili”, dunque dei demoni, uccide, poi, gli esseri visibili e invisibili,

ci troviamo in presenza di un caso di amplificazione irrazionale, di “autonomia del significante”, che si attua quando il

ritmo verbale prevale sul significato. Può darsi, dunque, che lo stesso poeta atharvavedico abbia modificato il valore

originario di “adrsta-“ e lo abbia riferito ai vermi nascosti completando l’espressione con la menzione dei vermi visibili.

- Per mostrare una parentela tra la formula indiana e quella latina della preghiera a Marte di Catone, occorrerebbe

invisus

provare che la formula latina nasce, come quella indiana, da un’amplificazione del termine negativo e cioè che

allude, come il sanscrito “adrsta-” , al carattere demoniaco e perciò tenebroso delle malattie.

Ma di ciò non abbiamo alcuna prova: solo in questo passo “invisus” è riferito alle malattie, e in tutta la latinità classica

non si trova alcuna accezione che alluda alle tenebre. La nozione di malattia invisibile è molto diffusa nel mondo classico

e sembra fondarsi non sulla rappresentazione delle malattie come demoni, ma sulla credenza che esse siano prodotte

dai dardi invisibili scagliati da esseri soprannaturali. Le associazioni sinonimiche, e le amplificazioni che distinguono le

formule di preghiera iguvine hanno la stessa struttura formale del “carmen” latino si tratta di una modulo stilistico

antichissimo.

- La formula indiana ha un significato profondamente diverso da quella latina e iguvina e nasce da una vicenda diversa;e,

infatti, solo in sanscrito è secondaria al termine negativo isolato. Senza il sostegno della comparazione non è possibile

stabile se e quali di queste formule appartengano al linguaggio indoeuropeo.

IMMORTALITA’ DEGLI DEI E IMMORTALITA’ DEGLI UOMINI: IL NETTARE E L’AMBROSIA E LA NOZIONE INDOEUROPEA

DELLA MORTE*: Thieme ha corroborato con elementi persuasivi l’ipotesi che il nome greco del nettare sia composto dal

nome della morte *nek e dal grado ridotto della base indoeuropea *ter- “attraversare”. Schmitt ha aggiunto una prova

fondamentale: nell’Atharva Veda “tarati” ha per oggetto proprio la morte. Questa etimologia è ineccepibile sul piano del

contenuto.

- l’esempio atharvavedico in cui si invoca di “attraversare la morte” è isolato. Nel mondo indiano la stessa nozione è

āyus pra tr- tr-

espressa più spesso in termini positivi, nominando, anziché la morte, la vita. La formula vedica con

transitivo, significa “portare la vita al i là degli ostacoli”. Solo muovendo da questo significato la formula può tradursi

con “prolungare la vita”. Le attestazioni sono molte. amhas-.

Nel pensiero vedico ogni entità dannosa è rappresentata come una strettoia, Di contro, ogni entità benefica è

uru-.

rappresentata come uno slargo, “Prolungare la vita” e “attraversare la strettoia”sono immagini collegate. Dunque,

se l’etimologia di ‘nettare’ è giusta, è chiaro che l’immagine della vittoria sul male e sulla morte come

“attraversamento” di una strettoia è indoeuropea. Non altrimenti può motivarsi la presenza in greco del frammento di

un sistema ideologico che nel sanscrito vedico è coerente e articolato.

Solo la morte prematura, in vedico, è vista come una “strettoia”. Solo questa è un male da scongiurare. L’antitesi della

morte naturale è la giovinezza eterna: ciò che è immortale è senza vecchiaia. Gli dei immortali sono giovani e non

invecchiano. Anche la gloria è immortale e senza vecchiaia. Il sistema è dunque indoeuropeo. Lo dimostrano gli epiteti

della gloria comuni al greco e al vedico, e in particolare la formula “esente da morte e da vecchiaia” che è chiara

espressione della stessa etimologia.

mors Nex

Veniamo al latino: indica la morte in generale, senza riguardo alla causa che la provoca. diventa sinonimo di

mors sono il epoca imperiale. In età classica, invece, indica la morte violenta:

-per uccisione in genere -per suicidio -per condanna -per disposizione.

Come significante della morte per malattia “nex” è raro, e si trova solo un esempio nelle Georgiche di Virgilio dove “nex”

nex

indica una pestilenza del bestiame. Dunque: nel latino classico e arcaico tutti i valori di hanno un tratto comune:

mors

l’indicazione della morte prematura; invece indica la morte naturale.

Nella rappresentazione della morte prematura, il pensiero greco-latino diferisce dal pensiero vedico. Nel mondo vedico

sono premature tutte le morti non prodotte dalla vecchiaia e, dunque, anche la morte per malattia. In latino, invece,

nex

solo eccezionalmente indica la morte per malattia. Dunque solo eccezionalmente la morte per malattia è

considerata prematura. Prematura è invece la morte violenta. La ragione della differenza è da individuarsi nel fatto che

il mondo classico conosce la nozione di ‘fato’. La morte per malattia è prodotta dal fato; e nella tassonomia greco-latina,

la morte prodotta dal fato appartiene alla stessa classe della morte prodotta dalla natura. L’idea che i mortali abbiano

un tempo di vita predeterminato dal fato è già in Omero, ed è ripresa dalle iscrizioni funerarie. La stessa nozione è

corrente nel mondo romano. Per Andronico la morte verrà il giorno stabilito dalla Parca. La morte per malattia è

predestinata dal fato e perciò improrogabile. Ma non tutte le morti dipendono dalla natura e dal destino: innaturale e

non prodotta dal fato è la morte violenta. Nel mondo classico, dunque, le morti per vecchiaia e per malattia, pur

distinguendosi perché prodotte dalla natura e dal fato, sono entrambe classificate come eventi naturali, non rinviabili.

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DETTAGLI
Esame: Glottologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filologia e critica letteraria
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Enze di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Parenti Alessandro.

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