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Secondo quanto dice il principio di ineccepibilità delle leggi fonetiche, i confini linguistici dovrebbero essere

netti un determinato mutamento da una lingua madre deve trovarsi solo in una determinata zona,

mentre un altro mutamento sempre dalla stessa lingua madre deve trovarsi in un’altra determinata zona.

Dove troviamo il mutamento A non possiamo trovare il mutamento B e viceversa. Questo principio eprò

viene smentito proprio dallo studio degli atlanti linguistici! Ad esempio Wneker studia le varietà del basso

tedesco, parlato nelle pianure del nord, e l’alto-tedesco, parlato nelle colline del sud della germania. La

principale differenza tra le due lingue è la presenza nell’alto-tedesco della seconda rotazione consonantica:

modificano le occlusive sorde p, t e k nelle realizzazioni affricate o fricative a seconda della posizione. I

confini della seconda rotazione semantica non sono però netto, ma vengono a diventare via via meno netto

lungo il corso del Reno (ventaglio renano). La lingua quindi non emerge come un organismo omogeneo,

manca l’uniformità. Il distribuirsi articolato degli esiti della seconda generazione è dovuto al fatto che tra il

medioevo e l’età moderna quelle zone erano occupate da staterelli autonomi che permettevano o meno la

libertà di movimento. I confini linguistici riflettono infatti sì delle barriere naturali, ma molto più delle

barriere create dagli uomini stessi, barriere religiose, politiche e culturali. I confini linguistici sono costituiti

da più isoglosse che hanno lo stesso tracciato, e una isoglossa è invece una linea che unisce i punti estremi

ai quali arriva un dato fenomeno. Un confine è più marcato quanto maggiore è il numero delle isoglosse

che lo formano.

La geografia linguistica è possibile però solo con le lingue vive, nelle quali possiamo osservare se in un certo

periodo e in un dato punto, accanto alla forma standard, si trova anche una forma magari arcaica o più

recente. Tutto questo invece non è possibile con le lingue che non sono più parlate, nemmeno con quelle di

cui abbiamo moltissimi documenti scritti come il latino. Questo perché a noi è arrivata una lingua

standardizzata, che da l’impressione di essere una lingua liscia, senza eccezioni o irregolarità, una lingua di

cui non conosciamo le variabilità diatopiche e diastatiche, se non per rari casi ed in modo fortemente

frammentario i linguisti si rapportano all’oggetto di studio in modo diverso a seconda che si tratti di lingue

si

note solo attraverso corpora chiusi o di lingue vive e variabili parla quindi di linguistica storica e

linguistica romanza.

Ciò provoca anche dei diversi approcci ad uno stesso fenomeno linguistico, come ad esempio i fenomeno

delle occlusive sorde latine, che in toscano (e quindi in italiano) possono avere sia esiti sordi che esiti

sonori:

 P > it p/v : SCOPA >it scopa ma PAUPERU>povero

 T>it t/d: ACETU>it aceto ma STRATA>strada

 K>k/g: FOCU>fuoco ma SPICA>spiga

Soluzioni di stampo indoeuropeista sono quelle di Ascoli e Meyer-LubKe. Ascoli ritiene infatti che ala sonora

d sia da attribuire a un effetto sonorizzante della a accentata in penultima sillaba (vedi strada), mentre la

contrapposizione tra g/k è per lui dovuta ad un diverso punto di partenza fono-morfologico. Le parole che

mantengono la sorda si sarebbero formate da un nominativo latino sincopato, mentre le parole con la

sonora da un accusativo latino. Meyer-LubKe elabora invece la “teoria degli accenti”, secondo la quale le

occlusive rimangono sorde se si trovano dopo una vocale tonica in parola accentata sulla penultima sillaba,

ma diventano sonore se ricorrono prima della vocale tonica (sempre in parole con accento in penultima

sillaba) come PATELLA>padella e dopo la vocale tonica con accento in terzultima sillaba come

PICULA>pégola(pece liquida). A queste due spiegazioni però si oppone i fatto che non sono rari i casi in cui,

da una stessa base latina, in toscano/italiano abbiamo 2 parole con significato diverso (RIPA> riva e ripa,

