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Glottodidattica - Prof. Cambiaghi 10.10.06

Il nome „glottodidattica“ si può dividere in due parti, „glotto“ → scienza del linguaggio e „didattica“ → scienza dell’educazione: essa è quindi una disciplina duplice. È una scienza teorica-pratica, così come la medicina: questo significa che attinge a diversi campi per intervenire nell’apprendimento di una lingua, che sia essa materna, classica, straniera, etc.

È possibile fare un parallelismo proprio con la medicina: il medico ha bisogno di conoscenze di varie discipline (medicina, psicologia, farmacognosia, neurologia...) per poter riuscire bene il suo lavoro, così come il glottodidattica ha bisogno di un’ampia conoscenza delle discipline che prendono parte alle due succitate scienze prima di poter „operare“ su un singolo caso.

Il triangolo didattico

La glottodidattica ruota attorno al triangolo didattico classico, che evidenzia l’interagire tra i suoi tre poli, che sono: l’insegnante (I), l’allievo (A) e l’oggetto dell’insegnamento (O), che nel nostro caso è la lingua (quindi O = L).

Questo modello viene preso in prestito dalla didattica generale; negli ultimi anni, però, si è aggiunto al modello un quarto polo, il contesto, che si colloca al di fuori dell’insegnamento, ma è comunque influente sullo stesso: la nuova base che si crea un quadrato.

Una lingua difatti si può apprendere in diversi ambienti, ad esempio in un contesto istituzionalizzato (scuola, università), oppure all’estero (immigrazione, turismo), etc.

Il modello del quadrato didattico

Questo modello del quadrato didattico ha un nome, sotto forma di acronimo, che deriva dal francese: S.O.M.A. → Soggetto, Oggetto, Ambiente (Milieu), Agente, poiché il primo a pensarlo fu il francese Legendre.

Per quanto riguarda l’insegnamento, possiamo dire che tutto ruota attorno a questi tre (o quattro) poli; sotto al polo dell’insegnante si colloca il metodo, sotto al polo dell’allievo si colloca la psico-linguistica applicata alla didattica ed attorno al polo della lingua si colloca la linguistica, intesa come disciplina che studia le lingue.

La glottodidattica in Italia

La glottodidattica è detta anche linguistica applicata, ed in tutti i paesi è riconosciuta sotto questo secondo nome, che la fa saltare all’occhio come branca della linguistica teorica: in italiano invece porta anche questo nome (che dà un’idea di un ambito più specifico) grazie all’opera di Renzo Titone, psicologo del linguaggio e dei processi cognitivi, che ne ha inventato il nome e l’ha praticamente importata in Italia.

Convenzionalmente la data di nascita della glottodidattica viene fatta coincidere con il 1942, anno relativo alla pubblicazione del piccolo saggio „Outline guide for the practical study of foreign languages“ di Leonard Bloomfield: qui scrive che „qualunque apprendimento linguistico è (iperapprendimento, volendo riferirsi alla necessità del overlearning “continuo esercizio per non dimenticare: ne consegue che ciò che è minore di „iper“ è inutile ai fini dell’apprendimento).

Bloomfield e l'A.S.T.P.

Bloomfield scrive questo „Outline“ nel pieno del conflitto mondiale quando l’America entra in guerra, ed è quindi necessario che i soldati apprendano le lingue degli alleati per ragioni militari e sociali; era necessario dunque un insegnamento intensivo, ma i superiori non si rivolgono alla scuola civile, bensì ad un linguistica teorico (Bloomfield, appunto) che crea per loro il A.S.T.P. (Army Specialized Training Program), metodo basato sull’overlearning.

In questo breve testo (16 pagine) l’autore è molto critico: dice che occorre un contatto diretto con l’informant (6/7 ore al giorno) e diverse ore (6/7 alla settimana) con il linguista teorico, che deve tirare le somme e saper spiegare come funziona la lingua; l’insegnante di lingua dunque non serve a nulla.

A parte questa polemica contro gli insegnanti, è interessante notare ciò che egli dice dell’informant, cioè: „imitatelo, fatelo scrivere e copiate quello che ha scritto, leggete e ripetete le frasi finché queste non diventeranno una seconda natura“; in pratica non servono le spiegazioni, fa una critica implicita a tutte le metodiche di natura astrattiva e ai ragionamenti sulla lingua che non erano compatibili con il suo „listen, repeat and learn“.

