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Culture dimenticate e culture trasfigurate: le tracce nella lingua

Ricostruzione di cose e ricostruzione di idee: fra metodi e miraggi

Il mutamento linguistico è più lento del mutamento culturale, perciò la lingua conserva le tracce delle culture perdute. I nomi restano più a lungo delle cose. Ma dai nomi non si ricostruiscono le cose. La ricostruzione culturale su base linguistica può farsi o mediante la comparazione lessicale o mediante la ricostruzione etimologica. I due metodi operano su oggetti diversi e danno risultati diversi.

Il metodo della comparazione lessicale opera sul rapporto tra segno e realtà e ha degli assiomi:

  • Se una lingua L, in un tempo T, ha conosciuto un segno S; allora ha conosciuto il referente R di S.
  • Se una lingua L, in un tempo T, ha introdotto un segno S da una lingua L2; allora i parlanti di L1 hanno conosciuto dai parlanti di L2 il referente R di S.
  • Se una lingua L, in un tempo T, ha ignorato il segno S, allora ha ignorato anche il referente R di S.

Questi principi sono comunque fallaci:

  • Il primo sta alla base delle interferenze dei linguisti che si sono proposti di individuare la patria degli Indoeuropei. L'argomento più sfruttato è quello del faggio e del salmone: poiché si è creduto di ricostruire i nomi indoeuropei del faggio e del salmone, si è supposto che gli Indoeuropei conoscessero l'uno e l'altro e perciò abitassero in una regione in cui questi elementi erano presenti (circa Europa centrale). Ma non è detto che quelle forme indicassero quegli oggetti. Infatti, il segno linguistico sta in relazione con una nozione e solo mediatamente con la realtà extralinguistica. In ogni lingua esistono nomi di cose che i parlanti non hanno mai visto.
  • Per quanto riguarda gli altri due punti: l’ingresso in una lingua di una parola straniera non prova che prima il referente di quella parola fosse sconosciuto. Se ignorassimo il latino e lo ricostruissimo dalle lingue romanze, concluderemmo che i Romani erano un popolo pacifico perché ignoravano la guerra, dato che questa è una parola germanica. Nemmeno la mancanza di una parola prova la mancanza della cosa.

Le aporie del metodo discendono dall'arbitrarietà del segno: lo stesso segno può indicare, in diacronia, realtà diverse e la stessa realtà può essere designata da segni diversi. Il "servo" italiano è tutt'altra cosa dal latino "servus" e, di contro, il "fegato" italiano designa il latino "iecur".

Il segno motivato: l’etimologia come ricostruzione di idee

Per quanto riguarda la ricostruzione etimologica, fondamentale è la distinzione tra valore denotativo e valore descrittivo del segno linguistico. Il valore denotativo di un segno è definito dal suo rapporto con la realtà extralinguistica designata; il valore descrittivo dal suo rapporto col sistema linguistico: ad esempio, la "malaria" designa la malattia trasmessa dall’anofele e la descrive come "aria cattiva". La denotazione si attua mediante la descrizione.

L’etimologia non è ricostruzione culturale fino a quando si limita a restituire trasparenza a un segno individuandone i costituenti. Lo diventa quando dà ragione della motivazione del valore descrittivo ricostruito. Mediante la ricostruzione etimologica si ricostruiscono le ideologie: le forme, cioè, con cui una comunità ha interpretato e ordinato i dati dell’esperienza. Il valore descrittivo di un segno codifica un tratto considerato pertinente per la rappresentazione della realtà extralinguistica (penna si chiama così perché si scriveva con una penna d’oca).

È ovvio che lo stesso tratto può dipendere da motivazioni diverse. Questo tratto deve essere inserito in situazioni storiche ben precise. Il latino "testimone", è costituito da super + stat-, ma a lungo ha tenuto nascosto il proprio valore descrittivo e la propria motivazione ideologica. In base alla storia romana, il superstes è ritenuto colui che possiede una conoscenza veritiera e pertanto può testimoniare il conoscere è rappresentato come uno "star sopra" l’oggetto. Ma per capire questo significato è stato necessario riportare il segno alla sua storicità, e questo si è potuto fare solo con lo studio filologico dei testi e dalla comparazione. La ricostruzione etimologica si è fatta dunque ricostruzione culturale integrandosi con la filologia.

Un caso indoeuropeo: poesia o ideologia?

Il greco ‘nettare’, così come l’‘ambrosia’, designa un alimento mitologico che assicura l’immortalità. Secondo un’etimologia ottocentesca, nettare sarebbe composto dal nome della morte e dal grado ridotto *tr- della radice indoeuropea *ter- “attraversare” e perciò “vincere la morte”. La spiegazione si chiarisce con i testi vedici e nella tradizione latina: nel mondo vedico la distinzione fra morte naturale e morte prematura è sistematica: la prima è prodotta dalla vecchiaia, la seconda da altre cause. Solo quest’ultima si può vincerla, e il vincerla è rappresentato come un “attraversarla”. In latino è la morte prematura. Dunque, nel greco nettare, il lessema che in latino designa la morte prematura si unisce con la base verbale *ter- che in sanscrito vedico indica proprio la vittoria sulla morte prematura. L’immagine è indoeuropea. È sempre il vedico a spiegarci perché si parla di attraversamento: in questa cultura il male, e soprattutto la morte anzitempo, è configurato come una strettoia. La vittoria sul male è un attraversamento della strettoia. Inoltre, nel nome greco dell’ambrosia è contenuto il nome della morte naturale. Ecco perché il nettare e l’ambrosia ricorrono in coppia: l’uno sconfigge la morte prematura, l’altro allontana la morte naturale assicurando la giovinezza eterna. Chi è immortale, infatti, è senza morte e senza vecchiaia.