STIPARE> stipare e stivare) o appartenenti a diversi registri linguistici (LACRIMA> lacrima e lagrima che è +

aulico), una con la sorda e una con la sonora. 9

Nel novecento quindi si affacciano due diverse spiegazioni: quella di Merlo e quella di Rohlfs. Il primo vede

come toscano l’esito sonoro e giustifica la presenza di parole con la sorda con una pressione colta

esercitata dalla chiesa, dai notai ecc… Rohlfs vede invece come prettamente toscana la forma sorda e

motiva la presenza di occlusive sorde con l’influsso esercitato sul toscano dalle lingue dell’italia

settentrionale (lingue galloitaliche) , del francese e del provenzale (lingue gallorimanze). In queste lingue

infatti le occlusive sorde subiscono un processo di sonorizzazione per poi arrivare a fricative e poi

addirittura ad un grado zero. Molte solo e prove a favore di quest’ultima teoria. Infatti sappiamo che nella

morfologia italiana raramente si assiste alla sonorizzazione di occlusive originariamente sorde. inoltre per

altri esiti consonantici si riscontra l’influsso dell’esito galloitalico sull’esito indigeno (vedi BASIU> it bacio).

Per non parlare del fatto che tra Duecento e Trecento l’influsso esercitato dalle lingue galloitaliche e

galloromanze è notevole e fuori discussione. Ma se diamo come buona questa tesi, come possiamo

spiegare questi influssi? Si potrebbe pensare che ogni parola con esito sonoro debba essere un prestito

settentrionale o galloromanzo ma non è sempre così! ad esempio il lucchese pogo (da PAUCU) non può

essere un prestito perché in queste lingue l’occlusiva sorda velare c non si sonorizza! Si può quindi

ipotizzare che l’influsso galloitalico e galloromanzo sia cominciato con un numero poco elevato di prestiti in

cui si ha l’esito sonoro. Poi con l’aumentare di questi prestiti si sarebbe innescata una vera regola di

sonorizzazione che ha portato a sonorizzare qualunque occlusiva sorda toscana, nell’intendo di imitare

foneticamente una lingua che godeva, allora, di moltissimo prestigio! Quindi pogo non sarebbe un prestito

ma avrebbe subito una sonorizzazione su stampo settentrionale ma che va contro quelle stesse regole

fonetiche settentrionali che non sonorizzano la c. si tratta quindi di due leggi, una di conservazione e una di

innovazione in senso sonorizzante, che però non sono complementari! A differenza delle leggi di Grimm e

di Verner, queste due leggi funzionano indipendentemente l’una dall’altra.

LA LINGUISTICA SPAZIALE: linguistica inaugurata da Matteo Bartoli, che formula 4 norme che permettono di

stabilire in linea di massima la forma più antica tra due o più forme concorrenti. Solitamente è la più antica:

a) La forma conservata nell’area meno esposta alle comunicazioni (area isolata) se infatti le novità

linguistiche seguono le grandi vie di comunicazione, è ovvio che nelle arre che ne sono tagliate

fuori si trovi la forma più arcaica 

b) La forma conservata nelle aree laterali, periferiche se in due aree periferiche che non

comunicano tra loro troviamo una stessa varietà, diversa da quella parlata nell’area centrale, è

ovvio che la varietà delle aree laterali sia la più antica perché le novità solitamente si muovono dal

centro verso la periferia

c) La forma conservata nell’area maggiore 

d) La forma conservata nell’area seriore, l’area in cui una varietà linguistica è arrivata più tardi ad

esempio se un gruppo di persone abbandona la madrepatria e si stanzia in un’area, questa sarà

detta area seriore. È ovvio che i mutamenti linguistici che avvengono nella madrepatria

raggiungeranno tardi, o mai, l’area seriore. Ne è una conferma il napoletano. Recentemente infatti

si attesta la sostituzione del verbo avere con il verbo tenere, quando avere non è ausiliare (ho

fame/tengo fame). Questa sostituzione non si ha nel napoletano parlato in America, in seguito alle

emigrazioni avvenute tra Ottocento e Novecento. I prestiti quindi che da un sistema x arrivano ad

un sistema y, mantengono le caratteristiche del sistema x anche quando nello stesso sistema x

sono state superate.

Non bisogna però scordare che si tratta di norme, di principi solitamente validi, non di leggi ineccepibili. La

Sardegna ad esempio, se da una parte esemplifica la norma a in quanto si ritrovano nel sardo molte

caratteristiche del latino, allo stesso tempo è una contraddizione della norma b. In Sardegna è proprio 10

l’area centrale ad essere quella più conservativa perchè le novità venivano dai grandi porti del nord e del

sud dell’isola.

