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Glottologia

Glottologia deriva dal greco "Glotta" ed è un termine utilizzato esclusivamente in ambito universitario. In passato si riferiva alla linguistica storica, oggi questo termine viene sostituito dal termine linguistica. Ha un approccio scientifico e non umanistico.

La linguistica

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano e delle lingue. Linguaggio è una facoltà che risiede nel cervello quindi è astratto, mentre la lingua è il prodotto di questa facoltà. La linguistica trova e studia la parte che non cambia delle lingue. Tutte le lingue sono espressione di una stessa facoltà comune a tutti gli umani, il linguaggio. Questo fatto ci porta a pensare che sotto le diversità ci possano essere delle somiglianze, delle proprietà strutturali generali condivise.

La distinzione fra linguaggio umano e lingue naturali ci porta già a fare un’altra precisazione: come tutte le discipline scientifiche ha una sua terminologia specifica. Sino a oggi l’unico approccio che avete avuto con le lingue è stato quello con la grammatica normativa: studiare una serie di regole di una certa lingua, come si deve dire e come non si deve dire ecc. La linguistica apre orizzonti molto più ampi e in generale ha un approccio descrittivo ed esplicativo. Non ha lo scopo di dare regole, ma solo di descrivere e spiegare.

La linguistica fa capire come funzionano le lingue, cosa hanno in comune, come e in che termini possono diversificarsi, come possono essere classificate.

Pregiudizi linguistici

Noi abbiamo a che fare con poche lingue europee che per una serie di ragioni (storiche e culturali) hanno caratteristiche comuni e crediamo che queste siano caratteristiche normali; in realtà il punto di vista è limitato. La nostra idea di ciò che è normale e strano è condizionata dal nostro punto di vista, dalla nostra esperienza: vale per le lingue come altre cose. Nelle lingue europee siamo abituati ad aver a che fare con il verbo avere, il soggetto è colui che possiede, il verbo avere e dopo il nome dell’oggetto posseduto. Questo è normale finché non abbiamo a che fare con una lingua diversa; in Ungherese "Brigitta è una matita di lei", il soggetto è la cosa posseduta, una cosa molto simile accade nel latino con il dativo di possesso con il verbo essere e il soggetto è la cosa posseduta.

Antonio Gramsci

Antonio Gramsci: "Ogni lingua è una concezione del mondo integrale e non solo un vestito che faccia indifferentemente da forma a ogni contenuto." Con questa frase Gramsci indica che la lingua non è un qualcosa che serve a dare il nome alle cose del mondo, ma qualcosa di più, una lingua riflette la concezione del mondo, un mondo per rappresentare la realtà.

L’unicità di ogni lingua in quanto prodotto di un certo gruppo sociale ed espressione della cultura di un popolo. Spesso pensiamo che una lingua sia diversa da un’altra per il modo in cui chiama le cose. Imparare una lingua è come imparare le parole di un’altra lingua, quindi etichette diverse per ogni lingua.

Se ci riflettiamo, questo modo di pensare parte da un presupposto tutt’altro che certo: che nel mondo si trovino già le cose (meglio sarebbe dire i significati) cui assegnare le parole (meglio sarebbe dire significanti) come che i primi siano già pronti in natura per essere assegnati ai secondi. La realtà che ci circonda sarebbe già divisa in categorie, in parti, cui l’uomo si limiterebbe ad assegnare un nome nella propria lingua (questo varrebbe anche per i concetti astratti), le lingue assegnerebbero etichette alle parti del mondo.

Le cose non stanno così: ogni lingua contiene una classificazione, un’analisi del reale secondo modi che non sono universali, naturali. Se io imparo una certa lingua anziché un’altra, acquisisco una sorta di filtro che condiziona il mio modo di guardare al reale (mondo).

Noi utilizziamo la parola neve che cattura un significato universale, in realtà in eschimese, popolo in cui la neve è una realtà importante, sono presenti parole che indicano cose che per noi hanno un unico significato: neve farinosa/neve eterne/neve ghiacciata.