La nascita della glottodidattica in Italia

In Italia, invece, come già accennato, la glottodidattica nasce intorno agli anni ’50, quando Titone, che viveva sei mesi in America e sei mesi in Italia, importa la metodologia psicologica e linguistica americana.

Nel 1966 viene pubblicato il libro „Le lingue estere“, un volume molto lungo che suggella questa nascita: l’aggettivo „estere“ era molto in voga nell’epoca, ma Titone lo sente come qualcosa di estraneo, quasi nemico, del resto si era ben lontani dai tempi attuali della UE, e se volessimo esprimere lo stesso concetto oggi dovremmo usare l’aggettivo „friendly“ per le lingue straniere.

Un altro libro importante è stato „Lingue moderne e laboratori linguistici“, raccolta degli atti di un convegno, quindi di autori vari; 1/3 del volume è dedicato proprio alla glottodidattica, e si sottolinea come essa nasca sotto gli influssi dei laboratori linguistici, a quali è dedicata più della metà del libro.

Altri testi di riferimento pubblicati nel periodo sono: „Dalla linguistica alla glottodidattica“ (1968), „Principi di linguistica applicata“ (1967), ma soprattutto viene tradotto un volume del danese Jespersen (scritto nel 1902), „Come si insegna una lingua straniera“, che ebbe una grande successo anche negli anni ’60.

La glottodidattica attraverso le stagioni

La glottodidattica, ufficialmente nata nelle scuole e poi assunta dalle università come oggetto di studi, può essere geograficamente divisa in stagioni a seconda dello sviluppo datole dai più eminenti studiosi, e nella fattispecie:

  • Americana, con Bloomfield
  • Francese, negli anni ’50 con Galisson
  • Inglese, con Wilkund
  • Americana, con Curran (seconda stagione americana)

Nelle prime tre stagioni l’approccio alla materia è prettamente linguistico, mentre nella quarta gli approcci cominciano ad essere anche umanistico-affettivi, poiché non sempre basta la teoria, nonostante aumenti la conoscenza delle linguistiche.

In Italia, proprio perché Titone è psicologo dei linguaggi, abbiamo avuto solo l’ultima delle stagioni, quella umanistico-affettiva.

La glottodidattica in Italia negli anni ’60, ’70, ’80 e ’90

Nel nostro paese, però, la glottodidattica nasce prima applicata alle lingue straniere:

  • Negli anni ’60 è glottodidattica del francese
  • Negli anni ’70 è glottodidattica dell’inglese
  • Negli anni ’80 è come lingua materna che, per tradizione, veniglottodidattica dell’italiano

Negli anni ’90 la glottodidattica dell’italiano diventa didattica dell’italiano come seconda e nasce anche la differenziazione tra:

  • Lingua straniera, lingua altra che viene insegnata a scuola in Italia da un docente italiano
  • Lingua seconda, lingua che si parla nel contesto in cui si vive, non sempre coincide con la lingua materna

La differenza sostanziale è che la lingua straniera si apprende, mentre la lingua seconda si acquisisce; la formula per l’apprendimento consiste dunque nel trasformare l’apprendimento in acquisizione, cioè in un fenomeno naturale, senza riflessioni linguistiche, etc.

La scienza dell'educazione linguistica

Tutta la glottodidattica in Italia viene chiamata anche scienza dell’educazione linguistica o scienza della linguistica educativa: il primo termine risale al 1920, usato dal ministro Lombardo Radice, mentre il secondo è la dicitura moderna.

Nella proto-glottodidattica, cioè la fase preistorica della disciplina, abbiamo molte opere con nomi quali „Porta delle lingue“ o „Auree porte delle lingue“: ma quali sono queste porte da aprire per guidare all’apprendimento di una lingua?

Bloomfield dice che educare ad una lingua „altra“ significa educare a tutte le lingue, poiché il monolinguismo è visto quasi come una malattia, dacché i popoli nel passato parlavano più lingue, come anche al giorni d’oggi; il passaggio da fare, la porta da aprire, dice l’americano, è l’accorgersi che una lingua è una cultura, ed oggi questo discorso sta tornando rilevante.

Lingua = cultura sarebbe un binomio valido, ma siccome apprendere una lingua altra significa „analizzare la realtà sotto un altro punto di vista, non etichettare la realtà come unica“ (Martiné), allora lingua = cultura è addirittura un monomio, non un binomio.