SOCIOLINGUISTICA: William Labov è il fondatore di questa branca della linguistica, che si occupa di studiare

l’interazione fra usi linguistici e profilo sociologico dei parlanti. I parlanti infatti possono essere ripartiti in

fasce a seconda dell’età, di un’identità, del sesso o di uno status sociale.Si occupa quindi dello studio delle

varietà diastratiche della lingua!

CAPITOLO 6: GLI INDOEUROPEI

Se in determinato momento storico supponiamo sia esistita la lingua i.e., possiamo quindi ipotizzare che

siano anche esistiti gli indoeuropei. Ma noi possiamo sapere qualcosa sulla loro cultura, su dove vivevano,

sull’origine della loro diaspora? Si tratta, inutile dirlo, di un campo privo di testimonianze dirette, ma

possiamo ricavare qualche informazione sulla cultura degli indoeuropei dall’analisi della lingua stessa.

Infatti analizzando, ad esempio, la lingua delle tribù amazzoniche possiamo dedurre che vivano in un

ambiente dominato dalla vegetazione dal momento che hanno più di 12 vocaboli per indicare le tonalità di

verde. Allo stesso modo il groenlandese ha molti vocaboli per indicare i vari tipi di neve. Ci sono però casi in

cui, senza conoscere la storia di una determinata popolazione, non possiamo comprendere dei fenomeni

che desumiamo dalla lingua. Ne è un esempio la doppia denominazione, che si ha in inglese, dell’animale

da macello e dell’animale vivo. Si può notare che i termini relativi all’animale da macello sono di origine

francese ma non possiamo spiegare, solo attraverso lo studio della lingua, io perché. Questo è dovuto alla

conquista, nel 1066, dell’inghilterra da parte dei normanni francofoni. Moltissime parole francese sono

entrate nel lessico inglese. Alcuni prestiti hanno identificato nuovi concetti, altre invece si sono affiancate a

termini preesistenti. In questo caso possono avvenire tre cose: o il prestito rimpiazza la parola indigena, o la

parola indigena riesce ad averla vinta sul prestito o si assiste ad una polarizzazione lessicale le due

parole si dividono i campi semantici. Lo stesso è avvenuto con drink e bevanda. Il prestito inglese è andato

ad identificare una bibita alcolica, mentre la parola bevanda indica qualcosa di non alcolico.

In base a studi linguistici possiamo dire che in molte lingue i.e. si la parola faggio è riconducibile all’i.e.

*bha(w)g. ne sono le prosecuzioni il latino fagus (faggio), il germanico comune *bokaz , il dorico fagos

(quercia), il russo buzinà (sambuco). Non sappiamo però quale fosse il significato in i.e., se faggio, sambuco

o quercia? In passato si è ipotizzato, per motivi quantitativi, che il significato fosse faggio. Questo ha poi

portato ad ulteriori supposizioni. I faggi infatti vivono in un’area nord-europea e quindi si è pensato che gli

indoeuropei fossero originari di questa zona, la Prussia orientale. In realtà però non siamo sicuri che il

significato in i.e. fosse faggio! È infatti cosa comune, per i nomi di piante, che un significante si associato ad

un altro significato, diverso da quello originario, per somiglianze. Dal momento che sia la quercia che il

faggio sono alberi di notevoli dimensioni, è possibile che in i.e. significasse faggio e che si sia poi stato uno

slittamento d significato, ma il sambuco non è un albero robusto, è un semplice arbusto! Si potrebbe

quindi ipotizzare che ci sia stato uno slittamento motivato non dalle somiglianze dovute alle dimensioni, ma

ad un’altra qualità. Sappiamo ad esempio che sia la quercia che il faggio che il sambuco producevano dei

frutti che venivano mangiati dagli i.e. in questo caso quindi il significato primitivo i.e. potrebbe essere

stato quello della pianta il cui frutto è stato mangiato per primo.

