Glottologia: La parentela linguistica
Criterio genealogico
Il criterio genealogico, della parentela fra lingue, è stato spesso criticato ma continua ad essere utilizzato per la sua praticità. L'idea che sta sotto a questo criterio è che le lingue possano essere raggruppate in lingue-madri e lingue-figlie fino a risalire ad una lingua capostipite madre di tutte le lingue.
Se ci concentriamo sulle lingue-figlie indoeuropee di ultima generazione, queste sono le lingue neolatine o romanze (perché continuano il latino) e si tratta del portoghese, del catalano, dello spagnolo, del francese, del provenzale, del rumeno, dell'italiano. Sono invece lingue germaniche di ultima generazione l'inglese, il tedesco, l'olandese, il danese, ecc.
La cosa che differenzia le lingue indoeuropee dalle lingue germaniche, slave, celtiche o baltiche è che nel primo caso noi conosciamo la lingua madre, il latino. Negli altri casi invece non abbiamo conoscenze dirette di quelle lingue non attestate che vengono chiamate germanico comune, slavo comune, celtico comune e baltico comune. Ovviamente non tutte le lingue-madri, attestate o non attestate che siano, devono essere collocate sullo stesso piano generazionale.
Ad esempio, gli studiosi credono che lo slavo comune e il baltico comune siano lingue-figlie di una lingua balto-slava, anch'essa non attestata. Ma ora andiamo ad osservare le lingue figlie, in particolar modo l'italiano e il francese. Subito possiamo vedere delle somiglianze. Tra queste due lingue la somiglianza è maggiore a livello grafico rispetto a quello fonico. Questo però non deve stupirci perché l'attuale grafia francese è più vecchia rispetto alla pronuncia, molto più evoluta.
Somiglianze tra francese e italiano
La somiglianza tra il francese e l'italiano è data dal lessico comune, o lessico condiviso, cioè quella percentuale di voci che danno l'idea di una corrispondenza e che portano quindi gli studiosi ad indagare su effettive parentele. Se non ci fossero queste corrispondenze, raramente gli studiosi analizzerebbero le somiglianze delle due lingue. Questa corrispondenza non è casuale, ma sistematica.
Vediamo ad esempio che it cantare fr chanter mentre it collezione fr collection. Vediamo quindi che in italiano la /k/, cioè l'occlusiva sorda, si trova sia davanti a "a" sia davanti a "o". In francese non è così. Le cose non cambiano davanti a "o" (abbiamo k+o/ou) mentre davanti a "a" la k diventa /ʃ/ (graficamente ch). Questo però non è qualcosa di casuale, ma un cambiamento sistematico e costante e la sistematicità si spiega ipotizzando che le lingue abbiano avuto uno stesso punto di partenza dal quale poi una delle due si è allontanata modificandosi sistematicamente.
Corrispondenze fonetiche tra italiano e francese
Una volta stabilito che il fonema /ʃ/ deriva da k+a, siamo portati a crederlo in tutte le circostanze in cui lo troviamo. Ad esempio, la parola fr cheval diventa chAval o fr bouche diventa boucha bouca. Possiamo quindi dire che in francese dopo il passaggio da /k+a/ a /ʃ+a/, la "a" si è affievolita in [ə] quando:
- Non è accentata
- Si trova in sillaba aperta (che termina per vocale, es. cheval)
- Si trova a fine parola (vedi bouche)
Consideriamo poi la corrispondenza fr marché - it mercato. Come mai la "a" tonica dell'italiano in francese è divenuta una 'e accentata? Vediamo infatti dal confronto tra le due lingue che la "a" tonica italiana a volte diviene una 'a, altre una 'e. In francese abbiamo "a" se nei corrispettivi italiani la "a" accentata è in sillaba chiusa, mentre abbiamo "e" se si trova in sillaba aperta (fr champ - it cam.po / fr mer - it ma.re). Quindi vediamo che l'esito francese dipende dalla struttura sillabica italiana.
Questo non perché l'italiano condiziona il francese, ma perché il francese ha conosciuto in passato una struttura sillabica simile se non uguale a quelle che si ha tutt'oggi in italiano. Sempre guardando questa corrispondenza, possiamo però notare che alla "t" intervocalica italiana, in francese corrisponde un grado zero. Quindi dove in italiano abbiamo la [t] il francese non mostra alcuna articolazione consonantica (vedi it marito fr mari, vita - vie).
