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Morfologia

Parole e morfemi

Il livello di analisi che prende in considerazione il piano del significante in quanto portatore di significato (prima articolazione) è la morfologia; il suo ambito d’azione è la forma, o meglio la struttura, della parola.

Una parola è la minima combinazione di elementi minori dotati di significato (morfemi), costruita spesso attorno ad una base lessicale (morfema recante significato referenziale), che funzioni come entità autonoma della lingua e possa quindi rappresentare da sola un segno linguistico compiuto.

Fra i criteri che ne permettono una definizione ed individuazione più precisa, possiamo menzionare il fatto che:

  • All’interno della parola, l’ordine dei morfemi che la costituiscono è rigido e fisso.
  • I confini di parola sono punti di pausa potenziale nel discorso.
  • La parola è di solito separata/separabile nella scrittura.
  • Foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario.

Se proviamo a scomporre parole in pezzi più piccoli di prima articolazione, cioè tali che vi sia ancora associato un significato proprio isolabile, troviamo allora dei morfemi. Ogni morfema deve ricomparire come isolabile con lo stesso significato, con lo stesso apporto al significato globale della parola che lo contiene.

Un procedimento pratico per scomporre una parola in morfemi è il seguente: data la parola, la si confronta via via con parole simili, dalla forma molto vicina, che contengano presumibilmente uno per uno i morfemi che vogliamo individuare (prova di commutazione).

Il morfema è dunque l’unità minima di prima articolazione, il più piccolo pezzo di significante di una lingua portatore di un significato proprio, di un valore ed una funzione precisi ed individuabili, e riusabile come tale. È la minima associazione di un significante ed un significato.

Analoga alla distinzione che in fonologia si fa tra fonema, fono e allofono, esiste in morfologia la distinzione tra morfema, morfo ed allomorfo. Dal punto di vista della terminologia, in linguistica con il suffisso:

  • -ema si designano le unità minime fondamentali di un dato livello di analisi viste come unità astratte, di langue.
  • -o si designano le corrispondenti unità concrete, di parole.

Il morfema è l’unità pertinente a livello di sistema; il morfo è un morfema inteso come forma, dal punto di vista del significante, prima ed indipendentemente dalla sua analisi funzionale e strutturale.

L’allomorfo è la variante formale di un morfema, che realizza lo stesso significato di un altro morfo equifunzionale con cui è in distribuzione complementare; è ciascuna delle forme diverse in cui si può presentare uno stesso morfema.

Le cause dei fenomeni di allomorfia sono solitamente da cercare nella diacronia, vale a dire da riportare a trasformazioni avvenute nella forma delle parole e dei morfemi, spesso per ragioni fonetiche, lungo l’asse del tempo.

Gran parte dei fenomeni di allomorfia dell’italiano è dovuta ai mutamenti fonetici e alle diverse trafile con le quali le parole si sono trasmesse dall’origine latina (o altra) all’italiano.

Perché si possa parlare di allomorfia occorre comunque che ci sia sempre una certa affinità fonetica tra i diversi morfi che realizzano lo stesso morfema, dovuta alla stessa origine.

Esistono anche, sia pur raramente, casi in cui un morfema lessicale in certe parole derivate viene sostituito da un morfema dalla forma totalmente diversa, ma ovviamente con lo stesso significato (es. acqua – idrico). Tale fenomeno prende il nome di suppletivismo.

Classificazione dei morfemi

Esistono due punti di vista principali per individuare differenti tipi di morfemi:

  • Classificazione funzionale: in base alla funzione svolta, cioè al tipo di valore che i morfemi recano nel contribuire al significato delle parole.
  • Classificazione posizionale: in base alla posizione assunta all’interno della parola e al modo in cui essi contribuiscono alla sua struttura.

Tipi funzionali di morfemi

Secondo la classificazione funzionale, possiamo distinguere:

  • Morfemi lessicali (classe aperta)
  • Morfemi grammaticali:
    • Derivazionali (classe chiusa, derivano parole da altre parole)
    • Flessionali (classe chiusa, danno luogo alle diverse forme di una parola)

Non sempre, tuttavia, la distinzione tra morfemi lessicali e morfemi grammaticali è del tutto chiara ed applicabile senza problemi: in italiano, è questo il caso di molte parole funzionali (o vuote), come gli articoli, i pronomi personali, le preposizioni, le congiunzioni, che formano classi grammaticali chiuse, ma che difficilmente si possono definire morfemi grammaticali a pieno titolo; anzi, alcuni di questi elementi sono scomponibili in morfemi.

Una distinzione che si fa di solito e che può essere utile in questo contesto è quella tra morfemi liberi (lessicali) e morfemi legati (grammaticali): questi ultimi non possono mai comparire in isolamento, ma solo in combinazione con altri morfemi.

Tale distinzione mal si adatta, in generale, alla struttura morfologica dell’italiano, in cui anche i morfemi lessicali (radici) sono per lo più morfemi legati. Adottando tale distinzione, però, possiamo trovare una casella per gli elementi come le parole funzionali, definendoli come morfemi semiliberi.

La derivazione, che dà luogo a parole regolandone i processi di formazione, e la flessione, che dà luogo a forme di una parola regolandone il modo in cui si attualizzano nelle frasi, costituiscono dunque i due grandi ambiti della morfologia.

A partire da determinate radici o basi lessicali...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

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