Un altro esempio è il fatto che noi utilizziamo sole al maschile e la luna femminile, mentre un bambino tedesco il sole è femminile, mentre la luna è maschile. Quando parliamo di carne facciamo riferimento sia alla nostra carne, sia a quella degli animali che mangiamo, in inglese flesh è la carne umana, meat è quella da mangiare (carre e petta in sardo). Questa è una distinzione importante dal punto di vista antropologico, una è quella che non si mangia, mentre l’altra si mangia e in alcune lingue questa distinzione avviene con due significanti diversi (sequenze di suono).

Quando diciamo nero o bianco ci sembrano realtà oggettive, in latino ad esempio abbiamo due parole: niger "nero brillante" e ater "nero opaco", candidus "bianco brillante" e albus "bianco opaco". In realtà, lo spettro della luce costituisce un continuum, al cui interno si possono in teoria isolare migliaia di colori ed esprimerli con parole diverse oppure individuare pochissimi colori, questo non è un sistema universale. In latino non esisteva il colore marrone, noi utilizziamo il significante "marrone" per il significato.

Espressione e visione del mondo

L’ultimo esempio è molto chiaro:

  • Ogni lingua esprime un certo modo di categorizzare il mondo, di dividere il reale in categorie;
  • Gli individui che imparano una lingua avranno come una specie di filtro con cui guardare al mondo, al reale.

Detto in altre parole, la nostra lingua condiziona la nostra visione del mondo.

Il linguista russo Roman Jakobson disse: le più importanti differenze tra le lingue non sono relative a ciò che esse possono esprimere, quanto a ciò che esse devono esprimere obbligatoriamente. Ogni lingua riesce a esprimere, magari con un giro di parole, tutti i concetti che sono formulabili in un’altra lingua. Ogni lingua, però, ha dei vincoli che nascono dalla sua struttura e che condizionano le risorse espressive: in pratica, un tedesco è costretto ad associare il genere femminile al "sole" e quello maschile alla "luna".

Il linguaggio umano e le lingue naturali

Visto che si tratta di una distinzione importante, la vediamo subito:

  • Il linguaggio umano (converrà chiamarlo così, per evitare ambiguità) è una facoltà, propria dell’uomo e solo dell’uomo, che consiste nel comunicare simbolicamente attraverso le lingue;
  • Le lingue naturali sono il prodotto storico di questa facoltà.

In altre parole, ogni essere umano, sin dalla nascita, possiede la facoltà del linguaggio (che è dunque innata), ossia la capacità di comunicare con quei complessi sistemi di simboli che sono le lingue. Ognuno di noi entra in contatto con una certa lingua, che acquisisce in modo naturale. La facoltà del linguaggio, dunque, è un qualcosa che risiede nel nostro cervello e nei nostri geni e che si manifesta attraverso le lingue; d’altra parte, senza la facoltà del linguaggio non potremmo apprendere le lingue.

Domanda che ora nasce naturale: come facciamo a studiare il linguaggio se risiede nella nostra mente, è un qualcosa di astratto? Proprio attraverso le lingue: vedremo che ci sono delle priorità, delle caratteristiche comuni a tutte le lingue che, in quanto tali, possiamo considerare proprietà del linguaggio umano. Il fatto di essere l’espressione di una medesima facoltà presente in tutti gli uomini, fa sì che le lingue abbiano alcuni tratti basilari in comune.

La lingua come codice

La lingua è un codice. Per arrivare a dire qualcosa in più del linguaggio umano partiamo allora dalle lingue e cerchiamo di capire cosa sia una lingua. Una (ogni) lingua è un codice, un particolare tipo di codice. Un codice è formato da un insieme di espressioni che sono messe in corrispondenza con certi contenuti:

  • Espressioni e contenuti, solo se conosciamo queste corrispondenze e regole di funzionamento del codice possiamo interpretare i messaggi trasmessi con esso. (Ad es., nel codice Morse l’espressione ··· = "S", --- = "O" (···---··· = "SOS")).

I codici

Come si vede, il rapporto fra quelle che abbiamo chiamato espressioni e quelli che abbiamo chiamato contenuti è convenzionale (non naturale), cioè si basa su una convenzione sociale, su un accordo precedente. Viviamo circondati da codici: per es. la comunicazione che riceviamo dal semaforo avviene in base a un codice; esiste un codice internazionale nautico che prevede l’utilizzo di bandiere...