Le conclusioni

  • Dalla comparazione lessicale non si possono ricostruire le caratteristiche di una cultura materiale.
  • Nel valore descrittivo di un segno è codificato un tratto nozionale pertinente per la descrizione della realtà designata.
  • La motivazione del valore descrittivo di un segno si riconosce riconducendo il segno alla storicità in cui esso è sorto.
  • La linguistica restituisce trasparenza formale del segno, ricostruendo le sue relazioni col sistema e formulando ipotesi sui suoi valori descrittivi virtuali. La filologia serve a motivare il segno restituendolo alla sua storicità.

Esseri viventi e inanimati: il movimento come vita

Una tassonomia vedica e iguvina

In sanscrito il bipede è l’uomo e mai l’uccello. La formula vedica “bipedi e quadrupedi” (dvipàd e catùspad) indica l’insieme degli uomini e degli animali e compare anche sulle tavole iguvine. Ma in questa espressione non compare l’uccello. Essi sono espressi in modo diverso in quanto alati. Anche in altre culture, come in quella greca o in quella romanza, l’uomo è bipede, ma a differenza del sanscrito bipedi sono anche gli uccelli. Dunque in sanscrito bipede è solo l’uomo.

Questo avviene perché la formula “dvipàd- catùspad” fa parte di un campo semantico che comprende le rappresentazioni del mondo animato e del mondo inanimato. Vi è implicita un’antitesi tra cielo e terra dove, il movimento simboleggiato dai piedi è il tratto distintivo dell’opposizione fra mondo animato e mondo inanimato. Dunque è una formula che rappresenta il mondo animato come “ciò che si muove” e il mondo inanimato come “ciò che sta fermo”. E ciò che si muove è distinto da ciò che vola. L’opposizione tra ciò che si muove e ciò che vola è parallela all’opposizione fra “esseri muniti di piedi" e “esseri muniti di ali”. Il movimento è il simbolo della vita.

Il campo semantico a cui appartiene la formula “bipedi e quadrupedi” è fondato sulla rappresentazione del mondo animato e del mondo inanimato con un’opposizione il cui tratto distintivo è dato dalla presenza e dall’assenza del movimento. Poiché i piedi sono il simbolo del movimento, il mondo inanimato “che sta fermo” è “senza piedi”, mentre il mondo animato “che si muove” è “provvisto di piedi”. Gli esseri provvisti di piedi a loro volta si distinguono in bipedi e quadrupedi. La nozione su cui si fonda la formula indiana presuppone una considerazione simbolica e funzionale dei piedi (non descrittiva). Ecco perché gli uccelli non sono compresi fra i bipedi: i loro organi di locomozione sono le ali.

Questa classificazione deriva da un principio cosmogonico: la creazione è rappresentata come la fissazione del cielo e della terra che prima erano mobili e come la separazione di ciò che prima era unito. L’atto creativo conferisce loro l’immobilità. Abbiamo un sistema a tre cieli, in cui il cielo e la terra sono rappresentati come un’unità espressa da un duale o da un composto copulativo e, insieme, sono opposti allo spazio. E lo spazio intermedio è il luogo in cui si muovono gli uccelli. Ecco, dunque, perché gli uccelli non sono compresi nel gruppo di ciò che si muove: appartengono a un terzo mondo, ben distinto dal cielo e dalla terra.

Con “bipedi e quadrupedi” si indicano, dunque, gli esseri viventi che stanno sulla terra rappresentati nella loro generalità. Accanto a questo significato generico si forma un’accezione specifica in cui il “bipede” è l’uomo in quanto prestatore d’opera, e il quadrupede è l’animale domestico. In questo caso è frequente la specificazione possessiva (quadrupedi che appartengono all’uomo).

In iranico la formula è attestata nel persiano medio; in avestico è sdoppiata in due coppie parallele e modificata nel secondo elemento. La creazione di due serie sinonimiche contrapposte è caratteristica della cultura avestica e corrisponde al dualismo zoroastriano: la trasformazione della formula antica dimostra l’adattamento della tradizione linguistica indo iranianica all’espressione di una nuova cultura. Quando la motivazione della formula è stata dimenticata e si è disgregato il sistema concettuale di cui questa formula era espressione, il termine “bipede”, non più adatto a significare l’uomo, è stato reso perspicuo sostituendo la determinazione numerale con una qualitativa. La formula “bipedi e quadrupedi” compare anche nell’umbro iguvino.

Il confronto col sanscrito dà l’indicazione che in questa formula l’umbro conserva, fossilizzato ma non trasfigurato, un elemento culturale ereditario. La più antica attestazione latina della medesima formula risale a Cicerone. Secondo Schmitt si tratta di una sopravvivenza indoeuropea. Jàgat (ciò che si muove) è un termine prevedico. La sua storia ci mostra che la nozione di movimento come indizio di vita è prevedica; resta da stabilire se sia indoeuropea.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

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