Altre informazioni, decisamente più certe, le ricaviamo dalle parole che designano il bue e l’ovino, che nelle

lingue i.e. hanno la stessa base (vedi appunti per gli esempi!) questo ci fa supporre che fosse un popolo di

allevatori e vi si arriva non solo con il metodo lessicali stico (cioè comparando singoli lessemi) ma anche

attraverso il metodo testuale, cioè attraverso la comparazione dei contenuti semantici che troviamo nei

testi delle varie lingue i.e. 11

Possiamo dire che si tratta di una società di allevatori anche dalla metafora tra toro/uomo vacca/donna

vitella/ragazza che troviamo non sono nei testi vedici e nella letteratura irlandese antica (L’esilio dei figli di

Uisliu), ma anche nella letteratura greca di Eschilo e Pindaro! Questi due scrittori greci fanno infatti dei

riferimenti ai tori e alle vacche che non potrebbero essere compresi se non si conoscesse questa metafora

grazie ai testi più antichi.

Considerazioni linguistiche possono anche aiutarci a farci un’idea della geografia degli indoeuropei.

Vediamo ad esempio che la parola mare nelle lingue i.e. non ha un accordo di fondo. La forma più diffusa, e

di origine i.e. è quella del latino mare, russo mòre, got marei, irl muir ma il significato della forma i.e. *mar-

*mor non è mare, am piuttosto acquitrino, palude (vedi lituano marios laguna, ing moor palude) il

significato di mare sembra quindi essere nato da un ampliamento semantico che ci fa ipotizzare che gli

indoeuropei non conoscessero il mare. Inoltre sono sicuramente di origine non indoeuropea forme come

l’inglese sea, il greco ponthos, il tedesco see. A prova del fatto che probabilmente gli indoeuropei non

vivessero in Europa, continente a forte vocazione marittima, abbiamo anche il fatto che molti nomi di

piante di origine mediterranea hanno origine non i.e.. Il latino rosa e il greco ròdon hanno certamente

qualcosa in comune ma vanno contro le corrispondenze fonologiche riscontrate tra greco e latino di stampo

i.e. che prevedono che l’i.e. *d viene continuata sia in greco che in latino, mentre la *s i.e. intervocalica in

greco diventa un grado zero mentre in latino diventa r.

Ovviamente l’equivoco è sempre dietro l’angolo e non bisogna pensare sempre, in qualsiasi caso, che

siccome non esiste una determinata parola allora non dovevano conoscere il suo referente. Infatti il fatto

che non ci siano terminologie funerarie comuni a parte delle lingue i.e. ha fatto pensare che gli i.e. siano

esistiti prima ancora del culto dei defunti, quindi prima del 100.000 a.C. l’assenza di tali parole però può

essere spiegata come una forma di tabu linguistico!!!

Si può quindi dedurre, dagli studi linguistici, che gli indoeuropei sono entrati in contatto con altre

popolazioni nel corso della loro espansione in europa, popolazioni che parlavano lingue proprie le cui tracce

si trovano ancora oggi in molte parole che non sono i.e. da una valutazione linguistica possiamo affermare

che se gli indoeuropei erano un popolo nomade, patriarcale, con un re e che credevano in divinità celesti, le

popolazioni del continente europei erano invece sedentarie, forse matriarcali, praticavano una religione di

tipo ctonio ed erano dedite all’agricoltura. È proprio da queste popolazioni che risalgono parole relative al

comfort domestico come λαβιρινθος, che prima di “labirinto” indicava gli antichi palazzi micenei,gr κίστη

lat cista > it cesta, lat catinus >it pentola ecc… questa terminologia non i.e. non si trova solo nel

Mediterraneo ma arriva anche alle lingue semitiche. In sanscrito troviamo ad esempio kathina, pentola di

coccio. Inoltre queste connessioni tra Europa, Asia Minore e subcontinente indiano non si limitano alle

parole del comfort domestico ma riguardano anche la mitologia. Ad esempio l’eroe Bellerofonte (che

uccide la chimera, drago che personifica l’inverno) permbra risalire allo stesso modulo mitologico pre i.e.

cui appartiene l’eroe indiano Vrtra-hàn, uccisore di Vrtra si tratta dell’epiteteo di Indra, l’uccisore di un

demone invernale. Si tratterebbe quindi di due adattamenti di una stessa base pre i.e. con il significato di

demone di gelo. Quando si parla di sostrato indomediterraneo ci si riferisce quindi a queste lingue pre i.e.