Anche in questo caso siamo davanti ad una corrispondenza che si ritrova in molti casi ed è verosimile che a monte ci sia una medesima sequenza, successivamente evolutasi in modo diverso nelle due lingue. Questa sequenza è –ATU (lat MERCATU), uguale quindi al participio passato di prima coniugazione. Infatti vediamo che i participi in –ato italiano corrispondono ai participi in –é francese (cantato - chanté, portato - porté).
Da questa corrispondenza, analizzando sempre le forme del participio passato, possiamo stabilire altre equazioni! Ad esempio, la vocale alta anteriore arrotondata francese /y/ (graficamente u) corrisponde all'italiano –uto (voulu - voluto, battu - battuto), mentre la –i francese corrisponde all'italiano –ito (dormi - dormito).
Ci sono poi delle particolarità, dei verbi che in francese selezionano un tipo di participio e in italiano ne vogliono un altro, come lu - letto. In questi casi si deve postulare una medesima forma di partenza che si è diversamente evoluta nelle due lingue. Abbiamo quindi visto che due o più lingue legate da un certo numero di corrispondenze semantiche costanti appartengono alla stessa famiglia lessicale.
Morfologia e parentela linguistica
Una conferma ulteriore a questo legame familiare viene dalla morfologia, cioè dall'analisi linguistica che studia le forme. Questo perché i morfemi, in particolar modo quelli flessivi, sono fra gli elementi meno soggetti al cambiamento. Se infatti il lessico di una lingua può mutare in seguito a fattori extralinguistici, questo non avviene per gli elementi morfologici che non rinviano ad alcuna entità extralinguistica. I morfemi infatti hanno ragion d'essere nella relazione con altri morfemi.
Il morfema a f.s riceve giustificazione dal suo relazionarsi con il morfema o m.s o con il morfema e f.pl. Si tratta quindi di relazioni stabili. Inoltre questi morfemi flessivi non si trasmettono o lo fanno solo in casi eccezionali, come il neogreco παρλάρει (egli chiacchera) che viene dal veneziano parlar. Il morfema –ar non è stato riconosciuto come morfema ma è stato preso assieme alla radice della parola. Quindi in greco, "parlar" è il lessema e "i" è il morfema greco di 3 persona sing presente indicativo.
Questa stabilità dei morfemi fa sì che bastino le concordanze morfologiche a indiziare la comune origine di due o più lingue. Ad esempio le corrispondenze morfologiche tra il russo e il latino jest-est/ sut-sunt potrebbero bastare a suggerire l'idea di una parentela tra queste due lingue. Anche nel caso dell'italiano e del francese, le corrispondenze non riguardano solo il lessico ma anche la morfologia e questa è la prova del fatto che sono effettivamente due lingue che discendono da una stessa lingua-madre.
Quando si parla di parentela tra lingue figlie di una stessa lingua madre, stiamo parlando di parentela orizzontale, mentre si tratta di parentela verticale quella tra lingua madre e lingua figlia. Anche per quanto riguarda la parentela verticale, le condizioni necessarie per un rapporto di questo tipo sono il lessico condiviso, una morfologia condivisa e la sistematicità di corrispondenze fonetico-fonologiche.
Analisi dell'italiano e del latino
Analizziamo l'italiano e il latino. Abbiamo già detto che la sola aria linguistica, le sole somiglianze non bastano ma servono delle corrispondenze sistematiche. Quindi se prendiamo ad esempio la somiglianza tra PLANTA e pianta, dovremmo dire implicitamente che al nesso latino PL corrisponde l'italiano pi (dove la i a livello fonetico è j intervocalica). Questo è vero e si vede in altre parole come PLUMA piuma, PLENU pieno, PLUS più.
Analogamente possiamo dire che maggio derivi da MAIU e questo implica che tutte le volte che in latino abbiamo j in posizione intervocalica, in italiano si ha una aggricata palatale sonora geminata gg si vede in peggio PEIUS. È quindi un lavoro lungo e di pazienza, ma necessario se vogliamo superare la fase di semplice impressione. Se infatti ci si basasse solo sulla somiglianza, senza compiere un lavoro di ricerca delle corrispondenze sistematiche, potremmo infatti pensare che la parola italiana pioggia (con [ɔ] tonica aperta), derivi dal latino PLŪVIA.