Il segno

Un elemento come ··· = "S" è un segno: un qualcosa che sta per (= significa) qualcos’altro. Il colore ROSSO nel semaforo (il qualcosa) sta per "arrestarsi" (in qualcos’altro); nella nostra cultura il colore nero degli abiti sta per "lutto"; un cartello con una sigaretta cui è sovrapposta una barra obliqua sta per "vietato fumare"... Il segno, dunque, è dato dall’unione di queste due facce, che in precedenza abbiamo chiamato espressione e contenuto.

La semiotica

La scienza che si occupa dei segni in generale è la semiotica. A seconda del rapporto che si ha fra il qualcosa (espressione) e il qualcos’altro (contenuto) si ha un diverso tipo di segno.

Le icone

Prendiamo questo cartello stradale: Abbiamo un cartello in cui sono raffigurati 2 bambini che attraversano la strada e vale "pericolo: bambini che attraversano la strada". Fra l’espressione e il contenuto si ha una relazione di analogia o somiglianza: in questo caso si parla di icone. L’istogramma rappresenta la numerosità dei maschi e delle femmine in un corso di inglese che si è tenuto dal 1998 al 2004: la grandezza delle barre del grafico imita certe caratteristiche del fenomeno descritto.

Gli indici

Diversi dalle icone sono gli indici: ad es. uno starnuto che segnala il raffreddore, un’orma che segnala il passaggio di un animale, il fumo che segnala la presenza di fuoco. Qui il rapporto fra l’espressione e il contenuto si basa sulla vicinanza naturale.

I simboli

Prendiamo in esame un altro cartello stradale: Se abbiamo sostenuto l’esame per la patente, sappiamo che sta per "divieto di transito", ma il rapporto fra l’espressione e il contenuto è molto diverso da quello che abbiamo visto per l’altro cartello stradale: là si basava sulla somiglianza, qui su una convenzione sociale. In questo caso si parla di simboli.

I segni linguistici

Nella categoria dei simboli rientrano anche i segni linguistici, di cui si occupa la linguistica. Ora possiamo dire, con più precisione, che una lingua è un codice comunicativo che si basa sui segni linguistici. Il segno linguistico è dato dall’unione di un significante (espressione) con un significato (contenuto).

Ferdinand de Saussure

La distinzione tra significante e significato è di Ferdinand de Saussure, uno dei più grandi linguisti moderni, ricordato in particolare con il Corso di linguistica generale, pubblicato postumo nel 1916. Con significante (anche: espressione) intendiamo l’aspetto materiale del segno, quello che percepiamo coi nostri sensi: per es., nel segno linguistico cane è la sequenza di suoni /ˈkane/. Il significato (anche: contenuto) è l’altra faccia del segno linguistico: l’immagine mentale associata a quel significante (non l’entità concreta, la cosa, nel nostro esempio questo o quel cane, ma l’immagine mentale che associamo, con gli altri parlanti della nostra lingua, a quella determinata sequenza di suoni).

Triangolo semiotico

Per comprendere meglio quello che si diceva sulla necessità di non confondere il significato con l’entità concreta, è utile il triangolo semiotico elaborato da Ogden e Richards: ai suoi vertici troviamo il simbolo (= significante), il pensiero (= significato) e il referente (= la cosa). Il concetto fondamentale è che le relazioni fra gli elementi ai vertici del triangolo sono di tipo diadico, cioè interessano solo due elementi per volta: quelle tra significante e significato e tra significato e referente sono dirette, mentre quella tra significante e referente è indiretta, come mostra la linea tratteggiata.

In pratica, le forme linguistiche entrano in rapporto con le cose reali solo attraverso la mediazione dei loro concetti astratti.

Proprietà semiotiche delle lingue

Le proprietà semiotiche che differenziano le lingue dagli altri codici sono dovute alle proprietà dei segni linguistici. Abbiamo già visto che i segni linguistici fanno parte della classe dei simboli: abbiamo detto che per questo tipo di segni il rapporto fra espressione e contenuto è convenzionale.

Arbitrarietà del segno

Parlando di segni linguistici, adopereremo però un altro aggettivo: arbitrario, per cui parleremo di arbitrarietà del segno linguistico (la terminologia è di Saussure). All’espressione arbitrarietà del segno possiamo attribuire due significati, uno più immediato e uno più profondo. Spesso si considera solo il primo e così facendo si banalizza un po’ il concetto.