Approccio, metodo e tecnica nella glottodidattica

Da questo punto invece inizia la glottodidattica come disciplina scientifica; prima si parlava solo della succitata proto-glottodidattica: analizziamo tre termini tipi della disciplina: Approccio, metodo e tecnica sono i termini su cui si basa la glottodidattica: l’approccio è la filosofia, la considerazione della lingua in un certo settore dal quale deriva un certo metodo, che può essere applicato come tecnica.

Gli approcci possono essere diversi:

  • Formale: se considero la lingua come norma, regola; a questo approccio appartengono il metodo della grammatica-traduzione (o metodo tradizionale) e il metodo della lettura
  • Funzionale: se considero la lingua come qualcosa che ha a che fare con la funzione, come uso; a questo approccio appartengono i metodi diretti (che sono di diverso tipo: graduato, semplificato, naturale, eclettico, riformato, etc.) e i metodi strutturali (ai quali appartengono gli audio-orali e gli audio-visivi)
  • Comunicativo: se considero la lingua come comunicazione, e a questo punto appartengono l’approccio razionale-funzionale, lessicale, interculturale e umanistico-affettivo (che a sua volta comprende: community counseling, silent way, total physical response, natural approach, strategic interaction, project work, ipnopedia, etc.)

Le sfere della glottologia

Nella glottologia possiamo distinguere tre sfere:

  • La sfera pedagogica, che tocca l’insegnante
  • La sfera psicologica, che tocca l’allievo
  • La sfera linguistica, che tocca l’oggetto dell’insegnamento

La sfera pedagogica tocca essenzialmente il docente (valori, mete, obiettivi dell’educazione linguistica, etc.), quindi abbiamo una convergenza del concetto di lingua verso le valenze della lingua. Secondo Freddi, il primo vero e proprio professore di glottodidattica, il linguaggio verbale risponde a quattro valenze della lingua:

  • Valenza comunicativa, cioè la valenza primaria della lingua
  • Valenza pragmatica, lingua come strumento d’azione; il nostro dire è quasi sempre come un fare
  • Valenza espressiva, quando l’uomo parla non comunica solo informazioni, ma si rivela
  • Valenza culturale-matetica (cioè capace di fare acquisire informazioni e nozioni su altre discipline): indica il fatto che la lingua è insieme strumento e fine dell’apprendimento

Le funzioni glottodidattiche

Queste valenze fondamentali della lingua interagiscono con le diverse funzioni glottodidattiche; essenzialmente attuiamo due procedimenti:

  • Assunzione, fatta in maniera esplicita: si assumono concetti della linguistica per applicarli alla didattica
  • Implicazione, fatta in maniera implicita: opera attraverso un filtro, che sono gli schemi

La glottodidattica vera e propria può essere tripartita:

  • Si distingue dalla glottodidassi (cioè dall’azione in classe)
  • Ha un filone storico (comprende anche una proto-glottodidattica, formata dai precursori di una disciplina non ancora dichiarata)
  • Ha un filone sperimentale, che comprende la ricerca sul campo, ed in Italia sta assumendo una considerazione importante (viene chiamata linguistica dell’acquisizione o linguistica acquisizionale, oppure all’inglese S.L.A. (second language acquisition))

I modelli di riferimento

I modelli di riferimento della disciplina sono eterogenei e sono:

  • Modello olodinamico triplanare (Titone), che distingue tre fasi nelle quali passa l’apprendimento:
    1. Momento tattico, dell’acquisizione meccanicistica
    2. Momento strategico, dell’acquisizione di una lingua tramite alcune strategie, ad esempio: soggetto nominale che termina in I avrà un aggettivo terminante in I
    3. Momento egodinamico, la fase più profonda delle pulsioni interiori, della motivazione, della volontà di comunicare. Ci deve essere volontà di comunicare e non devono esserci ostacoli: questi tre elementi devono essere presenti nell’apprendimento linguistico e possono anche non essere posti in ordine cronologico.
  • Modello didattico (Freddi), dove ogni modello di apprendimento deve passare attraverso sei momenti:
    1. Motivazione, in cui bisogna motivare l’allievo
    2. Globalità, in cui bisogna presentare una lingua completa, come un testo, non in modo frammentario
    3. Analisi, in cui bisogna mettere in luce quella determinata struttura che si vuol insegnare
    4. Sintesi, in cui bisogna far nuovamente sentire che la lingua funziona in modo globale
    5. Riflessione, una metacognizione su ciò che si è studiato
    6. Controllo, che si può a sua volta dividere in due sotto-momenti: la verifica (language testing) e la valutazione (considerazione sul percorso dell’allievo)
  • Modello socio-linguistico (Hymes), che propone il modello denominato „speaking“, dall’acronimo (che rappresenta le funzioni secondo le quali la lingua varia):
    • Situation
    • Partecipants
    • Ends (scopi della comunicazione)
    • Act, speech act
    • Key (chiave, tonalità, tono del discorso)
    • Instruments (strumenti della comunicazione)
    • Norms (regole della comunicazione)
    • Gender (genere della comunicazione, ad esempio: lingua scritta, romanzo, lettera, etc.)
  • Modello psico-linguistico (Py), che dice che ogni apprendente di una lingua altra ha un diverso stile, che dipende dallo stile cognitivo e si distinguono in tre tipi:
    1. Apprendenti attenti alla lingua come norma
    2. Apprendenti attenti alla lingua come sistema (più portati ad imparare lingue altre)
    3. Apprendenti attenti alla lingua come compito (vedono la lingua come „task“)
  • Modello neuro-linguistico (Danesi), quasi una biologia applicata all’apprendimento: il linguaggio è situato nei due emisferi cerebrali, ma quello sinistro è più importante per la lingua; il suo è chiamato „modello bimodale“ o „bidirezionale“, cioè che va dall’emisfero destro a quello sinistro, con questo schema:
    • Globalità (emisfero destro)
    • Analisi (emisfero sinistro)
    • Sintesi (emisfero destro)

L’emisfero destro è dunque importante nella didattica perché coglie le sfumature emozionali (metafora, retorica, etc.).

Formalizzazione della disciplina in Italia

Prima di cominciare un vero e proprio profilo storico della disciplina, vediamo come essa si è organizzata formalmente in Italia:

Nel 1975 vengono pubblicati dalla SLI, la Società Linguistica Italiana (fondata da Tullio de Mauro), le „10 tesi per un’educazione linguistica democratica“, che vertono su:

  1. La centralità del linguaggio verbale
  2. Il suo radicamento nella vita biologica, emozionale e sociale
  3. Pluralità e complessità delle capacità linguistiche
  4. I diritti linguistici della costituzione
  5. I caratteri della pedagogia nella linguistica tradizionale
  6. Inefficienza della pedagogia nella linguistica tradizionale
  7. I limiti della pedagogia nella linguistica tradizionale
  8. Principi dell’educazione linguistica democratica
  9. Un nuovo curriculum per gli insegnanti
  10. Conclusione

L’ottavo punto è molto importante in Italia, ed è a sua volta diviso in dieci punti, di cui il decimo, il più importante, verte sull’importanza di sviluppare il senso della „funzionalità comunicativa“.

Cominciamo ora un percorso cronologico, partendo dalla proto-glottodidattica fino ai giorni nostri: i tre testi fondamentali per questa analisi sono:

  • 5 Millenni di Insegnamento delle Lingue - Renzo Titone
  • Glottodidattica: un Profilo storico - Renzo Titone
  • 600 Anni di Insegnamento delle Lingue - Gianfranco Borrello

Sappiamo dalla poca storia della scuola antica pervenutaci che il poliglottismo nell’antichità era naturale, ed esistevano già addirittura le scuole bilingue: le due culture più antiche (sumerica e semitica) hanno documenti che mostrano il bilinguismo; esistevano inoltre dei corsi dalla propria lingua alle lingue altre, oltre al classico miscelarsi di lingue durante le guerre, le conquiste, etc., dove le lingue vengono assimilate, sovrastate, e studiate.

Il bilinguismo transitorio si ha durante tutta la durata di un impero.

La consapevolezza di questi incontri/scontri di lingue era presente: nella letteratura latina c’era già coscienza che una lingua fosse paragonabile ad un cervello; Ennio, ad esempio, parla nelle sue opere dei suoi „tre cuori“, cioè delle sue tre lingue.

In questo periodo abbiamo una compresenza di greco e latino nelle classi colte: il greco si sapeva per divertimento e il latino al fine del commercio. Erano lingue molto affini, di quel-

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottodidattica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Cambiaghi Bona.
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