In realtà non è così! Sappiamo infatti grazie allo studio su altre parole che:
- Dalla Ū accentata latina dovremmo aspettarci una 'o (ɔ) come vɔlpe, crɔce e non una [ɔ] tonica aperta.
- Dal lat VJ con i in iato, cioè seguita da altra vocale, dovremmo aspettarci invece -bbi come in gabbiano (dal lat GAVIA).
Quindi da PLUVIA dovremmo aspettarci in italiano piɔbbia. Quindi l'italiano pioggia dovrebbe derivare da una forma non attestata PLOJA, una forma popolare dell'uso quotidiano. Un altro problema è posto da parole come PATER e MATER, in it. Padre e madre. Da questa somiglianza saremmo portati a pensare che al nesso tr latina corrisponda un dr italiano.
In realtà però vediamo che in ci sono anche altre somiglianze VITA-vita, PETRA-pietra dove al latino tr corrisponde in italiano tr. A questo problema possiamo dare una possibile soluzione grazie alla morfologia flessiva. Infatti vediamo che la –t- intervocalica delle desinenze del participio passato latino ATU ITU UTO si mantiene nelle desinenze dell'italiano e quindi l'ipotesi più verosimile è che l'occlusiva sorda intervocalica latina sia continuata in italiano dalla stessa occlusiva sorda e che l'esito sonoro sia spiegabile in altro modo.
La stratificazione del lessico
Il lessico di una lingua è costituito da 4 strati:
- Lo strato ereditario: lessico che ogni lingua riceve dal suo immediato antecedente, la lingua madre. Il lessico tende però facilmente a rinnovarsi, sebbene ci siano dei settori dove il rinnovamento è minore. Ad esempio i numerali, la terminologia parentale o i nomi delle parti del corpo. Questo strato svolge il ruolo fondamentale di fornire la morfologia flessiva a tutto il resto del lessico.
- Lo strato dei prestiti: voci che una lingua assume dalle lingue con le quali è più in contatto. Il maggior numero dei prestiti avviene quando una delle due lingue è considerata di maggior prestigio. In tal caso la lingua di minor prestigio si apre ad un flusso a senso unico di prestiti. Se questo flusso si mantiene nel tempo, è possibile che i prestiti si rifiutino di seguire la morfologia della lingua di minor prestigio, che con il tempo diviene una varietà della lingua di maggior prestigio. Questa cosa è avvenuta ed avviene tutt'ora tra i dialetti e l'italiano.
- Esempio di questo fatto si ha a Malta, dove viene parlata una varietà di arabo con un alfabeto latino. Malta è entrata in contatto sia con il siciliano sia con l'italiano (parlato dai cavalieri che arrivano sull'isola nel 1530). Di conseguenza a questi influssi, il maltese attuale ha un lessico in gran parte di origine siciliana o italiana. Inoltre non segue la morfologia di tipo semitico ma una morfologia di tipo sicilianizzante/italianizzante. Tra i prestiti dobbiamo anche considerare tutte quelle parole che vengono prese dal serbatoio lessicale del greco e del latino. Il latino quindi svolge nei confronti delle lingue romanze un duplice ruolo: fornisce lo strato ereditario e anche i cultismi, che si caratterizzano per delle differenze minime o nulle rispetto alla forma latina (mentre le forme ereditate si differenziano molto! Vedi PLEBE, che ha dato per trafila ereditaria PIEVE e per prestito o trafila dotta PLEBE).
- Lo strato delle onomatopeiche e fonosimboliche: formazioni che tentano di riprodurre più o meno fedelmente dei suoni o cercano di suggerire l'idea di quello che si vuole indicare (zigzag). In queste parole l'arbitrarietà tra significante e significato è ridotta al minimo, anche se comunque un certo grado di arbitrarietà esiste comunque!
- Lo strato delle neoformazioni: parole che si creano per mezzo di regole sincronicamente produttive, che il parlante riconosce come regole d'uso normale in un momento isolabile a piacere lungo l'arco diacronico di una lingua. Ad esempio è una regola produttiva dell'italiano dell'inizio del III millennio la formazione del femminile a mezzo del suffisso –éssa. La formazione del femminile a mezzo del suffisso –ina era invece già sentita come uscita dall'uso già in epoca latina. Ad oggi invece è una regola la formazione del femminile per mezzo dell'uso ambigenere del maschile.