parlate nel mediterraneo, nel Medio Oriente e nel subcontinente indiano che poi hanno subito l’arrivo degli

indoeuropei. Ma come è possibile che una popolazione nomade, culturalmente inferiore, abbia prevalso su

queste popolazioni sedentarie linguisticamente e culturalmente superiori? Probabilmente un fattore che ha

giocato a favore degli indoeuropei è stata la domesticazione del cavallo, che ha comportato una maggiore

velocità e notevoli utilizzi nelle tattiche belliche, come l’uso dei carri da guerra. La centralità del cavallo,

nella vita degli indoeuropei, è fortemente indiziata dal fatto che il nome i.e. del cavallo, ricostruibile in *

w

ek os continua nella maggior parte delle lingue i.e. toc A yuk, toc B yakwe, sscr asva, gr ιππός, li tasva, lat

equus. 12

Ma quando sono arrivati gli indoeuropei in Europa?nella più restrittiva delle ipotesi il momento della

frammentazione dell’indoeuropeo e della diaspora non può essere posteriore al III millennio a.C., mentre se

si vuole anche una data non possiamo far altro che basarci sugli avvenimenti documentati dall’archeologia.

Infatti ultimamente ad occuparsi della datazione indoeuropea sono stati gli archeologi!

 Maria Gimbutas: suggerisce di collegare gli indoeuropei alla cultura kurgàn fiorita dal VI-V millennio

a.C e collocata a nord del Mar Caspio e del Mar nero. Fra il V e il III millennio si sarebbero poi

spostati in Europa e un Asia sud- occidentale ad ondate.

 Colin Renfrew: identifica gli indoeuropei con gli agricoltori del neolitico che dalla regione anatolica

(attuale Turchia) si sarebbero spostati verso l’Europa dall’VIII millennio a.C.

 Mario Alinei: elabora la Teoria della Continuità, secondo la quale gli indoeuropei dovrebbero essere

identificati con i primi rappresentati dell’homo sapiens arrivati in Europa. Quindi secondo lui questo

continente sarebbe indoeuropeo ab initio.

CAPITOLO 7: L’EUROPA LINGUISTICA

La situazione linguistica europea affonda le sue radici nell’impero romano e nei sommovimenti dell’alto

medioevo. In particolare non si può prescindere dal parlare della divisione dell’impero romano ufficializzata

nel 395, che ha dato l’avvio ad un profondo dualismo economico, linguistico e religioso. A Occidente 8crolla

nel 476d.C.) troviamo i cattolici, che parlano latino e che scrivono con alfabeto latino, ad Oriente (crolla nel

1453) troviamo gli ortodossi, la lingua di corte è il greco e l’alfabeto usato è quello greco e cirillico.

Molto importante per capire il sistema linguistico attuale è la moderna concezione di vedere lo stato

caratterizzato dal monolinguismo. Questo ovviamente non è un dato naturale, l’uomo non è naturalmente

portato ad essere monolingua, ma è una conseguenza politica. la lingua infatti dal basso medioevo in poi

viene vista come collante nazionale e quest’uso politico della lingua si vede bene durante il romanticismo,

quando su identificano la lingua, la nazione e la patria in modo ideale. Ma bisogna capire che non è stato

sempre così. in antichità ad esempio molti grandi imperi, primi fra tutti quello romano e quello bizantino,

erano plurilingui. L’impero austroungarico ad esempio aveva una componente germanica per

l’amministrazione e l’esercito, mentre si utilizzava l’italiano nella marina, poiché la marina austriaca altro

non era che l’erede di quella veneziana (Venezia viene annessa ai territori dell’Austria Ungheria nel 1815).

La maggior parte delle lingue europee appartengono alla macrofamiglia indoeuropea e possono essere

raggruppate in:

 Tre grandi sottofamiglie: lingue romanze, lingue germaniche e lingue slave

 Tre piccole sottofamiglie: lingue celtiche, lingue baltiche e lingue zingariche

 Due lingue isolate: neogreco e albanese. (Isolate perchè non hanno lingue sorelle)

LINGUE ROMANZE: di queste lingue conosciamo l’antecedente diretto, il latino. Si tratta di lingue centum e

sono suddivise in:

o Lingue ibero-romanze: portoghese, castigliano (spagnolo), galiziano e catalano

o Lingue galloromanze: francese, provenzale, guascone, franco-provenzale ( riconosciuta come lingua

solo dai linguisti)

o Italiano e corso

o Sardo

o 3 tronconi superstiti del reto-romanzo: romanicio svizzero, ladino (parlato nelle valli del massiccio

del Sella, fra Alto Adige e Veneto), friulano

o Lingue balcano-romanzo: Rumeno e dalmatico, estinto nel 1898 con la morte dell’ultimo parlante,

