Glottologia: storia della linguistica
Grecia
La Grecia è inequivocabilmente la patria della linguistica indoeuropea. Le prime attestazioni di una scienza linguistica sono datate in epoca micenea, attorno al VI/V secolo a.C. e già allora i greci si estendevano su un territorio ben più grande della Grecia che oggi conosciamo. Uno dei fattori che fece sorgere l’interesse per il linguaggio è la consapevolezza dei greci delle differenze linguistiche con quei popoli che chiamavano barbari e soprattutto delle divisioni tra i dialetti parlati nei territori sotto il loro dominio.
I greci codificarono almeno due tipi di alfabeto: il Lineare B, usato in epoca micenea e da noi interpretato solo nel XX secolo, e un altro alfabeto, rimasto poi definitivo, derivato dall’alfabeto fenicio, con l’aggiunta di simboli vocalici provenienti dall’ebraico. Le osservazioni sulla lingua non erano riconosciute come scienza a sé stante, ma venivano studiate dai grandi pensatori e incorporate alla “filosofia”.
Intorno al V secolo spiccano le figure dei retori, che fecero dell’oratoria uno studio ed un uso professionale. Il personaggio forse più importante dei Sofisti, altro nome con cui erano chiamati, è stato Gorgia. Nel periodo delle conquiste di Alessandro cominciò una fase di prosperità, detta anche “ellenizzazione”, nella quale fiorì l’educazione scolastica, grazie anche ad università e biblioteche, come quelle arcinote di Pergamo ed Alessandria. In questo periodo si impose inoltre, nel parlato, una varietà di greco, detta Koinè, cioè dialetto comune.
Durante l’ellenizzazione nacquero diverse scuole, tra cui quella fondata da Zenone, gli stoici, che finalmente riconobbero la linguistica come scienza indipendente dalla filosofia, e la trattarono in separati testi: in breve, questo era il loro pensiero sulla linguistica: “Prima viene l’impressione, poi, la mente, servendosi della lingua, esprime con le parole ciò che prova per l’impressione”.
Gli stoici evidenziarono la dicotomia tra significante e significato, 2000 anni prima di Saussure, e si adoperarono in molti glossari dei dialetti greci non attici, mentre le lingue straniere venivano poco considerate. Un contributo molto importante fu dato in questo periodo da Aristofane di Bisanzio, che si occupò di pronuncia, ed usò tratti prosodici, quali l’accento e i segni di interpunzione per spiegare la corretta pronuncia del greco (il movimento di cui faceva parte, e che si adoperava per la correttezza della lingua, era detto Ellenismo).
Nacquero in questo periodo le due grandi dicotomie tra sostenitori della diversa origine e funzionamento del linguaggio. La prima sosteneva che il linguaggio fosse originato per natura, mentre la seconda ne contrapponeva una visione convenzionale. Questa dicotomia si trasformò poi nel dibattito che per anni portò a scontri i filosofi, divisi tra sostenitori dell’Analogia, che vedevano il linguaggio come regolare (spesso convenzionalisti) e i sostenitori dell’Anomalia, spesso naturalisti, che osservavano come il linguaggio fosse naturalmente imperfetto e irregolare.
Aristotele sostenne fermamente la causa dell’anomalia, poiché diceva che anche l’onomatopea cambia da lingua a lingua, Epicuro assunse una posizione intermedia, mentre gli stoici affermarono l’analogia. Per ovviare a questo problema, le risposte furono cercate nella grammatica e tramite dibattiti tra filosofi, e qualche analogista tentò anche di regolarizzare tutti i paradigmi irregolari scoperti nello studio del greco.
Gli studi linguistici di questo periodo si orientarono soprattutto su etimologia, fonetica e grammatica, anche se in modo abbastanza forzato, con l’esempio dell’etimologia, in cui si voleva spiegare come quelle poche parole date dagli dei all’uomo si fossero evolute in un complesso dizionario. La fonetica ebbe molto lustro, e furono tentate anche le prime classificazioni articolatorie, sebbene non esistesse ancora una terminologia fissa, ed ognuno tendeva a personalizzare le proprie definizioni. Ma il grande problema di questa scienza fu il focalizzarsi sulle lettere, senza andare oltre e definire il valore del suono. In compenso, già gli stoici avevano riconosciuti nelle lettere (grámmata) un valore fonetico, una forma scritta ed un nome che la distingueva.
Il meglio dei greci si trova comunque indubbiamente nella grammatica: anche Platone ed Aristotele si occuparono di grammatica, pur non dedicando libri o sezioni propriamente ad essa, ma si dice che sia stato Platone il primo a distinguere nome e verbo. Aristotele aggiunse una terza categoria, che comprendeva pronomi, articoli e congiunzioni, e fece alcune asserzioni molto notevoli su parola e frase. Alcuni stoici posteriori poi, rimaneggiarono e migliorarono le ipotesi dei due filosofi, inventando il concetto di “caso” e riconoscendo quattro di questi.