Nel primo significato, si intende che non esiste un legame naturale e necessario tra il significante e il significato di un segno linguistico. Se, per es., prendiamo il significato "cane", intuiamo che non esiste in natura una ragione per cui sia espresso in italiano con il significante cane /ˈkane/ e non altrimenti. Tanto è vero che le altre lingue usano per esprimere il significato "cane" un significante diverso: ingl. dog, ted. Hund ecc.

Onomatopee

Le onomatopee sfuggono, almeno in parte, al principio dell’arbitrarietà. Sono dei segni iconici in cui il rapporto fra significante e significato non è (del tutto) arbitrario, ma si basa su una somiglianza: il significante, infatti, riproduce un rumore, un suono, il verso di un animale (din don, tic-tac, chicchirichì). Anche nelle onomatopee, tuttavia, abbiamo elementi di arbitrarietà, in quanto l’adattamento fonologico è convenzionale: per lo stesso suono che si vuole evocare, infatti, ogni lingua sceglie significanti diversi. Così, se in italiano diciamo chicchirichì, in francese si dice cocorico. Quando la parola è adattata alle regole morfologiche della lingua (con l’impiego di desinenze nominali o verbali, ad es.), diciamo che ha origine onomatopeica: bisbigliare, gloglottare, tentennare.

Livello più profondo dell'arbitrarietà del segno

Dicevamo che, seguendo Saussure, all’espressione arbitrarietà del segno possiamo assegnare anche un significato più profondo: in pratica, è arbitrario non solo il rapporto fra il significante e il significato di ciascun segno, ma anche quello tra ciascun significante e gli altri significanti e quello tra ciascun significato e gli altri significati.

Per il livello del significante: consideriamo i significanti [fingo] e [fiːngo]. In italiano indicano entrambi il significato "fingo": in altri termini, in italiano la distinzione tra i breve ed i lunga non è pertinente, cioè non è usata per distinguere il significato delle parole. In inglese accade l’opposto: [ʃip] "nave" e [ʃiːp] "pecora": c’è un confine netto che separa questi suoni. Questo esempio ci mostra che alcune lingue come l’inglese (ma anche il latino), partendo dagli stessi suoni, introducono un confine, una distinzione, mentre altre lingue come l’italiano non lo fanno: pertanto, la distinzione tra una i breve e una i lunga è arbitraria, o si può anche dire che il rapporto (di opposizione o meno) tra i significanti i breve e i lunga è arbitrario. Se fosse necessario, lo ritroveremmo in tutte le lingue.

Per i significati vale lo stesso ragionamento. In inglese, ad es., troviamo la distinzione fra i significati "dito della mano" e "dito del piede" che l’italiano non conosce. Anche questa distinzione è dunque arbitraria, o possiamo dire che il rapporto tra i due significati è arbitrario, cioè non necessario, naturale.

Doppia articolazione

Ora aggiungiamo che i segni linguistici sono doppiamente articolati, ci occupiamo della cosiddetta doppia articolazione: questa proprietà consiste nel fatto che ogni segno linguistico è analizzabile su due livelli.

Prendiamo la frase torno a casa: a un primo livello isoliamo i più piccoli ‘pezzi’ di significante ai quali è associato un significato: torn-, -o, a, cas-, -a.

I morfemi

Torn- significa "essere diretti al luogo da cui si era partiti"; -o "prima pers. sg."; cas- "costruzione eretta per propria abitazione"; -a "sg., femm.". Sono come dei "mattoncini" che possiamo usare, sempre con lo stesso significato, per formare delle altre parole: torn-i, cred-o… Questi elementi, o unità di prima articolazione, prendono il nome di morfemi (più avanti vedremo che è bene distinguere tra morfi e morfemi). I morfemi sono i segni linguistici più piccoli di una lingua.

Abbiamo due tipi fondamentali di morfemi:

  • I morfemi lessicali, come torn-, cas-, che portano un’informazione semantica, legata al vocabolario di una lingua;
  • Come -o, -a, legati alla grammatica di una lingua (esprimono i morfemi grammaticali, il genere, il numero, il caso, il tempo ecc.).
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher edoardodezi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Guazzelli Francesca.
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