Antonio Udina 13

Il territorio in cui sono parlate le lingue romanze è detto Romània ed è diviso in Romania occidentale ed

orientale da una linea (isoglossa) chiamata La Spezia-Rimini.l’italia è quindi divisa. Ad occidente abbiamo i

dialetti del nord, mentre ad oriente i dialetti del centro e del sud. Caratteristica tipica della romania

occidentale e la conservazione della s latina in finale di parola. Questo si nota sia nel sistema verbale (Ad

esempio in spagnolo abbiamo la s nella 2 ps e nella 1-2 pp llegas/llegamos/llegais tu arrivi, noi arriviamo

voi arrivate)che nel sistema nominale (los amigos). Caratteristica invece delle lingue della romania

orientale è la conservazione delle occlusive sorde intervocaliche latine, che invece nelle lingue della

romania orientale tendono ad indebolirsi diventando o sonore, o fricative o addirittura cadono. Lat RUOTA

>it ruota >sp rueda(sonorizzazione) >fr roue (l’occlusiva è caduta). Lat VITA > it vita >sp vida > fr vie. In

questo caso il sardo, che ha sia caratteristiche orientali che occidentali (si trova infatti in posizione

intermedia), a volte sonorizza le occlusive in posizione intervocalica, altre volte invece le conserva, come

fanno le lingue orientali.

Alla Romania (occidentale e orientale) dobbiamo poi aggiungere la Romania nuova e la Romania

sommersa. La Romania nuova sono tutti quei territori extraeuropei dove sono state portate o dove

vengono nativamente parlate le lingue romanze. Ne sono un esempio il Cile, l’argentina, la Colombia, il

Messico dove si parla spagnolo, il Brasile dove si parla portoghese, l’Africa Occidentale e il Quebec dove si

parla francese. La romania sommersa è invece costituita da tutte quelle aree, all’interno dei confini

dell’impero romani, dove un tempo si parlavano le lingue romanze. Queste sono state poi sopraffatte dal

sopraggiungere di altre lingue. Ne sono un esempio le valli della Mosella e della Saar in Germania, le zone

della svizzera meridionale, il Tirolo, l’Alto Adige dove diverse varietà di lingue romanze sono state

soppiantate dal tedesco. Per determinare la romania sommersa sono importanti le testimonianze dirette, i

prestiti passati dalle lingue romanze alle lingue sopravvenute e infine la toponomastica.

LINGUE GERMANICHE: si tratta di lingue centum derivate dal germanico comune, di cui noi però non

abbiamo documentazione.

o Lingue germaniche settentrionali: danese, svedese, norvegese, islandese e feringio, varietà parlata

alle isole Faer Oer)

o Lingue germaniche occidentali: tedesco (alto- tedesco e basso -tedesco), frisone (parlato lungo le

coste del mar del nord e sulla catena di isole fra Germania e Olanda), olandese, fiammingo (lingua

ufficiale del belgio insieme al francese), inglese e yiddish, varietà di alto-tedesco adotata dagli ebrei

in fuga a partire dall’alto medioevo. In europa, in seguito alle vicende del Novecento, non sono

molti i parlanti, mentre ce ne sono abbastanza negli Stati Uniti.

o Lingue germaniche orientali: non ne sopravvive nessuna. La più importante è il gotico.

Tutte le lingue germaniche sono caratterizzate dalla prima rotazione consonantica (legge di Grimm). È

specifica invece solo dell’alto-tedesco, e quindi del tedesco che ne deriva, è la seconda rotazione

consonantica. In Italia il tedesco è lingua ufficiale in Alto Adige, ma si parlano dialetti alto-tedeschi anche

sulle Prealpi e nelle valli che fanno capo al monte Rosa.

LINGUE SLAVE sono lingue satem, derivate dallo slavo comune, non documentato.

o Lingue slave occidentali: sono caratterizzate dall’alfabeto latino. Polacco, ceco, slovacco e sòrabo

superiore e inferiore

o Lingue slave orientali: alfabeto cirillco. Russo, bielorusso e ucraino

o Lingue slave meridionali: sloveno e croato ad alfabeto latino, serbo, macedone e bulgaro ad

alfabeto cirillico. 14

Ad eccezione del polacco, le lingue slave sono caratterizzate da poche differenze. Ad esempio in passato il

ceco e lo slovacco erano accumunate sotto l’etichetta di cecoslovacco e lo stesso valeva per il serbocroato.