Queste concezioni passarono poi agli Alessandrini, tra cui troviamo Aristarco, maestro di Dionisio Trace, l’autore della più prestigiosa grammatica greca giunta fino a noi, la Téchnē Grammatiké. Sebbene ce ne sia arrivata solo una parte, sappiamo da documenti contemporanei che questo era il testo di riferimento per l’insegnamento del greco, e che lo è stato per 13 secoli.
Storia della linguistica 2
Dionisio Trace suddivide la sua opera in 6 parti, le 6 parti della grammatica, di cui però solo la quinta, cioè il calcolo delle regolarità analogiche è sviluppata nei particolari. Questa comincia con alcuni ragguagli fonetici, menzionando anche dei tratti prosodici, poi passa direttamente alla parola, che vede come unità minima dotata di significato. Le parole vengono da lui divise in otto classi (nome, verbo, participio, articolo, pronome, preposizione, avverbio e congiunzione), ed in più riconosce ad esse alcune caratteristiche quali genere, tipo, forma, numero e caso. L’unica cosa che si può rimarcare a Dioniso Trace è il totale disinteresse per la sintassi, che fu invece trattata diffusamente da un altro grande dell’epoca, Apollonio Discolo.
Apollonio prese spunto dalla Téchnē, anche se modificò qualche definizione, e si basò, per il suo lavoro, sui rapporti tra nome e verbo e le tre diverse classi di verbi, attivi, passivi e neutri. Nonostante qualche errore, anche ingenuo, l’opera di Apollonio fu molto apprezzata da Prisciano, che prestò molta attenzione anche al figlio di Apollonio Discolo, Erodiano, che per primo scrisse dichiaratamente di prosodia.
Nel periodo di scissione tra l’Impero Romano d’Occidente e d’Oriente, i lavori di questi filosofi furono continuati soprattutto nella parte orientale, mentre nella parte occidentale si tendeva solamente a studiarli.
Roma
Durante il III/II secolo a.C. Roma cominciò ad espandersi sui territori greci, fino alle zone dove vivevano gli Ebrei, anche se, mentre nella metà occidentale il latino era imposto come lingua amministrativa e del popolo, nella metà orientale il greco continuò a tenere la posizione di privilegio che aveva conquistato. Del resto anche i romani erano affascinati dalla cultura greca, e per questo tentarono di conservarla e studiarla, anche dopo lo scisma tra l’Impero Romano d’Occidente e l’Impero Romano d’Oriente. Le traduzioni furono numerose, le aggiunte invece meno frequenti: i romani tendevano ad applicare ciò che i greci avevano già detto alla loro lingua, aiutati anche dalla relativa somiglianza tra i due idiomi.
Varrone è il primo scrittore latino di linguistica di cui abbiamo attestazioni, ma della sua immensa opera (25 libri) ci sono rimasti solo alcuni volumi e pochi frammenti degli altri. Nel suo lavoro troviamo una lunga discussione sui pareri opposti di analogisti e anomalisti, dove intuiamo la sua propensione per le tesi stoiche, anche se giustamente arriva ad affermare che entrambe le teorie concorrono nella formazione del linguaggio.
Secondo Varrone la lingua nasce da alcune parole primarie che, con mutamenti fonetici o grafici successivi, formano altre parole, e così via, secondo un procedimento diacronico. Nelle sue opere si nota però una grave lacuna di storia linguistica, siccome sostiene che tutte le similitudini col greco sono avvenute per scambio diretto, ignorando l’esistenza di popolazioni indoeuropee originarie.
Nonostante questo ed altri piccoli errori, quali il non riconoscimento del diverso valore del perfetto nel greco e nel latino, Varrone può dirsi lo scrittore più originale (ed indipendente) dell’epoca, a cui va un altro grande merito, quello di aver riconosciuto come indipendente il caso ablativo, inesistente nel greco delle sue fonti.
Dobbiamo a Remmio Palemone il riconoscimento dell’interiezione ed ad un suo allievo, Quintiliano, l’isolamento dell’uso strumentale dell’ablativo (gladiō con la spada), anche se le sue teorie furono rifiutate da Prisciano.
Prisciano, un insegnante di latino a Costantinopoli, scrisse un’opera grammaticale immensa, quasi 1000 pagine attuali, atta a preparare i suoi discepoli allo studio cosciente della letteratura. Egli si occupò di fonetica e di morfologia (eliminando ogni divisione morfemica sotto la parola), ma commise qualche errore, abbastanza grossolano. Espose il sistema di otto classi di Dionisio Trace, omettendo ulteriori dettagli.