Capitolo 2: Il mutamento
Alcuni studiosi hanno affermato che di per sé le lingue non tendono a mutare, bensì a rimanere stabili nel tempo. È infatti, secondo questa ipotesi, il contatto con altre lingue che causa i cambiamenti. Questa ipotesi è però indimostrabile, perché non esiste lingua che non abbia subito dei mutamenti nel tempo. Possiamo però affermare che tutte le lingue cambiano, e questi mutamenti possono avvenire sia a livello fonetico che a livello fonologico.
Il livello fonetico riguarda i foni che ciascuna lingua sceglie per farne i fonemi con cui costituire la sequenza dei significanti, cioè quelle sequenze foniche in grado di veicolare dei significati. Per convenzione i foni si collocano tra parentesi [] mentre i fonemi sono segnalati tra parentesi oblique //. Il fonema è quindi l'unità minima di suono in grado di distinguere coppie minime, parole che si distinguono quindi solo per un fonema come casta e carta, mare e care.
I fonemi si susseguono nella catena fonica ma a volte la loro realizzazione è condizionata dal contesto, dagli elementi circostanti. Questo porta quindi a pronunciare in modo diverso certi fonemi. Ad esempio /n/ è un fonema (abbiamo la coppia minima vino-vivo) ed è una nasale dentale [n]. In alcuni casi però noi la pronunciamo come una nasale velare [ŋ]. Questo avviene in parole come vinco, dove il fonema è condizionato dalla consonante che la segue, una velare [k].
Un altro esempio è il fonema /l/, una laterale dentale la cui realizzazione risulta velare [ɫ] quando si trova tra una consonante velare (/k/ e /g/) ed una vocale velare (/o/ e /u/) glucosio, globo, occludere. Sono diversi modi determinati dal contesto. Si parla quindi di varianti contestuali o combinatorie di un determinato fonema. In questo caso in un contesto potremmo trovare solo una determinata variante e viceversa. Questo però non preclude il fatto che in un'altra lingua due fonemi che ad esempio in italiano sono varianti combinatorie siano fonemi distinti.
Ad esempio, in neogreco /x (fricativa velare sorda) e /k/ sono fonemi, mentre in Fiorentino sono varianti contestuali. Quando la /k/ è tra due vocali si realizza /x/ amica, la casa.
Mutamenti fonetici
- Assimilazione: due elementi fonici contigui si avvicinano dal punto di vista articolatorio in parte (assimilazione parziale) o completamente (assimilazione totale). L'assimilazione può essere progressiva se il primo elemento condiziona il secondo, regressiva se il secondo elemento condiziona il primo, e bidirezionale, quando due elementi (uno precedente e uno seguente) condizionano un terzo elemento.
- Assimilazione regressiva: lat FA[Kt]U > it fa[tt]o
- Assimilazione progressiva: lat MU[nd]U > nap mu[nn]o. Il secondo elemento n condiziona d
- Assimilazione bidirezionale: lat Am[i:ku] > sp amigo le due vocali condizionano la velare.
- Dissimilazione: due elementi contigui e articolatoriamente uguali si diversificano. Lat PE[r]EG[r]INU > it pe[ll]eg[r]ino
- Inserzione: aggiunta di materiale fonico che etimologicamente ingiustificato. Lat CAULE > it ca[V]olo
- Cancellazione: sottrazione di materiale fonico che invece dovrebbe essere presente. Lat CALIDU > it caldo
- Metatesi: spostamento di materiale fonico in un punto della catena diverso da quello in cui dovrebbe trovarsi in base all'etimologia. It dialett. C[r]apa invece di capra
- Coalescenza: fusione di due elementi fonici contigui in un terzo elemento, diverso dai primi ma che di solito presenta caratteristiche di ciascuno dei due elementi di partenza. L'it vi[nn]a (vigna) presenta il fono nasale palatale [n] in seguito alla fusione della dentale [n] con la semivocale palatale [j] presente nel latino parlato *VINJA (lat classico VINEA).
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