Le distinzioni sono più di tipo politiche che di tipo linguistico. Tra le lingue slave il più importante è il

bulgaro. Non solo perché è la lingua slava di più antica documentazione, ma anche perché per lungo tempo

è rimasta la sola lingua letteraria. Il primo testo scritto in bulgaro risale al IX secolo e si tratta della

traduzione della Bibbia e della liturgia greca fatta dai monaci Cirillo e Metodio (San Cirillo da poi il nome

all’alfabeto, sebbene si tratti di un alfabeto di base greca erroneamente attribuito al santo).

LE LINGUE CELTICHE: Si tratta di lingue centum che derivano dal celtico comune, non documentato. Un

tempo erano parlate in un territorio molto vasto ( dalla turchia alla penisola iberica). Bisogna però

distinguere tra celtico continentale e celtico insulare. Il primo comprendeva le varietà parlate nella piensola

iberica, nell’Italia settentrionale e nella Gallia. Il celtico continentale si è estinto tra il V e il VI secolo, mentre

sussiste il celtico insulare, che si divide in:

o Lingue gaeliche: irlandese, mancio (parlato nell’isola di Man) e scozzese (portato da migrazioni

irlandesi medievali verso la Scozia)

o Lingue britanniche: gallese, cornico (parlato in Cornovaglia fino alla metà del 700) e bretone.

(Parlato sì in un territorio continentale ma portato dalla Gran Bretagna)

LE LINGUE BALTICHE: sono lingue satem e derivano dal baltico comune, non documentato. Comprendono il

lituano, il lettone e l’antico prussiano, estinto nel 700. Lo conosciamo grazie a due testi: il Vocabolario di

Granau e il Vocabolario di Elbing.

LE LINGUE ZINGARE: sono lingue parlate dai rom. Si tratta di una famiglia di tipo indoario. In europa è una

lingua di importazione, proveniente dall’India. Da qui gli zingari si sono mossi circa dopo l’anno mille. Sono

popolazioni nomadi caratterizzate dalla lavorazione dei metalli. La lingua è frazionata ed è priva di

standardizzazione.

LE LINGUE ISOLATE:

o L’albanese si suddivide in ghego a nord e tosco a sud. È la lingua ufficiale dell’Albania ma è parlato

anche nella penisola balcanica e nel sud italia, dove gli albanesi sono arrivati tra 400 e 500. È una

lingua satem

o Ad eccezione dello zaconico che sembra derivare dal dorico del Peloponneso, il neogreco deriva

dalla lingua comune (koinè) parlata a partire da Ale magno. La storia del neogreco è molto

tormentata. Infatti nell’impero bizantino, dove gli ufficiali imperiali parlavano un greco standars, si

vengono a formare delle varietà di greco parlate che però. Si distingue quindi tra uan lingua pura,

artificialmente conservata, da una lingua popolare che viene dichiarata lingua ufficiale solo nel

1976, dopo la caduta della dittatura fascista dei colonnelli.

L’Europa linguistica all’inizio dell’era cristiana:

In europa, prima dell’era cristiana, la situazione linguistica era molto diversa da quella attuale. Il mondo

civilizzato era costituito dall’impero romano, che aveva il mediterraneo (mare nostrum) come baricentro. Si

trattava però di un impero multietnico e multilingue. La lingua ufficiale era il latino ad occidente e il greco

ad oriente. Inoltre venivano parlate moltissime altre lingue come il punico, l’egiziano, il celtico, il trece,

l’illirico. In italia, al centro-sud, si parlavano le lingue italiche (l’osco, l’umbro sono le maggiormente

documentate)che si pensa siano derivate da una lingua madre detta italico. Nell’italia nord-orientale veniva

invece parlato il venetico, il massapico. In sicilia si parlava il greco mentre in sardegna ed in corsica

venivano parlate lingue non i.e.. inoltre nel Lazio e in Toscana sopravviveva ancora l’etrusco. 15


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DETTAGLI
Esame: Glottologia
Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alice.betti.54 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università per Stranieri di Siena - Unistrasi o del prof Benedetti Maria.

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